Il testo che qui presentiamo è del francese Lucien Duplessy, autore di un libro dal titolo L’uomo e la macchina, apparso tra la prima e la seconda guerra mondiale. L’estratto è stato pubblicato dalla rivista italiana La Torre nel numero 6 del 15 aprile 1930.

Foto di British Library su Unsplash

La macchina e la morte dell’anima
di Lucien Duplessy

Che cosa è per noi la macchina? Una amica? Una nemica? Coloro che hanno ancora il ricordo del brivido che una quindicina d’anni fa (durante la prima guerra mondiale, ndr) era in loro provocato dai meccanismi di morte, pensano che i delitti della macchina si limitano là. Dopo, molti si sono riconciliati con essa. Altri non pensano che all’accidente, alle catastrofi economiche, o, ancora, al mostruoso sperpero delle risorse naturali che essa esige. Misfatti visibili e romantici, che per cosí dire, appunto come tali, non sono quelli da temer di più. 

È quando sembra lavorare per il nostro bene che la macchina, soprattutto, è pericolosa. Giacché allora i suoi misfatti restano nascosti, se un’analisi attenta, se una posta d’ogni istante, non li scopre. Tutti i servizi che essa ci rende hanno questo di comune: essi sono speciali. Le trovate tecniche in apparenza piú felici, ci sono sempre funeste per un qualche verso. Esse non sono che attentati d’una varietà infinita contro il nostro corpo: ci dispensano da ogni esercizio fisico, avvelenano l’aria delle città, sopreccitano i nervi, adulterano i nutrimenti, intristiscono la gente di città che d’altronde la macchina recluta senza cessa tra gli uomini delle campagne.

Questo benessere fallace ha almeno a suo vantaggio il favorire la cultura intima, il progresso morale, il dispiegamento della personalità umana? No: è artificiale e materiale. Da solo, non saprebbe orientarci verso preoccupazioni di un ordine diverso.

Al contrario, ed è qui che essa nuoce nel modo piú insidioso, la macchina è contro lo spirito. Non v’è punto intermedio: bisogna optare, e lo spirito non ha un nemico peggiore di questa sua creatura, di cui si mostra troppo fiero. La macchina è nata dallo spirito, ma è una caricatura, un residuo dello spirito. Essa è per lui deleteria, quanto, per esempio, l’acido urico lo è per i nervi che tuttavia hanno presa una parte capitale della produzione di esso.

Io non pretendo difendere gli interessi della classe «intellettuale», e nemmeno lo spirito in quanto suo monopolio. Se si dimostrasse che una tale classe è un impaccio per il compimento dei destini umani, io accetterei senza mormorare la sua sorte, che sarebbe di scomparire. Io voglio parlare dello spirito in generale, dello spirito nella forma comune a tutti.

Ora, cominciamo col signore della macchina: il «tecnico» Che ameno «signore»! Che cosa fa essa del suo cervello? È vero che in un certo senso essa riserva all’intelligenza il miglior posto. Ma solo a quell’intelligenza che, con la sua forma, è compatibile con la macchina stessa, o che acconsente di lavorare al suo modo. Essa meccanizza le intelligenze che le si votano, le costringe a non esercitarsi più che su delle quantità, o su delle qualità che sono esse stesse delle quantità. Ovvero, se si preferisce, essa non si serve che di intelligenze meccanizzate. E come, per la sua natura, la macchina tende a essere tutto, cosí noi corriamo verso un’epoca in cui lo spirito sarà condannato a non essere più niente se non accetta di esser tutto intero per la macchina.

L’operaio, si sa fin troppo bene a che cosa essa l’abbia ridotto. Che non ci si venga a dire che essa ha sempre bisogno di operai qualificati, piú istruiti, forse, degli antichi artigiani. Che meraviglioso sofisma! Quanti sono questi specialisti? Prima, chi lavorava con le proprie mani, beneficiava di quella specie di cultura che per sé stessa era un mestiere. Adesso, un’orda di paria assiste la mente dei meccanismi di cui uno solo – quello che li ripara – conosce i segreti. Nel bracciante l’intelligenza, per un capovolgimento vendicativo della materia che si credeva di assoggettare, è decaduta al rango di uno schiavo della macchina. 

E, ancora, persino nei riguardi dell’operaio qualificato, la specializzazione a oltranza restringe il campo dello spirito, e limita le cose alle quali egli si interessa. Tecnica è l’opposto di cultura. La specializzazione chiude l’accesso all’universale, all’umano. Chi diviene un tecnico, cessa di essere uomo.

Nel riguardo di tutti gli altri, che senza creare o servire la macchina, se ne servono soltanto, essa rende inutili i lunghi studi. A che scopo imparare a scrivere, a calcolare, a dipingere, a cantare, a suonare il violino? Ben presto la radiofonia, col suo giornale parlato e le sue conferenze, ci dispenserà forse dal saper leggere…

Meglio di noi, ecco un’insidia fatale per lo spirito: giacché dal punto di vista esterno tutto è in favore del tecnico: e bisogna avere l’idea e il coraggio di andar in fondo alle cose per disingannarsi. Ora, ben pochi, e sempre meno, comprendono la virtù fecondatrice dello sforzo, anche se infruttuoso. Conosco una bambina che cominciava lo studio del piano. Un ingegnere inglese, al quale lo enunciava, le rispose: « Oh, difficile! serve di piú un piccolo piano meccanico ». È uno humor straziante, poiché esso illumina sino a molto in fondo: la macchina invita a tener conto soltanto dei risultati.

Ogni giorno lo spirito umano abdica in favore delle cose una delle sue attribuzioni; ogni giorno meccanizza uno dei suoi atti specifici. Cosí rientra dolcemente nello stato d’inerzia, portatovi dall’eccesso delle sue imprese. Qualche specialista basterà per metter su degli ausiliari privi di pensiero che penseranno per noi, e il resto del gregge riscivolerà verso l’abbiezione primitiva. Perfezione delle macchine, inerzia dei cervelli: i due termini si equilibrano.

Inoltre, si disconosce che la perfezione tecnica scaccia il divino caso della mano spinta dallo spirito, e tutta la parte umana che, in un’opera, rappresenta l’arte. Ma il tecnico si preoccupa ben poco del bello! Egli l’ignora, e quindi l’uccide non pure nel suo cuore, ma anche dato che egli ha la potenza a tanto cose. L’officina è brutta e imbruttisce tutto intorno a essa. In ciò che essa produce, il fattore estetico è l’ultimo al quale si pensi. E l’ingegnere non esita mai a radere, saccheggiare e annegare un paesaggio, un resto del passato, un angolo di verdura, per installarvi le sue fabbriche, i suoi cantieri, le sue ferrovie, le sue dighe. La sua produzione sterile e forsennata non ha alcuno scopo fuori di se stessa: essa non sa contribuire al vero benessere dell’uomo, che non saprebbe esistere senza la gioia delle cose dell’arte e della natura. 

La macchina demoralizza tutto ciò che tocca. Anche la piú semplice, volgare automobile fa di chi la conduce un altro uomo. A costui, bastano dei buoni movimenti riflessi, e i suoi atti precisi non si accompagnano con nessun moto del cuore. Egli non si sente piú della stessa razza di chi va a piedi. Il motore e il suo padrone costituiscono un’associazione, una simbiosi ebbra di velocità, gelosa dello spazio.

Il tecnico è senz’anima. Per lui conta solo ciò che può essere contato. In primo luogo: il denaro, fattore essenziale nei suoi calcoli. Il denaro, dunque la forza. Il suo immoralismo lo fa complice delle casseforti. Egli ne è il furiere. Il suo sogno si traduce sempre, in ultima analisi, in termini di lucro o di dominio.

E la macchina intacca altresì la nostra personalità, la nostra autonomia. Più essa soddisfa i nostri bisogni, più questi si sviluppano in numero e in intensità. Ogni nuova invenzione, dopo il gradimento che dura poco, non ci lascia che l’incapacità di far a meno di essa. La nostra vita è arrestata dagli ingombri della tecnicità malsana e tirannica. La macchina nel servirci ci rende servi. Essa stordisce il nostro volere, la nostra agilità di decisione, la nostra disinvoltura dinanzi all’imprevisto. Fornendoci un eccesso di prodotti senza durata che bisogna rinnovare continuamente, essa ci trascina verso lo sperpero e l’instabilità mentale, e ci fa perdere quel rispetto per le cose che non è lontano dal rispetto per gli esseri.

Per dirla in sintesi, la macchina uccide in noi ciò che è propriamente l’uomo. In modo duplice: con i servigi che essa richiede, e con quelli che essa rende, essa con un’azione costante e insensibile, ci modella a sua immagine. Essa crea a immagine sua il suo creatore: un automa senza cuore, senza individualità, senza vita interiore. Con essa, tutto avviene come se noi non avessimo affatto un’anima: questo attributo non finirà forse con lo scomparire, allo stesso modo di ogni organo che non serve piú?

Io sento che mi si domanda: «Che soluzione proponete allora?». Problema puerile. È come se si dicesse a un predicatore di concordia, dinanzi a due nazioni in lotta: «Che aspettate per separarle?».

«Soluzione»: la cosa è troppo assoluta, troppo radicale, per un fatto cosí formidabile, complesso e confuso come è ora il macchinismo. Cambiar lo stato sociale, la struttura economica? Far saltar le officine e le ferrovie? Una «soluzione», nel senso proprio del termine, non la si potrebbe trovare che in una rivoluzione.

Chi vorrà tentare l’avventura? E dove ci condurrebbe? Nessun atto di forza, e anche nessun testo di legge, saprebbe costituire il rimedio.

Da quale lato lo si prende, il problema è morale: la «soluzione» non può essere che morale. Che cosa ha fatto la fortuna del macchinismo? Non è una fatalità inclusa nella materia o caduta dai cieli. Noi stessi, la nostra pigrizia (pigrizia in chi serve la macchina così come in chi se ne serve), il nostro desiderio di godimento, sono la causa. Non si cerchi dunque la difesa fuor di noi stessi.

È della macchina essere demoralizzante e abbrutente? Certo, no. Questo ammasso di metallo penetra in noi solo perché la nostra personalità non è abbastanza compatta. Nulla impedirebbe l’uomo di usarne con moderazione per la soddisfazione dei soli veri bisogni. 

Occorre molta saggezza, e una disciplina personale. Dominar la tecnica, non accettarla che disprezzandola. Di tempo in tempo provare una vita nuda e denudata il più possibile, per garantirsi che le complicazioni materiali non ci hanno presi nella loro soggezione. Metter a posto questo stregone nouveau style, e guardare i suoi maneggi con tanta diffidenza quanta curiosità. Respingere gli occhiali dello specialismo, e portar la vista su tutte le cose umane. Coltivare l’imponderabile che la macchina non può darci. Insomma, affermarsi di fronte a essa.

Chi sa? Questa resistenza individuale all’oppressione, questa azione della personalità contro la macchina giungerebbe forse a limitare il male. Ma prima bisognerebbe mostrare al mondo l’opposto della macchina. Ma il mondo vorrà vederlo? Quell’altra faccia è oscura, difficile a decifrare, respingente. E l’ambiente moderno è troppo illuminato, troppo sorridente, troppo facile, perché si acconsenta a staccar da esso gli sguardi. E non parlo poi di tutti quelli che per interesse immediato o per secondo fine politico mai accetterebbero di capovolgere l’ordine delle cose…

Il testo che qui presentiamo è del francese Lucien Duplessy, autore di un libro dal titolo L’uomo e la macchina, apparso tra la prima e la seconda guerra mondiale. L’estratto è stato pubblicato dalla rivista italiana La Torre nel numero 6 del 15 aprile 1930.

Foto di British Library su Unsplash

La macchina e la morte dell’anima
di Lucien Duplessy

Che cosa è per noi la macchina? Una amica? una nemica? Coloro che hanno ancora il ricordo del brivido che una quindicina d’anni fa (durante la prima guerra mondiale, ndr) era in loro provocato dai meccanismi di morte, pensano che i delitti della macchina si limitano là. Dopo, molti si sono riconciliati con essa. Altri non pensano che all’accidente, alle catastrofi economiche, o, ancora, al mostruoso sperpero delle risorse naturali che essa esige. Misfatti visibili e romantici, che per cosí dire, appunto come tali, non sono quelli da temer di più. 

È quando sembra lavorare per il nostro bene, che la macchina, soprattutto, è pericolosa. Giacché allora i suoi misfatti restano nascosti, se un’analisi attenta, se una posta d’ogni istante, non li scopre. Tutti i servizi che essa ci rende hanno questo di comune: essi sono speciali. Le trovate tecniche in apparenza piú felici, ci sono sempre funeste per un qualche verso. Esse non sono che attentati d’una varietà infinita contro il nostro corpo: ci dispensano da ogni esercizio fisico, avvelenano l’aria delle città, sopreccitano i nervi, adulterano i nutrimenti, intristiscono la gente di città che d’altronde la macchina recluta senza cessa tra gli uomini delle campagne.

Questo benessere fallace ha almeno a suo vantaggio il favorire la cultura intima, il progresso morale, il dispiegamento della personalità umana? No: è artificiale e materiale. Da solo, non saprebbe orientarci verso preoccupazioni di un ordine diverso.

Al contrario, ed è qui che essa nuoce nel modo piú insidioso, la macchina è contro lo spirito. Non v’è punto intermedio: bisogna optare, e lo spirito non ha un nemico peggiore di questa sua creatura, di cui si mostra troppo fiero. La macchina è nata dallo spirito, ma è una caricatura, un residuo dello spirito. Essa è per lui deleteria, quanto, per esempio, l’acido urico lo è per i nervi che tuttavia hanno presa una parte capitale della produzione di esso.

Io non pretendo difendere gli interessi della classe «intellettuale», e nemmeno lo spirito in quanto suo monopolio. Se si dimostrasse che una tale classe è un impaccio per il compimento dei destini umani, io accetterei senza mormorare la sua sorte, che sarebbe di scomparire. Io voglio parlare dello spirito in generale, dello spirito nella forma comune a tutti.

Ora, cominciamo col signore della macchina: il «tecnico» Che ameno «signore»! Che cosa fa essa del suo cervello? È vero che in un certo senso essa riserva all’intelligenza il miglior posto. Ma solo a quell’intelligenza che, con la sua forma, è compatibile con la macchina stessa, o che acconsente di lavorare al suo modo. Essa meccanizza le intelligenze che le si votano, le costringe a non esercitarsi più che su delle quantità, o su delle qualità che sono esse stesse delle quantità. Ovvero, se si preferisce, essa non si serve che di intelligenze meccanizzate. E come, per la sua natura, la macchina tende a essere tutto, cosí noi corriamo verso un’epoca in cui lo spirito sarà condannato a non essere più niente se non accetta di esser tutto intero per la macchina.

L’operaio, si sa fin troppo bene a che cosa essa l’abbia ridotto. Che non ci si venga a dire che essa ha sempre bisogno di operai qualificati, piú istruiti, forse, degli antichi artigiani. Che meraviglioso sofisma! Quanti sono questi specialisti? Prima, chi lavorava con le proprie mani, beneficiava di quella specie di cultura che per sé stessa era un mestiere. Adesso, un’orda di paria assiste la mente dei meccanismi di cui uno solo – quello che li ripara – conosce i segreti. Nel bracciante l’intelligenza, per un capovolgimento vendicativo della materia che si credeva di assoggettare, è decaduta al rango di uno schiavo della macchina. 

E, ancora, persino nei riguardi dell’operaio qualificato, la specializzazione a oltranza restringe il campo dello spirito, e limita le cose alle quali egli si interessa. Tecnica è l’opposto di cultura. La specializzazione chiude l’accesso all’universale, all’umano. Chi diviene un tecnico, cessa di essere uomo.

Nel riguardo di tutti gli altri, che senza creare o servire la macchina, se ne servono soltanto, essa rende inutili i lunghi studi. A che scopo imparare a scrivere, a calcolare, a dipingere, a cantare, a suonare il violino? Ben presto la radiofonia, col suo giornale parlato e le sue conferenze, ci dispenserà forse dal saper leggere…

Meglio di noi, ecco un’insidia fatale per lo spirito: giacché dal punto di vista esterno tutto è in favore del tecnico: e bisogna avere l’idea e il coraggio di andar in fondo alle cose per disingannarsi. Ora, ben pochi, e sempre meno, comprendono la virtù fecondatrice dello sforzo, anche se infruttuoso. Conosco una bambina che cominciava lo studio del piano. Un ingegnere inglese, al quale lo enunciava, le rispose: « Oh, difficile! serve di piú un piccolo piano meccanico ». È uno humor straziante, poiché esso illumina sino a molto in fondo: la macchina invita a tener conto soltanto dei risultati.

Ogni giorno lo spirito umano abdica in favore delle cose una delle sue attribuzioni; ogni giorno meccanizza uno dei suoi atti specifici. Cosí rientra dolcemente nello stato d’inerzia, portatovi dall’eccesso delle sue imprese. Qualche specialista basterà per metter su degli ausiliari privi di pensiero che penseranno per noi, e il resto del gregge riscivolerà verso l’abbiezione primitiva. Perfezione delle macchine, inerzia dei cervelli: i due termini si equilibrano.

Inoltre, si disconosce che la perfezione tecnica scaccia il divino caso della mano spinta dallo spirito, e tutta la parte umana che, in un’opera, rappresenta l’arte. Ma il tecnico si preoccupa ben poco del bello! Egli l’ignora, e quindi l’uccide non pure nel suo cuore, ma anche dato che egli ha la potenza a tanto cose. L’officina è brutta e imbruttisce tutto intorno a essa. In ciò che essa produce, il fattore estetico è l’ultimo al quale si pensi. E l’ingegnere non esita mai a radere, saccheggiare e annegare un paesaggio, un resto del passato, un angolo di verdura, per installarvi le sue fabbriche, i suoi cantieri, le sue ferrovie, le sue dighe. La sua produzione sterile e forsennata non ha alcuno scopo fuori di se stessa: essa non sa contribuire al vero benessere dell’uomo, che non saprebbe esistere senza la gioia delle cose dell’arte e della natura. 

La macchina demoralizza tutto ciò che tocca. Anche la piú semplice, volgare automobile fa di chi la conduce un altro uomo. A costui, bastano dei buoni movimenti riflessi, e i suoi atti precisi non si accompagnano con nessun moto del cuore. Egli non si sente piú della stessa razza di chi va a piedi. Il motore e il suo padrone costituiscono un’associazione, una simbiosi ebbra di velocità, gelosa dello spazio.

Il tecnico è senz’anima. Per lui conta solo ciò che può essere contato. In primo luogo: il denaro, fattore essenziale nei suoi calcoli. Il denaro, dunque la forza. Il suo immoralismo lo fa complice delle casseforti. Egli ne è il furiere. Il suo sogno si traduce sempre, in ultima analisi, in termini di lucro o di dominio.

E la macchina intacca altresì la nostra personalità, la nostra autonomia. Più essa soddisfa i nostri bisogni, più questi si sviluppano in numero e in intensità. Ogni nuova invenzione, dopo il gradimento che dura poco, non ci lascia che l’incapacità di far a meno di essa. La nostra vita è arrestata dagli ingombri della tecnicità malsana e tirannica. La macchina nel servirci ci rende servi. Essa stordisce il nostro volere, la nostra agilità di decisione, la nostra disinvoltura dinanzi all’imprevisto. Fornendoci un eccesso di prodotti senza durata che bisogna rinnovare continuamente, essa ci trascina verso lo sperpero e l’instabilità mentale, e ci fa perdere quel rispetto per le cose che non è lontano dal rispetto per gli esseri.

Per dirla in sintesi, la macchina uccide in noi ciò che è propriamente l’uomo. In modo duplice: con i servigi che essa richiede, e con quelli che essa rende, essa con un’azione costante e insensibile, ci modella a sua immagine. Essa crea a immagine sua il suo creatore: un automa senza cuore, senza individualità, senza vita interiore. Con essa, tutto avviene come se noi non avessimo affatto un’anima: questo attributo non finirà forse con lo scomparire, allo stesso modo di ogni organo che non serve piú?

Io sento che mi si domanda: «Che soluzione proponete allora? ». Problema puerile. È come se si dicesse a un predicatore di concordia, dinanzi a due nazioni in lotta: «Che aspettate per separarle?».

«Soluzione»: la cosa è troppo assoluta, troppo radicale, per un fatto cosí formidabile, complesso e confuso come è ora il macchinismo. Cambiar lo stato sociale, la struttura economica? Far saltar le officine e le ferrovie? Una «soluzione», nel senso proprio del termine, non la si potrebbe trovare che in una rivoluzione.

Chi vorrà tentare l’avventura? E dove ci condurrebbe? Nessun atto di forza, e anche nessun testo di legge, saprebbe costituire il rimedio.

Da quale lato lo si prende, il problema è morale: la «soluzione » non può essere che morale. Che cosa ha fatto la fortuna del macchinismo? Non è una fatalità inclusa nella materia o caduta dai cieli. Noi stessi, la nostra pigrizia (pigrizia in chi serve la macchina così come in chi se ne serve), il nostro desiderio di godimento, sono la causa. Non si cerchi dunque la difesa fuor di noi stessi.

È della macchina essere demoralizzante e abbrutente? Certo, no. Questo ammasso di metallo penetra in noi solo perché la nostra personalità non è abbastanza compatta. Nulla impedirebbe l’uomo di usarne con moderazione per la soddisfazione dei soli veri bisogni. 

Occorre molta saggezza, e una disciplina personale. Dominar la tecnica, non accettarla che disprezzandola. Di tempo in tempo provare una vita nuda e denudata il più possibile, per garantirsi che le complicazioni materiali non ci hanno presi nella loro soggezione. Metter a posto questo stregone nouveau style, e guardare i suoi maneggi con tanta diffidenza quanta curiosità. Respingere gli occhiali dello specialismo, e portar la vista su tutte le cose umane. Coltivare, l’imponderabile che la macchina non può darci. Insomma, affermarsi di fronte a essa.

Chi sa? Questa resistenza individuale all’oppressione, questa azione della personalità contro la macchina giungerebbe forse a limitare il male. Ma prima bisognerebbe mostrare al mondo l’opposto della macchina. Ma il mondo vorrà vederlo? Quell’altra faccia è oscura, difficile a decifrare, respingente. E l’ambiente moderno è troppo illuminato, troppo sorridente, troppo facile, perché si acconsenta a staccar da esso gli sguardi. E non parlo poi di tutti quelli che per interesse immediato o per secondo fine politico mai accetterebbero di capovolgere l’ordine delle cose…