La fede insita nel Logos

C’è una parola del lessico filosofico che i filosofi utilizzano raramente e che viene spesso considerata con sospetto: si tratta della parola fede (pistis). Le ragioni di questa diffidenza sono diverse, alcune anche giustificate se si considera la circostanza che la fede si trova normalmente associata al lessico religioso. La fede è virtù teologale e, come dice San Paolo, argomento delle cose che non si vedono: quale definizione può essere più lontana da quella della filosofia che invece è amore per tutto ciò che, nella luce, si mostra in modo evidente? 

Eppure, per Eraclito, il fondatore (insieme a Parmenide) della filosofia occidentale, la fede si colloca al cuore stesso della sapienza filosofica, tanto da essere associata in modo indissolubile al Logos. Il Logos (il cui senso originario è il termine greco leghein, che significa tenere insieme, raccogliere), legge universale che non può non valere come verità obiettiva, designa l’unità che emerge dal legame che intercorre tra tutte le cose. Un’unità che, prendendo forma dalla coincidenza degli opposti, soggiace all’apparente disordine con cui il mondo si manifesta.

In uno dei suoi frammenti più celebri, Eraclito dice che: 

«Di ogni cosa può farsi un’unità, e di tale unità sono fatte tutte le cose» (Fr. 25). 

Il senso di questa unità è un capitolo decisivo della storia della filosofia, soprattutto se la si mette a confronto con l’unificazione, il cui concetto diverge radicalmente da quello di unità.

Quello che qui occorre mettere in risalto è che la verità del Logos gli uomini non la comprendono, né prima né dopo che venga detta loro. A fronte dell’unità di tutte le cose, gli uomini vedono ma non vedono, ascoltano ma non ascoltano, sono come sordi, dei presenti-assenti: 

«Di questa verità, così reale com’è, gli uomini si mostrano sempre incomprensivi, sia prima di averla udita sia dopo che l’hanno udita (…) essi si comportano come ignoranti (privi di esperienza) ogni volta che intraprendono fatti e discorsi» (Fr. 27, prima parte) 

L’essenza del Logos, come coincidenza dei contrari, sfugge loro in modo irrimediabile. 

Quello che è più grave, è che l’incomprensione del Logos è stata favorita anche dalle due più grandi tradizioni di pensiero che l’occidente ha conosciuto. 

La prima è quella aristotelica. Fu Aristotele infatti colui che, inaugurando un altro tipo di sapienza nel momento in cui chiudeva le porte a quella presocratica, pose come fondamento della filosofia il principio di non contraddizione che, senza ricorrere ad eccessivi giri di parole, è la negazione del principio eracliteo dell’unità dei contrari nel medesimo soggetto.

La seconda è quella cristiana, la quale si è allontanata dal senso fondamentale di Logos in due modi. Il primo in quanto ha inteso e tradotto in modo univoco Logos utilizzando la parola “verbo”, secondo quella che era un’altra tradizione antica che faceva corrispondere il termine con il dire, il parlare, il discorso; il secondo è quello di aver considerato questo “verbo” come ciò che si è fatto “carne”, ovvero qualcosa che si è individualizzato. Ora è chiaro che se il Logos è la parola di qualcuno che parla, essa finisce per coincidere con una rivelazione che viene offerta dall’esterno. Nessuna interpretazione, come quella cristiana, poteva inoltre essere più lontana dal vero nel momento in cui considera l’infinito come traducibile, in modo assoluto, nel finito.

A parte questa ambivalenza nel significato, che Heidegger nel suo saggio sul Logos discute in modo mirabile, Eraclito ci segnala come la vera sordità degli uomini rispetto all’annuncio del Logos sia in primo luogo causata da un fraintendimento essenziale, quello causato dall’Io. L’Io è il primo diaframma che impedisce la comprensione del Logos, il principium individuationis che è alla radice di ogni atteggiamento isolante, tanto che il pensatore di Efeso dovrà mettere in guardia dalle personalizzazioni 

«Se hai udito e compreso non me, ma il Logos, è saggio concordare che tutte le cose sono uno» (Fr.26). 

La conseguenza è che sono due i modi di apprendere il Logos: uno deriva dall’insegnamento di Eraclito, l’altro dal mondo circostante. Ora, siccome gli uomini non comprendono le cose nemmeno se hanno ricevuto insegnamenti, il modo migliore per apprendere è farlo da soli.

Ecco allora il ritorno al punto da cui eravamo partiti: perché gli uomini non comprendono il Logos? La risposta è semplice:

«È a causa della mancanza di fiducia che il Logos sfugge alla conoscenza degli uomini» (Fr.12)

Mancanza di fiducia (apistis), vero incantesimo a cui sono soggetti gli uomini: per questo non c’è bisogno di interrogare l’uomo della strada, basta guardare dentro noi stessi. Non si tratta di semplice pessimismo, quanto dell’incapacità di attendere l’inatteso:

«Se non ti aspetti l’inatteso, non lo troverai; perché è duro da ricercarsi e difficile da ottenere» (Fr.11)

frase che si potrebbe tradurre positivamente dicendo che proprio nell’aspettare si trova quello che non ci si aspetta. Paradosso dei paradossi, unità dei contrari nel medesimo soggetto. Siamo nella piena sapienza eraclitea.

Mancanza di fiducia, di fede. Che cosa si deve intendere qui per fede? Non certo un contenuto dottrinale, quanto piuttosto un atteggiamento. L’atteggiamento, contrario all’apistis, è quello di chi prende coscienza che la propria condizione è radicata nel tutto di cui è parte. Non si tratta di uno slancio mistico quanto di un atteggiamento equanime che non dispera né si entusiasma per tale consapevolezza.

Chi coltiva la vita del pensiero sa che questo è solo un paradosso apparente. Un paradosso che ha affinità con la speranza ma che non coincide con essa. La speranza infatti non ha certezza di quello che attende, perché non sa cosa deve attendere. La lingua tedesca utilizza un verbo che meglio di altre rende l’idea dell’inatteso atteso da Eraclito: si tratta del verbo erwarten, che esprime l’idea di un attendere radicato in ciò che già è stato dato. 

Chi vive secondo tale prospettiva non ha smanie di attaccamento o di avversione rispetto al destino proprio e a quello del mondo. In altre parole si potrebbe dire che chi ha fede non rimane vittima né dell’identificazione verso certi stati di cose (identificazione che provoca tutta una gamma di atteggiamenti di sublimazione egoistici, tra cui l’entusiasmo e la depressione) né l’avversione (che implica stati mentali anch’essi dipendenti dall’oggetto). 

Si potrebbe dire che la fede implica la presa in carico di determinati stati d’animo finalizzata, prima che quelli diventino ossessioni, al loro dissolvimento. 

Senza ulteriori digressioni in quelli che potrebbero essere letti come appunti di carattere psicologico, i frammenti di Eraclito contengono nient’altro che parole di saggezza. Una saggezza che coincide con il sano  agire pratico il quale, per una corretta comprensione del Logos, deve andare di pari passo con la sapienza. In altre parole, non esiste una separazione tra teoria e prassi perché chi ben pensa sa anche agire e costruire in accordo con la natura. Questo è ciò che sembra aver dimenticato la filosofia contemporanea (in special modo la filosofia delle università) in cui si è affermata una pura speculazione senza saggezza pratica. 

L’agire operoso, che costruisce e che non si arresta compunto al ricordo nostalgico, è ciò che evita che l’aspettare sia vano. A patto sempre che il fondamento solido sia la fede, cioè il pensare e l’agire nella consapevolezza che il tutto che tiene unite le cose, il Logos, ci precede e ci supera.

 

Riferimenti bibliografici
– Eraclito. 2017. Testimonianze, imitazioni e frammenti (a cura di) Miroslav Marcovich.  Milano: Bompiani
– Heidegger, Martin. 1991. Saggi e discorsi (Logos, pp.141-157). Milano: Mursia

Foto di Hendrik Cornelissen su Unsplash

Insegnante con dottorato di ricerca in Filosofia. Vive e lavora a Nocera Umbra, autore del podcast che prende il nome dal suo motto: Hic Rhodus Hic salta.

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