Festa di Scienza e Filosofia 2015

Si è conclusa con il tutto esaurito all’Auditorium San Domenico la V edizione della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, confermando l’andamento positivo dei risultati nel corso degli anni passati. Nel contesto di una città che, come al solito, non ha mancato di rispondere prontamente e con entusiasmo all’iniziativa, ottanta studiosi di primo piano hanno riempito i palazzi simbolo della storia folignate di studenti ed appassionati per una quattro giorni all’insegna della cultura di qualità. Ad alternarsi nelle oltre novanta conferenze sono stati fra l’altro Edoardo Boncinelli, Piergiorgio Odifreddi, Gianni Vattimo e Giulio Giorello, i cui interventi sono stati suddivisi in quattro aree tematiche al fine di favorire al massimo i partecipanti nella scelta degli ambiti di maggior interesse. Aree tematiche che sono poi il riflesso dell’ambizioso intento di questa Festa, ossia del suo volersi porre come il punto d’incontro — e di scontro anche — fra i due approcci alla verità più fecondi che la storia umana abbia mai fatto emergere: la scienza e la filosofia. Se della sezione “Cervello e mente” abbiamo già parlato nell’articolo dello scorso 9 aprile 2015, l’ampiezza di respiro della Festa invita a svolgere qualche considerazione ulteriore anche sulle altre tre aree.

 

Due culture o una sola cultura?
Il panel che ha affrontato questo tema, come ha sottolineato anche Valerio Meattini nella sua conferenza dal medesimo titolo, prende le mosse dall’opera di Percy Charles Snow Le Due Culture e la rivoluzione scientifica (Marsilio, 2005). È al suo interno infatti che, nel tentativo di sottolineare la necessità di una cultura all’altezza delle sfide proposte dalla contemporaneità, viene formulata in questi termini la separazione fra ambito umanistico e ambito scientifico del sapere. Distinguendo tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica” però, la questione viene affrontata in modo impreciso, perché parlare di “due culture” equivale a pretendere che una parte del tutto possa sostituirsi ad esso conservando la medesima pervasività. Se per cultura s’intende quell’insieme delle manifestazioni umane che costituisce l’oggetto dell’antropologia culturale infatti, la contrapposizione, al più, può porsi come un conflitto fra diversi “atteggiamenti culturali” o, ancora meglio, fra diverse prospettive sulla medesima realtà. Se il Novecento è stato il secolo che ha celebrato l’ascesa della scienza, sancendo dunque il declassamento della filosofia quale approccio conoscitivo, molto spesso l’atteggiamento che di tale prospettiva è stato l’avanguardia, il neopositivismo logico, non ha saputo cogliere il debito enorme che aveva proprio nei confronti della filosofia. Nel suo delineare “l’impostazione scientifica quale discrimine della sensatezza di ogni discorso però, Carnap — che insieme a Russel fu una dei simboli del neopositivismo —, intenzionato ad affidare alla scienza il controllo di ogni processo conoscitivo, dimentica l’insegnamento di Wittgenstein, per il quale anche se la scienza rispondesse a tutti i quesiti del mondo, non ci avrebbe detto ancora nulla intorno alla vita. In ultima istanza dunque, ciò che emerge è l’importanza di non far sì che la questione metodologica possa finire col prevalere su quella che invece è la radice stessa del porsi di tale questione, ossia dell’indagine intorno alla verità. Di conseguenza è più che mai necessario che scienza e filosofia non solo imparino a coesistere, ma che imparino a collaborare affinché si possa raggiungere un giusto equilibrio fra il piano oggettivo e quello soggettivo del conoscere, anche al fine di evitare il radicalizzarsi di una dicotomia che — oltre a risultare impropria — potrebbe facilmente assumere pericolose derive dogmatiche.
A tale scenario si riallaccia anche — pur con le dovute proporzioni — l’analisi delle vicende biografiche di Giulio Cesare Vanini, filosofo italiano del Seicento la cui sorte fu analoga a quella di Giordano Bruno, e del quale oggi si sta riscoprendo il valore grazie al lavoro di ricerca di Mario Carparelli. Quando il confronto fra due atteggiamenti interni al medesimo orizzonte culturale si radicalizza e diventa scontro infatti, rischia di perdere i caratteri che ne fanno un’espressione del pensiero e precipitare nella violenza; da lì alla persecuzione poi il passo è più breve di quanto non si possa pensare.

Scienza, Pace, Futuro.
Il panel “Scienza, Pace, Futuro”, era quello dedicato in maniera più esplicita al confronto con la contemporaneità e con le aspettative da essa nutrite nei confronti di un futuro, sì, all’insegna del progresso, ma di un progresso capace di opporsi al conflitto anziché alimentarlo. I diversi sostrati culturali all’interno dei quali, in passato, sono maturati i concetti filosofici come tempo, spazio, mondo e che attualmente costituiscono il fulcro dell’indagine scientifica, infatti, troppo spesso sono stati considerati come del tutto irrilevanti a fronte della possibilità di tradurre le parole da una lingua all’altra. In questo atteggiamento però, si cela il germe dell’incomunicabilità; e ne ha offerto un esempio molto interessante Massimo Donà (con il quale RF ha realizzato un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni) nel suo confronto fra mondo greco e mondo ebraico intorno al concetto di tempo. Donà evidenzia come per i primi il principio originario è l’unità del Tutto, dalla quale segue una concezione del tempo circolare perché il distinguersi del particolare è già da sempre compreso nell’interezza della totalità eternamente perfetta (quindi il tempo è manifestazione della sacralità dello spazio); per i secondi è il tempo ad essere sacro, cosicché lo spazio (il mondo) si trova in una sorta d’incompiutezza perenne che — lungi dal porsi come le negazione escludente la perfezione della creazione divina — pone in luce l’eccedenza costituita dalla vita all’interno del cosmos. In tale ottica, il rischio di fraintendimento nel pensare un concetto apparentemente semplice come il tempo non solo è significativa, ma pare quasi inevitabile, giacché negandone la validità, in realtà si negano nuclei semantici del tutto differenti. Pertanto non deve sorprendere, nel dilagare della fede scientista, l’ostilità da parte di intere aree culturali, per cui accettare certi dettami potrebbe portare al sacrificio della propria identità.

Proprio in tale direzione si muove il monito lanciato da Gianni Vattimo, che in un afflato totalmente antiscientista, non ha esitato a puntare il dito contro la scienza quale nuovo strumento di dominio. La sua continua dipendenza da fonti di finanziamento infatti, ne farebbe l’agente ideale per la messa in atto di progetti che lungi da favorire il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità (per lo meno lungi da farne l’aspetto predominante), servono gli interessi economici di “poteri forti”, come il settore farmaceutico o quello bellico, contravvenendo nella maniera più radicale allo spirito che nel Secolo dei Lumi ne aveva sancito l’ascesa, ossia la battaglia in nome della libertà. Certamente l’intervento di Vattimo ha assunto toni molto forti, ma non crediamo che ciò debba essere inteso come un invito a muovere crociate in difesa della scienza o contro di essa. Ciò che questa area ha finito per portare all’attenzione, invece, è stata la necessità di mantenere un atteggiamento nei confronti della verità, anche all’interno della metodologia scientifica, il più aperto possibile tanto verso qualsiasi esito, quanto verso qualsiasi strumentalizzazione, affinché quello che è stato un vento di liberazione non si tramuti in vento di tempesta.

Vero e falso nella scienza e nella comunicazione scientifica.
Quest’ultimo panel, all’interno del quale si è tenuta anche la conferenza conclusiva della Festa, ossia quella di Piergiorgio Odifreddi dal titolo Che cos’è la verità (senza punto interrogativo), affronta senz’altro una delle questioni più spinose dei nostri tempi. Dalla sua affermazione infatti, il metodo scientifico ha iniziato ad avere una presa sempre più forte sull’opinione pubblica che, mobilitata dalle innumerevoli possibilità da essa aperte, il più delle volte finisce per idolatrarla come il nuovo Vitello d’oro. Le cose in realtà stanno ben diversamente, giacché se ai tempi di Galileo la scienza si esprimeva ancora attraverso la formulazione di leggi assolute, da qualche secolo tale posizione è stata ormai superata. Così come si è aperta una voragine fra il punto matematico e il punto fisico, anch’essi pensati come coincidenti all’inizio della storia della scienza. Mutamenti che hanno via via portato ad una iperframmentazione dell’ambito di studio della verità, al punto che Odifreddi ha pensato bene di tenere una conferenza nella quale ha provato a fare chiarezza sulla molteplicità di significati che il termine “verità” assume, a seconda del registro linguistico cui si fa riferimento. Ne è emerso che, almeno secondo il matematico torinese, l’unica verità cui possa inerire il grado d’indubitabilità è quella matematica, ossia quella verità che fa discendere logicamente delle conseguenze dai postulati; per cui solo al suo interno si gode del massimo grado di certezza. Sorvolando sulla legittimità di tale posizione che pur solleva più di un quesito, ben diversa è la situazione della scienza, la quale, nonostante l’esaltazione omnilaterale del suo metodo, proprio in virtù di quest’ultimo è costretta a rinunciare alla pretesa di esprimere giudizi definitivi. Stando alle regole del metodo sperimentale infatti, è sempre possibile immaginare l’emersione di un caso capace di confutare la validità di una legge fino ad allora ritenuta “vera”, pertanto il massimo grado di verità raggiungibile in tal campo sarà quello della probabilità. Un po’ troppo ingenerosa, ma perfettamente in linea con buona parte del pensiero scientista del Novecento, risulta la sua collocazione della verità filosofica all’interno delle “verità di fede”, ossia di quell’approccio alla verità che non potendo dire nulla di certo, inventa la sua verità. Fermo restando che si potrebbe muovere un’obiezione analoga al criterio in base al quale vengono stabiliti i postulati, una simile conclusione ha senz’altro avuto il merito d’infervorare gli animi e di tenere il dibattito intorno alle questioni sollevate dalla Festa decisamente attivo.

C’è di che ritenersi soddisfatti dunque per gli organizzatori di questa manifestazione, che anno dopo anno si conferma sempre di più come un punto di riferimento a livello nazionale per gli amanti di una cultura alta, ma altresì capace di raggiungere ogni tipo di pubblico.

(Ha collaborato Saverio Mariani)

 

Aspettando il superuomo

Era il lontano 1885 quando Nietzsche concluse la sua opera più importante, il Così parlò Zarathustra, con queste parole:

Orsù! Il leone è venuto, i miei figli sono vicini, Zarathustra si è maturato, la mia ora è venuta: – Questo è il mio mattino, la mia giornata comincia: su, vieni su, grande meriggio! (Nietzsche 2010, 382)

Il suo appello alla nascita del superuomo aveva raggiunto la sua formulazione più completa, dopo la “dinamite” e la “filosofia con il martello” dei primordi che gli avevano permesso di aprirsi un varco nell’affollato campo della filosofia; finalmente il suo pensiero, la sua creatura, era maturo. Egli stesso era persuaso che se non tutta l’umanità, almeno alcuni eletti al suo interno, seguendo le orme del suo viaggiare sarebbero riusciti ad oltrepassarsi e dare vita ad un essere nuovo, un essere moralmente superiore: il superuomo.

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L’Orestea di Eschilo secondo Severino

Il 15 luglio 2014 è stata organizzata all’Anfiteatro Romano di Arezzo una rappresentazione filosofico-teatrale sull’ Orestea di Eschilo, basata sulla traduzione fattane dal professor Emanuele Severino e poi messa in scena nel 1985 dal regista aretino Franco Parenti. L’evento s’inseriva all’interno della rassegna culturale di carattere internazionale Icastica, giunta alla sua seconda edizione. La raffinata lectio magistralis del filosofo bresciano è iniziata dopo l’altrettanto notevole lettura teatrale di alcuni passaggi scelti. Agammennone : “Inno a Zeus” e “la riflessione del coro intorno a dike”; Le Eumenidi: “la riflessione delle Erinni intorno alla possibile assoluzione di Oreste” e “”il corteo finale delle Erinni” – ad opera proprio di quel Maurizio Schmidt che fu uno degli attori scelti da Franco Parenti per la prima messa in scena.

L’incontro verteva intorno all’originale lettura data da Severino al pensiero di Eschilo — tradizionalmente visto “solo” come una delle vette della tragedia greca — quale elemento di sviluppo della riflessione filosofica del mondo classico.

Un primo apparente ostacolo ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 77-78.)) a tale lettura  potrebbe essere costituito dalla forma teatrale, che appare piuttosto inusuale per esprimere contenuti filosofici. Non va tuttavia dimenticato che agli inizi la filosofia si è sempre espressa in forme linguistiche molto originali: la prosa di Eraclito e Aristotele, i versi di Parmenide e Empedocle, i dialoghi di Platone. Una sostanziale parte dell’incontro è stata dedicata all’aspetto più squisitamente semiologico della proposta severiniana, che intende porre l’accento in maniera marcata sulla necessità di fare riferimento alle radici etimologiche dei singoli termini durante il processo di traduzione. Così, una volta aver accantonato la stessa definizione di philosophia come “amore per il sapere”, formula dal retrogusto dolciastro che non tiene conto di come, invece, «se si accetta l’ipotesi che in sophós, “sapiente” (su cui si costruisce il termine astratto sophía), risuona come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”), il senso di pháos, la “luce”, allora “filosofia” significa […] “l’aver cura della verità”» ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 22.)), Severino è passato ad analizzare il brano più significativo fra quelli letti in precedenza: l’Inno a Zeus.

Zeus, chiunque egli sia, a lui mi rivolgo con questo come, se gli è caro esser chiamato così. Se il dolore, che getta nella follia, deve essere cacciato dall’animo con verità, allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus. Uranos, infatti, che pur fu in passato potente e traboccante di di audacia spavalda, è come se non fosse mai stato. Ed è svanito chi poi venne ad esistere, Cronos, che si imbatté in Zeus, il vincitore per sempre. Chi ha la mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria, perviene al culmine della sapienza. Guidando il pensiero dei mortali, Zeus ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquisti potenza. Quando, nel sonno, goccia davanti al cuore l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza la volontà dei mortali, sopraggiunge in essi un sapere che salva. Questo è un dono dei démoni che siedono potenti sul carro del saggio Zeus. (( E. Severino,  Interpretazione e traduzione dell’Orestea di Eschilo, Rizzoli Milano 1985 , pp. 22-23. ))

Il quadro che ne emerge parla di un Eschilo che non solo coglie nel sapere dell’epistéme “un sapere che salva” dal dolore, ma soprattutto parla di Zeus non intendendo un dio mitico, bensì il Principio di tutte le cose. Proprio qui risiede il cuore della sua ricchezza filosofica: nell’aver compreso come solo attraverso la sapienza l’essere umano può essere in grado di dominare il dolore, perché conosce la Verità del senso del Tutto. Solo il conoscere con verità infatti, cioè in maniera incontrovertibile, può costituire un rimedio reale all’angoscia e al dolore, e quindi permette di oltrepassare la dimensione del mito. Ma qual è questa “dimensione del mito”? La pregnanza del passaggio è decisiva: sebbene anche in campo mitico ci si muova alla ricerca di un rimedio al dolore, il senso essenziale e complessivo del mondo che esso rivela fa sempre capo alla divinità, cioè ad una forza suprema che l’uomo deve sconfiggere per poter affermare se stesso. Finché si è nel mito quindi, ci si muove nel campo della volontà, nel campo di rimedio al dolore illusorio perché non risolutivo, solo la conoscenza della verità inatti lo può salvare, solo questa può metterlo al riparo dall’annientamento. D’altronde, che le arti e le tecniche umane non possono costituirsi come veri rimedi, è ben visibile anche in Il Prometeo incatenato sempre dello stesso Eschilo, dove emerge come il vero carattere eroico di Prometeo, non stia tanto nel fatto di aver sottratto il fuoco, quindi la téchne, agli dei per donarlo agli uomini, quanto nell’aver compreso  la potenza invincibile della necessità e quindi il carattere illusorio delle promesse della tecnica: «L’arte [téchne] è troppo più debole del fato [anánche]» ((EschiloIl Prometeo incatenato, BUR 2012, p. 43, v. 514.)). Questo ruolo centrale della verità non può non ripercuotersi poi sulla dimensione politica, perché chi “conosce con verità”, è anche capace di giudicare con verità, come emerge più chiaramente nelle Eumenidi, dove anche il potere di queste ultime viene sottoposto al giudizio di un tribunale di umani che, rimanendo fedeli alla verità, possono pronunciare un verdetto valido in eterno. Niente meglio delle tribolate vicende proposte nella trilogia dell’Orestea di Eschilo (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi) potrebbe mostrare l’evidenza di come: «Per vincere il terrore, l’uomo deve sottoporsi al “giogo” della verità, cioè a un timore più alto di quello da cui egli intende liberarsi (le religioni lo chiamano “timor di Dio”). Il giogo della verità sta a guardia della mente e allontana la follia provocata dal dolore» ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010 p. 80.)).

Il risultato finale di questa ricca e sostanziosa riflessione  — qui riportata solo nei suoi passaggi principali — pur non discostandosi dal tradizionale impianto argomentativo severiniano, soprattutto per quanto riguarda le conclusioni che ne vengono tratte, permette senz’altro di rivalutare la figura di Eschilo, non solo sul piano della ricchezza contenutistica in ambito teatrale, ma anche e soprattutto sul piano filosofico. La scoperta di una tale dimestichezza tanto con il lessico quanto con i concetti stessi del linguaggio dei filosofi, sapientemente messa in luce da Severino, infatti, è soprattutto un invito ad oltrepassare i vecchi schemi di lettura della classicità all’insegna di uno sguardo nuovo, quello di chi, avendo cura della verità, vuole imparare anche a giudica con verità.

 

Abstract.
On July 15th 2014 has been held in Arezzo a conference about the interpretation and translation of the Eschilo’s Orestea, made by the italian philosopher Emanuele Severino. The event has been sponsorised by the cultural festival Icastica, and included also a little theatrical performance by Maurizio Schmidt who red some chosen part of the trilogy. The conference showed a deep filosofical vein in Eschilo’s production, even though he wrote theatrical pieces. Beyond the specific meaning of the filosofical concepts underlined, emerged the importance of an observant etymological analysis above each word during the translation.

“Corporis humani fabrica”

di Andrea Cimarelli e
Saverio Mariani

Si è tenuto a Roma dal 27 al 28 maggio un convegno internazionale dal titolo “Corporis humani fabrica. Percorsi nell’opera di Spinoza” (qui il podcast integrale a cura del Foglio Spinoziano) organizzato da Francesco Toto insieme ai professori Roberto Finelli e Pierre-François Moreau, in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tre e l’Institut d’Histoire de la Peneé Classique di Lione. Il convegno ha ospitato una quindicina di relazioni con la presenza di docenti e ricercatori italiani e francesi, con lo scopo di analizzare le diverse prospettive maturate negli ultimi anni intorno alla nozione di corpo, soprattutto riguardo alla figura di Spinoza, ma senza per questo trascurare i preziosi contributi filosofici di Descartes, Diderot e Leibniz.

Data la vastità e la varietà degli interventi proposti, risulta impossibile un resoconto, anche generale, su tutte le diverse prospettive messe in luce. Ci soffermeremo piuttosto su alcuni contributi particolarmente significativi di un convegno davvero ben organizzato e gestito.

Interessante in tal senso la relazione di Pina Totaro che ha analizzato il mutamento subito dal rapporto tra corporeità e passione nel passaggio dalla riflessione cartesiana a quella di Spinoza. Pina Totaro, primo ricercatore dell’ILIESI-CNR presso l’Università di Roma Sapienza, ha mostrato con estrema chiarezza il carattere innovativo delle tesi di questi due filosofi rispetto alle posizioni sostenute dai loro contemporanei. Descartes infatti, proponendo il suo nuovo modello di studio delle passioni — tradizionalmente colte come coincidenti col corpo stesso — en fisicienne, ossia come alterazioni fisiche, se non proprio meccaniche, innescate dagli spiriti umani; le ha svincolate dal rapporto di causazione diretta con i cambiamenti del corpo, legandole direttamente all’anima che le percepisce. Un passo ulteriore lo compie Spinoza che, cogliendo nell’uomo la presenza ineliminabile delle passioni, decostruisce l’assoluto potere di dominarle facendo venir meno il libero arbitrio come possibile rimedio e rimpiazzandolo con la vera conoscenza: quella intellettiva e sub specie aeternitatis, unica via per la beatitudine.

Chantal Jaquet, docente di storia della filosofia moderna e di filosofia morale alla Sorbona di Parigi, ha parlato invece del ruolo del corpo in Spinoza, ponendo l’accento sullo spazio riservato al sé nel possesso di un corpo proprio quale veicolo fondamentale per la conoscenza dell’esteriorità. Sottendendo un platonismo latente, Jaquet ha sottolineato come il sentire che un corpo è affetto non coincide con l’idea di corpo proprio, ma evidenzia solo una correlazione tra un pensiero e un corpo, dove il primo però, senza la mediazione delle idee, non può avere accesso diretto alla conoscenza percettiva del secondo. I corpi sono dunque tutti sullo stesso piano, compreso il nostro, quindi anche per il saggio che ha coscienza di sé, tutto dipende da come sono formulate le idee della conoscenza dei corpi. A tal proposito risulta decisiva la conoscenza dello scolio di Etica2 prop. XXIX, dove la distinzione fra determinazioni dal “di dentro” e dal “di fuori”, sottolinea come solo il pensiero (interno) sia in grado di rapportarsi a più cose insieme e quindi cogliere la propria corporeità nel rapporto che la lega a Dio e alle altre cose. Tutto è connesso alla conoscenza intellettiva dunque, e l’esser sé non è altro che il comprendersi nel proprio rapporto d’immanenza con Dio: l’esteriorità è anche in noi in virtù della traccia che vi lasciano le affezioni. Viene così meno la contrapposizione tra esteriorità e alterità e trova giustificazione l’atteggiamento spinoziano di parlare di corpi in generale piuttosto che di un corpo proprio.

Cristina Santinelli, docente di filosofia presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, ha presentato un intervento finalizzato a mettere in luce il comune intento senecano e spinoziano di trovare una radice naturale dell’etica, mantenendo la centralità della dimensione corporea. Il punto di partenza è stato l’oikeiosis stoica, ossia la percezione del proprio io per mezzo della synaesthesis, la coscienza interna, quella che Seneca chiama sensus animi e della quale di fatto si ignora cosa sia e di dove gli venga. Secondo l’interessante parallelismo proposto da Santinelli, il conatus spinoziano coinciderebbe proprio con quell’amore naturale per la propria salute definito da Cicerone conciliatio nel tradurre il greco oikeiosis. Nel sentire intellettuale è la mente stessa a cogliere il singolare immediatamente, senza astrarre dalla dimensione corporea. Emerge quindi una conoscenza del corpo sub specie aeternitatis, cui segue un amor sui uguale a quello che la natura ha per sé: siamo all’amor dei intellectualis. La relazione di Santinelli è servita per evidenziare, quindi, ancora una volta, come vi siano forti legami fra la riflessione stoica romana e la proposta filosofica di Spinoza, sul piano etico ma anche sul piano antropologico e ontologico.

Andrea Sangiacomo, dell’Università di Groninga (Paesi Bassi), ha proposto un’interessante analisi dell’evoluzione subita dal concetto di male in Spinoza nel passaggio dal Breve Trattato all’Etica, in relazione alla nozione di corpo. Nella prima opera infatti, si può notare ancora un forte influsso cartesiano nella posizione del filosofo olandese che coglie il corpo come un ostacolo nel percorso verso la conoscenza di Dio. Questo, pur non essendo un male in sé, perché la salvezza passa dall’interiorità, ossia dal coglimento intellettuale dell’idea innata di Dio, resta comunque un impedimento da oltrepassare. Tale posizione però, muta nella parte 4 dell’Etica, dove Spinoza integra la sua concezione relativa di bene e male con la logica affettiva, ossia li identifica con “letizia” e “tristezza”, i quali, messi in relazione con la teoria del conatus, mostrano coma la prima lo potenzi e la seconda lo indebolisca. Ecco dunque che il male morale viene a legarsi con la dimensione fisica, per cui le passioni rischiano di pregiudicare la possibilità di giungere al bene; l’unica soluzione possibile è lasciarsi determinare dalla ragione, che in termini pratici si traduce in una soluzione politica. Va notato infatti, come il male non sia più una questione individuale, ma il risultato di contrasti interni all’interagire umano, e solo agendo in virtù di ciò che ci unisce potremo garantirci (politicamente) le condizioni migliori per raggiungere la beatitudine.

L’intervento di Vittorio Morfino, dell’università Bicocca di Milano, «I corpi non esistenti» — citazione da E2, prop. VIII ((Le idee delle cose singole, ossia dei modi non esistenti, devono essere comprese nell’idea infinita di Dio come le essenze formali delle cose singole, ossia dei modi, sono contenute negli attributi di Dio. (E2, prop. VIII – in Spinoza, Opere, a cura di Filippo Mignini e Omero Proietti, Meridiani Mondadori, Milano, 2007, p. 842). — si è concentrato sulla lettura proprio di E2, prop. VIII e seguenti, con una lettura delle note (Spinoza, Op. cit., pp. 1640-1641) al testo di Filippo Mignini che nella sua versione delle opere di Spinoza — secondo Morfino — interpreta questo passo in una duplicazione dei piani, quello delle essenze eterne singolari e quello delle esistenze finite che si pongono sulla linea di temporalità. I due piani sono stati definiti da Morfino, interpretando e citando Mignini, come il piano dell’eternità simultanea e quello della durata come successione. Evidentemente, se questo fosse lo stato delle cose — ma ci riserviamo lo spazio per criticare tale posizione — e cioè se si pensasse la realtà entro due diversi piani, quello dell’eternità e quello della durata, emergerebbero grandi problemi. Nella relazione che dovrebbe intercorrere fra i due piani, e successivamente nella configurazione spinoziana, sarebbe inserito un ruolo attivo del Nulla che invece — come ha anche affermato, tra le righe, Morfino — non vi è nei testi dell’olandese. Inoltre nella lettura di Mignini, secondo noi, non si afferma la duplicità ontologica del piano della realtà e del piano della modalità, cioè dell’infinito e del finito, della sostanza e dei modi, dell’essenza e dell’esistenza, come li ha definiti Morfino. In primo luogo perché ciò è smentito sul piano ontologico dallo stesso Spinoza, con l’assioma secondo il quale l’essenza non implica l’esistenza ((E1, assioma VII)) e, in secondo luogo, perché il piano della modalità, cioè delle esistenze, risulta come un apparire relativo della sostanza, che si configura alla nostra “limitata” capacità gnoseologica di contingenti. Morfino ha affermato, in definitiva, che la soluzione non sta nella duplicità dei piani, ma nella contraria descrizione di una eternità che è costituita dall’intreccio di durate eterne singolari, che però non possono essere viste — come invece farebbe Mignini — in un prima all’interno della sostanza, e in un poi della realtà. Secondo Morfino l’unico piano entro il quale ci si può inserire (pur negando una capacità di “abbracciare” il tutto, in modo conoscitivo) è quello della sostanza, e quindi dell’eternità. In sede di discussione, Morfino ha poi chiarito che questa è una sua interpretazione, e che in effetti è presente, in Spinoza, una duplicità che però non va configurata come una duplicità ontologica.

Abstract
On May, 27th-28th 2014 has been held in Rome a conference entitled Corporis humani fabrica. Percorsi nell’opera di Spinoza. The conference has been sponsored by Università Roma Tre with Institut d’Histoire de la Penseé Classique of Lyon, and organized by Francesco Toto with prof. Roberto Finelli and prof. Pierre-François Moureau. The conference focused on the different perspectives about the notion of body in Spinoza’s thought, mostly in his Ethic. The speakers have extended their reflections on the relationship between the ideas of Spinoza and the thought of Descartes and other philosophers of early modernity.

Severino e l’etica

A più di cinquant’anni dalla comparsa di La struttura originaria di Emanuele Severino, opera che ha segnato un crocevia decisivo per l’ambiente filosofico italiano, sono ancora molti i lati che rimangono incompresi o colti solamente in parte, tanto sul piano linguistico quanto su quello contenutistico.La complessità del pensiero del filosofo italiano si pone come un serio ostacolo per chiunque tenti di avvicinarsi ai suoi frutti; e anche per coloro che ciononostante riescono a districarsi in questo labirinto, le difficoltà non mancano. Prima su tutte: la questione etica, o meglio, l’apparente assenza, per non dire impossibilità, del costituirsi di una dimensione etica conseguente alla proposta di Severino.

Le obiezioni sollevate in questa direzione sono numerose e tutt’altro che irrilevanti. D’altronde, anche per chi riesca a cogliere la coerenza sostanzialmente inattaccabile della dottrina dell’eternità degli enti – per lo meno nella formulazione che ne dà Severino – e il predominio del paradigma nichilista legato alla percezione (apparente) del divenire, il problema dell’“agire” rimane. Rimane e si rafforza come problema soprattutto per via del totale determinismo che preordina questo universo e che viene indicato come destino ((Uso qui il termine destino inteso nel senso che gli attribuisce Severino in Destino della necessità, Adelphi, Milano, 2010, come «una regione diversa da quella in cui la necessità e la libertà coincidono» p. 15. Il termine destino quindi, perde quell’accezione derivante dalla tradizione classica per cui sarebbe il susseguirsi degli eventi teleologicamente orientato da forze che trascendono l’umano e portano la volontà a coincidere con la necessità. Svuotato di questo senso quindi, esso non è altro che il palesarsi necessario dell’eterno.)) della necessità, volendo riprendere il titolo di una delle opere cardine del filosofo italiano ((Severino, Op. cit.)).

A tal proposito ritengo inevitabile il confronto con il contributo dato da un allievo di Emanuele Severino, Giorgio Brianese ((Giorgio Brianese insegna Ontologia dell’esistenza e Propedeutica filosofica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è occupato del problema del metodo in filosofia, del rapporto tra volontà, verità e dolore nella filosofia moderna e contemporanea, delle valenze filosofiche della pagina letteraria, pubblicando lavori su Platone, Spinoza, Descartes, Schopenhauer, Dostoevskij, Nietzsche, Gentile, Popper, Severino.)), nell’articolo “Agire” senza contraddizione contenuto nel primo numero della rivista La filosofia futura ((Brianese, “Agire” senza contraddizione, in La filosofia futura. Discussioni su verità e contraddizione a cura di N. Cusano, Mimesis, 2013, p. 17-28. Si veda anche: http://www.lafilosofiafutura.it)). Qui infatti, si prova ad individuare dei canoni etici che permettano di vivere nella quotidianità, per quanto possibile, la Verità di cui si parla negli scritti severiniani. Tentativo nel quale non viene mai meno la consapevolezza di proporre una forzatura a quello che è il corpus puramente teoretico della posizione che analizza, e della sostanziale incompatibilità di un’azione libera con l’ «entrare e uscire dal cerchio dell’apparire di enti eterni» (come ho già spiegato in questo mio articolo). Ciononostante risulta altrettanto difficile non concordare con Brianese quando fa notare che anche se la proposta di Severino è scevra da intenti prescrittivi e mira solo ad essere ascoltata: «Già il “semplice” prestare ascolto realizza nei fatti una “trasformazione”, se non altro perché quell’ascolto deposita nella coscienza, sia pure nell’isolamento in cui la terra consiste, una “traccia” della verità dell’essere, la quale, in un certo senso, contribuisce in modo essenziale a dare “concretezza” all’attesa del tramonto del nichilismo» ((Brianese, Op. cit., p. 23.)). Si tratta quindi di prendere atto di come – per dirla in termini severiniani – anche se non c’è l’esercizio di una volontà libera alla base, l’apparire del coglimento della Verità implichi l’apparire di una “nuova” determinazione eterna dell’ente che la coglie, e di conseguenza l’apparire dell’avvicinarsi del compimento del destino della Verità. Inoltre, dato che la forza di un tale ragionare si palesa solo a posteriori, si tratta di riflettere sulla dimensione del post-coglimento della Verità; giacché è stato lo stesso Severino a sostenere che «l’oltrepassamento del nichilismo non è il ridursi all’indecisione e all’irresponsabilità, ma è l’oltrepassamento della composizione di decisione e indecisione, di responsabilità e irresponsabilità» ((Severino, Op. cit., p. 337.)). Certo, di quest’ultima citazione è possibile anche un’interpretazione che potremmo definire “classica” nel senso di fedele all’intento severiniano puro, che estromettendo totalmente dalla dimensione filosofica l’individuo, si limiti a prescrivere, appunto, un oltrepassamento dell’intera dimensione decisionale del soggetto che possa richiamare a una qualsivoglia forma di volontà. Tuttavia Brianese si propone di superare questa prospettiva e dopo aver indicato la necessità di ridefinire parole come “agire” o “etica” alla luce della riflessione severiniana, così come si è reso necessario anche per termini classici come “essere”, “nulla” e “divenire”, si concentra sull’unica pista che appaia compatibile con essa. Passa così a evidenziare la centralità della relazione che lega necessariamente ((Uso qui il termine “necessariamente” nel senso che specifica Severino in Destino della necessità, cioè di incontrovertibilmente.)) ogni azione o decisione alla totalità degli essenti: «Non si tratta dunque di prescrivere questo o quello ai singoli o ai popoli, ma di agire non agendo, per dirlo al modo della sapienza cinese (o di agire liberamente assecondando la necessità, per dirlo spinozianamente), riconoscendo che ciò che siamo è tale sempre e solo nel suo essere insieme ad altro» ((Brianese, Op. cit., p. 27-28.)). Fermo restando che in realtà non c’è nessun “altro”, non si dà un’identità che possa prescindere dallo stare insieme di tutti gli enti che sono insieme in un preciso istante eterno dell’inoltrarsi del cerchio dell’apparire nell’eternità. Ecco dunque, in ultima istanza, emergere un anelare la Verità che è l’espressione del destino della Verità stesso, perché lo stretto legame che vincola l’identità di un ente alla precisa configurazione in cui egli appare fa sì che non si possa in alcun modo parlare di una effettiva molteplicità. Se però è davvero così, se il desiderio che muove l’uomo verso la Verità è davvero unicamente una “traccia” lasciata dal destino stesso del quale l’uomo fa parte, ha senso parlare di un’etica? Se la stessa percezione dell’anelare non è che uno dei fili che legano il nostro essere determinato all’insieme degli altri enti che compongono la conformazione attuale dell’apparire, questo stesso chiedere può trovare risposta? O non siamo piuttosto di fronte ad un compito infinito, come infinito è l’essere?

Sicuramente sono molti gli interrogativi che Brianese lascia aperti, alcuni dei quali probabilmente con intento provocatorio, ma non per questo il suo articolo manca di centrare una delle questioni più scottanti all’interno di un pensiero già molto denso e complesso nelle sue implicazioni puramente teoriche. Il punto è capire se davvero l’intento che si propone, in via programmatica, l’autore di questo articolo sia effettivamente perseguibile, oppure se non resti che rassegnarsi a vivere nella follia e, nell’attesa del tramonto del nichilismo, seguire l’inciso nietzscheano e danzare sul caso, da folli, quali sembriamo essere.

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Abstract

In the thought of Emanuele Severino, who opposes the madness of western nihilism with his theory of the eternals, the praxis constitutes a complex question. In fact, if everything is under the law of destiny, which is the role of self will to power in determinating human actions? Giorgio Brianese proposes an interesting perspective over this ethic question, but could it be considered really in line with Severino’s philosophy? This brief paper tries to answer this question.

Nel pensiero di Emanuele Severino, che si oppone alla follia del nichilismo occidentale con la sua teoria degli eterni, la prassi costituisce una questione complessa. In effetti, se tutto è inserito nel destino, qual è il ruolo della propria volontà di potenza nel determinare l’umano agire? Giorgio Brianese propone un’interessante prospettiva rispetto a tale questione, ma la ricerca di una dimensione etica si può davvero considerare in linea con il pensiero severiniano? Questo breve saggio cerca di trovare una risposta.

 

 

Festa di Scienza e Filosofia 2014

FSF-FolignoDi Andrea Cimarelli e Saverio Mariani.

È arrivata alla quarta edizione, crescendo anno dopo anno, la Festa di Scienza e Filosofia che si svolge a Foligno. Una bella manifestazione culturale, come poche se ne vedono in questi territori, che ha portato al centro dell’attenzione di un’intera città — e di chi ha raggiunto Foligno per l’occasione — il discorso filosofico e scientifico. Potremmo dire, più in generale, una ventata di cultura, della quale c’è sempre bisogno.

La città di Foligno, è il caso di dirlo, si presta a questo tipo di manifestazioni, per alcuni motivi logicistici (è facile da raggiungere dal di fuori, e il suo centro storico — dove si è concentrata la festa — è interamente percorribile a piedi) che fanno la differenza nella possibilità e nell’opportunità di fruire delle conferenze.

Noi di RF abbiamo ascoltato due delle conferenze di sabato 12 aprile 2014, girando un po’ per la città e vedendo, finalmente, il coinvolgimento di molte persone intorno ad una manifestazione fresca e al tempo stesso solida nei temi.

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Aspettando il tramonto della libertà

La questione della libertà umana costituisce uno degli argomenti più problematici della riflessione filosofica. Il pensiero di Emanuele Severino, che proprio rispetto a tale questione ha scritto molto sia in Studi di filosofia della prassi  che in Destino della necessità, ha offerto un prezioso contributo alla concettualizzazione stessa della libertà e alla comprensione di quale ruolo essa possa occupare nella sua ontologia. Continue Reading

La contraddizione nel primo Severino

Una delle riflessioni filosofiche contemporanee più dibattute, per lo meno all’interno del panorama italiano, è quella di Emanuele Severino, secondo il quale l’intera tradizione metafisico-morale del pensiero occidentale è preda di una follia originaria. Nella sua interezza la critica severiniana mira al fondamento stesso della filosofia intesa come radicale riflessione intorno al principio dell’Essere. Ad un primo approccio la questione potrebbe apparire semplice: la follia dell’Occidente consiste nel riconoscimento del divenire quale evidenza incontrovertibile della realtà. Severino sostiene che l’affermazione della natura diveniente delle cose porta con sé tutta una serie di conseguenze – riassumibili nella concessione di uno statuto ontologico al non essere – che minano la possibilità stessa di giungere alla conoscenza della Verità. Tuttavia l’argomentazione non tarda a rivelare una complessità di fondo tale da rendere indispensabile un confronto più preciso e approfondito. Continue Reading

Se Dio esiste cosa è possibile?

Ho sempre ritenuto che rileggere i vecchi articoli di Ritiri Filosofici sia un ottimo modo per mantenere alta la confidenza con il profilo filosofico intrinseco alla nostra realtà e che troppo spesso passa in secondo piano. È anche per questo che ripescando dall’archivio del sito, ho trovato particolarmente interessante rileggere l’articolo del 26 novembre 2012 scritto da Saverio Mariani: Se Dio è morto tutto possibile?

Riflettere su quel legame indissolubile che vincola l’agire umano all’esistenza o meno di Dio spesso viene liquidato come una questione meramente religiosa, rispetto alla quale ci si muove nell’ambito del relativismo più totale; ma si può davvero ridurre tutto solo a questo? Filosoficamente parlando, la risposta non può che essere no. No perché, sia che per Dio si intenda l’Essere trascendente e “personale” proprio della tradizione cristiana (categoria la cui definizione mi appare sempre più complessa e soggetta a distinguo), sia che si intenda la Sostanza infinita di Spinoza, a monte c’è il modo stesso di concepire l’uomo e il suo ruolo all’interno del reale (e quindi, implicitamente, il rimando anche a tutte le “certezze metafisiche che potevano dare una spiegazione, ed una motivazione aprioristica, all’azione morale” di cui parla Saverio nel suo articolo). Se infatti alla prima categoria fa riferimento un essere umano sostanzialmente in balia di una divinità che può disfare il già fatto e spesso anche accecato dalle passioni (l’ira in particolar modo); dalla seconda sembra emergere un uomo “parte del tutto” senza alcuna priorità originaria e necessariamente soggetto alle leggi immutabili che regolano il Tutto.

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Tra Hobbes e Spinoza: vita ed opere di Adriaan Koerbagh

Questa breve analisi della vita di Adriaan Koerbagh e della sua opera principale, Een Ligt, giunge alla fine di un percorso di studio durato un anno presso l’Università degli Studi di Macerata. Sotto la guida del professor Filippo Mignini è stata offerta agli studenti l’opportunità di frequentare un corso articolato in due semestri sull’argomento in questione. Molti sono i nodi ancora da sciogliere intorno a questo pensatore, soprattutto per il suo rapporto con la filosofia dell’amico Spinoza. Nonostante i numerosi punti di contatto infatti, la riflessione koerbaghiana assume una piega più estrema rispetto a quella spinoziana e, sebbene possa indurci a considerarlo come un deciso anticipatore di quell’illuminismo la cui paternità è forse troppo superficialmente attribuita in massima parte a Cartesio e Bacone, lascia ampio spazio alle critiche, soprattutto per le derive politiche implicate. Continue Reading

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