La vita come pericolo e salvezza contro il danno della storia

L’interpretazione del percorso storico ha da sempre costituito uno degli elementi di maggiore interesse per il pensiero occidentale, soprattutto per quello filosofico. Se da un lato il passato va studiato e compreso, dall’altro, affinché tale attività raggiunga il proprio scopo – cioè favorire la sopravvivenza – occorre poter determinare il futuro conseguentemente. Una delle interpretazioni che hanno avuto sicuramente più successo è lo storicismo di matrice hegeliana, ossia il riconoscimento di un telos all’interno del percorso storico per cui esso sarebbe il farsi atto dello Spirito Assoluto. In altre parole, tutto ciò che accade è espressione di ciò che deve essere, per il semplice fatto che è così e non altrimenti che l’ha voluto lo Spirito nel suo farsi Mondo. Un atteggiamento che spinge nel passato le radici del futuro e subordina l’universalità della ragione e il suo potere, al giudizio della storia. Questo totale depotenziamento della dimensione umana ha incontrato diverse critiche, ma nessuna dirompente come quella messa in tavola dal giovane Nietzsche nella sua II inattuale Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Punto di partenza di una riflessione che lo accompagnerà per tutta la sua vita e che porterà il suo slancio verso un futuro diverso, faccia a faccia con le radici più antiche del pensiero.

Lo storicismo, ovvero l’errore fondamentale
Nella seconda inattuale, Nietzsche si contrappone con forza alla “malattia storica” per riaffermare il primato della vita. Inebriata dai fumi dell’hegelismo e dalla suggestione di essersi finalmente compresa come vertice dell’intero percorso storico, la cultura tedesca è velocemente degenerata nell’idolatria del fatto. Ogni evento viene rapidamente ricondotto in seno alla storia, fagocitato dalla voracità dell’implacabile dominio esercitato dalle sue leggi sul tempo. Non si avvede, questo uomo tardo ottocentesco, che questo sentirsi il compimento della natura, in realtà, sta uccidendo la sua di natura, il suo essere forza plastica e creatore. L’elemento decisivo di questa evoluzione del rapporto col passato, è stata l’elevazione della storia al rango di scienza. Tale mutazione, ha fatto sì che il dominio della storia sul passato si estendesse anche al futuro, facendone “la scienza del divenire universale”, il campo in cui l’osservazione dei fatti passati consente di individuare le leggi che renderanno prevedibili quelli futuri. Nasce qui la fiducia che gli “uomini storici” ripongono nel divenire e nella sua capacità di portare alla luce, in futuro, il senso dell’esistenza e con esso la felicità. A questo serve capire il presente alla luce del passato, a desiderare più ardentemente il futuro. Di questo essi s’illudono, che questo presunto potere previsionale, capace di rendere apparentemente controllabile il divenire, possa comunque garantire loro un futuro. Questa è la grande battaglia di Nietzsche, mostrare che lo storicismo è l’esatto contrario di una prospettiva futura. Esso è la soppressione degli istinti vitali che costituiscono il nutrimento di ogni futuro possibile. Bisogna riscoprire il valore dell’oblio. Rinnegare il peso di un passato dominato dal factum infectum fieri nequit, per accettare la nostra esistenza come un qualcosa d’imperfetto «che non può mai essere compiuto». Solo elevandosi al rango di “sovrastorico” l’uomo potrà uscire da questa fase crepuscolare, solo volgendosi all’arte e alla religione riuscirà a comprendere che non c’è alcuna salvezza nel processo e che il mondo è completo in ogni suo attimo. Ma com’è stato possibile questo sovvertimento? Come ha fatto l’uomo a rinnegare la sua forza vitale in nome della conoscenza?

Luci e ombre su Platone
Fu Platone, sulle orme di Parmenide, il responsabile di tutto questo. Secondo Nietzsche, la sua scissione tra “mondo vero” e “mondo sensibile” ha instillato il seme che poi ha condotto l’uomo a rinnegare i valori della vita. Perché questa tesi platonica è stata il grimaldello che ha spalancato al cristianesimo le porte verso il potere. Platone, che la presenta al mondo attraverso la dottrina delle idee, vuol solo legittimare la superiorità dei sapienti. Questi ultimi sono gli unici in grado di allungare lo sguardo verso l’Iperuranio per poi decifrarlo agli uomini. Così facendo, ponendo la Verità oltre il mondo, Platone ha permesso a questo fenomeno religioso di far presa sulle paure degli uomini promettendo un futuro migliore grazie al telos incontrovertibile posto dalle leggi di Dio all’interno del divenire. L’approccio storico classico, dominato dal mito dell’età dell’oro e della sua inesorabile decadenza, viene completamente ribaltato, e a quel senso di declino da contrastare attraverso la politica, subentra la fiduciosa adesione al processo storico quale manifestazione di una divinità che saprà ricompensare oppressi. Ecco un altro grande tema della critica nietzscheana, l’annichilimento della vita promosso da Socrate e dalla sua morale «utilitaristica e plebea». Porre il male e la malvagità come fenomeni legati all’ignoranza del bene, ossia di ciò che è veramente utile all’uomo, completa il quadro della volgarizzazione del platonismo operata dai cristiani. Tutte le forze prevaricatrici che avevano animato ed elevato il mondo classico, sono state relegate al rango di meri accidenti lungo il percorso d’ascesa al mondo vero. Ciò che di violento c’era nella vita è stato finalmente disinnescato grazie al potere della storia.

Eppure non nacque per questo la speculazione platonica, questo lo riconosce Nietzsche. Anzi, proprio nella sua opera più umana, La Repubblica, Platone non manca di sottolineare come le sue posizioni fossero ben lontane dal sostenere la salvezza per tutti. Il sistema di governo aristocratico-oligarchico indicato in quest’opera, altro non è che la celebrazione di una società in caste che sacrifica un gran numero individui, gli schiavi, per celebrare il dominio di pochi individui superiori. L’affinità a quest’altro tipo di formulazioni platoniche, Nietzsche la rivela in tutta chiarezza nel saggio Lo Stato Greco, dove mostra profonda ammirazione per la civiltà greca e la sua capacità di riconoscere tanto la spregevolezza del lavoro, quanto la necessità della schiavitù – elemento ancora perfettamente presente anche negli stati moderni sebbene sotto mentite spoglie, come quelle del lavoro regolamentato, appunto. Lavoro e schiavitù sono onte necessarie, la “base terribile” della sfinge su cui s’innalza la bellezza dell’arte, la massima espressione della natura umana. Al servizio della sua emersione, è necessario che una maggioranza viva al servizio e in funzione di una minoranza «sottratta alla lotta per l’esistenza, per produrre un nuovo mondo di bisogni di cui non vergognarsi». D’altro canto, se la schiavitù è necessaria non c’è più alcun valore assoluto dell’esistenza, ma «ogni uomo […] acquista una dignità solo in quanto sia […] uno strumento del genio; […] al servizio di scopi ignoti, l’uomo può giustificare la propria esistenza». Ecco dunque che per Nietzsche, lo Stato perfetto di Platone si configura come la celebrazione di una dottrina segreta sul collegamento tra Stato e genio. 

Per un ritorno dell’aristocrazia
Ora i tempi sono cambiati, non c’è più modo di progettare uno Stato capace di regolamentarsi in funzione dell’emersione di individui superiori – tanto più che nemmeno ai tempi Platone riuscì a tramutarlo in realtà. Ora il tutto si deve spostare sul piano individuale. È questa l’aristocrazia di cui parla Nietzsche in Al di là del bene e del male, questo il senso della riaffermazione della morale dei signori. Recuperare quei valori per dare vita ad un processo di formazione delle menti, quindi un processo culturale, che li liberi del giudizio morale viziato dalla prospettiva storica per riaffermare il primato della vitalità e delle sue forze. È molto pericoloso il terreno su cui approda il messaggio nietzscheano, perché riporta alla luce idee sepolte sotto secoli di storia, senza che i tempi siano effettivamente maturi. Lunga è la strada che porta all’emersione del superuomo, molti i margini di fraintendimento nel sostenere che rendere gli uomini uguali è sacrificare le vette in nome della mediocrità e che solo riaffermando il dominio dei superiori la vita potrà tornare ad evolversi. 

Se siano stati davvero Platone, Hegel e Nietzsche i grandi ispiratori dei totalitarismi questo non potrà mai essere determinato in maniera incontrovertibile. Ciò che invece si può dire invece, è che aveva ragione Nietzsche: non è svuotando la storia della sua componente violenta e brutale che ci si può avvicinare alla verità, non è affidando il nostro futuro alle certezze del passato che sapremo far fronte al divenire che incalza.

 

Foto di Mathias Faust da Pixabay

Andrea Cimarelli è laureato in filosofia con una tesi su Emanuele Severino e la lettura dell'Eterno Ritorno nietzschiano. Si è occupato di Nietzsche e di Giorgio Colli.

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