Il volo leggero e rigoroso della metafisica di Whitehead

Alfred North Whitehead (1861-1947) non è stato solamente filosofo, ma si occupò dapprima di matematica (ha scritto, insieme a Bertrand Russell i tre volumi che compongono i Principia Mathematica), di logica ed epistemologia. Nel 2019 Bompiani ha ristampato la sua opera maggiore, quella nella quale tutta la sua ricerca si condensa, per dar vita a una filosofia dell’organismo che sia autenticamente speculativa. Quest’ultima, scrive Whitehead in apertura del corposo e difficile Processo e realtà, «è lo sforzo di comporre un sistema coerente, logico, necessario di idee generali, mediante le quali ogni elemento della nostra esperienza possa essere interpretato» (PR, 43). Ma come si compone la filosofia dell’organismo di Whitehead? Perché rappresenta un decisivo punto di svolta nella storia della filosofia novecentesca, sicuramente più profondo e meno ambiguo di quello bergsoniano? Si può a ragione dire che Whitehead è uno dei maggiori baluardi filosofici davanti alla dismissione della verità, all’abbandono di ogni velleità speculativa che il Novecento ha perpetrato e lasciato in eredità a noi post-moderni? Prima di provare a rispondere a questi quesiti, dobbiamo segnare il campo nel quale intendiamo muoverci. 

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L’evento non è un accidente

La nozione di evento ha goduto di uno scarso interesse in ambito filosofico fino all’inizio del XX secolo quando – schiacciato fra una meccanica quantistica che propugnava una possibilità di verità meramente probabilistica; una letteratura che sempre più narrava la singolarità dell’individuo e il suo spaesamento; una storia spaccata in due fra la necessità politica di svolgere un grande racconto e l’altra necessità anti-sistema di dare testimonianza, appunto, degli eventi – ha acquisito una nuova vitalità. Continue Reading

Il metodo e l’attualità dell’immanenza assoluta

Premessa
Che nella collana Campi del sapere dell’editore Feltrinelli trovi spazio un testo della profondità e complessità concettuale come Il canone minore di Rocco Ronchi è, senza alcun dubbio, una buona notizia per chiunque sia interessato alla filosofia. Il libro di Ronchi, infatti, non è un saggio di ermeneutica filosofica o di discussione intorno ad una porzione di storia della filosofia, è piuttosto un saggio di filosofia. Un testo che dà voce ad una prospettiva filosofica concreta, in un certo senso rivoluzionaria. Ronchi ne Il canone minore annoda tutti i fili delle varie operazioni filosofiche che fin qui ha prodotto. Infatti, chi conosce i precedenti lavori di Rocco Ronchi troverà qui molte delle idee già discusse, o almeno accennate. Penso a Filosofia della comunicazione, all’ultimo volume su Deleuze (uscito sempre per Feltrinelli e qui recensito da chi scrive), alle introduzioni ai vari testi di Bergson. La sistematizzazione che però nel Canone si rintraccia è frutto di un lavoro che dura da anni, da una costante messa a tema della storia della filosofia nel suo continuo cominciare.

Rischio calcolato
La tesi che sta alla base (quindi allo “start”) di questo volume è che esistano due linee del pensiero, una egemone (maggiore), capace di rivendicare a sé – in modo pressoché esclusivo – la facoltà di essere filosofia; l’altra, la linea minore, è invece un fil rouge nascosto, un fiume carsico che nella storia della filosofia è emerso ogni tanto, per poi occultarsi nuovamente e riemergere. Dello statuto di questa seconda Rocco Ronchi ci consegna le linee guida, il tracciato minimo. Ma prima di affrontare questo percorso è bene dire che, con Il canone minore, Ronchi ha voluto correre un grande rischio: quello di attirarsi critiche, anche se superficiali e per lo più formali, legate alla rivendicazione della minorità del canone da lui descritto e abbracciato.

Anche se questa minorità rivendicata fosse soltanto una particolare forma di subordinazione (per motivi extra-filosofici) ad un canone egemonico, tuttavia, l’operazione di Ronchi rimane legittima e – per quanto ci riguarda, come si diceva – rivoluzionaria. Non si rintraccia né astio né una vuota volontà di polemica quando Ronchi scrive, nelle prime pagine del testo, che assumendo il punto di vista teoretico (e non storiografico) «la filosofia cessa di designare il tutto di cui le due linee sarebbero parti. La filosofia – scrive ancora – sta infatti da una parte sola. Essa scorre sulla linea che abbiamo chiamato minore» (p. 15). Vi è piuttosto piena consapevolezza che è oramai necessario rovesciare realmente la cifra essenziale del filosofare moderno che, da Kant (e in parte da Cartesio) fino ai nostri tempi, si è occupato del pensiero filosofico a partire da una mancanza, da un nulla, dalla congenita finitezza dell’umano e quindi dalla sua eccezionalità.

Il “pensiero” non è la filosofia
Tale rovesciamento è operato da Ronchi anche grazie alle intuizioni dei maggiori rappresentanti della linea minore, e su tutti, Bergson, Whitehead, Deleuze, James e Gentile. Gli empiristi radicali, come li chiama l’autore, coloro i quali hanno tentato di liberare l’esperienza dalla connaturata deficienza che il pensiero moderno le ha consegnato. Empiristi radicali che hanno dato vita ad un monismo integrale che Ronchi chiama immanenza assoluta, attraverso il quale non si cerca di dare un “nome” all’unità del molteplice (sintesi), ma si tenta di descrivere «un Uno che è immediatamente molteplice e un molteplice che è immediatamente Uno» (pp. 15-16).

La filosofia, allora, è più del semplice pensiero che “unisce” i puntini dell’esperienza sensibile, fallace e limitata. Così come è più di quel pensiero che rivendica la propria impossibilità a raggiungere ciò che sta “oltre” l’esperienza del fenomenico. Questa, sostiene Ronchi a chiare lettere, è una vera e propria dismissione del filosofico, un suo scadere a chiacchiera antropologica del pensiero. La filosofia dell’immanenza assoluta, al contrario, applica il vero copernicanesimo rigettando la centralità del soggetto finito per dare voce e visibilità alla mostruosità del vivente che scuoteva già il giovane Socrate nel Parmenide. Essa tende, come dice il sottotitolo, a strutturare una filosofia della natura, un’ontologia del vivente. Detto in maniera più chiara e trasversale: la filosofia dell’immanenza assoluta stabilisce un quadro concettuale utile alla scienza della natura che, per suo statuto, non può essere filosofia – perché non pensa l’assoluto, ed è malgrado ciò scienza delle relazioni, delle leggi che attraversano e governano la vita.

Ma potremmo chiederci, quasi retoricamente, il compito della filosofia – nella sua forma originaria, che è pensiero emancipato dalla superstizione mitica, quindi nella sua versione ionica – non è proprio quello di pensare la Physis?

Tuttavia, a parte i nomi citati – ed altri che Ronchi tira in ballo come assimilabili alla linea minore –, in tutto il testo aleggia silenzioso lo spettro del più puro fra i monisti (il «filosofo minore per eccellenza» (p. 92), il filosofo con cui tutti quelli che l’autore inserisce nel canone minore hanno intrattenuto un rapporto di amore e odio, quello che anche Ronchi chiama «il maestro», per il quale – a differenza che per ogni filosofia che si è fatta antropologia – c’è «solo Dio e Dio è immediatamente il mondo»: Baruch Spinoza (p. 219).

Contingenza, finitezza e intenzionalità
Contingenza, finitezza e intenzionalità sono i tre concetti che determinano quello che Ronchi chiama il periplo metafisico della modernità. La persuasione umana nei confronti della contingenza – smontata anche attraverso l’ausilio di una coppia filosofica strepitosa: Bergson e Severino – è infatti un’induzione, scrive Ronchi. Essa deriva da uno stato di eccezionalità umana nata, a sua volta, dalla silente (ma non troppo) operatività costante del nulla alla base di ogni esperienza. Per il pensiero moderno, infatti, si dà essere nella misura in cui vi è un nulla che lo rende possibile. Si dà umanità poiché se ne dà la sua eccezionalità, il suo passo nel nulla costituisce una soggettività e – al contempo – il disvelarsi dell’ente (cfr. pp. 67 – 112).

L’idea di finitezza, allo stesso modo che per ciò che concerne l’idea di contingenza, impedisce alla filosofia di tendere realmente ad un’esperienza assoluta, infinita. Se la modernità ha fatto dell’uomo, del soggetto, «l’orizzonte intrascendibile di ogni sapere e fare del mondo un mondo “umano” e “storico”» (p. 117), allora mai saremo capaci di avventurarci nell’infinità di un assoluto che prescinde le nostre determinazioni, anzi: ogni determinazione. Se l’abisso fra finito e infinito è una costante spada di damocle che pende sulla possibilità stessa del pensiero filosofico, mai si potrà varcare la soglia e l’uomo sarà costretto a rimanere sempre dentro il suo orizzonte d’angoscia e finitezza intenzionale.

Intenzionale perché ha arrogato a sé, attraverso un falso copernicanesimo (la modernità è tolemaica!), una coscienza che è sempre coscienza di qualcosa. Nella linea maggiore del pensiero moderno non c’è mai una esperienza che non sia l’esperienza di qualcuno riferita a qualcosa. Tutto è delimitato dal potere (e dal potere-di-non) del soggetto, così come dell’ontologia di riferimento che non riesce mai ad uscire dal primo grande dispositivo attraverso cui si è cercato di spiegare efficacemente il movimento: la nozione aristotelica di potenza/atto.

Il divenire, si affanna a ripetere Ronchi, è sempre interpretato come il divenire di qualcosa che sta fermo, di un sostrato che in parte cambia e in parte rimane sempre lo stesso. Il mondo – per tirare l’idea all’eccesso –, secondo la linea maggiore, è quindi, come si dice nel Timeo, un’immagine mobile dell’eternità, copia degenerata di un’essenza immobile, splendente e che – teoricamente – potrebbe rimanere anche nella sua monastica solitudine, senza necessità di generare il mondo. Quest’ultimo è dunque finito, mai realmente salvo e colmo di anime che sperano nella bontà di un Dio che le possa accogliere nella sua grazia eterna.

Se queste, come detto, sono esagerazioni che non trovano un totale riscontro in molti filosofi della linea maggiore, tuttavia – sottolinea Ronchi – hanno lasciato una traccia sostanziale nella filosofia moderna. L’alternativa è dunque un pieno ribaltamento di questo piano e, in definitiva, una riprogrammazione del rapporto Uno-Molti.

La filosofia del processo
È dunque la filosofia del processo ciò che può offrirci la linea minore tratteggiata da Ronchi in opposizione ad una filosofia che si è fatta antropologia. Essa costituisce un’immediata relazione tra Uno e molteplicità, sebbene allo stesso tempo affermi una costitutiva differenza di natura fra i due. L’Uno non è, infatti, la sintesi del molteplice così come non racchiude “in potenza” tutto ciò che si dà nel mondo, ma è un tutto aperto, una virtualità che si pone costantemente in atto: «atto in atto» ripete Ronchi.

Il divenire, allora, viene innalzato ad assoluto. Ma non si tratta di un divenire che è annullamento dell’ente, cioè un divenire di, bensì è quello che Bergson chiama mouvant, è processo appunto, manifestazione continua di un’attualità sempre in atto. «Pensare il passaggio come assoluto, e non come il passare di qualche cosa» è l’obiettivo di una metafisica della durata creatrice (p. 243), tant’è che il filosofo francese (riferimento primario per Ronchi, anche per motivi di formazione personale) sosterrà nel suo testo più maturo che lo sforzo creatore «è di Dio, se non è Dio stesso». In questo processo di attualizzazione di un virtuale rintracciamo “il volto” di Dio che è Uno e molteplicità immediatamente. Unità e molteplicità sempre aperta e non più articolata sulla cronologica linea del tempo che lo spazializza per mezzo di un prima, un adesso e un dopo.

È qui che Ronchi affronta il tema della causalità nella filosofia del processo, facendo riferimento anche a quella particolare forma di causalità psichica di cui avevamo parlato anche qui. L’attualità della causa è l’essere, e la sua natura è Megarica: non è possibile che non sia, pena ricadere immediatamente nella folle concezione contingente dell’ente e alla correlata riduzione del processo a movimento, kinesis, ad attualizzazione del possibile.

Conclusioni
È praticamente impossibile riassumere tutti gli spunti e le argomentazioni svolte in questo testo, che – per sua natura – è in un certo qual modo programmatico. Il canone minore, come si diceva all’inizio, è un saggio che propone un’idea di filosofia che vuole essere definita come il giusto metodo per “muovere” lo spirito filosofico. E se, come ripete Emanuele Severino, la modestia in filosofia non ha senso, allora Il canone è un testo ambizioso e legittimamente proiettato verso una sua integrazione costante.

Del resto è la stessa linea minore che ha pensato un mondo niente affatto chiuso in sé ma aperto alla novità, alla durata creatrice (creatrice non dal nulla!), all’attualizzazione di un atto in atto che è perfetto nell’atto stesso di attualizzarsi e che, solo in quanto attraversato anche da un processo d’individuazione, si “irrigidisce” in fatti determinati. La verità, però, si trova nel movimento – e non nella sua cristallizzazione separatrice.

Già pensare questa rivoluzione del pensiero è cosa assai complicata. Descriverla a parole è un’impresa ancora più ardua per il carattere performatore del linguaggio, a causa della sua necessità di tracciare un segno che per natura differisce dal “segnato”. Tuttavia non si può fare a meno, insegna Ronchi, di testimoniare in ogni modo la naturale conformazione del vivente che è movimento. Un movimento che non è però kinesis, divenire di qualcosa che rimane immutabile, ma costante ristrutturazione del già fatto e, di conseguenza, creazione costante di novità.

Riferimenti bibliografici
Ronchi, Rocco. 2017. Il canone minore. Verso una filosofia della natura. Milano: Feltrinelli.

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Se non ritorniamo ad Elea, ci fermiamo a Megara

La seconda sessione del 14esimo Ritiro Filosofico, il prof. Rocco Ronchi l’ha dedicata ad analizzare un concetto tanto equivoco quanto importante per comprendere il suo percorso: il processo. Ad un primo impatto, la tesi qui sostenuta dell’identità fra quel Reale pura affermazione già discusso nella prima sessione e il suo stesso carattere processuale, non sembra poi presagire a chissà quale carattere rivoluzionario da parte della teoria metafisica del canone minore. Eppure, la rigorosa sistematicità dell’impianto argomentativo non può non lasciare sorpresi.

Parte da un confronto con il senso comune l’azione di scardinamento della concezione tradizionale del processo promossa da Ronchi, e in particolare dall’identificazione di quest’ultimo con il divenire; quindi con la dimensione della temporalità. Secondo tale impostazione risalente al pensiero aristotelico infatti, l’unitarietà di ogni processo è garantita dal procedere della cosa, la quale appunto procede attraverso una successione di stati divisi muovendosi in una certa direzione. Perché, secondo Ronchi, sarebbe questa la visione che si afferma dopo Aristotele? Perché egli descrive l’ente come rispondente alla logica di potenza e atto. C’è un sostrato, la materia (poiché il divenire è sempre divenire di qualcosa, è predicativo), che partendo da uno stato di mancanza iniziale (non è causa sui) desidera e quindi si muove in direzione del compimento di tale desiderare.
Nulla di più distante dall’atto semplice e indiviso che costituisce il processo per Bergson (che in lui si chiama durata creatrice) o dall’entità attuale che ricapitola in sé tutto il proprio passato in un continuo farsi elaborata da Whitehead; due pensatori fondamentali per la definizione del canone minore. Perché però Aristotele pensa al farsi del reale come esercizio di una possibilità e non come immanenza assoluta?
La risposta di Ronchi passa attraverso l’analisi del fenomenologo Rudolf Bernet: ciò accade perché Aristotele pensa al divenire come ad un poiein, al fare umano artigianale che si realizza in un’opera trascendente la produzione stessa. Questo pensare al divenire come ad una capacità di produrre però, risponde ad un’esigenza ben precisa che emerge all’interno del libro IX della Metafisica, paragrafo III: liquidare la tesi dei filosofi Megarici intenta a negare il darsi di un “esser possibile” precedente l’atto. Per questi seguaci del socratismo infatti, c’è la potenza di qualcosa solo se quel qualcosa è già in atto, poiché è il suo stesso esercizio a renderlo possibile. Così Aristotele, facendo leva su alcuni esempi presi dal mondo delle technai, trasforma il darsi impersonale della possibilità in un “avere il potere di”, cioè in una capacità che necessita di un agente per esplicarsi; d’altronde si può forse dire che un architetto cessa di essere tale solo perché sta dormendo?
Questa svolta antropomorfizzante che assoggetta anche la natura costituisce non solo un passaggio chiave nella storia del pensiero occidentale, ma anche e soprattutto l’invenzione della soggettività intesa come esercizio di una potenza. Il passo immediatamente successivo è la nascita del potere politico come disponibilità di un potere che è tanto una potenza di fare quanto di non fare.
È evidente che una simile antropologizzazione della natura finisce per liquidare ogni forma unitaria e totalizzante del processo come ulteriore espressione della posizione megarica e del suo rifiuto di un possibile capace di non farsi atto. Eppure, è sempre rimanendo all’interno del libro IX della Metafisica che si trova l’apertura per una riflessione differente. Parlando dell’atto come praxis infatti, lo Stagirita delinea un’attività pratica assolutamente immanente a se stessa, il cui unico fine risiede nel suo stesso esercizio. Il passaggio è ormai aperto. Svincolata da ogni possibile associazione alla dimensione temporale, la praxis raggiunge il proprio compimento nel suo stesso darsi, venendosi perciò a costituire proprio come quell’atto semplice e indiviso che è la durata creatrice di Bergson. Se le attività poietiche sono radicate nella mancanza e finite, quelle pratiche sono complete in ogni istante e infinite nel loro senso; sono pura affermatività.
Eccoci dunque pervenuti alla chiusura del cerchio, figura regina della perfezione e della completezza nel suo infinito percorrersi e ripercorrersi che in ultima istanza esalta come meglio non si potrebbe la coincidenza della cosa con il proprio farsi. L’esperienza del reale, all’interno del canone minore, è un processo il cui fine è il soggetto stesso che in tale processo si compie, si fa atto, e con ciò rivela l’immanenza assoluta che governa l’impianto causale. Ora che tutto il cammino della seconda sessione è stato compiuto esso può finalmente costituirsi come la materia da cui partirà il nuovo processo di avvicinamento alla Verità, in fondo, come diceva Whitehead: «Bisogna morire per diventare immortali».

 

Ascolta “RF 14, con Rocco Ronchi: 2a Sessione” su Spreaker.

XIV Ritiro Filosofico, un resoconto

Come largamente preannunciato si è svolto, dal 30 settembre al 2 ottobre, il XIV Ritiro Filosofico nella consueta cornice di Nocera Umbra (PG). La quattordicesima edizione del Ritiro è stata condotta dal prof. Rocco Ronchi – docente di filosofia teoretica all’Università de L’Aquila -, sul tema L’immanenza assoluta. Una tre giorni davvero interessante e ricca di dibattiti, suscitati dalle lezioni del relatore che ha potuto contare su una platea eterogenea di ascoltatori attenti e, nella loro diversità, complementari.

Le tre sessioni di lavoro (due al sabato, e una la domenica) hanno affrontato la tematica dell’immanenza assoluta attraverso una critica del concetto di contingenza, per poi passare all’esposizione della nozione di processo ed infine indagando una terza accezione della causalità metafisica. Obiettivo di Rocco Ronchi era quello di mostrare una via alternativa sia al necessitarismo sia al personalismo che fa della libertà il proprio unico orizzonte.

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Colloquio con Rocco Ronchi

L’immanenza assoluta è il titolo del XIV Ritiro Filosofico che si svolgerà dal 30 settembre al 2 ottobre, sotto la tua direzione. Il titolo scelto riporta alla mente alcune delle più forti tesi deleuziane (basti ricordare l’ultimo suo scritto). Al ritiro affronteremo il pensiero di Bergson, Cusano, Whitehead, Gentile, Aristotele e Plotino. Visto anche l’interesse che hai per Deleuze, come mostrato dal tuo ultimo libro proprio sull’eredità del pensatore francese, in che rapporto è Deleuze con questi pensatori? Dove si posiziona?

Di Bergson, come è noto, Deleuze è stato uno dei maggiori esegeti. A lui si deve la rinascita del pensiero bergsoniano che la cosiddetta generazione filosofica francese delle tre H (Hegel, Husserl, Heidegger) aveva confinato nella soffitta del pensiero. Deleuze, in un certo senso, esordisce come filosofo autonomo sotto il segno di Bergson. La definizione di molteplicità di compenetrazione che si trova nel  celebre saggio del 1964, Il bergsonismo, potrebbe essere assunta come sintesi efficace di tutto il pensiero di Deleuze. Cusano è ben conosciuto da Deleuze ed è una delle fonti dichiarate di Differenza e ripetizione. Nozioni come quella di complicazione/esplicazione o different/ziazione sono integralmente cusaniane. Whitehead è stata una passione segreta e antica di Deleuze. La sua ammirazione per il filosofo inglese è immensa ed è dovuta alla mediazione di Jean Wahl che, per primo, aveva introdotto Whitehead e James (altro filosofo molto amato da Deleuze) nel dibattito francese.  Aristotele e Plotino sono invece i due estremi della costellazione greca-classica, secondo Deleuze. Se Aristotele è l’addomesticatore della differenza, che integra nel concetto, Plotino anticipa il gesto rivoluzionario che sarà poi di Spinoza: ne fa il fondamento del processo. L’Uno plotiniano è differenza in atto, sebbene il contesto complessivo della sua metafisica sia ancora per Deleuze viziato dal primato dell’emanazione e dell’eminenza (io non sono d’accordo su questo con Deleuze). Di Gentile, ovviamente, non c’è traccia. Gentile è ancora oggi un perfetto sconosciuto in terra francese. Un fatto senz’altro curioso, perché per molti aspetti il suo attualismo immanentista è il pensiero più prossimo a quello deleuziano. Continue Reading

I due sensi della causalità

Gli atteggiamenti maggiormente diffusi, di fronte ad un evento – per coloro i quali tentano di capirlo, evitando il più possibile di farsi trasportare dalle emozioni –, sono due. Entrambi hanno a che fare con il concetto di causalità, sebbene secondo un’accezione completamente diversa e che determina in modo decisivo l’orientamento del proprio pensiero generale sui fatti del mondo.
Per essere più chiari: diamo per scontato che l’evento di cui sopra, venga determinato (e ciò è possibile sostenerlo senza molte difficoltà) come un effetto. Quest’ultimo, nella prima delle due forme della causalità, è l’effetto necessario di una causa ben determinata. Ovvero, un altro evento (la causa) nella misura in cui agisce, produce una certa quantità di risultati che chiamiamo effetti, i quali sono – in modi diversi, a seconda dei filosofi – “contenuti” nella causa. Insomma, la causa ha già in sé gli effetti che produce, i quali saranno delle ulteriori cause che genereranno altri effetti, e così via all’infinito. Secondo questo primo senso – tralasciando le differenze interne che nella storia del pensiero si sono succedute – la causalità è anche una identità, poiché il più delle volte, prescindendo dalla processualità del reale, si è detto che causa ed effetto si identificano entro una medesima causa prima.

Continuando a dare per scontata la definizione di effetto, di fronte a un evento potremmo anche sostenere che quello non è affatto contenuto nella causa, ma è emerso in modo non strettamente determinato da una causa e da una certa libertà che la processualità del reale contiene in sé. In altri termini, il secondo senso della causalità ci dice che i fatti del mondo non sono figli diretti di una causa determinata, ma sono un misto di causalità e indeterminazione. Il più delle volte, nella vita quotidiana, utilizziamo questo tipo di spiegazione per gli eventi che si susseguono davanti ai nostri occhi, inserendo in quel processo una dose variabile d’indipendenza, di libertà, d’indeterminazione. In questo modo, la causa non si identifica con il suo effetto e – al contrario di ciò che accadeva prima –, qualora svolgessimo a ritroso il percorso, non troveremo una causa prima nella quale ontologicamente tutto è già dato, ma il “farsi” del reale è un divenire che non è mai dato fino in fondo.

In modo molto conciso, questi sono i due sensi della causalità che – ad esempio – Henri Bergson, ma in parte anche Whitehead e Deleuze, oppure filosofi indeterministi legati a una certa concezione non euclidea della scienza (vedi Hans Reichenbach), hanno descritto. Ora, tralasciando tutto il ragionamento sulle conseguenze teoretiche di ognuna delle due forme di causalità, perché ci porterebbe troppo lontano e servirebbe un intero trattato di filosofia per gettarci un po’ di luce, vorremmo chiederci una cosa molto più semplice. Tutto ciò, infatti, ha a che fare direttamente con la nostra esistenza, testimoniandoci una volta di più come i concetti filosofici non siano mere astrazioni, ma abbiano poi delle ripercussioni sul piano esistenziale.

La domanda è: quali delle due forme utilizziamo, nel nostro vivere quotidiano, per spiegare ciò che (ci) accade? Entrambe. In modo inconsapevole, spesso, ma entrambe. Nella nostra vita, a volte siamo deterministi rigorosi e forse anche un po’ troppo dogmatici, a volte siamo indeterministi e crediamo nella libertà, secondo un certo grado variabile di caso in caso. Se pensiamo bene ai nostri vari atteggiamenti, delle volte crediamo che i fatti debbano iscriversi all’interno del nostro impianto teorico, e a volte sono le teorie a doversi modellare sui fatti che esperiamo e per i quali abbiamo già un abbozzo di risposta. Nel primo caso, ad esempio, crediamo fermamente che ogni effetto sia frutto necessario di una causa unica e determinata, e da qui ad espressioni tipo “era destino”, “era già scritto”, il passo è (ahi noi) breve. Nel secondo caso, siamo convinti che l’evento del mondo non possa essere una meccanica riproduzione di causa-effetto, ma abbiamo intenzione di credere a un certo grado di libertà nella decisione, nella creazione di quell’effetto e pertanto la teoria si modella sui fatti. Oppure, sempre rimanendo a questo secondo caso d’esempio, la causa di un certo effetto ci appare sfumata, non determinata, e allo stesso modo ci sembra plausibile credere ad un livello di indeterminazione libera nella produzione di quell’evento.

Riflettere sulla causalità – cosa che su questa rivista avevamo fatto anche qui, ricordando cosa fosse in filosofia il principio di ragion sufficiente – significa riflettere su tutto un armamentario terminologico, logico e di senso, che durante le nostre vite quotidiane ci dà la capacità di orientarci. Estremizzando, se fossimo sempre convinti che ogni effetto è frutto di una causa determinata con la quale si identifica, avrebbe senso la letteratura e l’arte in generale? I racconti dei migliori romanzi sarebbero illusioni ancora più radicali di quelle che già non sono essendo delle finzioni letterarie. Qualcuno ha anche detto che se seguissimo fino in fondo il determinismo più puro dovremmo rimanere fermi, immobili e aspettare che il destino si compia. Sono chiaramente delle estremizzazioni che lasciano il tempo che trovano e che si scontrano evidentemente con ciò che il mondo del vivere quotidiano è.
Non è possibile, credo, parteggiare per uno dei due schieramenti. Fare ciò significherebbe ricadere in una cieca fedeltà a un assunto, che è poi l’atteggiamento alla base di ogni superstizione e religione. Come muoverci allora?

Ci sono, anche qui, due ordini di questioni: intanto la ragione non può affidarsi, ma deve costantemente mettere in questione i suoi oggetti, e quindi il reale. Soltanto un tale atteggiamento – mantenendo quello spirito antico della filosofia che la contraddistingue tra i vari ordini di “scienze” – è la garanzia per evitare di cadere nella pratica superstiziosa. Inoltre, il nostro atteggiamento che tenta di comprendere la causa di un determinato effetto, non può restringere il proprio campo d’indagine ad un’unica causa, appunto. Di fronte a tutte le questioni del mondo, la causa non è mai unica, e il rapporto non è mai limitato a causa-effetto, ma ogni effetto è sempre effetto di più cause, così come ogni causa è a sua volta l’effetto di molteplici cause. Isolare un ristretto rapporto causale taglia fuori dal nostro orizzonte tutta una serie di decisivi passaggi che vanno a comporre quell’effetto che stiamo analizzando. Allargare lo sguardo e cercare di capire, nei limiti del possibile, il complesso sistema che si trova dietro all’apparire di un evento ci porterà a una comprensione più ampia del nostro oggetto e ci eviterà molto spesso delle facili semplificazioni. Del resto, la maggior parte degli eventi di questo mondo non sono reazioni chimiche costruite ad hoc dentro a un laboratorio, ma hanno a che fare con una complessità spesso ingestibile. Se è vero che la filosofia deve anche entrare nel quotidiano, lo può fare anche ragionando sul concetto di causalità.

 

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