La meccanica quantistica e il rapporto soggetto-oggetto (III)

Questo articolo è frutto del lavoro congiunto di Alessandro Lattuada e Aldo Pisano  entrambi componenti della Redazione di Ritiri Filosofici. L’articolo è il terzo di una serie di contributi che intendono prendere ad esame il rapporto tra filosofia e fisica seguendo le tracce del lavoro del fisico Carlo Rovelli. Qui il primo articolo, qui il secondo.

0. Riflettori che cadono: nulla imago sine perspectiva.

Il fotogramma è estrapolato dal film The Truman show e fa parte di una scena in cui avviene qualcosa di decisivo per l’intera trama. Il protagonista Truman (Jim Carrey) viene mano a mano ad accumulare una serie di indizi, per cui si rende conto di vivere in una realtà simulata in cui tutti sono attori di un grande show e di cui lui stesso è il protagonista. Ora, la vita di Truman è sotto l’obiettivo delle telecamere sin dal suo concepimento, per cui egli crede, grazie alla costruzione di un ambiente fittizio e di capacissimi attori, di essere nella sua ordinaria vita reale. Eppure, tutto inizia a vacillare proprio perché «la caduta dal cielo di un riflettore è un elemento inatteso e incongruo che insinua in Truman il dubbio sull’illusorietà del mondo nel quale egli vive» (Sani, 2016, 94).

Figura 1. Jim Carrey in una scena di The Truman show, di Peter Weir, 1998

Il film di Wier, consapevolmente o meno, restituisce l’annosa questione del rapporto soggetto-oggetto. Ora, non si vuole qui entrare nel merito di una discussione estremamente problematica e impossibile da trattare nella sua complessità, ma è almeno necessario accennare al modo in cui, soprattutto da Kant in avanti si assiste ad una svolta fondamentale nella concezione dei meccanismi trascendentali necessari per ogni processo di carattere conoscitivo. Processi che, tra il XVIII e il XIX secolo, hanno avuto due importanti punti di snodo nella Critica della ragion pura (Kant, 2007) e nel Mondo come volontà e rappresentazione (Schopenhauer, 2006). Si è così innescato un processo di sempre maggiore radicalizzazione dell’io-rappresentante come architetto del reale, mediante l’utilizzo di un apparato cognitivo e trascendentale utile alla rappresentazione della realtà esterna come oggetto di una costruzione percettiva. Passando, poi, per la fenomenologia husserliana e nutrendosi di successive influenze come la psicologia e la derivazione delle leggi della percezione (es. Gestalt) (Anolli, Legrenzi 2001), si arriva alle affinità che tale formulazione assume inglobando anche i risvolti della meccanica quantistica in cui vi è una inscindibilità fra soggetto e oggetto, fra osservatore ed osservato. A questo proposito è utile riproporre un passo di Bohr:

L’intera struttura concettuale della fisica classica, portata a così splendida unità e compiutezza da Einstein, riposa sull’ipotesi, consona con la nostra quotidiana esperienza dei fenomeni fisici, che è possibile distinguere tra il comportamento degli oggetti materiali e l’osservazione degli stessi. Per trovare un parallelo alla lezione offertaci dalla teoria atomica sulla limitata applicabilità di simili abituali idealizzazioni, dobbiamo volgerci a rami del tutto differenti della scienza, come la psicologia, o anche a quel tipo di problema epistemologici che già pensatori come Buddha e Lao Tze hanno affrontato nel tentativo di armonizzare la nostra posizione di spettatori e attori a un tempo del grande dramma dell’esistenza (Bohr, 2012, 44). […]

Tuttavia la differenza fondamentale, rispetto all’analisi dei fenomeni, tra fisica classica e fisica quantistica, è che nella prima l’interazione tra gli oggetti e gli apparati di misura può venire trascurata o eliminata, mentre nella seconda questa interazione è parte integrante del fenomeno. L’unità essenziale del fenomeno trova la sua espressione logica nella circostanza per cui ogni tentativo di farne un’analisi ben definita richiede una modificazione dell’apparato incompatibile col verificarsi del fenomeno stesso (Ivi, 64).

Questo ravviva e potenzia la concezione soggettivistica della costruzione del reale, mediante quei processi cognitivi che connettono le intuizioni sensibili per arrivare a una rappresentazione ordinata del mondo; qui, il soggetto è ovviamente coinvolto, in particolar modo il soggetto-essere umano che è l’unico in cui tale esperienza sia razionalmente colta e linguisticamente espressa. Non a caso, molte questioni che riguardano il rapporto soggetto-oggetto che già richiamavano in causa gli studi di ottica, oggi coinvolgono anche quelli di filosofia della mente, neurologia, fisiologia, biologia, psicologia della percezione. Tutto mirato, nell’ambito di un paradigma scientifico, all’acquisizione di informazione: «non bisogna confondere quello che sappiamo di un sistema con lo stato assoluto del sistema stesso. Più precisamente, perché quello che sappiamo è sempre qualcosa che riguarda la relazione fra noi e il sistema. Ogni sapere è intrinsecamente una relazione; quindi dipende allo stesso tempo dal suo oggetto e dal suo soggetto» (Rovelli, 2014, 220).

Emerge qui la nozione di relazione, che non implica solo (a) il rapporto tra l’osservatore e l’esperimento, bensì il fatto che (b) le cose stesse del mondo esistono in relazione, per cui «non c’è realtà, nel mondo descritto dalla meccanica quantistica, senza relazione, ma sono le relazioni che danno origine alla nozione di “cosa”. Il mondo della meccanica quantistica non è un mondo di oggetti: è un mondo di eventi elementari» (Ivi, 118-119). In una conferenza del 2014 per l’“Associazione NEL” e dal titolo “Observer-observed” (qui il video), Rovelli afferma che la scienza non si occupa solo del mondo, ma anche del modo in cui l’uomo, che ne è parte, lo osserva. L’immagine del mondo dipende infatti dal modo in cui le due parti – osservatore e osservato – stanno in relazione: «i soggetti classici siamo noi e gli oggetti classici sono il mondo in cui ci muoviamo; dunque tutto ciò che diremo nel corso del libro non sarà detto solo a noi stessi, ma di noi stessi» (Cappelletti, 2001, 15), queste le parole della Cappelletti nel suo splendido saggio su Heisenberg che più avanti nel testo argomenta:

[…] cosa innesca la connessione, l’ordinamento, in modo da produrre tale reciprocità fra noi e il mondo? Heisenberg dà diversi nomi a questo fattore plasmante; lo chiama «desiderio», «senso» e intende un nucleo di interesse vitale, un valore. La reciprocità, così, viene in piena evidenza, perché se la realtà ha significato in quanto è riconosciuta da un soggetto-interprete, questi è a sua volta definito solo dal suo essere in rapporto con quella realtà così significata. Il valore impone un taglio al mondo, lo plasma perché lo attraversa e lo riorganizza; al tempo stesso, però, fa dell’uomo un soggetto, un interprete collocato nella stessa riorganizzazione, definito dal rapporto con il mondo nelle configurazioni che egli stesso, di volta in volta, ne dà e a cui il mondo si rende da parte sua disponibile […]. Di nuovo, diventa importante richiamare la reciprocità della relazione uomo-mondo. Il mondo, infatti, è una rete di legami, ciascuno dei quali rappresenta un ordinamento, possibile sì, ma mai unico, per l’evidente fatto che l’essere uomini è una condizione a più dimensioni, in cui in ogni istante sono presenti e si intrecciano differenti modi di stare in rapporto alla realtà: quello del corpo, della relazione con altri umani, della conoscenza, della contemplazione e di tutto quanto può stare in un’esperienza vitale (ivi, pp. 128-130).

Questa citazione potrebbe essere un manifesto epistemologico che riassume le conseguenze che la meccanica quantistica ha avuto sul pensiero contemporaneo, imponendo una rivalutazione in senso scientifico del rapporto soggetto-oggetto, quindi non più derivato da sole considerazioni teoretiche: la nuova fisica rappresenta la fine di un modello ingenuo o dogmatico del realismo. L’osservatore modifica la realtà microscopica, nel momento in cui interviene e conferisce attualità alla posizione di una particella che in precedenza si trovava in una nuvola di possibilità. Il principio di Heisenberg è appunto un principio di indeterminazione, il quale afferma come la particella microscopica si trovi in uno stato di decoerenza quantistica (assolutamente probabilistico); ciò implica una indefinita posizione delle particelle, che precede l’osservazione stessa. Ma è proprio la stessa osservazione a porre in comunicazione il mondo microscopico con il mondo macroscopico, facendo sì che la decoerenza quantistica decresca, provocando il collasso della funzione d’onda.

1. Realtà possibili e funziona d’onda
La seguente e rudimentale rappresentazione può essere utile per esemplificare la questione:

Figura 2

Quello che succede in tale raffigurazione è così spiegabile: avendo un determinato sistema quantistico e due punti di riferimento A (partenza) e B (arrivo), la microparticella, pur avendo il suo moto origine dallo stesso punto A, ha infinite possibilità di raggiungere il punto B. Infinite possibilità significa che vi è un numero illimitato di traiettorie percorribili, che per semplicità nella raffigurazione si sono ridotte a un numero di cinque, come rappresentato dai vettori. Il sistema quantistico presenta dunque questa difficoltà: tutte le traiettorie, meglio note come “storie” o “fasi” (Hawking, Mlodinow, 2010, pp. 60-62), sono egualmente compresenti (decoerenza quantistica) fino a che non si verifica l’intervento diretto di un osservatore esterno. A quel punto le diverse fasi vanno a coincidere con una sola; ossia, quella che si sta osservando. Questo momento è chiamato appunto “collasso della funzione d’onda”. Volendo ulteriormente parafrasare tale condizione del microsistema con un linguaggio aristotelico, si potrebbe dire che la particella è in potenza tutte le possibili traiettorie, la cui messa in atto è funzionale all’intervento dell’osservatore. In altre parole, è solamente con l’intervento dell’osservazione che il sistema viene condotto dalla potenza all’atto. La nuova concezione del reale fornisce un’immagine “dinamologica” secondo Bachelard (1986), ossia l’indagine su un processo dinamico-possibilistico e non più statico-attuale. Per diretta conseguenza, la base sostanziale del reale non è l’atto, ma la potenza:

Al posto del «sistema chiuso», rigidamente deterministico, della meccanica classica, nella meccanica quantistica subentra il «sistema aperto» della totalità dei processi possibili nello spazio e nel tempo che accadono quanto l’osservatore entra in relazione con il sistema: le connessioni causali continuano naturalmente a essere presenti, ma non conducono a una completa determinazione «oggettiva» di ciò che accade nello spazio e nel tempo, perché l’accadere fisico è rimesso anche al caso (Altini, 2014, 181).

Per Heinseberg, dunque, potenza, possibilità e verità stanno perfettamente insieme, ed ogni singola manifestazione attuale, comprese quelle materiali, fuoriesce dalla possibilità latente al reale. Si verifica dunque uno scivolamento che partendo dalle categorie determinismo-indeterminismo, procede rispettivamente tramite quelle di necessità-possibilità, atto-potenza, conoscenza-pensiero. Di fatti, in termini kantiani, si scinde il pensare dal conoscere, in quanto il secondo è frutto di un processo che parte dall’esperienza sensibile, di ciò che è empiricamente presente e in atto, mentre il primo attua processi astrattivo-metafisici di carattere dialettico, tale che ogni idea non empirica rimane indeterminata, possibile o non necessaria.

C’è dunque una metafisica quantistica, la quale deve rendere conto dell’osservatore perché nell’infinito ventaglio di possibilità, almeno una venga posta in atto e diventi poi frutto di una conoscenza empirica diretta. Il dato interessante è che, nonostante a causa dell’indeterminazione si perdano delle informazioni relativamente al sistema osservato, si può comunque procedere all’integrazione delle informazioni sul sistema mediante un processo di completamento cognitivo asincrono. Ossia, si acquistano informazioni diverse sul sistema in momenti diversi per poi unire le informazioni. Questo è noto come principio di complementarietà, formulato da Bohr (2012, 90-98). Lo stesso Bohr estende il suo principio alla realtà umana, sia psichica, sia culturale. Dal punto di vista psicologico, la discontinuità fra stati emotivi e stati razionali implica una impossibilità di compresenza, al pari di come lo sono velocità e posizione per il principio di indeterminazione; tuttavia questo non esclude la possibilità che i due stati vengano successivamente ricondotti a un modello unitario, seppure complesso, che è quello proprio dell’essere umano.

Si ottiene dunque una forte e fondamentale rivalutazione del rapporto soggetto-oggetto, del rapporto uomo-natura e delle reciproche influenze e determinazioni, quasi una sorta di ricambio organico [Stoffwechsel] di marxiana memoria, laddove effettivamente c’è un reciproco e costitutivo influsso nel panorama complessivo della meccanica quantistica e della funzione dell’osservatore. Tuttavia, bisogna considerare che il processo di rappresentazione del mondo mediante categorie trascendentali kantiane, appartenenti ad enti razionali finiti, è spesso suscettibile di estremismi. Di fatto, emergono sempre più costantemente teorie che predicano la totale inesistenza di una realtà empirica, proprio perché essa dipende completamente dal meccanismo di rappresentazione del soggetto. Una sorta di ipertrofia del soggettivismo kantiano, che spesso origina teorie radicali a cui è imponibile una limitazione. L’argomento dell’albero che cade in una foresta, e che ancora non si è capito se faccia rumore o meno, è quello che manda in blocco il sistema del realismo ingenuo e che apre a un realismo sperimentale. Questo, però, non deve confondere il dato oggettivo di una consistenza ontologica del reale, dal modo in cui viene filtrato e interpretato sempre tenendo conto di intrinseci limiti percettivi propri dell’uomo. Oggi, infatti, sta diventando problematico porre quella linea di demarcazione fra l’epistemologia e l’ontologia e si confonde il processo di costruzione del reale mediante certi processi, con la sua stessa esistenza. Il punto dell’epistemologia è il “come è”, ossia come viene elaborata l’informazione esterna che effettivamente è oggetto di determinate variazioni, funzionalmente alle possibilità dell’apparato percettivo-cognitivo. Il punto dell’ontologia è il “cosa esiste” (Varzi, 2008) e di certo neanche nel senso comune si dà la possibilità della negazione totale del reale, a meno che lo scettico non voglia essere preso a bastonate perché gli venga dimostrato che la verza con cui lo si colpisce esiste veramente. Per ritornare al caso dell’albero che cade nel bosco, concretamente il rumore non è l’oggetto fisico-reale ed esistente, ma esso è la sensazione che si produce nell’incontro fra un fenomeno fisico e il soggetto conoscente, mentre un oggetto fisico reale esiste ed è l’onda sonora che si propaga nell’aria, la cui percezione è successiva e non inficia la sua stessa esistenza ontologica. Questo è un accenno dovuto, ma che ovviamente non offre soluzioni, bensì sottolinea problematiche attuali, basti pensare agli sviluppi avuti dal Neorealismo di Ferraris (2012), o dal controverso Biocentrismo di Robert Lanza (2012).

2. L’hasard et la nécessité: Dio gioca a dadi?
L’allontanamento di Einstein dalla meccanica quantistica era principalmente scaturito dal suo forte scetticismo relativo alle implicazioni filosofiche della teoria stessa. Il padre della relatività, infatti, era convinto che ogni nuovo modello della realtà restituisse sì una visione complessa, ma di certo non preda della mera casualità. L’universo dunque non può essere in preda alla probabilità, per cui la teoria dei quanti è da completare nel tempo, non è ancora definitiva. Questa circostanza è paradigmatica della forte diatriba che ha aperto la quantistica nel rapporto tra necessità e caso, un tema che iniziò ad essere fortemente dibattuto soprattutto dopo il primo quarto del XX secolo, anche se la questione non è di certo recente. Paola Dessì, nel testo Causa/effetto, scrive che partendo da Hume e passando da Comte e Heisenberg il principio di causalità necessaria è venuto sempre meno, subendo un colpo definitivo con la meccanica quantistica. Questo non può che avere degli evidenti effetti sul dato antropologico, infatti:

sin dall’antichità, nei termini del rapporto causa-effetto sono stati interpretati il mondo e la nostra conoscenza del mondo, la nozione di ordine della natura e quella di responsabilità, il problema del determinismo e la possibilità della libertà, come pure la questione della continuità fra il mondo naturale e il mondo storico-sociale, cioè della continuità tra uomo e natura (Dessì, 2012, 9).

In realtà, questa considerazione prese piede soprattutto nel periodo moderno con l’affiorare sempre più incessante di modelli meccanicistici, per capire il tipo di lettura basti leggere un solo rigo de Il vero sistema della natura di D’Holbach: «la necessità, che regola tutti i movimenti del mondo fisico, regola anche tutti quelli del mondo morale» (D’Holbach, 1978, 689). L’argomento è di estrema rilevanza perché apre un capitolo molto delicato che rientra nel dibattito etico attuale: quello relativo al naturalismo, che in etica può essere definito come «il tentativo di comprendere la realtà morale, il comportamento pratico e i giudizi di valore morale attraverso una descrizione e una spiegazione basate su metodi, concetti, dati, acquisizioni desunti dalle scienze naturali» (Da Re, 2010, 122). Un tipo di analisi che fa tutt’uno con un processo di “demitizzazione” della presenza dell’uomo nel cosmo, con relativa critica alle forme di antropocentrismo e antropomorfismo e che irrimediabilmente si intreccia con gli sviluppi dell’evoluzionismo (Ivi, 124). Il contraltare di questo indirizzo etico rimane sempre stigmatizzato nella legge di Hume (1993, 496) formulata ne Il trattato sull’intelletto umano, secondo la quale da ciò che è non si può derivare ciò che deve essere, da proposizioni descrittive non possono essere dedotte proposizioni prescrittive. Evitare un tale riduzionismo naturalistico, di fatto, significa salvaguardare la complessità umana e quindi quella forma di dualismo che riporta a Descartes o alla salvaguardia dell’uomo come co-appartenenza ai due domini: quello fisico-naturale e quello pratico-morale. La fisica quantistica assume così un ruolo di estremo rilievo dal punto di vista etico-antropologico, in quanto costituisce una legittimazione scientifica della intrinseca libertà della natura e, nel processo di continuità uomo-natura, legittima anche la libertà umana. Ora, le possibilità sono sostanzialmente due:

  1. Discontinuità natura-uomo che ha una fondamentale implicazione: (i, a) se la Natura è retta da leggi di causalità necessaria, allora si avrà che per discontinuità l’uomo si discosta da questo paradigma e pertanto egli sarà altro dalla Natura; da qui la legittimazione, al di fuori di ogni determinismo, della libertà;
  2. Continuità natura-uomo, da cui si possono derivare due principali risvolti: (ii, a) il paradigma classico, che si rifà al caso (i), per il quale la natura è soggetta a un rigoroso determinismo e quindi tale sarà anche l’uomo, ossia soggetto alle leggi meccanicistiche; (ii, b) il paradigma aperto dalla fisica moderna e della teoria quantistica che, dato per vero il procedimento dialettico di evoluzione e integrazione dei paradigmi scientifici, allora dimostra l’intrinseca validità di un modello che vede il mondo soggetto al caso. E se la premessa della continuità natura-uomo è valida, allora l’uomo sarà intrinsecamente costituito da quella sostanziale indeterminazione propria della Natura, il che legittimerebbe ancora la libertà.

Tuttavia, di fronte a quella che pare un’apparente soluzione, si cela un vincolo, derivante dagli stessi presupposti che si sono adottati per arrivare al punto (ii). Dati i presupposti della filosofia della scienza che vede i paradigmi scientifici in evoluzione e che pone l’evidenza di una potenziale e sempre assoluta incompiutezza dell’immagine scientifica del mondo, allora anche il punto (ii, b) sarà sottoposto a radicale incertezza. Dunque, il problema è che la scienza non può offrire un’immagine decisiva, e inoltre in questa oscillazione tra microscopico indeterminato e macroscopico determinato, in questa coappartenenza, l’uomo esiste in quanto caso/libertà/noumeno e in quanto necessità/fenomeno. Definire se sia assoluto il modello indeterministico o quello deterministico non ha senso nell’orizzonte attuale della filosofia della scienza, che insegna un’eterna approssimazione alla verità e mai il suo compiuto raggiungimento. Unica cosa che è possibile fare, traendo spunto dall’attuale sviluppo delle scienze che si ancorano all’uomo, è quella di prendere consapevolezza dell’imparzialità e non-assolutezza di ogni paradigma scientifico, lasciando aperta e in potentia, mai in actu, l’esistenza di un universo che non potrà probabilmente mai dirsi in senso definitivo come “caso” o come “necessità”. Scrive Rovelli:

Siamo ossessionati da noi stessi. Studiamo la nostra storia, la nostra psicologia, la nostra filosofia, la nostra letteratura, i nostri dei. Molto del nostro sapere è un rigirare dell’uomo intorno a se stesso, come fossimo noi la cosa più importante dell’Universo. Credo che a me la fisica piaccia perché apre la finestra e guarda lontano. Mi dà il senso di aria fresca che entra nella casa (Rovelli, 2014, 9).

Probabilmente anche il determinismo appartiene alla natura proiettiva della coscienza umana e ha dei caratteri antropomorfi: «Quando si è capito che il pensiero scientifico pone il determinismo in tutti i settori che studia, non ne consegue però, come nella formula filosofica, che tutto sia determinato. […] Il determinismo è allora una nozione che contraddistingue il dominio umano sulla natura. Il grande fattore determinante è il fattore umano, fattore umano della scienza umana» (Bachelard, 250). Questo dato antropologico, ancora una volta, è probabilmente quello più rilevante. Infatti, se si considera da un lato la natura proiettivo-antropomorfa (Monod, 2016) che l’uomo ha nei confronti della natura e il suo terribile bisogno antropocentrico, necessario a riscattare una certezza e una stabilità in un cosmo così vasto e complesso, e se dall’altro lato si prende in considerazione l’insieme delle scoperte scientifiche che pongono l’uomo in qualche modo al di là della riflessione su se stesso, così da trascendersi, allora è irrimediabile il verificarsi di una degenerazione schizofrenica. L’uomo, nell’avanzare della conoscenza, pone sé stesso di fronte alla tragica verità che soprattutto la scienza sottolinea: egli è solo nell’immensità di un complesso universo (megascopico), mentre la realtà più piccola è governata dal caso (microscopico). Così, in quello spazio mesoscopico che gli compete, l’uomo si accomoda e ricerca sempre di più una posizione confortevole; ma la conoscenza è troppo progredita per tenere in conto mitologie o teologie che assicurino la posizione dell’uomo al centro dell’universo. Ecco allora giungere un’ulteriore e terribile ferita narcisistica: l’incapacità dell’uomo, in questa meta-riflessione sulla sua condizione, di liberarsi e districarsi da una condizione opprimente e che si nutre della tensione fra le antiche sicurezze e le nuove, veritiere, certezze.

 

Riferimenti bibliografici

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Il parricidio necessario: fisica, filosofia ed epistemologia (22 dicembre 2024)
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