Erasmo tra timore del Principe e disprezzo della plebe

Desiderio Erasmo da Rotterdam, noto anche come principe degli umanisti e precettore d’Europa, è stato un filosofo sui generis. Pur non avendo scritto nessun trattato specifico di filosofia, la vastità dell’erudizione classica, l’immensa mole degli studi filologici, l’appello alla libertà dell’uomo, la volontà di rinnovare il cristianesimo, i suoi scritti etico, morali e politici, ne fanno insieme una sorta di Plutarco della modernità e un precursore di Montaigne. Uomo di cultura straordinaria, viaggiatore instancabile, Erasmo è uno dei primi grandi intellettuali europei e non a caso il progetto culturale dei giovani più importante del continente si ispira al suo nome. 

Nonostante questa sua statura, l’influsso di Erasmo sulla cultura europea non ebbe quel rilievo assoluto che doveva e poteva avere. Non ci riferiamo a quei tanti filosofi e pensatori che, come nel caso di Bruno, consideravano Erasmo un maestro da cui trarre immagini e figure concettuali. Il riferimento va piuttosto alle due grandi potenze culturali e politiche del periodo in cui visse, veri e propri vasi di ferro in mezzo ai quali il riformatore olandese si ritrovò ben presto schiacciato, la chiesa cattolica da una parte, il luteranesimo dall’altra: amico di entrambi, si ritrovò di entrambi nemico a causa della tolleranza e della ispirazione pacifista del suo pensiero. La chiesa lo accusò di eresia censurando e vietando i suoi scritti; Lutero lo rimproverò di debolezza e di parole vuote. 

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Faber, la follia e la ragione (note a margine di un concerto)

La follia dei sapienti, la ragionevolezza dei folli.

Il tentativo di tracciare una linea di confine, per magari scoprire che una precisa linea di confine non c’è.

 Senza la Follia, spesso accompagnata da una buona dose di coraggio, non avremmo forse avuto Galilei, la Rivoluzione Copernicana, ma nemmeno i Girasoli di Van Gogh o le Sonate di Beethoven.

Sono trascorsi cinque secoli da quando Erasmo da Rotterdam scrisse uno dei capolavori della storia del pensiero, l’Elogio della Follia, che della follia stessa riuscì a cogliere non solo l’aspetto deteriore e distruttivo, ma anche e soprattutto quello etico, quel lato della follia che, in nome di una incondizionata affermazione dei valori umani, spinge a innalzarsi al di sopra del conformismo ottuso e dei parametri rigidi imposti dalla tradizione, meritando perciò un giusto elogio.

Pensavo, sabato notte, sdraiato su un prato della periferia perugina, a quanto di quella follia sorridente, di cui Erasmo tesseva l’elogio, avremmo fortemente bisogno ancora oggi, non solo per l’abbondante raccolto di saggezza che essa può offrirci, ma soprattutto perché dell’altra follia, quella della violenza, dell’inquinamento, della discriminazione, dell’ottusità, vediamo fin troppo bene ogni giorno la furia erosiva, potenzialmente capace di cancellare la sopravvivenza stessa della nostra specie e della vita sulla terra.

Ci pensavo, in quella notte di fine estate, ascoltando uno dei tanti tributi al più grande cantastorie italiano del secolo scorso, il genio umano e musicale di Fabrizio De André.

Se è vero, come diceva Ippocrate, padre della Medicina, che il più formidabile dei farmaci, potente più di qualsiasi panacea, è la parola, mi ha quasi trafitto il pensiero di quanto manchi, ai nostri giorni volgari, impoetici, l’eco dei pensieri e dei versi, per non dire delle raffinatissime sonorità, di un artista come Faber.

La  stessa esistenza del musicista genovese fu un vulcano alimentato direttamente dal centro della terra, in possesso di una  materia incandescente che si estese molto lentamente arrivando fino alle strade e alle case della gente,  toccando tutti i nodi e tutte le corde della comunicazione, dell’emozione, delle nostre infinite contraddizioni. Con il loro calore interno, le sue canzoni si sono modellate sulle cose, rimanendovi poi scolpite nel tempo. Nacquero così le sue liriche: non a caso la parola poesia deriva da “poièsis” e significa costruire, modellare.
Nelle sue ballate è possibile ricostruire una intera storia dell’umanità, che  dai Cori della Tragedia greca passa alla Chanson de Roland e agli Chansonniers francesi, suoi legittimi eredi con la “poesia per musica”,  fino a planare, leggero ma anche tagliente, sui cancelli della poesia religiosa, della poesia medievale e barocca, della poesia narrativa di taglio epico, satirico o romantico, della tradizione nordamericana e della “beat generation”, per giungere alla straordinaria summa rappresentata da  Creuza de mä, insuperabile affresco di culture, lingue, dialetti, tradizioni. Ma sono soprattutto le sue storie, le storie di Marinella, di Miché, di Bocca di Rosa, storie di ordinaria follia e di commovente umanità, così simili eppure così distanti dalle miserevoli cronache dei nostri giorni, a spingermi a questo insignificante, ennesimo omaggio. Perché quelle storie, nel profondo, sono le storie di ognuno di noi, quando alla censura dei nostri comportamenti stereotipati e sottilmente ipocriti, dietro cui ci nascondiamo, scegliamo la folle amorevolezza e incomprensibilità del cuore e delle sue ragioni.

“Osservate –scriveva il filosofo olandese nell’Elogio con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia”.

Quanto ci manchi Erasmo. Quanto ci manchi Faber.

Giovanni Marinangeli