Lavoro e libertà nella società tecnocratica

Con questo contributo l’autore prosegue le riflessioni iniziate nell’articolo Anders e la natura occulta dei mass media, pubblicato sempre su RF nel maggio 2025 e che si può leggere qui.

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Il lavoro nella società conformistica
Anders radicalizza e approfondisce la metamorfosi di tempo libero in tempo occupato nel secondo volume della sua opera, sostenendo che l’occupazione caratterizzata dal consumo dei media sia essenzialmente lavoro. In questo testo, pubblicato 24 anni dopo il primo, il panorama costituito dal predominio delle macchine sull’uomo e della società tecnocratica si unisce all’idea dell’effetto massificante dei media, mostrando un mondo in cui tecnocrazia e conformismo esercitano unitamente il dominio sull’intera società. Il pericolo della sottomissione ai poteri conformistici è dall’autore percepito come incontrovertibile.

Quello della pubblicità è definito come un effetto “sirenico”, in quanto permea la società, agendo subliminalmente e inconsciamente. L’assenza di divieti e obblighi espliciti è il mezzo più efficace per ottenere la sottomissione dell’individuo, che accetta volontariamente di piegarsi al sistema conformistico. Ciò genera un’apparenza di libertà che vela un dominio ben più subdolo; con le parole dell’autore: «in nessuna epoca il dominio è mai stato esercitato con così buona coscienza come nella nostra» (Anders 1980, 183).

Un’emblematica rappresentazione di tale condizione è dipinta da John Carpenter nel noto film fantascientifico, Essi vivono. La pellicola rappresenta in qualche senso una sorta di paradosso, in quanto è un prodotto dell’“industria culturale” (in questo caso cinematografico) volto alla critica del sistema stesso di cui tuttavia è un’espressione. Essi, i media, vivono, in quanto reali, e dominano la realtà “distruggendo” la nostra vita (come recita il sottotitolo al secondo volume dell’opera andersiana). Nella pellicola, il sistema conformistico è personificato da una razza aliena che avrebbe ottenuto il dominio sul pianeta terra, operando una domesticazione dell’umanità attraverso messaggi nascosti nei cartelloni pubblicitari. Agli slogan insiti nella pubblicità – obey, stay asleep, no thought – fa da contraltare l’annuncio dipinto nel rifugio dei “contro-conformisti”: They live, we sleep.

La consapevolezza del proprio status di dormienti è la chiave per fuoriuscire dal sistema stesso; nell’opera di Anders tale status è espresso nell’atto della consumazione – atto, né attivo né passivo, che trascende entrambe le categorie. Oltre alla merce, i media trasmettono interpretazioni, confezionate come «fatti» (ivi, 243), che trasformano gli spettatori in «consumatori di opinioni» (ivi, 240). Dunque non solo, come era stato evidenziato nel primo volume de L’uomo è antiquato, i media ingannano lo spettatore fornendo un’immagine totale del mondo e celando la natura fantasmatica della trasmissione, ma lo informano e plasmano mediante la consumazione del giudizio prestabilito nella trasmissione stessa. Siamo ad un nuovo stadio di inganno; il fatto, che già non è di per sé l’oggetto, è sostituito dalla sua interpretazione. L’azione che determina la trasformazione del fatto nella sua interpretazione viene denominata «liquidazione»:

Per «liquidazione» intendo il fatto che molte merci fornite non assumono più alcuna solida consistenza di oggetto, ma devono venir recepite, e di fatto così vengono recepite dal cliente, in quello stato liquido in cui gli giungono (per esempio, sgorgando dal rubinetto della radio o della televisione), direttamente, e dunque non masticate, in un certo senso neppure inghiottite (ivi, 246).

Appare così, nell’evoluzione del pensiero andersiano, una differente concezione della liquidazione, inizialmente assimilata alla consumazione, cioè all’atto del consumatore di assimilare i fatti trasmessi; ora i fatti vengono liquidati dalle stesse trasmissioni e fornite da queste agli spettatori come interpretazione. Con la scomparsa del fatto, e la sua trasformazione in interpretazione, si è ulteriormente accentuata la distanza fra l’oggetto mediatico e la realtà; ne deriva l’esclusione dello spettatore dalla libertà, e persino dalla necessità, di esprimere la propria opinione. Il pensiero è divenuto antiquato. Appare sempre più chiaramente il panorama di un dominio inoculato nel modo più efficace possibile, tramite il divertissement.

La possibilità di opporre resistenza viene vanificata attraverso vari mezzi; fra questi, secondo Anders, la psicanalisi appare uno dei più efficaci. Definendo tramite categorie come asocialità o disadattamento i comportamenti avulsi dal conformismo, la psicanalisi ha condannato l’individuo al suo ruolo, pena l’essere socialmente additati come anormali. La resistenza nei confronti della pubblicità e dell’atto consumistico viene dunque categorizzata come una sorta di perversione, in quanto letteralmente “perverte” lo status “naturale” del mondo (ivi, 149). Non è un caso che il motore del processo dialettico della Fenomenologia dello spirito di Hegel, vate della modernità, sia proprio la consumazione dell’oggetto in vista della sua modificazione e riproduzione in una reiterazione infinita. Il percorso che l’oggetto compie nell’opera hegeliana mostra forti assonanze con la descrizione della merce nella società conformistica descritta da Anders. In quest’ultimo, il rapporto servo-padrone si tramuta in consumatore-merce, con il medium della pubblicità. La consumazione dei mezzi televisivi e radiofonici conduce all’acquisto della merce pubblicizzata e una volta consumata questa, all’acquisto successivo, e via dicendo, similmente alla metamorfosi dell’oggetto hegeliano. Il conformista ideale, vale a dire colui che è perfettamente integrato in questo tipo di società, diventa una parte (quella assunta, o ingaggiata) del sistema conformistico. Per tal motivo il consumatore, consumando il mondo, consuma sé stesso.

Il termine “ingaggiati” mostra l’essenza della trasformazione del tempo libero in tempo occupato; il tempo occupato diviene precisamente lavoro. Il lavoro, imposto subliminalmente dalla società tecnocratica mediante l’utilizzo dei mezzi mediatici, è ciò che alimenta il sistema conformistico. In questo senso Anders sostiene che la categoria del proletariato in senso marxiano è ormai antiquata, in quanto, come afferma in un articolo concepito fra il 1962-63, «qualunque sia la classe da cui proveniamo, siamo diventati tutti nipoti dei proletari di ieri: tutti degli ingannati» (ivi, 154); radicalizzando quest’idea, una decina di anni dopo, l’autore afferma che «diventeremo, o più esattamente siamo già diventati, tutti proletari» (ivi, 275). La società contemporanea sarebbe dunque costituita dai proletari sottoposti al dominio tecnocratico-conformistico, che impone il suo potere sull’esistenza del singolo con divieti, obblighi e modelli di comportamento.

Mass media e tecnocrazia
Traspare in maniera radicale l’ascesa dei media verso il fulcro della riflessione andersiana nel suo sviluppo storico. Nel 1956, televisione e radio furono concettualmente svincolate dal dominio umano e da ogni finalità prestabilita, perdendo così la connotazione di semplici “mezzi”. Nonostante tale idea sia rimasta un fondamento negli scritti successivi, si riscontrano significative divergenze, plausibilmente dovute ai progressi tecnologici occorsi nell’intervallo temporale tra le due opere. Mentre in precedenza i media esercitavano la loro funzione in maniera, per quanto invadente, circoscritta all’ambito domestico e la loro efficacia fosse determinata dalla comodità del “rifornimento” della presunta realtà (predicativa), negli articoli degli anni ’70 tale rifornimento sembra dominare in maniera preponderante ogni aspetto della vita. In questi ultimi si palesa nettamente il rapporto che sussiste fra i media, il consumatore e il sistema conformistico. Una paradigmatica esemplificazione si ricava in un estratto del suo testo:

Visto che il carattere pubblicitario del nostro mondo è originato dall’egemonia del nostro mondo di merci, non esiste alcuna testimonianza più evidente del nostro essere impiegati che la funzione che esercitiamo come clienti e consumatori: se acquistiamo, a causa della pubblicità, cioè di un bisogno che ci viene imposto, quei prodotti dalla cui vendita e produzione continua dipendono i produttori; se poi distruggiamo questi prodotti consumandoli e se infine, dopo la distruzione, abbiamo bisogno di nuovi prodotti, così facendo adempiamo l’incarico conferitoci dal produttore o, per meglio dire, tutta una catena di incarichi. Siamo impiegati come liquidatori (ivi, 150).

In questo frangente, liquidare è sinonimo di consumare. L’idea del lavoro nel consumo mediatico emerge dunque nella seconda fase del pensiero andersiano, e appare radicalmente differente dal rapporto dell’uomo con i media delineato nel primo volume, in cui gli spettatori erano considerati «voyeurs» dei «fantasmi del mondo» (Anders 1956, 112). Più che di “differenza” occorrerebbe in verità parlare di consequenzialità: se nella prima analisi dei media l’autore ne aveva desunto il carattere fantasmatico e la parvenza oggettuale dei predicati trasmessi, in seconda istanza ne rivela il carattere politicamente più occulto, l’intento di atomizzazione e di massificazione degli individui in vista della sottomissione al dominio conformistico. Oltre ai modelli di comportamento sociale si insinuano, nei messaggi mediatici, anche obblighi e divieti che non necessitano più della violenza dell’imposizione, ma sono inoculati nelle menti attraverso un vero e proprio bombardamento mediatico. In ogni articolo permea l’illibertà e l’impossibilità del singolo di affrancarsi da tale condizione, ma nelle sue riflessioni più tarde Anders parla esplicitamente di “doppia illibertà”:

noi siamo doppiamente non liberi: cioè, defraudati persino della libertà di soffrire della nostra illibertà adempiamo gl’incarichi a cui la pubblicità ci costringe corteggiandoci con i suoi raggiri, senza neppure riconoscerli come incarichi, senza neppure brontolare (Anders 1980, 156).

Il tempo libero in senso stretto è definitivamente svanito e trasformato in lavoro; a ciò si aggiunge l’inconsapevolezza di tale condizione, che costituisce una seconda illibertà. Da tale condizione non vi è, secondo Anders, via di fuga perché costituisce l’essenza della società contemporanea e del capitalismo mondiale. Mediante un esempio calzante, l’autore paragona la condizione del consumatore nel sistema conformistico a quello dei pesci nell’oceano:

La pressione dell’oceano, di cui i pesci abissali permanentemente «fanno esperienza» (cioè: da cui permanentemente vengono colpiti), essi non la «sperimentano» (nel senso che non la appercepiscono). Piuttosto questa pressione fa parte fin dall’inizio del loro meccanismo di movimento, anzi dell’intera struttura dei loro corpi. Lo «schema di coercizione» è diventato la conditio sine qua non della loro vita di modo che, quando vengono issati a bordo dai pescatori, scoppiano. […] Lo stesso vale anche per certe condizioni artificiali prodotte dall’uomo. Nella nostra esistenza è già calcolato il modus con cui veniamo trattati e a cui siamo sottoposti permanentemente. Pertanto, non ne «facciamo esperienza» (ivi, 183-184).

Se la società è composta da «conformandi» e «conformati» (ivi, 184-185) e se il sistema mediatico, inoculando l’illusione della libertà mediante la trasmissione del fantasma mascherato da realtà, ne è il motore principale, allora il conformismo rappresenta la condizione naturale dell’uomo contemporaneo da cui, per tal motivo, non può svincolarsi. Con ciò si è concretizzato l’assunto iniziale di Anders, secondo cui la dialettica mezzi/scopi sarebbe inadeguata al fine di esplicare la realtà, di cui i media fanno parte e da cui siamo plasmati per il fatto stesso che essi stessi sono realtà. Andando a fondo alla questione si rivela, ancor più radicalmente, l’idea che siano i cosiddetti mezzi a servirsi dell’uomo, o, più radicalmente, che i prodotti di rifornimento siano «i dittatori d’oggi» (ivi, 188). Questa immagine della società converge con l’idea di merce descritta da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’illuminismo, come dotata «dei valori che decidono del comportamento degli uomini» e attraverso i quali la società determina il singolo «come elemento statistico, come success or failure» (conforme o non conforme, normale o anormale, adattato o disadattato, etc.) (Horkheimer-Adorno 2010, 36). Così si rivela il dominio della società tecnocratico-conformistica, la cui struttura assume una forma circolare; con le parole di Anders:

Quanto più totale è un potere, tanto più muto è il suo comando.
Quanto più muto un comando, tanto più naturale la nostra obbedienza.
Quanto più naturale la nostra obbedienza, tanto più assicurata la nostra illusione di libertà.
Quanto più assicurata la nostra illusione di libertà, tanto più totale il potere.
Questo è il processo circolare, o a spirale, che la società conformistica mantiene e che, appena essa si è messa in moto, continua automaticamente a perfezionarla (Anders 1980, 231).

La società contemporanea affaccia una nuova immagine del mondo; anzi, una sola immagine del mondo: «il mondo nell’immagine, o meglio: il mondo come immagine, come una parete d’immagini che senza sosta cattura il nostro sguardo, senza sosta lo possiede, senza sosta copre il mondo» (Anders 1956, 23). Con un’espressione estremamente evocativa, Anders esemplifica l’essenza dei media in rapporto alla tecnica; il mondo mediatico, sottoprodotto della tecnica, copre la realtà proclamandosi unica e totale visione del mondo. L’immagine mediatica, vale a dire il fantasma, ha oscurato la realtà ed è divenuta, nella percezione comune, la cosa, il mondo. Mondo, cosa, oggetto, sono divenuti infatti concetti antiquati; e così l’uomo. L’immagine mediatica è lo specchio dell’attuale e sostituisce in toto l’antica e arretrata realtà, che appartiene a quel passato da cui la tecnocrazia, di pari passo con il capitalismo conformistico, si affranca.

La nuova realtà necessita di una nuova visione dell’uomo, di una rivisitazione della sua anima. Non a caso Anders ipotizzò, nell’introduzione al primo volume del suo testo, una sostituzione del sottotitolo (Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale): «Sulle metamorfosi dell’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale» (ivi, 23). Sull’idea che l’anima dell’uomo si modifichi in base alle metamorfosi del mondo in cui vive si basa l’intero pensiero andersiano. E questo nuovo uomo soffre dell’accennato dislivello prometeico e della vergogna che ne consegue.

Va da sé che i media, per quanto realtà e non-mezzi, appartengano agli elementi costituenti dell’aspetto politico del totalitarismo tecnico. Anders stesso, in una nota, esplicita questo concetto sostenendo che «la tendenza al totalitario fa parte dell’essenza della macchina e originariamente nasce dal regno della tecnica» (Anders 1980, 409, nota 2).

Il fondamento del problema mediatico è dunque l’onerosa questione della tecnica, che, in termini “occasionalistici”, si traduce nel rapporto dell’uomo con la macchina. Sinora si è mostrata la conseguenza sociale del predominio della tecnica; nel prossimo articolo si analizzerà, andando a ritroso, la critica andersiana all’essenza della tecnica in quanto tale e la conseguente vergogna prometeica da cui l’uomo moderno è afflitto.

 

Bibliografia

—Anders, Günther. 1956. L’uomo è antiquato I. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, a cura di L. Dallapiccola. Torino: Bollati Boringhieri.
—Anders, Günther. 1980. L’uomo è antiquato II. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, a cura di A. M. Mori. Torino: Bollati Boringhieri.
—Horkheimer, Max-Adorno, Theodor. 2010. Dialettica dell’illuminismo, a cura di R. Solmi. Torino: Einaudi.

 

Foto di Julius Drost su Unsplash

Dottore di ricerca in filosofia all'Università di Catania, si occupa principalmente di questioni etiche, politiche e teoretiche della filosofia contemporanea. È autore di "Frammenti di una luce incontaminata in Guido Ceronetti", ed. La Finestra.

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