Vergogna e dignità

È in questa immagine, in quella mano che dignitosamente nasconde il volto di un antico pudore, che mi piace scorgere ancora il senso di un’umanità residua, nella notte in cui si celebra il più rivoluzionario degli umani sogni, ospitato in una grotta. Sono la mano e il volto del capo del capo della tribù Kayapo, un attimo dopo aver ricevuto la notizia peggiore della sua vita: Dilma, il nuovo presidente del Brasile, ha dato l’approvazione per costruire un grande impianto idroelettrico (il terzo più grande del mondo) di fatto condannando a morte 400.000 ettari di foresta, col suo habitat naturale e le sue innumerevoli specie viventi, e con essa all’ennesimo esodo forzoso oltre 40.000 indiani nativi.
Quella mano, e quel volto, sono l’icona di una civiltà, la nostra, che invece di gareggiare nella penosa contesa delle radici, dovrebbe ammettere di aver perso, forse per sempre, la sua scommessa di rendere il mondo un luogo migliore, più giusto. Perché a quella scommessa, duole dirlo, né Atene né Gerusalemme, né l’uomo della grotta né quello di Delfi hanno saputo dare compimento. È lo stesso amore per il vero, da noi orgogliosamente cercato e rivendicato, anche in questo piccolo spazio, che ci impone di riconoscerlo.
Buone festività a tutti i nostri amici in sophia.

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