I conti con Schmitt

Già il titolo del Ritiro prevedeva un compito arduo: I conti con Schmitt. Come si fanno i conti con un filosofo così spigoloso, la cui compromessa biografia si affaccia continuamente nell’analisi dei suoi testi? I conti con Carl Schmitt è necessario farli, però, come ha mostrato il professor Ernesto Sferrazza Papa nel corso dei tre giorni del XXII Ritiro Filosofico, poiché il nostro è un tempo schmittiano. E, forse, provocatoriamente ma nemmeno troppo, potremmo dire che tutti i tempi sono tempi schmittiani.

Schmitt, infatti, è un pensatore che si muove all’interno di categorie come crisi, conflitto, disordine, guerra e sui lembi di queste ritaglia il proprio sguardo. Un pensatore radicale, non tanto e non soltanto per il carattere estremo del suo pensiero, quanto piuttosto perché egli è andato alla radice delle idee che lo interessavano.

1. Il concetto di politico
Nella prima sessione è stato importante ripercorrere il contesto nel quale l’opera e il pensiero di Schmitt sono nati e hanno iniziato a prendere forma. Nel 1919, infatti, in Germania nasce la Repubblica di Weimar, esperienza che termina nel 1933. Già nel 1922, all’età di 34 anni, Schmitt scrive un testo particolarmente critico nei confronti di quell’esperimento social-democratico. Per il giurista tedesco, infatti, la Repubblica di Weimar rappresentava l’emblema della debolezza politica la quale non aveva a cuore il mantenimento dell’ordine. In quel testo, intitolato icasticamente Teologia-politica, Schmitt recuperava una categoria moderna contro il pensiero liberale. I liberali di Weimar, infatti, avevano la presunzione di credere che la politica fosse guidata dal pensiero “razionale”, che si risolvesse nella discussione e nella mediazione verso un punto d’incontro tra posizioni diverse e tutte legittime. Detto in altro modo, la politica così intesa è politica borghese, è puro vocis inconsistente.

La politica, dice quindi Schmitt criticando aspramente l’impianto teoretico su cui si fondava la Repubblica di Weimar, non si può riassumere al discutere o all’amministrare l’esistente. La vera politica è quella che decide sullo e nello stato di eccezione. E per Schmitt lo stato d’eccezione rappresenta, nel diritto, ciò che nella teologia è il miracolo. Il miracolo, infatti, come spiegava lo stesso Spinoza anche nel Trattato Teologico-Politico, non si spiega con le leggi di natura, è qualcosa che lo eccede e lo ricomprende. Allo stesso modo lo stato d’eccezione non si spiega con il discorso giuridico. In definitiva, quindi, il fondamento della politica (ovverosia dello stato d’eccezione) è una autolegittimazione del Sovrano, collegata a un Dio che non riconosce alcuna forma di razionalità ed è davvero onnipotente.

Nel 1927 Schmitt scrive uno dei suoi saggi principali, Il concetto di politico, nel quale amplia queste idee e definisce una delle categorie schmittiane per eccellenza. Assunto che per Schmitt lo Stato è lo stato moderno europeo, quello di matrice hobbesiana, post-Westfalia, è bene subito sottolineare che la categoria del politico precede e supera lo Stato. Il politico è la capacità di decidere chi è il proprio nemico. Il nemico è ciò che, polemicamente (polemos), permette al politico di trovare una identità; produrre il proprio nemico, quindi, è un gesto identitario, nella misura in cui ogni identità è differenziazione. Omnis determinatio est negatio, del resto. Il Sovrano, in definitiva, nel momento in cui fa politica identifica il proprio nemico (e di conseguenza nasce l’altra categoria, quella dell’amico), poiché così facendo determina e decide (altro essenziale termine schmittiano) chi è.

Alla base di tutto ciò vi è, al contempo, una considerazione antropologica figlia del più radicale Hobbes. L’antropologia che Schmitt presuppone non è certo quella rousseauiana o quella borghese dei liberali di Weimar; per Schmitt non possiamo fare finta che gli uomini siano buoni e civili di per sé.

L’ultimo passaggio della prima sessione ha quindi affrontato l’idea della politica della guerra. In questa, infatti, il politico (ma anche l’uomo in sé) mette in gioco la possibilità della sua stessa morte. Parallelamente, come per il dispositivo di riconoscimento del nemico, la guerra è un modo di identificarsi; non si combatte una guerra per un’idea (per la democrazia, ad esempio) ma sempre contro un nemico. E questa, la guerra, è da considerarsi un trascendentale della politica, è quindi condizione di possibilità dell’agire politico stesso.

2. Figure del nostro tempo
La seconda sessione si è concentrata su alcune figure del nostre tempo che, in vari modi, hanno ben rappresentato il nemico di qualcuno. Il nemico, si è già detto in altro modo, è una definizione dell’identità, è una macchina logica che può, però, avere dei contenuti. Le figure dell’inimicizia, dunque, possono riempire tale dispositivo logico. L’excursus storico delle figure dell’inimicizia ci conduce, inevitabilmente, ai moderni che hanno normalizzato l’idea della guerra e della presenza dei nemici nel rapporto conflittuale con gli altri. Per Schmitt si esce da questa posizione abbandonando la giusta causa, arrivando alla definizione di un nemico giusto. Questi vanno definiti e il conflitto con loro deve essere formalizzato, reso pubblico; lo stato di guerra non è sottaciuto, è al contrario evidenziato. Vi sono delle figure, però, che per loro stessa natura, sfuggono a questa logica e che, pur guerreggiando, si sottraggono alle regole stesse del conflitto. Una di queste – quella più a lungo analizzata – è il partigiano.

Il partigiano è, dice Schmitt, l’ultima sentinella della terra, il nemico che non indossa la divisa ma parteggia, appunto, per qualcuno. Il partigiano è un nemico irregolare, si camuffa, è mobile, si sposta, lavora per imboscate. A differenza del soldato (ovvero dell’uomo regolare che è addestrato per fare la guerra) il partigiano ha un impegno politico, perché lotta per quella che egli considera una giusta causa. Tutto questo lo rende un corpo estraneo a quella politica della guerra che Schmitt ha cercato di perimetrare, così da dare fondamento alla politica stessa attraverso il conflitto.

In definitiva, tutte le figure laterali e non inquadrabili (come il partigiano, il pirata, il terrorista) spaventano per la loro uscita dal canone della guerra che, invece, fonda e spiega i rapporti tra gli stati.

3. Le guerre contemporanee
La terza sessione di lavori era finalizzata alla discussione delle guerre contemporanee e, per certi versi, alla comprensione di ciò che Schmitt può ancora dirci del nostro tempo (schmittiano, appunto). C’è però una premessa da fare per arrivare in fondo a questo percorso: i valori, dice Schmitt, sono intrinsecamente polemici. Ogni affermazione valoriale significa concepire disvalori, parallelamente alla dialettica che si apre con l’affermazione di una differenza che conduce alla definizione di un’identità. Eppure, i valori sono ciò su cui si basa l’essenza di una comunità politica, sono la dimensione intorno alla quale si fonda una società e, per questo, hanno un potere polemico. Vi è, dice Schmitt, una tirannia del valore all’interno della quale il valore stesso impone la sua logica e si contrappone ai valori degli altri. Eccolo il conflitto profondo e radicale che da più parti si è cercato di azzerare, senza risultati.

Le guerre contemporanee – delle quali Schmitt aveva già visto la dinamica “evolutiva” – sono guerre verticali. La rivoluzione spaziale verso l’alto apre a una nuova dimensione del conflitto, perché nella guerra che si apre al cielo è giusto chiedersi se si è ancora all’interno di un rapporto di reciprocità. C’è simmetria nella guerra aerea e prodotta coi droni? Vi è la possibilità di un duello? Oppure siamo in presenza di una caccia, nella quale sono previsti cacciatore e preda, in un rapporto che non può essere capovolto?

Il nomos, ovvero il sinolo di ordinamento e localizzazione, la definizione dello spazio e della individuazione spaziale dell’ordinamento, è – dice Schmitt – ispirato dalla terra. La terra, dunque, contiene il suo diritto, il suo nomos. Quanto di questo dispositivo resta con l’espulsione della guerra dal campo di lotta?

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Nelle prossime settimane pubblicheremo altro materiale attinente ai temi trattati durante il XXII Ritiro Filosofico

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