Segnaliamo con grande piacere la pubblicazione di un saggio di Simone Aurora, ricercatore presso l’Università di Padova, dal titolo Il campo della coscienza. Aron Gurwitsch e la fenomenologia trascendentale, uscito per Orthotes nel 2022. Il contributo è di assoluta rilevanza all’interno del nostro panorama culturale dal momento che ha il singolare merito di introdurre il lettore italiano all’opera – e alla vicenda biografica, raramente come in questo caso – del filosofo lituano Aron Gurwitsch, vissuto tra il gennaio del 1901 e il giugno del 1973, attivo soprattutto in Germania e in Francia a cavallo tra i due conflitti mondiali e poi negli Stati Uniti. Continue Reading
Uno sguardo eretico su Merleau-Ponty
Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, uscito nel 2024 per la collana «Eredi« di Feltrinelli (Taddio 2024), è l’ultimo libro di Luca Taddio, professore associato presso l’Università di Udine: un testo introduttivo – ma non divulgativo – al pensiero del fenomenologo francese e della panoramica dei suoi molteplici campi di indagine. In questo studio, Taddio si impegna a ripercorrere per intero gli snodi concettuali del pensiero di Merleau-Ponty a partire dalla prima apparizione de La struttura del comportamento, titolo risalente al 1938, sino a Il visibile e l’invisibile, l’ultima opera rimasta purtroppo incompiuta e che sarebbe stata edita in Francia solo nel 1964, vale a dire a tre anni dopo la prematura scomparsa del filosofo. Per Taddio si tratta del coronamento di una riflessione ventennale sul pensiero fenomenologico, dalle sue origini sino ai suoi approdi più originali e forse insperati, come del resto attesta l’ampiezza della sua odierna produzione scientifica.

Il libro di Taddio si inserisce in un filone interpretativo di per sé vasto all’interno del nostro paese, che da sempre ha riconosciuto una particolare attenzione, quando non favore, all’opera di Merleau-Ponty; questo almeno a partire dalla mediazione apportata da Enzo Paci negli anni Cinquanta, pioniere italiano del movimento fenomenologico di seconda generazione. Da allora numerosi interpreti e filosofi italiani hanno infatti dedicato a Merleau-Ponty una lettura attenta, uno sguardo interessato, un momento di riflessione quasi mai occasionale. Su tutti, mi piace ricordare il testo di Luca Vanzago, Merleau-Ponty che usciva per Carocci nel 2012, e del quale il lavoro di Taddio si pone in proficua scia concettuale (Vanzago 2012). L’apparire del senso non propone però, in questo caso e in primo piano, una ricostruzione storica del percorso intellettuale di Merleau-Ponty – nonché della sua trasformazione da fenomenologia della percezione a ontologia della carne – ma predilige un approccio più diretto e puntuale alle questioni teoriche che via via si propone di affrontare, di risolvere, o di mostrare al pubblico contemporaneo secondo una nuova luce. L’originalità del testo sta proprio in questa particolare scelta stilistica e ermeneutica, molto apprezzabile, che fa rivivere le classiche questioni merleau-pontyane nel confronto con le sfide o gli interrogativi più cogenti del nostro tempo, appoggiandosi con competenza a quesiti di filosofia della scienza o della tecnologia più attuale e stringente. Si tratta di un approccio già perseguito da Etienne Bimbenet, in Francia, e che ha consentito di riproporre quando non introdurre alcuni tratti del pensiero merleau-pontyano nel dibattito scientifico contemporaneo, e di farlo con coerenza (cosa affatto scontata). Anche Taddio dà così nuova linfa al testo di Merleau-Ponty attestandone il carattere di fondamentale apertura e di sempre rinnovata interrogazione, all’interno e oltre gli stilemi interpretativi del suo tempo e del nostro presente.
Merleau-Ponty fu lettore di Husserl, nonché commentatore attento e interessato degli esperimenti condotti dalla psicologia della Gestalt dei primi decenni del Novecento, delle considerazioni della biologia evoluzionistica, ma anche, più prosaicamente, amante del teatro e della letteratura, come l’amico-nemico Jean-Paul Sartre. La poliedricità dei suoi interessi traspare pienamente nei suoi lavori, nei riferimenti che li impreziosiscono, e negli intenti che li ispirano. La sua fenomenologia sperimentale insegna, infatti, ad «accogliere i fenomeni nella loro complessità» (Taddio 2024, 18), naturale e primitiva, senza ridurre questi portati alle prerogative della soggettività costituente, come invece prefiggeva l’idealismo trascendentale di Husserl e di maggiore ispirazione neo-kantiana. Ecco che allora lo spazio, ma soprattutto il tempo, diviene la coordinata principe per cogliere quel farsi struttura di soggetto ed oggetto, dell’apparire in rilievo delle figure che rimangono sullo sfondo percettivo e, finalmente, per abbracciare genuinamente quella dimensione estetica e pienamente sistematica che già da sempre intratteniamo nella relazione con gli altri soggetti e con le cose che ci circondano, e sulle quali non deteniamo mai una presa assoluta, come chiarisce altresì il misterioso concetto di «carne» (Taddio 2024, 87), e di chiasmo, ne Il visibile e l’invisibile. Al contrario, come dimostra il caso della pittura nel pensiero di Merleau-Ponty e che Taddio ha il merito di riprendere e sottolineare con pregnanza in questo testo, le cose e il loro significato si disvelano esattamente nel processo del loro divenire tali, anche considerando, forse paradossalmente, il carattere a tratti contraddittorio di quest’esperienza di nascita costante e imperitura del senso, per come essa prende corpo della prassi percettiva e espressiva, nel caso della produzione artistica che si dipana «in una sola realtà» (Taddio 2024, 15), sebbene secondo gradi di approfondimento differenti.
L’esperienza è proprio il nome di questo curioso concorso, vale a dire di questo mutuale rapporto genetico-costitutivo tra noi e le cose, l’istituzione, come dirà Merleau-Ponty in un corso universitario del 1954, di questa strada non tracciata o pretracciata sulla quale tutti noi camminiamo, un cammino avventuroso che non prevede né fine né un vero e proprio inizio al suo corso, ma solo una «virtualità» (Taddio 2024, 94) che non può cessare di comunicarsi e propagarsi nella storia dell’uomo. All’interno di questo campo, trascendentale, di divenire – e che non disprezza nemmeno accenni deleuziani, nella lettura di Taddio, con e oltre la fenomenologia e la sua «grammatica« (Taddio 2024, 92) – la «stabilità» (Taddio 2024, 36) offerta dalla percezione è sempre provvisoria, l’equilibrio e la sua ricerca sempre differiti nello «spessore» (Taddio 2024, 139) di un presente, come rimarca l’autore in uno dei capitoli più riusciti di quest’opera, a proposito della temporalità. Proprio quest’ultima prevede costitutivi e propositivi sconfinamenti di senso, sia verso il futuro della proiezione che, stranamente, verso la misteriosa e più recondita profondità del passato, e quindi della ritenzione, come del resto insegna la lezione di Proust, e che Merleau-Ponty recupera soprattutto nei corsi universitari dedicati a Il problema della parola (2020), nonché al già citato ciclo su Istituzione e passività (2023).
Ritengo che al lavoro di Taddio vada riconosciuto il merito di aver fatto proprio uno stile eretico, come altresì suggerisce proprio il titolo di un suo saggio, apparso nel 2004 (Taddio 2004), ovvero di aver scelto di lasciare andare alla deriva e quindi sconfinare, appunto, una prospettiva interpretativa e di significato che prima non c’era, o perlomeno che non era ancora presente con questa pregnanza all’interno del contesto offerto dalla già di per sé vasta letteratura secondaria merleau-pontyana in Italia. Per queste ragioni, penso che questo libro possa altresì aprire a proficue interrelazioni e ibridazioni di senso con altre branche della filosofia contemporanea e, perché no, anche della scienza più esatta o dura, come lo stesso Merleau-Ponty avrebbe auspicato a suo tempo, in virtù dell’ampia gamma di riferimenti che la sua opera prende in considerazione.
Bibliografia
- Merleau-Ponty, Maurice. 2020. Le problème de la parole. Cours au Collège de France. Notes, 1953-1954. Genève: MetisPresses.
- Merleau-Ponty, Maurice. 2023. L’istituzione, la passività. Corso al Collège de France (1954-1955). Prefazione di Claude Lefort. (Edizione italiana a cura di Giovanni Fava e Riccardo Valenti) Milano-Udine: Mimesis.
- Taddio, Luca. 2004. Fenomenologia eretica. Saggio sull’esperienza immediata della cosa. Milano-Udine: Mimesis
- Taddio, Luca. 2024. Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, Milano: Feltrinelli.
- Vanzago, Luca. 2012. Merleau-Ponty, Roma: Carocci.
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L’a priori e la sua espressione in Mikel Dufrenne
Mikel Dufrenne (1910-1995) è stato un importante fenomenologo francese. In questo articolo mi vorrei concentrare sul concetto di ‘espressione’ nella sua prosa. Per “espressione” intendo il processo comunicativo mediante cui il soggetto conosce, forma e comunica i suoi vissuti o stati d’animo ad altri soggetti in grado di comprenderli. Come cercherò di chiarire, per Dufrenne è necessario che il soggetto si esprima, ovvero che esso si comunichi esteriormente e renda le sue condotte leggibili ad altri, al fine di avere contezza dei suoi stessi sentimenti e del loro valore immediatamente condiviso. È negli altri che il soggetto trova le proprie conferme o smentite; è dal confronto con gli altri che è in grado di riconoscersi ed edificare il senso dell’identità personale. È nell’esteriorità delle sue manifestazioni che il soggetto dimostra di avere un’interiorità, una profondità che trapela in superficie. Continue Reading
Le due montagne e l’estetica del paesaggio
Henri Maldiney (1912-2013) è stato uno tra i maggiori rappresentanti della corrente fenomenologica in Francia. In linea con gli aspetti più innovativi di questo movimento, volto alla rettifica della teoria della percezione da possibili pregiudizi idealistici, qui mi concentrerò su alcuni dei caratteri più originali della sua teoria estetica. In particolare, lo farò sulle descrizioni di Maldiney offerte allo studio del paesaggio nel quale il soggetto della sua fenomenologia può trovarsi calato. Ritengo che ciò si renda rilevante perché il filosofo francese ha dedicato alcuni saggi all’apprezzamento del senso di spaesamento e vertigine che l’osservatore può sperimentare al cospetto di luoghi maestosi. Ciò rappresenta, inoltre, un elemento di novità rispetto ai lavori dei pensatori del suo tempo. Continue Reading
Jan Patočka alla prova della contemporaneità
La polemica del nostro tempo
Vi è spazio per ritenere che la famigerata “instabilità” contemporanea (moderna o post-moderna che sia) (Hobsbawm 1994) abbia in fondo riservato una buona dose di clemenza nei confronti di un congruo numero di isole coerentistiche tutto sommato resistenti al turbamento dell’epoca. La nozione di crisi, bruciante centro gravitazionale di una temperie culturale ormai decisamente fuori moda, pare avere qua e là lasciato il posto alla possibilità di erigere forti strutturazioni concettuali a sostegno di rivendicazioni sempre più cogentemente tendenti ad una chiusura (apparentemente?) irrefutabile. Se è chiaro infatti che il diffondersi di tradizioni (gli antichi “usi e costumi”) (Remotti 2011) eteroclite lascia spazio all’impressione circa il quadro di un’età ormai preda di un dissenso “anti-” o “post-” veritativo, è parimenti chiaro che tale condizione di diffrazione si raggiunge soltanto in virtù di un criterio giustappositivo che presuppone una forte strutturazione interna degli elementi dissonanti.
Insomma, tempo variopinto, ma pugnacemente oppositivo, e dunque irrigidito nelle sue contraddizioni ferree e “a-dialogiche”. E, del resto, l’ingessatura (necessariamente retrograda) non esime le nostre punte di diamante, giacché «anche gli scienziati (…) sono dei conservatori e fanno di tutto per difendere le loro convinzioni» (Remotti 2008, 5-6), e «Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più» (Montaigne 1588).
S’intende dunque fissare nel merito della validità la rivendicazione scientifica (e scientista) per cui sarebbe funzione di una retta conduzione della razionalità umana fissare il nocciolo di verità implicito nella struttura di ciò che costituisce la realtà. Ancora recentemente si è infatti avuto modo di sostenere che «science constitutes our best chance at limning [“nel descrivere”, t.d.a.] the true structure of reality» e che «if any knowledge tells us the way the world is, it is scientific knowledge» (Kincaid 1996, 5); la filosofia, in questo senso, non può certo esimersi dal tentativo di comprendere.