Affermare è negare (16.II)

Riprendiamo a seguire il Wittgenstein del Tractatus: ciò di cui il pensiero rapportante-commisurante vuole essere immagine e raffigurazione (propp. 2.1 e 3) è il mondo, inteso come “la totalità dei fatti” (prop.1.1), la “totalità degli stati di cose sussistenti” (prop. 2.04), “la realtà nel suo complesso” (prop. 2.063). Se anche sia possibile raffigurare i fatti nel pensiero-linguaggio (ammesso, ma non concesso), “che” il mondo ci sia, si dia e si offra al pensare, non è né ammesso né concesso: “non come il mondo è, ma che esso è, è il mistico” (prop. 6.44). Lo “sforzo” di “dire il mondo” ha lo stesso destino dello sforzo di dire Dio: è vano. Per dirla alla greca, ogni dire è πρὸς ἡμᾶς, relativo alle nostre categorizzazioni e, dunque, sempre finito e “de-finente”. La stessa totalità dei definiti (i fatti) non può essere “detta” κατὰ φύσιν, di per sé; anche quel “tutto limitato” che è il mondo (prop. 6.45) sfugge al dire. Continue Reading