Nel secondo dei due estratti che pubblichiamo da L’uomo è antiquato (1956), Günter Anders descrive il meccanismo per cui l’uomo è sempre più spinto a sentirsi e ad agire come una macchina

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La vergogna prometeica che trasforma l’uomo in macchina
di Günter Anders

L’uomo posto di fronte a se stesso, invece di trovare se stesso, trova qualche cosa che è già conforme al mondo delle macchine; scopre di essere una parte della macchina.

Oppure: L’uomo si è già volontariamente integrato nella macchina (ovvero nel mondo delle macchine, preso nel suo insieme); ma, poiché la completa conversione in macchina, la «fedeltà alla linea», la consustanzialità non gli riescono, ritrova nonostante tutto ancora se stesso invece di una parte di macchina.

Nel primo caso l’io trova se stesso in veste di es; nel secondo caso l’es trova se stesso in qualità di io. Non c’è bisogno di soffermarsi sulla prima delle due possibilità, perché è già antiquata. L’uomo che Chaplin ha rappresentato in Tempi moderni: l’essere che, persino quando non manovra più la sua macchina, esegue ancora, involontariamente e automaticamente, i movimenti che si addicono alla macchina, e che constata quindi sconcertato o terrorizzato di essere già divenuto un pezzo di meccanismo, questo essere chapliniano non esiste. La rappresentazione è distorta. 

Ciò che sconcerta il modern man è, al contrario, che quando, inserito nel funzionamento della macchina, egli non dovrebbe «veramente» essere altro, non desidera «veramente» di essere altro che una «rotella», è tuttavia ancora un residuo con carattere di io. Quel che lo spaventa è, per esempio, che non gli riesce di mantenersi in sincronismo con il trasportatore a nastro davanti al quale si trova, sia perché gli scorre davanti a velocità troppo forte, o perché il suo corpo non è capace di adattarsi alla combinazione di movimenti necessaria per l’operazione richiesta; oppure perché è immerso nei suoi pensieri; oppure semplicemente perché sente prurito e pagherebbe chissà cosa per potersi grattare. A nessun altro pezzo di congegno potrebbe accadere qualche cosa di tanto scandaloso.

Ma cominciamo dal principio: dunque dal processo necessario anzitutto per acquistare familiarità con l’andatura della macchina. Esaminiamo se già a questo stadio si produce una dicotomia dell’identità dell’io. Chi si è mai trovato ad affrontare per la prima volta un lavoro in una catena di montaggio sa quale sforzo sia necessario per trasformare la prima presa di contatto in un adeguamento all’andatura della macchina, ossia per mantenersi in sincronismo con la macchina in movimento; e conosce anche l’angoscia di non riuscirvi. Dato che questo compito di adeguamento è di ogni giorno, l’antinomia che vi è insita rimane di solito sconosciuta. Ma quando ci si rende conto che il lavoratore deve concentrare tutto se stesso nello sforzo di inserirsi nel tempo e nel ritmo della macchina per poter lavorare senza sforzo; che gli si chiede il più attento autocontrollo per avviare un automatismo; che deve concentrarsi per non funzionare quale se stesso, si ammetterà che il compito è paradossale. 

Le espressioni comuni «adattamento» ed «esercizio» sono soltanto i nomi dell’operazione, ma non indicano affatto la contraddizione contenuta in ciò che si pretende da chi agisce; che si cancelli, cioè, in quanto agente, che trasformi la sua azione in un processo puramente automatico (e per di più eteronomo); e quando questa trasformazione è riuscita, si pretende persino che tenga sotto scrupoloso controllo tale automatismo. Nemmeno l’affermazione che, in fin dei conti, qualsiasi azione eseguita a mezzo di uno strumento, sia essa dar colpi di martello o suonare il violino, richiede un «adattamento» e non per questo qualche cosa di contrario alla dignità umana, nemmeno tale affermazione smentisce la natura paradossale del compito. 

Certo anche il violinista deve adattarsi al suo strumento; e deve anche tirare l’arco come lo richiedono lo strumento e l’andamento della musica, e persino preoccuparsi che ciò gli diventi «naturale». Tuttavia, in confronto al compito di adattamento del lavoratore, il suo compito è senz’altro umano e scevro di contraddizioni in quanto, esercitandosi, può rimanere attivo senza ambiguità, poiché trasforma il suo strumento in una parte del suo corpo (di cui allarga il campo di espressione) e lo incorpora nel suo organismo come un nuovo organo; mentre l’operazione di addestramento del lavoratore – vera e propria inversione di questo compito – consiste nel fare di se stesso un organo della macchina, nel lasciarsi incorporare nell’andatura della macchina, nel riuscire a essere incorporato – insomma si vuole che egli si adoperi attivamente alla propria passivizzazione e la compia egli stesso. Non si può negare la natura paradossale di tale pretesa. 

In altre parole: invece di essere lui stesso il centro, egli deve tentare con tutte le sue forze di concentrazione di trasferire il suo centro nella macchina, quindi deve essere se stesso e non deve essere se stesso a un tempo. Questa formula ci è nota. Nella nostra digressione sulla vergogna essa ci era servita per definire la duplice identità di colui che si vergogna. Naturalmente non è un caso se essa compare già a questo punto: nella descrizione della familiarizzazione iniziale del lavoratore con l’andatura della macchina. Difatti ci troviamo già nell’ambito del problema della vergogna. Anzi nel bel mezzo, se ci rendiamo conto quand’è che l’uomo, posto di fronte a se stesso, sente acutamente tale dicotomia.