L’Antigone di Hegel,il femminile tragico e ironico. Anzi,criminale

In uno dei testi più noti della letteratura occidentale, Sofocle racconta la vicenda di Antigone che, per seppellire il cadavere di suo fratello Polinice caduto nella guerra voluta da Creonte, contravviene alla legge dello Stato che vietava gli onori funebri a chi avesse infranto le sue leggi. Per tal motivo, l’episodio è diventato paradigmatico del rapporto spesso conflittuale tra l’adesione alla legge divina e l’obbedienza alla legge civile con la protagonista che dopo essere stata condannata, finirà per togliersi la vita. Figura centrale della tragedia che porta il suo nome, Antigone ha ispirato filosofi come Schelling, Kierkegaard, Heidegger e Derrida ma l’interpretazione più nota è stata quella di Hegel che ha utilizzato il personaggio come strumento di un lungo esperimento mentale per mettere alla prova non solo la relazione tra legge divina e legge umana ma anche quella tra il singolo e la comunità finanche quella tra maschio e femmina. Lo scenario controfattuale, che giustifica l’inserimento dell’allegoria nella galleria degli esperimenti mentali, è costituito dalla lunga serie di conseguenze che si producono a seguito della scelta di Antigone. Come sempre, quando si tratta del filosofo dell’idealismo assoluto, le vie attraverso le quali si realizza il risultato finale non sono affatto scontate anche perché Hegel finisce per utilizzare l’eroina greca per dare una certa immagine della donna che è stata poi oggetto di radicale contestazione da parte di alcune correnti della filosofia contemporanea.
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Tu chiamali se vuoi esperimenti filosofici mentali

Quante volte nella vita di ogni giorno utilizziamo esempi, immagini, metafore per rendere più chiari pensieri la cui spiegazione sarebbe altrimenti prolissa e faticosa? Allo stesso modo, fin dalle sue origini, la filosofia ha fatto uso di tali strumenti per formulare e dare risposta ai problemi metafisici e concettuali nei quali è riposta la sua natura. È stata proprio la filosofia greca ad incominciare tale prassi utilizzando quel mito che aveva fino ad allora nutrito la religione. Da quel momento, non è esistito filosofo che non sia ricorso almeno per una volta nella sua produzione scritta e orale a tali figure retoriche (chiamate anche con il nome di paradossi, experimenta crucis, allegorie, studio di casi, ipotesi). L’ultimo nome per designarle (oggi di moda) è quello di esperimenti filosofici mentali per i quali si sono spesso tuttavia intesi, soprattutto a causa della filosofia analitica, casi estremamente specifici e tecnici. Ogni terza domenica del mese, RF dedicherà a loro una serie (in qualsiasi modo essi si vogliano chiamare) non solo per comprendere i contesti da cui sono scaturiti e i problemi teorici ad essi sottesi ma anche come esercizio filosofico utile per imparare a pensare.

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Faber, la follia e la ragione (note a margine di un concerto)

La follia dei sapienti, la ragionevolezza dei folli.

Il tentativo di tracciare una linea di confine, per magari scoprire che una precisa linea di confine non c’è.

 Senza la Follia, spesso accompagnata da una buona dose di coraggio, non avremmo forse avuto Galilei, la Rivoluzione Copernicana, ma nemmeno i Girasoli di Van Gogh o le Sonate di Beethoven.

Sono trascorsi cinque secoli da quando Erasmo da Rotterdam scrisse uno dei capolavori della storia del pensiero, l’Elogio della Follia, che della follia stessa riuscì a cogliere non solo l’aspetto deteriore e distruttivo, ma anche e soprattutto quello etico, quel lato della follia che, in nome di una incondizionata affermazione dei valori umani, spinge a innalzarsi al di sopra del conformismo ottuso e dei parametri rigidi imposti dalla tradizione, meritando perciò un giusto elogio.

Pensavo, sabato notte, sdraiato su un prato della periferia perugina, a quanto di quella follia sorridente, di cui Erasmo tesseva l’elogio, avremmo fortemente bisogno ancora oggi, non solo per l’abbondante raccolto di saggezza che essa può offrirci, ma soprattutto perché dell’altra follia, quella della violenza, dell’inquinamento, della discriminazione, dell’ottusità, vediamo fin troppo bene ogni giorno la furia erosiva, potenzialmente capace di cancellare la sopravvivenza stessa della nostra specie e della vita sulla terra.

Ci pensavo, in quella notte di fine estate, ascoltando uno dei tanti tributi al più grande cantastorie italiano del secolo scorso, il genio umano e musicale di Fabrizio De André.

Se è vero, come diceva Ippocrate, padre della Medicina, che il più formidabile dei farmaci, potente più di qualsiasi panacea, è la parola, mi ha quasi trafitto il pensiero di quanto manchi, ai nostri giorni volgari, impoetici, l’eco dei pensieri e dei versi, per non dire delle raffinatissime sonorità, di un artista come Faber.

La  stessa esistenza del musicista genovese fu un vulcano alimentato direttamente dal centro della terra, in possesso di una  materia incandescente che si estese molto lentamente arrivando fino alle strade e alle case della gente,  toccando tutti i nodi e tutte le corde della comunicazione, dell’emozione, delle nostre infinite contraddizioni. Con il loro calore interno, le sue canzoni si sono modellate sulle cose, rimanendovi poi scolpite nel tempo. Nacquero così le sue liriche: non a caso la parola poesia deriva da “poièsis” e significa costruire, modellare.
Nelle sue ballate è possibile ricostruire una intera storia dell’umanità, che  dai Cori della Tragedia greca passa alla Chanson de Roland e agli Chansonniers francesi, suoi legittimi eredi con la “poesia per musica”,  fino a planare, leggero ma anche tagliente, sui cancelli della poesia religiosa, della poesia medievale e barocca, della poesia narrativa di taglio epico, satirico o romantico, della tradizione nordamericana e della “beat generation”, per giungere alla straordinaria summa rappresentata da  Creuza de mä, insuperabile affresco di culture, lingue, dialetti, tradizioni. Ma sono soprattutto le sue storie, le storie di Marinella, di Miché, di Bocca di Rosa, storie di ordinaria follia e di commovente umanità, così simili eppure così distanti dalle miserevoli cronache dei nostri giorni, a spingermi a questo insignificante, ennesimo omaggio. Perché quelle storie, nel profondo, sono le storie di ognuno di noi, quando alla censura dei nostri comportamenti stereotipati e sottilmente ipocriti, dietro cui ci nascondiamo, scegliamo la folle amorevolezza e incomprensibilità del cuore e delle sue ragioni.

“Osservate –scriveva il filosofo olandese nell’Elogio con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia”.

Quanto ci manchi Erasmo. Quanto ci manchi Faber.

Giovanni Marinangeli