Vivere la filosofia

Moreno Montanari, Vivere la filosofia, Mursia, 2013, pp.158.

L’autore parte dalle riflessioni di alcuni filosofi, a cominciare da Pierre Hadot celebre autore di Esercizi spirituali e filosofia antica, nonché da altri pensatori contemporanei come Zambrano, Foucault e Mancini, per lanciare un invito a vivere la filosofia ossia a sperimentarne la capacità maieutica che chiama alla vita e sprona non solo a farsi domande ma a essere risposte che mettono in moto la vita verso una più compiuta possibilità d’essere. L’invito si fonda sulla riscoperta delle tecniche già praticate dagli antichi e riportate alla luce grazie al lavoro prezioso di Pierre Hadot consistenti in veri e propri esercizi e tecniche spirituali, a cominciare da esercizi base quali: 1) l’esame di coscienza; 2) lo sguardo dall’alto.
L’esame di coscienza, da praticare al termine o all’inizio della giornata, ci consente di verificare a che punto la verità che conosco e che verifico attraverso l’esame di coscienza è riuscita a dare forma, principi e regole alle mia azioni, in un <em>continuum</em> non solo temporale ma anche etico razionale dell’esistenza, la cui realizzazione è stimata in base alla capacità di adeguare la propria vita alle leggi della verità ossia alla natura. Ciò presuppone tuttavia la capacità di uscire dal proprio punto di vista per abbracciare quello universale, del Tutto, e in ciò consiste il secondo esercizio che Hadot definisce dello “sguardo dall’alto”, immaginando se stessi e il mondo da una stella al di fuori della Terra. Sentirsi parte dell’universo, infatti, non riduce il senso di appartenenza all’umano ma sprona a vivere la dimensione mondana secondo le leggi dell’ordine cosmico, trasformando la razionalità e l’armonia, che nell’universo sono necessità fisiche, in leggi morali alle quali tendere per libera scelta, mediante una decisione che tende al medesimo tempo alla verità e alla responsabilità etica.

Nel secondo capitolo l’autore parla del metodo socratico, della ricerca della verità attraverso il dialogo, con se stessi e con gli altri, interrogando se stessi e gli altri. Poiché la capacità filosofica per antonomasia è proprio la capacità di interrogarsi. Il domandare diventa atto filosofico che non si situa nell’ordine della conoscenza ma nell’ordine del sé e dell’essere. La maieutica socratica non aiuta gli interlocutori a partorire la verità riguardo a ciò di cui si sta parlando ma a generare un nuovo modo d’essere, a rigenerare la vita, rendendola autentica. Per esercitare questa persuasione e indurre in questo cammino spirituale è necessario l’amore: verità dell’amore e amore della verità. Non una teoria ma una esperienza che, come tutte le esperienze, resta indicibile ma mostra sé. A questo servono i discorsi filosofici: a mettere in movimento, a stimolare un comportamento che li inveri, a trascendersi come discorsi per incarnarsi in uno stile di vita. Per questo in Socrate non c’è sventura più grande dell’antipatia per il discorso. Attraverso il reciproco confronto che ispira fiducia si realizza un servizio di reciproca chiarificazione e raffinazione dei propri convincimenti, ha luogo quel vicendevole ascoltarsi e interpretarsi per cui ciascuno aiuta maieuticamente il suo compagno a far uscire la verità di se, la verità incarnata che egli è. Quindi il metodo socratico 1) si pone come sapere lucidamente innamorato capace di non appiattirsi sui meri fatti ma di vedere in essi anche le possibilità inespresse; 2) esso sottrae il pensiero al dilagante dominio della ragione tecnica che lo degrada a mero strumento per organizzare efficacemente il discorso e la comunicazione; 3)promuove il pensiero critico; 4) addestra ad esercitare un’immaginazione creativa capace di ripensare criticamente i valori democratici e di problematizzare i punti di vista dominanti, esercitando quella capacità di giudizio che è la più politica tra le attitudini spirituali dell’uomo.

Altra pratica consigliata dall’autore, anch’essa ereditata dagli antichi, è la scrittura. Si tratta cioè di elaborazione di testi pratici che già i filosofi antichi componevano ad uso interno delle loro scuole o come scambio epistolare privato. Ciò allo scopo di annotare riflessioni su se stessi, da rileggere in seguito, o scrivere trattati e lettere agli amici per aiutarli.
Ancora una volta la scrittura è utile a sé e agli altri per favorire la vigilanza mentale che permette di applicare la regola fondamentale alle situazioni particolari della vita. Peculiari sono i “Pensieri a se stesso” di Marco Aurelio o le “lettere” di Seneca. L’autore, sulla scorta di Hadot, considera questa pratica ancora valida per l’uomo moderno anche senza necessità di abbracciare il sistema dottrinario ai quali i filosofi antichi facevano riferimento nell’uso di tali pratiche. L’autore giunge a citare l’esercizio proposto da Romano Màdera consistente in una lectio philosophica in continuità con la lectio divina propria dei Padri della Chiesa della tradizione cristiana, caratterizzata dallo studio e dall’analisi del testo che rimanda al vissuto quotidiano di ciascuno.

Nel quarto capitolo l’autore si confronta con Hadot e Foucault sul pensiero di Aristotele. I primi due pensatori contemporanei infatti considerano non applicabile la categoria di esercizio spirituale alla filosofia dello stagirita il quale si preoccuperebbe invece di costruire una rigorosa architettura concettuale e sarebbe del tutto estraneo a quella idea di conoscenza come trasformazione del proprio modo di essere. In realtà secondo Montanari, Aristotele ne “l’etica nicomachea” si proporrebbe non la pura conoscenza ma un sapere in grado di modellare il modo di essere delle persone per orientarle al bene e alla saggezza attraverso l’esercizio pratico. Anzi, secondo l’autore, Aristotele avrebbe intuito ciò che le neuroscienze oggi hanno dimostrato, cioè che il processo decisionale, cuore della sua proposta etica, si giova dell’esercizio a decidere che fa riferimento non necessariamente al livello cosciente ma anche a esiti di esperienze passate.
Il segnale emozionale non sostituisce il ragionamento vero e proprio ma ha un ruolo ausiliario poiché ne aumenta l’efficienza e lo velocizza. L’abilità della decisione non coinvolge la sola ragione ma è partecipe della ragione e del desiderio, è pensiero desiderante o desiderio pensante. La tradizionale contrapposizione tra ragione e passione è così superata in favore di una visione che le chiama a cooperare alla realizzazione di scelte etiche.
L’etica aristotelica appare, in definitiva, come un un addestramento pratico che permette di sviluppare, acquisire e mettere alla prova nell’incontro con il mondo una particolare sensibilità e capacità etica. Ciò che rende particolarmente interessante la proposta etica di Aristotele è che egli non intende spiegare quale sarebbe la cosa giusta da fare in ogni circostanza eticamente problematica ma fare di noi persone capaci di saperlo valutare di volta in volta, agendo di conseguenza. La sua etica riconosce dunque che la questione “che cosa dovremmo fare?” non è disgiunta da quella che si chiede “che persona dovremmo diventare?”. L’esercizio su di sé al quale l’individuo è invitato a sottoporsi è il punto di partenza di un processo e di un interesse che lo trascendono. Lo scopo è diventare una persona che realizzando se stessa sia al contempo capace di incidere consapevolmente e responsabilmente sulla trama di relazioni sociali alla quale prende parte e di contribuirvi in maniera propositiva.

In epoca ellenistica la filosofia si prefigge dichiaratamente lo scopo di liberare l’uomo dalle malattie dell’anima che è innanzitutto, per dirla con Severino la non-verità che produce angosce, turbamenti, terrori da cui sono affetti i mortali. La filosofia libera dalla malattia dell’anima perché possiede il criterio della verità, cioè la capacità di distinguere la verità dalla negazione.
Mostrando quanto i nostri stati d’animo sono influenzati dalle nostre aspettative, dalla nostra cultura e dalle oltre visioni del mondo, i filosofi ellenistici, e stoici in particolare, aprono la strada a una possibile cura delle passioni mediante la ragione, superando la visione tradizionale che confinava le emozioni, i sentimenti e i desideri come fenomeni irrazionali che l’uomo non poteva che subire passivamente. Gli stoici in particolare sembrano aver compreso che le emozioni non sono un atto meramente privato ma una questione sociale, culturale e politica che chiama in causa il sistema di valori e di regole nel quale viviamo. Ne consegue che l’esame critico dei pregiudizi che informano inconsapevolmente le nostre personali risposte emotive diviene al contempo critica all’ethos vigente e al peso che esso esercita sulla condotta dei singoli individui. La filosofia si presenta così come la via maestra per vivere un progresso spirituale di elevazione verso la saggezza e compito del filosofo è quello di diventare non il saggio ideale e divino ma il saggio tra gli uomini con il compito di descrivere il saggio ideale nel discorso filosofico.
L’imperturbabilità del saggio non deve essere confusa con una forma di imperturbabilità alle emozioni, che sarebbe peraltro impossibile, come dimostrato dalle neuroscienze. Il saggio è tale perché si rivela capace di gestire il livello d’intensità delle passioni, immune dal patologico turbamento delle emozioni. Ancora una volta tale saggezza non può essere raggiunta solo mediante la conoscenza ma attraverso l’esercizio costante. Oggi tali esercizi vengono relegati, alla luce della cultura dominante, soprattutto nell’ambito dello sport, del fitness, della dieta. Ma, anch’essi, praticati coll’esclusivo scopo della prestazione e del potenziamento di sé sono del tutto estranei al senso degli esercizi spirituali della filosofia antica.

L’autore conclude il suo libro con un capitolo dedicato alla speranza la quale, dichiara subito Montanari, non ha goduto presso gli antichi di particolare considerazione. Lo stesso dicasi per il pensiero moderno e contemporaneo. L’autore, tuttavia, partendo dalla definizione di Bloch precisa che la speranza non va confusa né con la fede né con l’illusione. Essa non nega la realtà anzi ne è pienamente fedele in quanto forza che attiva la spinta a realizzare quella piena fioritura dell’umanità che è meta del cammino filosofico. La filosofia con la speranza sono consapevoli che il carattere intrinsecamente trascendente della realtà eccede sempre il mero dato, per cui restarle fedeli significa non fissarla in ciò che è ma, al contrario, aprire alle sue possibili evoluzioni.
La capacità di anticipazione e immaginazione di ciò che non è ancora reale colloca la speranza al centro delle percezione e delle funzioni cognitive, in particolare la memoria. La speranza va vista non solo all’interno della costellazione dei sentimenti e degli affetti ma anche come una dimensione che attraversa l’intera vita soggettiva, anzi, come comprese Leopardi, ne costituisce l’essenza stessa. La speranza obbliga a guardare alla realtà alla luce della verità. La speranza con al filosofia condivide la capacità di vivere la crisi come una opportunità, consente quella trascendenza del negativo la cui forma più feconda, nella filosofia antica, era caratterizzata dal memento mori, la meditazione sulla morte che trasforma la paura della morte nella migliore alleata della vita. Essa infatti mira a favorire una presa di coscienza della vanità dei desideri superflui e illimitati della vita, a stabilire una più autentica priorità delle nostre urgenze e dei nostri valori. L’accento sulla possibilità di cambiare, conclude l’autore, è oggi particolarmente importante per smontare la diffusa cultura dell’apparente ineluttabilità della condizione umana che solo la malafede può farci apparire come tale, perché sono sapevano bene i greci “tutto è sottomesso alla necessità (ananke), eccetto l’indomani le audacia dell’animo umano, che con altro nome chiamiamo Speranza” (Hadot).

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