Quanto sia lontano da una prospettiva caotica, dominata dal Kaos (secondo il titolo di un recente libro di filosofia politica) e dalle forze del vuoto e dell’abisso, Carl Schmitt lo ribadisce alla fine del saggio L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni pubblicato nel 1929: Ab integro nascitur ordo, l’ordine delle cose umane nasce dalla forza di una coscienza integra. Il mondo schmittiano è un mondo dell’ordine, non del caos.
Dobbiamo domandare allora in cosa consiste questa coscienza integra. Schmitt risponde con la forza implacabile del suo ragionamento. Coscienza integra è sinonimo di vita spirituale la quale, per sua natura, nasce dalla lotta che contrappone ciò che è spirito a spirito, ciò che è vita a vita. Questo significa che ogni posizione politica, per essere tale, deve riconoscere l’altro nella sua dignità di avversario, nemico da combattere e, di conseguenza, da rispettare. Non è corretto (ma bisognerebbe aggiungere non è nemmeno sano) risolvere un problema politico con l’antitesi tra bene assoluto e male assoluto. Un mondo di questo tipo, oltre a non avere un ordine, è un mondo brutale. Eliminare la lotta significa eliminare lo spirito e questo vale anche per coloro che, nelle loro comfort zone, pretendono di vivere in modo securitario, al riparo da qualsiasi rischio, così come esemplificato da Nietzsche con la metafora dell’ultimo uomo.
La forza della coscienza integra da cui nasce l’ordine significa allora per Schmitt recuperare la dimensione della politica, cioè il terreno della lotta eterna amico-nemico, vero e autentico “caso serio” della vita.
La sterilizzazione della lotta
Per questo motivo, l’obiettivo polemico di Schmitt è quello che egli definisce l’epoca delle neutralizzazioni o delle spoliticizzazioni, periodo storico nella quale la lotta viene bandita dalla vita dell’uomo. Quei due termini designano la ricerca di una sfera neutrale, miraggio utile quanto vano per approdare alla pace, alla comprensione e alla riconciliazione grazie all’allontanamento dalla politica, vissuta come il terreno dello scontro e del pericolo da evitare. Ecco la nascita del liberalismo, vero e proprio manifesto dell’epoca delle spoliticizzazioni: «Costituisce un fenomeno degno di nota che lo Stato liberale europeo del XIX secolo – scrive Schmitt – potesse porre se stesso come Stato neutrale ed agnostico e potesse scorgere la legittimazione della propria esistenza proprio nella sua neutralità».
Quest’epoca, iniziata nel XVI secolo, ha conosciuto per Schmitt almeno quattro fasi.
La prima è quella del razionalismo occidentale, in cui tutte le conoscenze erano strutturate in un sistema metafisico in cui si compie il passaggio dalla teologia cristiana ad un sistema di scientificità naturale.
La seconda è la fase dell’illuminismo, che si tradusse nell’ umanizzazione e nel pathos della virtù, in cui vengono di fatto volgarizzati i risultati della fase precedente.
La terza fase è quella del romanticismo, rivelatosi una forma di estetizzazione che approda all’economicismo con le categorie base della produzione e del consumo.
La quarta ed ultima fase è l’età della tecnica con la nascita di una nuova religione del progresso secondo cui tutti i problemi si risolvono da sé. Quest’ultima fase è però diversa dalle altre. «Apparentemente non vi è nulla di più neutrale della tecnica. (…) Ma in realtà la tecnica è sempre strumento ed arma e, proprio per il fatto che serve a tutti, essa non è neutrale. (Sicché) la tecnica non è più terreno neutrale nella linea di quel processo di neutralizzazione ed ogni politica della potenza può servirsi di essa». Si potrebbe dire, utilizzando un’altra celebre metafora di Nietzsche, che il liberalismo pensava di essere approdato su un’isola quando invece era ed è finito sul dorso di un mostro marino.
Tecnica, guerra e politica
Senonché la tecnica è anche l’elemento che sovverte il quadro. Se è vero quanto premesso sopra, che cioè la tecnica non è neutra, allora essa ha delle conseguenze sul piano giuridico, politico e soprattutto bellico. La tecnica, dopo aver sostituito la lotta, ha infatti radicalmente cambiato la guerra, attraverso una serie di dinamiche che è utile elencare in modo didascalico.
In primo luogo, la tecnica ha messo in crisi gli spazi entro cui la guerra era combattuta, la terra e il mare, per inaugurare un altro spazio, l’aria, che rompe tutte le regole sulle quali la guerra era costruita. Basti pensare al duello, figura tipica del conflitto, in cui i contendenti mettono in gioco, alla pari e in maniera simmetrica, la vita e la morte. Con l’inaugurazione dello spazio aereo, il conflitto armato passa dalla figura del duello a quello della caccia, dove i contendenti si trovano in uno stato di radicale asimmetria, in cui chi attacca non mette in gioco la sua vita come chi è costretto a difendersi.
In secondo luogo, con la tecnica la guerra si trasforma in guerra assoluta o totale, in cui il nemico non è più rispettato come pari, ma criminalizzato e degradato a mostro disumano da annientare. In questo contesto, la pretesa di combattere una guerra “giusta” diventa un artificio concettuale pericoloso che, invece di eliminare la violenza, la rende assoluta e illimitata, trasformando la politica in un campo di annientamento fisico e morale.
In terzo luogo, la tecnica pone fine alla demarcazione tra guerra e pace. Frasi come quella si vis pacem para bellum diventano inutili. La situazione intermedia tra guerra e pace, già critica tra le due guerre mondiali, è diventata ormai così abnorme che i due termini appaiono indistinguibili. E’ quello che Schmitt definisce il bastone a due versi per cui «la guerra sussiste quando un partito che diventa attivo vuole la guerra (in cui) tutti i tentativi di dare una definizione della guerra devono concludersi in un decisionismo del tutto soggettivistico e volontaristico».
Una quarta conseguenza dello sviluppo tecnico, legata a quella precedente, è che, con il superamento del dato puramente militare, l’elemento determinante non è più lo stato oggettivo di pace o di guerra ma l’intensificazione delle ostilità (l’animus hostilis). All’inizio del secondo conflitto mondiale, per un breve periodo, i francesi definirono drôle de guerre (la strana guerra), quella situazione per la quale le operazioni militari, pur in un contesto dichiarato di guerra, erano ferme o episodiche. Oggi quella situazione si ripete a parti invertite con la pace a dover essere definita drôle, tanto che è prassi parlare di terza guerra mondiale per designare ostilità, violenze e conflitti manifesti o latenti in tutto il pianeta.
Una quinta conseguenza si esprime con il cambiamento del vocabolario nel momento in cui, con il primato dell’economia, termini come operazione di polizia internazionale, sanzioni e simili sostituiscono la parola guerra. Questo provoca anche l’abolizione del termine nemico con quello di criminale e l’entrata di fatto in una sorta di guerra civile internazionale, la peggiore delle guerre possibili, con l’avversario ridotto a delinquente.
Lo sviluppo della moderna tecnica militare (e siamo alla sesta conseguenza) ha privato il conflitto del suo aspetto eroico e glorioso. Dopo la scomparsa del duello e delle dichiarazioni di guerra, come è possibile parlare di etica del guerriero, che presuppone inoltre un sistema di valori oggi completamente smarrito? La retorica “combattente” del ministro della Guerra americano (un personaggio ridicolo che non sarebbe capace di sopravvivere nemmeno per una notte nel boschetto di casa sua), è solo volgare mistica della violenza che non ha nulla a che vedere con l’etica del guerriero.
Infine (settima ed ultima conseguenza), con la tecnica e l’inaugurazione del nuovo spazio, il Nomos (tradotto storicamente con la parola diritto) viene rimesso in discussione dalla volontà di appropriazione dei nuovi spazi da parte delle grandi potenze. In questa tragica dialettica del diritto, come Schmitt la definisce, crolla lo Ius publicum Europaeum e ai giuristi viene rivolta, dai tecnici dei potenti e dei prepotenti (e dai tecnocrati loro ciarlatani), l’ingiunzione Silete iureconsulti.
Se dunque l’ordine nasce dalla forza di una coscienza integra, il disordine emerso dalla tecnica è l’espressione massima di una debolezza che rende il sistema delle relazioni internazionali instabile e pericolosissimo, sistema che Schmitt, filosofo dell’ordine, vide solo affacciarsi descrivendolo con rara quanto tragica lucidità.
Riferimenti bibliografici
- Schmitt, Carl. 1972. Le categorie del politico. Bologna: Il Mulino, pp.167-203
- Schmitt, Carl. 1987. Ex Captivitate Salus. Milano: Adelphi.
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