Nelle ultime pagine del suo capolavoro, Il tramonto dell’Occidente pubblicato in varie edizioni tra il 1918 e il 1923, Oswald Spengler descrive l’avvento della macchina, le sue conseguenze e la figura che dovrebbe dominarla.

La Macchina e l’ingegnere
di Oswald Spengler

L’inventore e lo scopritore faustiano sono qualcosa di unico nel loro genere. L’impeto elementare del loro volere, la forza illuminante delle loro visioni, l’energia

inflessibile della loro riflessione pratica debbono apparire inquietanti e inintelligibili a chiunque li consideri dal punto di vista di altre civiltà, ma a noi tutti son passati nel sangue. L’intera nostra civiltà ha una anima da scopritore. Scoprire ciò che non si vede, trarlo nel mondo illuminato dello sguardo interiore per potersene impadronire, questa fu, fin dal primo giorno, la passione più tenace della civiltà faustiana. Tutte le sue maggiori scoperte si sono maturate lentamente nel profondo, sono state annunciate e provate da precursori per poi prorompere con la necessità di un destino. Esse tutte eran già vicine nelle speculazioni compenetrate di religiosità dei monaci del primo gotico. 

Proprio qui si può scorgere l’origine religiosa di tutto il pensiero tecnico. Questi inventori che nelle celle dei loro conventi pregando e digiunando strappavano a Dio i suoi segreti, sentivano in ciò un servizio divino. È qui che è nata la figura di Faust, que- sto grande simbolo di una autentica civiltà di inventori. La scientia experimentalis, come Ruggero Bacone definì per primo l’indagine della natura, l’interrogazione violenta della natura per mezzo di leve e di viti, ha dato inizio a ciò il cui risultato ci sta oggi dinanzi agli occhi: lo spettacolo di pianure cosparse di camini di fabbriche e di altiforni. Ma tutti quei primi indagatori erano esposti al pericolo che il diavolo mettesse mano nella cosa per condurli in spirito su quel monte, dove ad essi veniva promessa ogni potenza della terra. È quel che significa il sogno di strani Domenicani, come Petrus Peregrinus, che pensavano che scoprendo il perpetuum mobile, a Dio sarebbe stata sottratta la sua onnipotenza. Ma essi sempre di nuovo soggiacquero alla tentazione; essi strapparono alla divinità i suoi segreti per divenire essi stessi Dio. Essi spiarono le leggi del ritmo cosmico per usar violenza su di esso e così crearono l’idea della macchina, piccolo cosmos obbediente esclusivamente alla volontà dell’uomo. Con ciò essi oltrepassarono quel limite sottile, di là dal quale per la religiosità orante degli altri cominciava il peccato, e ciò causò la loro rovina – da Bacone fino a Giordano Bruno. La macchina è cosa del diavolo: questo è il sentimento che sempre ha avuto il vero credente. 

La passione per l’inventare si tradisce già nell’architettura gotica – la si confronti con la voluta povertà di forme di quella dorica – e in tutta la nostra musica. Essa si manifesta nella stampa e nelle armi a lunga portata. A Colombo e Copernico seguono il telescopio, il microscopio, gli elementi chimici e tutto l’insieme dei procedimenti tecnici del primo Barocco.

Ma poi, contemporaneamente al razionalismo, si giunge alla scoperta della macchina a vapore che sovverte tutto e trasforma dai fondamenti l’immagine dell’economia. Fino ad allora la natura aveva avuto la parte di una coadiutrice; ora la si riduce ad una schiava e il suo lavoro, quasi per scherno, lo si calcola secondo cavalli-vapore. Dalla forza muscolare del negro sfruttata nelle aziende organizzate, si passò alle riserve organiche della scorza terrestre dove l’energia vitale di millenni è immagazzinata sotto specie di carbone, e infine lo sguardo si è portato sulla natura anorganica, le cui forze idrauliche sono state già arruolate ad integrare quelle del carbone. Coi milioni e i miliardi dei cavalli-vapore la densità della popolazione raggiunge un livello che nessun’altra civiltà avrebbe mai ritenuto possibile. Questo aumento è conseguenza della macchina, la quale vuol essere servita e diretta, in cambio centuplicando le forze di ogni individuo. E’ con riferimento alla macchina che la vita umana va ora a rappresentare un valore. Il lavoro diviene la grande parola d’ordine del pensiero etico. Già nel diciottesimo secolo esso in tutte le lingue aveva perduto il suo significato negativo originario. La macchina lavora e costringe l’uomo a lavorare insieme ad essa. Tutta la civiltà è giunta ad un tale grado di attivismo, che sotto di essa la terra trema. (…)

E queste macchine nella loro forma sono sempre più disumanizzate, sempre più ascetiche, mistiche, esoteriche. Esse avvolgono la terra con una rete infinita di forze sottili, di correnti e di tensioni. Il loro corpo si fa sempre più spirituale, sempre più chiuso. Queste ruote, questi cilindri, queste leve non parlano più. Ciò che in esse è più importante è più importante si ritira all’interno. La macchina è stata sentita come qualcosa di diabolica e non a torto. Agli occhi del credente essa rappresenta la detronizzazione di Dio. Essa pone la causalità sacra nelle mani dell’uomo e questi la mette silenziosamente, irresistibilmente in moto con una specie di preveggente onnisapienza (…)

Mai come oggi un microcosmo si è sentito così superiore al macrocosmo. Oggi vediamo piccoli esseri viventi che con la loro forza spirituale hanno ridotto il non vivente a dipendere da loro. Nulla sembra eguagliare un simile trionfo che è riuscito ad un’unica civiltà e forse solo per la durata di qualche secolo.

Ma proprio per tal via l’uomo faustiano è divenuto schiavo della sua creazione. Nelle sue mosse così come nelle sue abitudini di vita egli sarà spinto dalla macchina in una direzione sulla quale non vi sarà più né sosta, né possibilità di tornare indietro. Il contadino, l’artigiano, perfino il commerciante appaiono d’un tratto insignificanti di fronte a tre figure cui lo sviluppo della macchina ha dato forma: l’imprenditore, l’ingegnere e l’operaio industriale. In questa civiltà, e in nessun’altra al di fuori di essa, da un piccolo ramo dell’artigianato, cioè dall’economia dei manufatti, si è sviluppato il possente albero che oscura ogni altra professione: il mondo economico dell’industria meccanica. E questo mondo costringe sia l’imprenditore che l’operaio industriale ad obbedirgli. Entrambi sono gli schiavi, non i signori della macchina che ora comincia a manifestare il suo occulto potere demonico. Ma se le attuali teorie socialistiche hanno solo voluto vedere il rendimento dell’operaio non avanzando che per il lavoro di questi le loro rivendicazioni, un tale lavoro è tuttavia reso possibile esclusivamente dall’attività decisiva e sovrana dell’imprenditore. Il famoso detto del braccio possente che fa arrestare tutte le ruote è un errore. Per fermarle, non c’è bisogno di essere operai. Ma per tenerle in moto, non basta essere operai. È l’organizzazione, è il dirigente che costituisce il centro di tutto questo regno artificiale e complesso della macchina. Il pensiero, non il braccio, tiene insieme un tale regno. 

Ma proprio per questo, per mantenere in piedi siffatto edificio perennemente pericolante, una figura è ancor più importante della stessa energia di nature dominatrici in veste di imprenditori che fa scaturire dal suolo intere città e che sa trasformare l’immagine del paesaggio una figura, che nelle lotte politiche si è soliti dimenticare: l’ingegnere, sapiente sacerdote della macchina. Non solo il livello ma la stessa esistenza dell’industria dipendono dall’esistenza di centinaia di migliaia di menti qualificate e ben addestrate che dominano e fanno progredire incessantemente la tecnica. L’ingegnere è propriamente il silenzioso dominatore e il destino dell’industria meccanica. Il suo pensiero è come possibilità quel che la macchina è come realtà. Si è temuto, materialisticamente, l’esaurirsi dei giacimenti di carbone. Ma finché esisteranno degli scopritori di sentieri di un rango superiore pericoli di tal genere saranno inesistenti. 

Solo quando questo esercito di inventori, il cui lavoro intellettuale forma una interna unità con quello della macchina, non avrà più una posterità, l’industria malgrado la presenza di imprenditori e di operai si spegnerà. Anche se la salute dell’anima dei migliori delle future generazioni venisse considerata più importante di tutta la potenza della terra e se per influenza di quella mistica e di quella metafisica che oggi stanno soppiantando il razionalismo il sentimento del satanismo della macchina guadagnasse terreno in una élite spirituale sollecita di quella salute sarebbe l’equivalente del passaggio da Ruggero Bacone a Bernardo di Chiaravalle anche in questo caso nulla arresterà la conclusione di questo grande dramma dello spirito nel quale le forze materiali hanno solo una parte secondaria.

L’industria occidentale ha spostato le vie già seguite dal commercio delle altre civiltà. Le correnti della vita economica si portano verso le sedi del «re carbone» e le arce ricche di materie prime; la natura viene saccheggiata, tutta la terra viene offerta in ololcausto al pensiero faustiano sotto specie di energia. La terra che lavora è l’essenza della visione faustiana; nel contemplarla muore il Faust della seconda parte del poema, nella quale il lavoro dell’imprenditore ha avuto la sua suprema trasfigurazione. È la suprema antitesi all’esistenza statica e sazia del periodo imperiale antico. L’ingegnere è il tipo più lontano dal pensiero giuridico romano ed egli otterrà che la sua economia abbia un proprio diritto: un diritto nel quale le forze e le opere prenderanno il posto delle persone e delle cose.