La filosofia politica classica

Presentiamo ai nostri lettori, per la pausa estiva di agosto, cinque testi di grandi autori che riflettono sulla Filosofia, sul suo ruolo e sulla sua importanza.

Buona lettura e buona estate a tutti!

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La filosofia politica classica
di Leo Strauss

La filosofia politica classica è caratterizzata dal fatto che essa era messa direttamente in relazione con la vita politica. Infatti, fu solo dopo che i filosofi classici ebbero esaurito il loro compito che la filosofia divenne definitivamente «stabilita», e cominciò cosí ad allontanarsi dalla vita politica. Da allora in poi, i rapporti dei filosofi politici con la vita politica, nonché la loro comprensione di essa, sono stati determinati dall’esistenza di una filosofia politica ereditaria: da allora la filosofia politica è stata messa in relazione con la vita politica attraverso la mediazione di una tradizione della filosofia politica. Questa, essendo appunto una tradizione, diede per scontato la necessità e la possibilità stessa della filosofia politica. Tuttavia tale tradizione, che ebbe origine nella Grecia classica, fu respinta nel XVI e nel XVII secolo in favore di una nuova filosofia politica. Ma questa «rivoluzione» non riuscí a ricostruire il rapporto diretto con la vita politica che era esistito all’inizio: la nuova filosofia politica fu messa in relazione con la vita politica tramite la mediazione dell’ereditata nozione generale di filosofia politica o di scienza politica, e tramite la mediazione della moderna scienza naturale, o anche della reazione ad essa, e tramite una serie di concetti base ereditati dalla tradizione filosofica, per quanto disprezzati o ignorati.

A determinare l’orientamento e la prospettiva della filosofia politica classica fu il suo diretto rapporto con la vita politica. Di conseguenza conservò tali sue caratteristiche, mantenne quel diretto rapporto almeno fino ad un certo grado. Il mutamento fondamentale a questo riguardo comincia con la nuova filosofia politica dell’inizio del periodo moderno e raggiunge l’apice nella scienza politica dei giorni nostri. La differenza piú sorprendente tra la filosofia politica classica e la scienza politica attuale è che quest’ultima non è più interessata a ciò che costituiva il problema guida della prima: la questione cioè del migliore ordine politico. D’altro canto, la scienza politica moderna è molto interessata ad un tipo di problema che fu, in notevole misura, di minore importanza per la filosofia politica classica: vale a dire il problema riguardante il metodo.

Ora, entrambe le differenze debbono essere fatte risalire ad una stessa causa, cioè al diverso grado di immediatezza col quale la filosofia politica classica da una parte e l’attuale scienza politica dall’altra sono in rapporto con la vita politica.

La filosofia politica classica cercò di raggiungere il suo fine accettando le distinzioni base prodotte nella vita politica esattamente nello stesso senso e con lo stesso orientamento col quale vengono effettuate nella vita politica medesima, riflettendovi e cercando di comprenderle nel miglior modo possibile. Non partí da distinzioni tanto basilari quanto quelle tra «stato di natura» e «stato civile», tra «fatti» e «valori», tra «realtà» e «ideologia», tra «mondo» e «mondi» di società differenti, o tra «Io, Me, Tu e Noi», distinzioni, queste, che sono estranee e perfino sconosciute alla vita politica come tale e che trovano origine solo nella riflessione filosofica o scientifica. Né cercò di portare ordine nel caos dei «fatti» politici che esiste solo per coloro che affrontano la vita politica da un punto di vista estraneo ad essa, cioè da quello di una scienza che non è in modo essenziale un elemento della vita politica stessa. Invece, essa seguí con cura e perfino scrupolosamente l’articolazione che è inerente e naturale alla vita politica e ai suoi obiettivi.

I problemi principali della filosofia politica classica, e i termini coi quali essa li definì, non erano specificamente filosofici o scientifici; erano questioni sollevate nelle assemblee, nei consigli, nei circoli e nei gabinetti di Stato, ed erano espressi in termini intelligibili e familiari perlomeno a tutti gli uomini adulti sensati, vale a dire in termini di esperienza quotidiana e di uso ordinario.Tali problemi mostrano di possedere una gerarchia naturale la quale alimenta la vita politica, e di qui la filosofia politica con il suo orientamento fondamentale.

Ora, nessuno può fare a meno di distinguere tra questioni di minore, di maggiore e di suprema importanza, nonché tra questioni del momento e questioni sempre presenti nelle comunità politiche; e infatti gli uomini savi applicano intelligentemente queste distinzioni.

Analogamente si può dire che anche il metodo della filosofia politica classica fu offerto dalla stessa vita politica. Questa, infatti, è caratterizzata da conflitti tra uomini che fanno valere rivendicazioni tra loro contrastanti. Coloro che avanzano una richiesta di solito credono, e nella maggior parte dei casi dicono, che ciò che rivendicano è a beneficio della comunità in genere. Praticamente in tutti i casi tali rivendicazioni sono avanzate, a volte sinceramente a volte no, in nome della giustizia. Anche le rivendicazioni opposte sono basate su opinioni di ciò che è bene o giusto, e per giustificare le loro pretese le fazioni contrarie avanzano propri argomenti. Pertanto il conflitto richiede un arbitro per una decisione ragionevole che dia a ciascuna fazione ciò che veramente merita. Parte di ciò che è necessario per prendere una tale decisione è offerto proprio dalle opposte fazioni, e la stessa insufficienza di questo materiale parziale – una insufficienza ovviamente dovuta alla sua origine di parte – addita la strada al suo compimento da parte dell’arbitro.

Ora, l’arbitro per eccellenza è il filosofo politico. Egli cerca di risolvere quelle controversie politiche che sono di suprema e di permanente importanza. Anche questa visione della funzione del filosofo politico, che egli cioè non debba essere un partigiano «radicale» che nella guerra civile preferisce la vittoria all’arbitraggio – è di origine politica: è dovere del buon cittadino far sí che il conflitto civile cessi, e creare, mediante la persuasione, la concordia tra i cittadini. Quindi, per prima cosa, il filosofo politico si presenta come un buon cittadino che può adempiere a questa funzione nel migliore dei modi e al piú alto livello.

Strauss, Leo. 1988. Gerusalemme e Atene. Torino: Einaudi.

Foto di British Library su Unsplash

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