Naturale e artificiale, Cartesio contro Kant

É  la macchina che deve essere come l’uomo o è piuttosto l’uomo ad essere una macchina?  Se la prima domanda ha guidato lo sviluppo tecnologico recente, nella storia della filosofia è la seconda quella che ha tenuto il campo della riflessione. Nella filosofia moderna, prima del celebre l’Homme machine di La Mettrie, è stato Cartesio il primo ad associare gli uomini alle macchine, cercando di stabilire in che misura fosse possibile una somiglianza, se non addirittura un’identità. Assumendo tale prospettiva, il confine tra naturale e artificiale non è un argomento decisivo, come accade invece oggi nel dibattito sulla cosiddetta intelligenza artificiale. Vediamo perché.

Il filosofo francese parte da una precisa premessa metodologica, quella secondo cui il corpo umano non ha bisogno di un’anima per essere tale. Contro la fisica aristotelica, Cartesio propone una fisica meccanicistica secondo la quale il corpo è pura estensione, cioè materia.  Nel Trattato dell’uomo (1662) Cartesio parla in modo esplicito del corpo umano come macchina, descrivendo la sua disposizione organica. «Suppongo che il corpo altro non sia se non una statua o una macchina di terra che Dio forma espressamente per renderla più che possibile a noi somigliante (…) tutte queste funzioni derivano naturalmente, in questa macchina, dalla sola disposizione dei suoi organi, né più né meno di come i movimenti di un orologio o di un altro automa derivano da quella dei contrappesi e delle ruote; sicché, per spiegarle, non occorre concepire nella macchina alcun’altra anima vegetativa o sensitiva».

Con queste parole, si poneva fine alla tradizionale dottrina aristotelica dell’anima come forma del corpo: con Cartesio, il corpo non ha più bisogno dell’anima per spiegare il movimento, in quanto tutto viene ridotto all’urto reciproco. Non solo. La frontiera tra ciò che è animato e ciò che non è animato evapora e diventa sempre più indistinta, in quanto la tesi meccanicista implica anche che ciò che è vivente sia formato, all’origine, di materiale inerte e non vivente. In una lettera al marchese di Newcastle del 1646, Cartesio scrive che «i corpi umani sono macchine che si muovono da sole».

Indistinzione tra naturale e artificiale
Ma il filosofo francese si spinge ancora più avanti, fino al punto di dichiarare che l’opposizione tra naturale e artificiale non ha più alcun significato. «Non riconosco alcuna differenza tra le macchine costruite dagli artigiani e i vari corpi che la natura stessa compone», scrive Cartesio nel Trattato dell’uomo, sicché un automa funzionante non dovrà più essere considerato come un oggetto artificiale ma considerato come qualcosa di naturale. «Quando un orologio segna le ore per mezzo delle ruote di cui è fatto, ciò non è meno naturale per lui di quanto lo sia per un albero produrre frutti». 

Con tali affermazioni, Cartesio giunge all’idea generale, implicita nei Principi della Filosofia del 1644, secondo la quale tutte le cose che sono artificiali sono da considerarsi come naturali.  La sua dottrina veniva così a fondarsi sul principio dell’identità ontologica tra il naturale e l’artificiale: non esistendo una differenza tra i prodotti dell’arte umana e quelli della natura, l’artificio umano si inseriva di pieno diritto nel testo naturale, senza alcuna interruzione. Le conseguenze di questa tesi sono almeno due.  

In primo luogo, poiché sia i corpi naturali che le macchine artificiali funzionano tramite la disposizione meccanica dei loro componenti, essi appartengono alla stessa categoria: quella delle cose, o sostanze, che, sebbene separate, rispondono alla medesima legge causale. Il determinismo diventa legge fondamentale delle menti non meno che dei corpi.

In secondo luogo, siccome la natura stessa è intesa come una macchina, le macchine costruite dall’uomo non sono considerate artificiali. L’uomo agisce in modo analogo a Dio, operando come un demiurgo che si colloca esternamente alla natura per poterla comprendere e dominare attraverso la conoscenza delle sue leggi meccaniche. L’artificio viene così concepito come natura trasformata dall’intervento umano e, una volta realizzato, entra a far parte della natura stessa. Per Cartesio, dunque, l’artificiale non rappresenta una contraffazione della natura, ma una sua manifestazione specifica, fondata sugli stessi principi e fenomeni naturali studiati dalla scienza.

La nuova distinzione tra naturale e artificiale
Perché allora, dopo Cartesio, si è tornati a distinguere tra artificiale e naturale? Le radici filosofiche di questo ritorno sono da attribuire a Kant. Nella Critica del giudizio egli non rifiuta il meccanicismo della scienza moderna, ma mostra che esso non è sufficiente a rendere intelligibile ciò che chiamiamo natura vivente. L’organismo naturale, per Kant, non è solo una macchina molto complessa, bensì un ente in cui le parti esistono l’una per l’altra e per il tutto, e in cui il tutto è a sua volta causa delle parti. In un artefatto, come un orologio, il fine è esterno: la macchina esiste in funzione dell’intenzione di chi l’ha progettata. Nell’organismo, invece, il fine è interno: esso si conserva, si produce e si organizza da sé. Questa differenza non è per Kant una tesi metafisica sulla “vera essenza” delle cose, ma una distinzione necessaria per il nostro modo di giudicare: senza di essa non potremmo nemmeno comprendere che cosa significhi chiamare qualcosa “vivente”. 

Applicata all’IA, l’impostazione kantiana chiarisce perché, nonostante l’enorme potenza computazionale, l’intelligenza artificiale resti concettualmente un artefatto. Anche quando apprende, si adatta o genera nuovi contenuti, l’IA opera sempre secondo fini che non le appartengono in senso proprio, ma che sono stabiliti dall’esterno: dagli sviluppatori, dai dati, dalle funzioni di ottimizzazione. Non è causa e fine di sé stessa, né può riconoscere come vincolanti le norme che segue. In termini kantiani, manca di quella auto finalità che caratterizza il naturale.

Per questo la distinzione tra naturale e artificiale ritorna oggi come esigenza teorica. L’IA funziona perfettamente all’interno di una spiegazione meccanica del comportamento, ma quando ci chiediamo se comprenda, se giudichi, se sia responsabile o autonoma, siamo costretti a riprendere la distinzione kantiana tra ciò che si dà come organismo e ciò che è semplicemente prodotto. In altre parole: tra ciò che è causa sui (natura) e ciò che è causato dall’esterno (artificio). In questo senso, il dibattito sull’IA ripropone esattamente il problema individuato da Kant: il meccanismo è indispensabile per spiegare come qualcosa opera, ma non basta per comprendere perché lo faccia.

Oggi, seguendo Kant (poi ripreso da Wittgenstein), ciò che fonda la distinzione tra  naturale e artificiale  è la distinzione tra l’essere conforme a regola e seguire la regola: essere conforme a regola (come l’algoritmo) significa essere inconsapevoli ed agire in modo automatico, mentre seguire la regola implica consapevolezza e coscienza, ovvero decisione. 

Tuttavia, gli sviluppi sempre più sorprendenti della tecnica e dell’Intelligenza artificiale, alla quale vengono attribuite scelte decisionali e quindi intenzionali, ripropongono implicitamente il quesito: per comprendere il problema dell’intelligenza artificiale, è più utile la distinzione kantiana oppure dobbiamo tornare a Cartesio e all’indistinzione tra naturale e artificiale?

 

Riferimenti bibliografici
– Séris, Jean-Pierre. 2025. L’artificiel et la connaissance de l’artificiel. Paris: Éditions de la Sorbonne.
– Nicola, Ariane. 2025. Descartes au Pays des Androïdes in Philosophie Magazin, Hiver 2025/2026, no.195, pp.76-81
– Cartesio.1986. Opere Filosofiche (4 voll.). Bari: Laterza

Foto di Google DeepMind su Unsplash

Insegnante con dottorato di ricerca in Filosofia. Vive e lavora a Nocera Umbra, autore del podcast che prende il nome dal suo motto: Hic Rhodus Hic salta.

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