Il volo leggero e rigoroso della metafisica di Whitehead

Alfred North Whitehead (1861-1947) non è stato solamente filosofo, ma si occupò dapprima di matematica (ha scritto, insieme a Bertrand Russell i tre volumi che compongono i Principia Mathematica), di logica ed epistemologia. Nel 2019 Bompiani ha ristampato la sua opera maggiore, quella nella quale tutta la sua ricerca si condensa, per dar vita a una filosofia dell’organismo che sia autenticamente speculativa. Quest’ultima, scrive Whitehead in apertura del corposo e difficile Processo e realtà, «è lo sforzo di comporre un sistema coerente, logico, necessario di idee generali, mediante le quali ogni elemento della nostra esperienza possa essere interpretato» (PR, 43). Ma come si compone la filosofia dell’organismo di Whitehead? Perché rappresenta un decisivo punto di svolta nella storia della filosofia novecentesca, sicuramente più profondo e meno ambiguo di quello bergsoniano? Si può a ragione dire che Whitehead è uno dei maggiori baluardi filosofici davanti alla dismissione della verità, all’abbandono di ogni velleità speculativa che il Novecento ha perpetrato e lasciato in eredità a noi post-moderni? Prima di provare a rispondere a questi quesiti, dobbiamo segnare il campo nel quale intendiamo muoverci. 

 

La lettura storiografica di Rocco Ronchi
I tentativi di dividere la storia della filosofia in correnti contrapposte e incomunicanti sono numerosi. Molto spesso queste operazioni – se non dettate unicamente da logiche commerciali o editoriali – soffrono di un vizio iniziale: il tentativo di dimostrare un’idea, una consequenzialità di principi e concetti, attraverso delle categorie del pensiero che non appartengono ai filosofi che dovrebbero far parte di queste linee. Questo ragionamento non si applica, ovviamente, a tutte le letture della storia della filosofia di questo tipo. Dell’intenso lavoro che Rocco Ronchi ha provato a condensare ne Il Canone minore, ho già avuto modo di scrivere. Le premesse metodologiche e l’impianto generale di quel testo prevedono uno “sfogo novecentesco”, ovvero una ridiscussione del secolo filosofico appena trascorso. Una ridiscussione che sia storico-filosofica, ovvero che provi a vederne gli intrecci e le discordanze. È questo un lavoro inevitabilmente difficile e condizionato dalla vicinanza storica, dall’influenza che le principali correnti filosofiche del Novecento (il loro atteggiamento, potremmo dire) riversano sugli odierni ambiti di studi. 

Se seguiamo la traccia del canone minore, abbandonando i più famosi sistemi filosofici novecenteschi, saremo costretti a incunearci in una serie di dottrine filosofiche spesso dimenticate o accantonate. Grazie anche al lavoro di Ronchi, in Italia, e a quello di un numeroso gruppo di studiosi francesi, la filosofia di Bergson è tornata a circolare e a rappresentare un adeguato interlocutore. Alla filosofia bergsoniana – della quale riconosciamo un indubbio valore metafisico, la sua naturale tendenza a oltrepassarsi, inglobando le ultime scoperte biologiche e fisiche, mostrando chiaramente un atteggiamento filosofico innovativo rispetto a buona parte della tradizione – dovrà seguire una riscoperta di quanto venne elaborato da Alfred North Whitehead.

 

Il novecento, secolo di Whitehead
In una recente trasmissione radiofonica lo stesso Rocco Ronchi ha dichiarato che «il Novecento filosofico, e non solo, è stato whiteheadiano e non lo sa ancora». Forse il tratto disegnato dalla filosofia di Whitehead, che possiamo intravedere tutt’oggi operante ed evidente, è quello relativo all’idea di Processo. 

Whitehead ribalta completamente i termini del discorso moderno, abbandonando ufficialmente il dualismo soggetto-predicato della conoscenza e ogni tipo di dualismo separante. La Natura, dunque, che è processo, non verrà più intesa come una composizione di cose permanenti e stabili che si muovono in uno spazio altro da loro. Il modo moderno di concepire la Natura è infatti strettamente collegato alla convinzione che la percezione dica il vero. Al contrario, in uno straordinario saggio divulgativo, Natura e vita, Whitehead mostra come lo sguardo della percezione moderna sia superficiale e artificioso, quindi pienamente in accordo con il senso comune (la doxa). L’illusorietà dei sensi è il primo fattore che accompagna questa svalutazione della percezione: essa, dice Whitehead, ha senso in quanto necessaria per l’azione, ma è tutt’altro che base solida per una filosofia speculativa che deve invece tener conto del «fallimento del metodo dell’empirismo rigoroso» – come scriverà in Processo e realtà (PR, 46). 

 

Il metodo della nuova filosofia
Lasciato da parte l’empirismo rigoroso, così come la pura astrazione, la speculazione whiteheadiana deve approcciarsi alla scoperta con un metodo nuovo, che «è come il volo di un aeroplano. Parte dalla terra di un’osservazione particolare; fa un volo nell’aria leggera della generalizzazione fantastica e di nuovo atterra per una nuova osservazione, resa acuta dalla interpretazione razionale» (PR, 46). Questo modo di procedere, dunque, porta Whitehead a tracciare i contorni di una metafisica anti-aristotelica nella quale le relazioni vengono prima dei termini che le costituiscono, dove l’identità stessa è una relazione. Tutto è connesso e, seppure in forma minima ogni cosa è condizionata dal resto. Non è possibile, dirà Whitehead quasi fosse autoevidente, sostenere che una cosa sia isolata dal contesto, dall’ambiente; quest’ultimo «entra nella natura di ogni cosa» (NV, 68).  

La Natura, quindi, è un magma sempre attivo, un complesso di relazioni che determinano le cose stesse, è attività e processo, mutazione e reciprocità, è – in una parola – Vita. 

Whitehead ha sostituito l’aristotelica processione delle forme con la nozione di forme del processo: «la Natura è un teatro di mutue relazioni fra attività. Tutto muta: le attività e le loro relazioni reciproche. E la nozione dello spazio con le sue relazioni geometriche sistematiche passive è del tutto inappropriata a questa nuova concezione» (NV, 71). Questa nuova concezione è dunque ancora più audace quando propone una diversa collocazione della Vita all’interno della Natura («il problema perenne della filosofia e della scienza» NV, 80). Sì, perché l’aver separato questi due ambiti così come ha fatto Descartes con le due sostanze, Aristotele con la sua metafisica e la scienza moderna con Bacone e Galileo, solo per fare alcuni nomi, ha inquinato il pensiero filosofico rendendolo asfittico, incapace di cogliere l’essenza della realtà che è invece compresenza di Natura e Vita, una realtà monistica e immanente. Questa immanenza, caratterizzata dalla relazione, è un riprodursi del mondo in forma di mondo, è la piega continua deleuziana, è il compenetrarsi di eventi. Essi non sono dei fatti compiuti, così come li intende il senso comune (e quindi la filosofia viziata dal peccato originale del dualismo), piuttosto sono gentilianamente degli atti. Il passaggio è allora tutto, non una funzione delle cose o la modificazione della sua struttura, ma il suo stesso essere. La natura delle cose è il processo stesso e la realtà è il suo stesso procedere, mutare, cambiare, tendere verso il futuro: «noi siamo nel mondo, ed il mondo è in noi» (NV, 103). 

 

Un greco nel tempo della fisica quantistica
La filosofia dell’organismo di Whitehead non si riassume, ovviamente, a questi accenni che hanno il solo scopo di evidenziare come la critica radicale alla metafisica cartesiana, e prima ancora aristotelica, sia in un certo qual modo il punto di partenza di un rinnovato interesse speculativo nel Novecento. Se i tentativi di tracciare delle scuole intergenerazionali, come detto in apertura, corrono il rischio di essere infruttuosi, vi è certamente la possibilità di intravedere delle connessioni nel percorso che il pensiero ha compiuto fino a noi, e che compirà oltre di noi. 

La filosofia whiteheadiana non venga superficialmente bollata come una forma di vitalismo spirituale, una deriva del pensiero filosofico. Whitehead è stato un filosofo della natura, intesa come la Physis dei presocratici, che ha però potuto – a differenza di Talete e Anassimandro – contare sulle più importanti e rivoluzionarie scoperte in ambito scientifico, come la meccanica quantistica e la relatività einsteiniana. Sebbene sia lo stesso Whitehead a confessarlo con un candore che gli va riconosciuto («in questa posizione generale la filosofia dell’organismo sembra avvicinarsi di più a certi aspetti del pensiero Indiano o Cinese, che al pensiero dell’Asia Occidentale o Europeo» PR, 50), la filosofia dell’organismo non è nemmeno sovrapponibile ad alcune filosofie orientali ora tanto in voga, o meglio alle loro declinazioni più pop. Piuttosto «la filosofia dell’organismo è strettamente legata allo schema spinoziano» (PR, 50), ovvero a quel sistema che ha cercato più di tutti di superare l’incoerenza cartesiana delle due sostanze e di mostrare la presenza di Dio nella processualità. I modi spinoziani per Whitehead sono i «puri fatti» in un sistema coerente che è processo, dove «ogni entità reale include fra i suoi componenti le altre entità reali. In tal modo la visibile solidarietà del mondo riceve la sua spiegazione» , e il concetto “sostanza-qualità” viene evitato affinché la descrizione morfologica sia costituita «dalla descrizione di un processo dinamico» (PR, 50). Entrare a contatto con questa dinamicità, o almeno scorgerne i tratti, se non è lo scopo, è certamente il senso della speculazione. 

 

Riferimenti bibliografici
NV: Natura e vita, Fratelli Bocca Editori, Milano 1951
PR: Processo e realtà, Bompiani, Milano 2019

Photo by İpek Aydoğdu on Unsplash

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e dell’organizzazione teatrale. Redattore di questa rivista, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog sito è: attaccatoeminuscolo.it

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