Tutti a bordo del volo 93 della United Airlines?

Un sito dedicato alla filosofia, nonostante la natura spesso caotica (o apparentemente tale) della rete, non può rinunciare ad un’impostazione sistematica dei propri contenuti e alla chiarezza della propria proposta filosofica. In questa direzione, a partire da gennaio, RF riserverà regolarmente alcune uscite settimanali a temi o ambiti specifici della filosofia. La prima domenica del mese sarà dedicata al rapporto tra filosofia e politica, tema imprescindibile quanto scabroso per chi si occupa della prima (al contrario di quanto accade per chi si occupa della seconda che spesso si dà facilmente arie da filosofo). La serie avrà come titolo Il filosofo e la città: la meditazione come più alta forma d’azione e non sarà un altro capitolo dell’insopportabile dibattito sul ruolo degli intellettuali nella società. Piuttosto, passeremo in rassegna quei testi e quei pensatori che costituiscono imprescindibili punti di orientamento per comprendere la questione così come si presenta in qualsiasi momento storico, non solo in quello attuale (ricordiamoci che siamo malati di storicismo). In questo articolo, siccome la filosofia è tale in quanto, dichiarato un lato del problema, prende avvio da quello opposto, presentiamo il caso in cui alcune posizioni politiche o culturali hanno cercato di legittimarsi facendo anche ricorso al pensiero di un determinato filosofo.

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Socrate non insegna più: la fine dello spirito americano (II)

Nel 1987 usciva negli Stati Uniti uno dei saggi filosofici di maggior successo editoriale degli ultimi 50 anni: The closing of the american mind. L’autore, Allan Bloom, professore di filosofia politica all’università di Chicago e allievo di Leo Strauss, analizzava le radici filosofiche della crisi della società e della cultura americana. Il sottotitolo del libro recava l’indicazione del suo obiettivo polemico: «In che modo l’educazione superiore ha tradito la democrazia e impoverito le anime degli studenti di oggi». Il suo destinatario principale era dunque l’Università, ormai decaduta ad insignificante agenzia culturale di massa, nonostante fosse figlia dell’illuminismo il quale, prima che un progetto filosofico, era stato un progetto politico la cui premessa era che i governanti potevano e dovevano essere educati. Bloom assumeva che proprio questo principio, fondamento della società democratica, era stato eroso all’università, luogo dove la libertà di ricerca è svanita, la ragione ha perso il primato, la libertà di pensiero e di espressione si è tradotta nell’incoraggiamento delle identità e la protezione del fanatismo. In questo modo la crisi dell’università si è manifestata come crisi della politica.

Socrate e la precarietà della filosofia
Nella parte terza del libro, Bloom dedica una lunga discussione all’Apologia di Socrate, testo che mette a fuoco il conflitto tra i filosofi e la città. Il conflitto nasce dall’opposizione tra le due più alte forme di lealtà umana, rispettivamente quella verso la ragione e quella verso la comunità. Quell’opposizione può essere superata solo se lo Stato è razionale (come in Hegel) o se la ragione viene abbandonata (come in Nietzsche). Rispetto ad altre figure (come il profeta, il poeta, il santo) il filosofo è colui che più di tutti è minacciato dalla città che lo considera prima di tutto come un sovvertitore dei dogmi su cui essa si fonda. In questa situazione, la filosofia (anche se intende porsi al servizio della città) si trova in una posizione precaria. La conflittualità si sviluppa in modo più acuto nei confronti della religione, considerata questa non solo e in quanto semplice credenza negli dèi, bensì come il fondamento di legittimità della città, entità sempre e comunque teologico-politica. Socrate, che sarà condannato con l’accusa di corruzione dei giovani e di ateismo, non riesce nel tentativo di dissimulare la sua ironia ed è per questo che la gente riconosce l’implausibilità delle sue pretese religiose. Si vengono a costituire secondo Bloom tre gruppi che corrispondono ad altrettanti atteggiamenti rispetto a Socrate: quelli a lui ostili; quelli che non lo capiscono ma comprendono qualcosa di nobile in lui e votano per la sua salvezza; quelli che lo capiscono e lo supportano. Le speranze per la salvezza politica della filosofia rimangono nel secondo gruppo, quello dei buoni cittadini, pii e devoti ma allo stesso tempo aperti (al tempo di Spinoza essi saranno quei cristiani, né protestanti né cattolici, veri e propri illuminati di Dio, che condividevano la loro fede in circoli spesso segreti). Su questa categoria di persone, che Bloom definisce i gentleman, la filosofia ha costruito il suo appello retorico per duemila anni.
Non avendo nessuna garanzia di non essere perseguitati i filosofi si sono sempre impegnati nella sottile arte della dissimulazione. La moderazione ha sempre coperto il radicalismo politico degli antichi e questo ha spesso indotto in errore i moderni, più avvezzi allo slogan e meno alla sostanza: mentre questi (i moderni) sono soliti proclamare grandi ideali e poi dimostrarsi servitori dei potenti, gli altri (gli antichi) si prodigavano in esercizi di devozione verso i governanti ma intanto erodevano le basi del loro trono. Torna in queste riflessioni il tema straussiano della scrittura reticente, ovvero la dissimulazione del messaggio dell’autore attraverso una scrittura tra le righe che ha la funzione di coprire il significato nascosto. Se Strauss riconduce questa prassi a Lessing, Bloom la fa risalire addirittura ad Aristotele il quale si rivolge a nobili e politici (fu il precettore di Alessandro Magno) senza suscitare troppa diffidenza.
L’Apologia di Socrate suggerisce a Bloom altri temi di ricerca. Uno è quello relativo alla differenza tra il filosofo e gli altri uomini, costituito dal confronto con la morte e la sua relazione con l’eternità. Proprio la passione più forte degli uomini, la paura della morte, impedisce agli uomini comuni l’accesso alla filosofia ed è per questo motivo che Socrate definisce il filosofare come un “imparare a morire”. Questa formula non significa che il filosofo si preoccupa della morte in sé o cosa vi sia dopo di essa: al contrario, indica il modo di come si debba vivere la propria vita. Solo il filosofo è in grado di non mistificare ed è quindi in grado di vivere in perfetta lucidità: egli è un aristocratico in quanto si libera da quella paura che attanaglia e rende schiavo il volgo. Gli antichi, molto più dei moderni, più che del corpo erano preoccupati di preservare e custodire la libertà della mente ed in questo essi erano i veri aristocratici, perché pensavano che fosse la ragione a dover governare, compito poi esercitato dai gentleman che avevano a cuore la sorte della filosofia. Per comprendere la crisi maturata sin dagli anni trenta in Germania è allora necessario lo studio di Socrate (che non significa evidentemente solo la conoscenza dei dialoghi di Platone) ed è questo oggi il vero compito dell’Accademia. Le università si sono invece arrese di fronte ai movimenti di massa (il sessantotto ne è l’esempio) venendo meno alla loro funzione critica. Torna il tema dell’America weimariana: «Così come Hegel è morto in Germania nel 1933, l’illuminismo ha esalato l’ultimo respiro in America durante gli anni sessanta».

Bandiera Usa al contrario

Come insegnare? Ripartiamo dallo studio dei grandi libri
L’Apologia di Socrate fornisce le coordinate grazie alle quali leggere anche il mondo contemporaneo. Una di queste è la richiesta di Socrate di essere mantenuto a spese della città. Per quanto provocatoria, la proposta ha poi avuto realizzazione pratica proprio con l’istituzione delle Università le quali, se nate da questo spirito, dimostrano tuttavia oggi quanto ne siano distanti e abbiamo tradito l’ispirazione del loro ideale fondatore. Nel capitolo Studenti e Università, l’autore descrive il cambiamento intervenuto nei modi e nello spirito dell’insegnamento nonché nelle singole discipline. Si tratta di pagine scritte a cuore aperto, senza alcun freno inibitorio. Molti professori, afferma Bloom, sono ormai degli specialisti interessati solo all’avanzamento della carriera, maschere di carnevale intente ad attrarre gli studenti per il proprio spettacolino. L’attuale educazione liberale (così come vengono definiti gli studi umanistici negli Stati Uniti) non solo non ha un contenuto ma di fatto è una vera e propria frode. Un po’ come avviene oggi in Italia dove lo studio dei libri è stato sostituito dal numero di fotocopie fissato per legge e il 3+2 del corso di studi una formula che soltanto in pochi casi riesce a dare 5 come risultato. La decomposizione visibile dell’università è iniziata (da un punto di vista della cronaca) con i fatti avvenuti nel 1969 quando la Cornell University fu occupata dagli studenti: l’avvenimento segnò l’iniziò della catastrofe intellettuale. Da quel momento, scrive Bloom, l’università è diventata come una nave nella quale i passeggeri sono solo compagni occasionali in attesa di disimbarcare.
L’unica soluzione per restituire senso alla formazione superiore, secondo Bloom, è quella contro cui il sistema degli studi è maggiormente avverso: la lettura dei grandi libri. Solo questo approccio riesce a colmare la lacuna per cui oggi non riusciamo più a trovare, prima che a comprendere, le grandi questioni del nostro tempo.  Nonostante alcuni svantaggi e difficoltà, la lettura dei grandi libri nutre gli studenti dell’amore per la verità e per la vita buona, le uniche passioni suscitate dalla loro lettura. Le tre grandi branche delle scienze umane sono però contrarie a questo approccio: scienze naturali, scienze sociali e scienze politiche sono ormai come figlie insofferenti ai richiami del padre e gelose della loro autonomia. Niente di male in tutto ciò, ma l’insofferenza di queste scienze verso ogni discorso che riguardi i loro fondamenti produce il risultato di renderle sterili, cieche, vere e proprie parti senza un tutto. Trasformate in delle mere tecniche, le scienze sociali hanno perso il loro richiamo nei confronti degli studenti i quali, diventati consapevoli di questo loro mutamento, non guardano più ad esse come ad un’esperienza di conversione. Se l’educazione liberale richiede agli studenti di rischiare, oggi al contrario nessuno risponde più alla domanda di come si debba vivere: il sottotitolo originario del libro era significativamente Souls without longing, anime senza brama. Molti sono i grandi libri che andrebbero riletti pagina per pagina all’università secondo una prassi che alcuni dei nostri più anziani docenti praticavano nei dipartimenti di filosofia (e noi di RF abbiamo avuto la fortuna di conoscerli): per Bloom il primo libro da rileggere è la Repubblica di Platone, vero fondamento di ogni educazione. Eppure non ci si deve fare illusioni. La filosofia, avendo cessato di essere un modo di vita, non è più sovrana tra le scienze. Il suo futuro è compromesso e addirittura in via d’estinzione. Le scuole filosofiche contemporanee, a partire dal decostruzionismo (Derrida, Foucault, Barthes) sono le ultime tappe in questo processo di soppressione della ragione e rifiuto della verità. Contro l’approccio dei grandi libri, queste scuole rispondono che non esistono più testi, bensì soltanto interpretazioni. Proprio nel momento in cui i problemi, a causa della loro vastità e profondità, avrebbero bisogno più che mai della filosofia per essere risolti, gli uomini, conclude Bloom, sono diventati dipendenti dalla storia e dalla cultura del momento finendo per essere spaventati e preda degli eventi.

La fine dell’educazione
Il vice ambasciatore italiano a Washington, amico di lunga data e uno dei fondatori di RF, ci scrive chiedendoci se The closing of the american mind spiega i tempi presenti. La domanda pretende forse troppo. In prima battuta si dovrebbe dire che esso spiega i tempi passati, gli anni cioè in cui fu pubblicato il libro. Chi tra di noi era  studente universitario, ricorda bene come già a quell’epoca l’università (anche e soprattutto in Italia) stesse dando importanti segnali di disgregazione nonostante la situazione fosse dipinta in modo del tutto diverso. In secondo luogo si deve pur sempre tenere a mente che il libro di Bloom è una denuncia sullo stato dell’educazione. Il tema è stato affrontato anche da altri filosofi contemporanei (basti pensare ad Hannah Arendt) o al nostro Emanuele Severino che ha più volte sottolineato la crisi della scuola nell’età della tecnica. La filosofia in realtà, dopo l’ultimo grande Bildungsroman di Hegel, non ha più creduto nell’educazione. In questo senso l’analisi del filosofo americano si segnala per il suo ottimismo perché scritto con il pathos e la competenza del conoscitore di anime, di colui cioè che non smette per missione e definizione di credere che la natura umana sia plasmabile. Per questo motivo, rimossi tutti i pedagogismi (anch’essi responsabili dell’attuale situazione), il libro ci ricorda che a fondamento del rapporto educativo rimane l’attenzione ai giovani “nella loro fame di conoscenza e di ciò che possono digerire”: il vero docente, alla maniera di Socrate, sa vedere l’anima dei giovani con il solo sguardo, così guadagnando il loro riconoscimento, base della vera e autentica educazione. In fondo non si è antichi senza ragione.

Da Weimar a Woodstock: la fine dello spirito americano (I)

La filosofia, come scrive Erasmo da Rotterdam, significa disprezzare le cose che il volgo ammira stoltamente e avere sul mondo un’opinione di gran lunga differente da quello che ha la massa degli uomini. Molti filosofi oggi si limitano invece alla cortigianeria o al ribellismo, ovvero alla cura del proprio narcisismo. Paradossale che proprio una sorta di intellettuale dandy (come venne definito) pubblicava esattamente trenta anni fa un testo di grande chiarezza teorica che prendeva di mira le maggiori agenzie culturali delle società democratiche, in particolare l’università. The closing of the american mind di Allan Bloom, professore di filosofia politica all’università di Chicago, è stato per lungo tempo un best-seller con oltre un milione di copie vendute. La ricezione di questo libro nel nostro Paese, dominato dagli Zizek e dai Bauman di turno (sia detto con tutto il rispetto) è stata minima. Allievo di Leo Strauss, Bloom (scomparso nel 1992 all’età di 72 anni) fu subito etichettato come conservatore e attaccato dai cosiddetti intellettuali progressisti e politicamente corretti tra cui quella Marta Nussbaum che in Italia ha invece avuto ampio riconoscimento editoriale ed accademico. La chiusura della mente america, come scrive lo stesso autore, è una riflessione sullo stato delle nostre anime, vero e proprio report dal fronte nella crisi dell’educazione e della sua istituzione principale, l’università.

Relativismo, nichilismo, marxismo
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima viene descritto il cosiddetto “mondo dei giovani”: la vita universitaria, i libri, la musica, il modo di vivere le relazioni. Chi lo legge (diciamo dalla nostra generazione in avanti) non può, ciascuno in diverso grado, non riconoscersi. Significative e sorprendenti, nonché spietate e non lontane dalla verità, le analisi della musica rock e della psicologia come le dimensioni che in modo più aggressivo di altre hanno tolto spazio alla filosofia, cioè alla vita buona. La seconda parte, intitolata significativamente come Nichilismo in stile americano, prende in esame le radici filosofiche della crisi. La terza parte è infine dedicata interamente all’Università, soffermandosi sulle cause del suo declino ed indicando possibili rimedi.
La chiusura della mente americana nasce dialetticamente (anche se Bloom non usa questo termine) dalla più grande apertura mentale. Di essa sono possibili due forme: una all’indifferenza, l’altra nei confronti della conoscenza del bene e del male. La cultura occidentale ha scelto la prima grazie al relativismo diventato poi una sorta di postulato morale. Il relativismo, nonostante alcuni vantaggi, ha posto fine allo scopo che in ogni tempo ha guidato l’educazione, ovvero la ricerca della vita buona. Non solo. La cosiddetta apertura agli altri ha finito per diventare ideologia, poi conformismo rovesciandosi così nel politicamente corretto: si è passati dalla cultura dei diritti a quella dell’identità (razziale, di genere, ecc.) con la conseguenza di avallare tutti gli stili di vita.
Il problema a questo punto è diventato il seguente: se la società non è più costituita da cittadini ma da gruppi definiti in modo identitario, come è possibile il contratto sociale? Questa situazione di relativismo significa altresì l’adozione di una prospettiva storicistica la quale rifiuta l’accesso a qualsiasi forma di eternità: quello che ha detto Platone (tanto per fare un esempio) vale per il suo tempo e non ha nessuna validità fuori dal suo contesto storico. La ragione non ha più pretese di universalità.
In questo movimento il pensatore decisivo è stato Nietzsche. Egli, secondo le parole di Leo Strauss, mostrò come un’illusione vivificante, quella di chi si fabbrica nuovi miti, sia preferibile alla verità mortale, ovvero all’idea che la cultura sia possibile solo grazie a principi assoluti. Con Nietzsche e con l’annuncio della morte di Dio si è aperta l’era dei valori. L’uomo è l’essere che valuta: la conseguenza di questo assioma è l’impossibilità della vita buona socratica. La teoria dei valori, poi teorizzata da Weber, ha il risultato di rendere irrilevante qualsiasi discorso fondato sulla ragione. Bersaglio politico di Nietzsche è stata poi la moderna democrazia considerata come forma di imbarbarimento dell’uomo. Da questo punto di vista, nota Bloom, la critica di Nietzsche alla democrazia liberale è più potente di quella marxista la cui analisi non è altro che il compimento del capitalismo (al quale aspira) generando individui conformisti dediti ai loro piacerucoli piuttosto che educare ad una coscienza civile. Sembra qui descritta la deriva attuale della sinistra: nonostante che Marx rimanga il mito indiscusso, il nutrimento intellettuale viene da altri pensatori. Lo sforzo del marxismo mutante è stato allora quello di derazionalizzare Marx e di assumere Nietzsche e Heidegger come pensatori di sinistra (basti pensare alla Nietzsche renaissance à la Vattimo degli anni sessanta). Dopo che anche Lenin aveva dichiarato ideologico il marxismo, gli odierni tentativi di rimettere in piedi la statua di Marx (fatti in Italia anche da giovani pensatori) appaiono semplicemente parodistici. Il marxismo ha successo e fascino, scrive Bloom, perché sa come adulare l’opinione pubblica discolpandola dai mali della politica e considerandola come manipolata da élite corrotte. Smarrita ogni capacità di leggere la società, il marxismo è diventato indignazione morale (in Italia definito questione morale): ma ciò, come dimostra il processo e la condanna degli strateghi ateniesi per il mancato soccorso ai naufraghi dopo la vittoria della battaglia delle Arginuse nella guerra del Peloponneso, costituisce lo strumento nelle mani del demos nutrendo il populismo.

La germanizzazione della cultura americana
I due filosofi che maggiormente hanno influenzato la cultura americana sono stati Freud e Weber, entrambi figli legittimi di Nietzsche. Se il primo sottolinea l’importanza dell’inconscio e quindi dell’irrazionalità, il secondo teorizza la relatività di tutti i valori con la ragione che produce la distorsione burocratica e la messa al primo posto del carisma. Il fatto che maggiormente impressiona è la germanizzazione della cultura americana operata dalla filosofia tedesca. Parafrasando un detto di Nietzsche, si potrebbe dire che l’americanismo è il germanismo per le masse. La cultura tedesca ha vinto attraverso il mito della frontiera, del rock e dei MacDonald: tutto il contrario, a differenza di quanto scrivono alcuni intellettuali ancora oggi (soprattutto in Italia), della sua presunta incapacità a generare miti. Lo stile americano, scrive Bloom, è diventato la versione Disneyland della Repubblica di Weimar. Contro l’universalismo antico o moderno, il germanismo è qualcosa di localistico: per Nietzsche i valori sono quelli del popolo che li produce e hanno rilevanza solo per esso. Anche per Heidegger la loro traduzione era impossibile: si entra cioè nel mondo del tutto personalistico delle Weltanschauung. Il risultato è una sorta di universalismo multiculturale (il celebrato melting-pot) che genera l’irrigidimento delle differenze anziché il loro risolversi in un universalismo umanistico alla maniera in cui, ad esempio, la romanità seppe tradurre i suoi valori attingendo all’universalismo della ragione greca. Il risultato è il prodursi di una politica identitaria che alla fine genera processi di rifiuto su vasta scala (gli esempi degli ultimi anni ne sono la dimostrazione).

Tocqueville e l’ultimo uomo
Discutere della chiusura della mente americana significa prima di tutto esaminare le ragioni della sua nascita e i suoi tratti caratteristici. Da questo punto di vista il pensatore di riferimento rimane di gran lunga Alexis de Tocqueville. Nella Democrazia in America il filosofo francese (a cui per molto tempo gli intellettuali dominanti non concessero la patente di filosofo preferendogli quella di storico o di sociologo) insegna come il più grande pericolo delle società democratiche è l’uniformità e il conformismo dell’opinione pubblica. Questo dà luogo ad un risultato paradossale: la liberazione della ragione dalle sua antiche catene (religione, pregiudizio e tradizionalismo) provoca la sua stessa servitù nei confronti dell’opinione pubblica. Secondo Tocqueville il problema maggiore delle società democratiche è la mancanza di vita speculativa, proprio nel momento in cui viene raggiunta la libertà di farlo. Aristotele non è più studiato per comprendere la realtà e la ragione, sostiene Bloom, è diventata quasi un pregiudizio. Nelle società egalitarie gli individui sembrano afflitti da una sorta di impotenza che li rende incapaci di determinare il loro destino anche se poi gli stessi pretendono di aver scoperto la felicità. Nasce così la figura dell’ultimo uomo (poi teorizzata lucidamente da Nietzsche) prodotto del razionalismo, dell’egalitarismo e dell’ateismo socialista: la crisi della filosofia si manifesta come crisi della politica e come crisi dell’educazione.

Non chiamateli soltanto teologi

 

Secondo Leo Strauss, filosofo della politica ebreo-tedesco-americano del secolo scorso, la filosofia medievale si contraddistingue per un radicalismo filosofico che risulta assente nella filosofia moderna. Ciò è dovuto al fatto che la filosofia e la scienza moderna non hanno fatto i conti con la questione della loro legittimità: a differenza di quella antica (chiamata a dare conto rispetto alla città) e a quella medievale (che doveva esprimere vincolo di sottomissione rispetto alla religione), la filosofia moderna dà per scontata la sua stessa esistenza e ciò, da vantaggio iniziale, risulta essere un motivo che la danneggia: non chiedendosi più le ragioni del suo esserci, essa finirebbe per edulcorarsi e perdere di vigore. Non solo. Strauss aggiunge che «la filosofia moderna ha portato a formulare una distinzione, aliena alla filosofia medievale, tra filosofia e scienza. Tale distinzione è irta di pericoli: rischia infatti di indurci ad ammettere che vi possa essere una scienza afilosofica e una filosofia ascientifica: che vi possa essere cioè una scienza che sia mero strumento e dunque atta a divenire lo strumento di qualsivoglia potere o interesse» (Leo Strauss, Come avviare lo studio della filosofia medievale in Gerusalemme e Atene, Einaudi, 1998, pp.258-259).

Nell’ambito della filosofia medievale, si deve distinguere tra filosofia latina ed ebraica e, rispetto a quest’ultima, tra un indirizzo islamico e uno cristiano. Perché questa distinzione? Perché per l’ebreo e per il musulmano la religione è legge mentre per il cristiano essa è solo dogmatica. Di conseguenza, lo status della filosofia cambia nelle rispettive società: se in quelle cristiane essa è accettata, in quelle ebraiche e musulmane ha uno statuto precario. Dall’altro lato però il riconoscimento della filosofia nei paesi cristiani è stata pagata con la restrizione ecclesiastica prima e statale poi. La situazione della filosofia nei paesi islamici è invece quella di essere attività radicalmente privata che le conferisce un livello di maggiore profondità e sovversione. Grazie ad essa, ad esempio, conosciamo la distinzione, poi diffusasi anche in occidente, tra insegnamento essoterico (di tipo pubblico e quindi essenzialmente retorico) ed insegnamento esoterico (di tipo privato e quindi scientifico). L’averroismo latino è famoso per la sua dottrina della doppia verità secondo cui una tesi può essere vera in filosofia ma falsa in teologia e viceversa. In questo modo non abbiamo diritto di essere certi che l’insegnamento pubblico dei filosofi o teologi ebrei ed islamici fosse il loro vero insegnamento. Maimonide, ad esempio, il più grande dei filosofi medievali ebrei, insiste sul carattere segreto del suo insegnamento mettendoci in guardia fin dall’inizio della sua speculazione. Nell’articolo di Aeon dal titolo Se l’Aquinate è un filosofo, allora lo sono anche i teologi islamici, Peter Adamson, docente di filosofia alla Ludwig Maximilian Universität di Monaco di Baviera, ricorda polemicamente il giudizio di Bertrand Russell il quale non considerava quella araba una filosofia. Si tratta di un giudizio scorretto per due ordini di motivi. In primo luogo perché, come tanti teologi cristiani, anche quelli arabi erano commentatori dei testi di Platone e Aristotele. Anzi (aggiungiamo noi): non solo si deve dire che furono proprio i commentatori arabi ad introdurre i testi di Aristotele in occidente, ma che l’interpretazione araba di Aristotele è stata molto più filosofica e radicale di quella fatta in occidente. Tesi come quelle relative all’eternità del mondo o al radicamento noumenico dell’anima (e di conseguenza la sua stessa eternità che implica il non essere stata creata) risalgono all’interpretazione fatta da Averroè dei testi dello stagirita e risulta molto più fedele di quella teologica data dai commentatori occidentali. Ma il giudizio sull’espulsione della filosofia araba è ingiusto anche perché l’opposizione tra la tradizione di coloro che seguivano il kalam, cioè la parola (ovvero i teologi chiamati mutakallikum) e coloro che invece seguivano il falsafa (cioè il discorso argomentato praticato dai falasifa, ovvero i filosofi) non è così netta come appare essere. «I mutakallikum ad esempio erano spesso impegnati in temi filosofici cruciali come quelli del libero arbitrio, l’atomismo e le fonti della responsabilità morale dibattendo sull’inerenza delle proprietà della sostanza o sullo status di oggetti non esistenti», scrive Adamson (nostra traduzione, ndr). La tesi dell’autore è dunque che sarebbe troppo limitante ignorare le argomentazioni di molti pensatori islamici solo perché vivevano in un contesto in cui era la religione a farla da padrona. Del resto non si dovrebbe dire lo stesso di teologi come Tommaso d’Aquino, Duns Scoto e altri che pur tuttavia sono considerati filosofi a pieno titolo? Di più: la tradizione dei commentatori arabi, il kalam appunto, è diventata sempre più filosofica nel corso degli anni. I recenti studi dimostrano a questo proposito che il razionalismo non è morto con Averroè e che quella islamica contiene una tradizione filosofica che deve ancora essere scoperta: un invito alle università e ai ricercatori a studiare testi ancora oggi in larga parte sconosciuti.

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Un breve dialogo su antichità e modernità

Proponiamo una parte di un denso scambio epistolare tra due grandi filosofi ebrei del novecento, Karl Löwith e Leo Strauss, pubblicato per la prima volta dalla rivista Micromega nel 1991 e poi dall’editore Donzelli nel 1999. Le lettere da noi scelte sono quelle dell’agosto del 1946 e si riferiscono al rapporto tra alcune categorie del pensiero della modernità rispetto a quelle dell’antichità. Il dialogo è stato da noi ristrutturato, notevolmente semplificato e reso più colloquiale con alcune aggiunte che servono a comprendere anche dal punto di vista dell’oggi le questioni che ne sono alla base. I nomi sono stati come al solito italianizzati.

* * *

Strausso
Caro Lovitto,
riguardo alla questione antichi contro moderni io dico che la filosofia moderna, avendo in comune degli elementi essenziali con quella medievale, è per questo già in contrasto con la filosofia antica. Secondo me tuttavia il vero tema del dibattito, di cui la querelle antichi/moderni è soltanto una copertura, è quello tra antichità e cristianesimo. Gente come Swift e Lessing non dubitavano che l’antichità, cioè l’autentica filosofia, fosse una possibilità eterna. Noi dobbiamo superare la modernità (e quindi il cristianesimo). Ma per fare ciò dobbiamo imparare dagli antichi. In questo senso è decisivo lo studio della storia; uno studio fatto però non in modo esistenziale o con atteggiamento di superiorità, ma in modo pratico e interrogativo.

Riguardo alla politica, io credo realmente che l’ordine politico perfetto sia quello di Platone ed Aristotele. La piccola città-stato, la polis, è superiore, per ragioni politiche, sia allo stato feudale che a quello moderno. Da una parte però mi rendo conto che la polis oggi non si può più ricostituire. E tuttavia il suo modello mi aiuta a denunciare la soluzione moderna, che è quella di aver escogitato delle società chiuse, cioè gli Stati, che sono contro natura e da cui provengono i mali peggiori (vedi la bomba atomica, l’organizzazione delle città, le ideologie).

Contro Platone e Aristotele c’è solo un’obiezione: il factum brutum della rivelazione o del dio personale. E dico factum brutum perché a favore della fede non c’è nessun argomento teorico, pratico o esistenziale. E non mi si venga a parlare di cristianesimo come “paradosso”, come cianciano alcuni intellettuali cristiani, perché un paradosso è in quanto tale contestabile dall’intelletto (come dimostra Kierkegaard). Per questo è necessario superare il cristianesimo, altrimenti saremo sempre preda della violenza più cieca.

Lovitto
Caro Strausso,
riguardo al Suo discorso che da anni porta avanti sulla natura, anch’io trovo che il cristianesimo abbia modificato radicalmente la naturalità antica. Tuttavia credo che il problema sia nel fatto che nell’uomo la storia è qualcosa di troppo più forte rispetto alla sua natura e dunque la storicità prevale sulla naturalità. In altri termini: l’uomo è un essere diveniente e progettante, non naturale.

Circa il problema del dolore, nel quale si trova un esempio del contrasto tra antichi e moderni, può darsi (come Lei scrive da qualche parte) che Prometeo sia più comprensibile di Cristo, ma semplice e naturale Prometeo non lo è nemmeno lui: in questo modo è difficile dire fino a che punto la nostra snaturalizzazione sia legata al cristianesimo. Io direi che ciò che è cambiato non è la coscienza storica, ma il nostro essere storico.

In merito ai punti specifici toccati dalla sua ultima lettera Le rispondo in modo sintetico:

  1. sono d’accordo anch’io che lo Stato moderno è contro natura, ma non dimentichiamoci che contro natura è anche la polis.
  2. Il disagio della modernità nasce da questa coscienza storica, dall’avere cioè la nozione di tempi “altri”, migliori, escatologici e quando questa coscienza si smarrisce la modernità non si supera più.

Ma una cosa mi preme chiederLe più di tutte: come si fa a tracciare il confine tra naturale e innaturale? Per i greci era del tutto naturale avere rapporti con donne, fanciulle e animali; il matrimonio borghese è altrettanto innaturale della pederastia, ecc. Instaurare un ordine perfetto, sia a livello sociale che politico così come nella morale privata, è sempre un’impresa carica di innaturalità.

Strausso
Caro Lovitto,
è stupefacente come noi, che fino ad un certo punto ci capiamo molto bene, dopo finiamo per non capirci più.

Riguardo a questo ultimo punto Lei scambia l’uomo della strada greco con il filosofo greco. Platone e Aristotele non hanno mai creduto di avere dalla natura delle risposte naturali alle loro “innaturali“ domande. Platone fugge dai pragmata nei logoi, cioè dai fatti ai discorsi: i primi non danno nessuna risposta diretta, ma sono solo degli enigmi. Per quanto riguarda la sessualità essa è solo un mirabile mistero e la moralità non ha un’importanza maggiore per i filosofi. Da qui deriva l’atteggiamento pratico di questi filosofi verso la sessualità.

In generale però, Lei non coglie il vero senso della filosofia: essa è il tentativo di sostituire le opinioni sul tutto con una conoscenza del tutto. Per lei invece la filosofia non è altro che autoconoscenza o autointerpretazione dell’uomo. Per dirla platonicamente, Lei riduce la filosofia alla descrizione dell’arredamento della caverna del momento intendendo per caverna l’esistenza storica. La sua concezione rimane troppo attaccata all’idealismo-storicismo. E interpreta la filosofia nel senso dell’inevitabilità del condizionamento storico, identificando la filosofia con Weltanschauung (cioè una certa visione del mondo) e quindi facendola dipendere dalla cultura del momento.

Riguardo al rapporto Prometeo/Cristo, nel quale si trova esemplificato un particolare del più ampio rapporto tra antichi e moderni, Le ricordo che il mito di Prometeo è un mito, mentre il cristianesimo sta e cade con il presunto fatto reale che Cristo è risorto. Ebbene: che gli uomini si raccontino storie non vere, le quali hanno un senso, è secondo natura; la risurrezione invece è un miracolo ed in questo senso è completamente contro natura.

Le controribatto punto per punto alle altre due obiezioni:

  1. Il fatto che la polis sia contro natura è una tesi politica degli stessi greci, in particolare della sofistica. Io credo che a tale questione non si possa dare una risposta netta. E comunque il fatto che la polis abbia carattere istituzionale non è ancora una prova che essa sia contro natura: le istituzioni infatti aiutano le tendenze naturali. La polis antica è moralmente e politicamente la più ragionevole (e ciò non significa ancora che io vorrei vivere in una società del genere).
  2. Lei sostiene che il disagio della modernità nasce soltanto dalla coscienza storica; secondo il mio punto di vista invece, la coscienza storica è conseguenza del disagio della modernità.

Vorrei ricordarLe infine che la filosofia moderna consiste nel tentativo di sostituire la filosofia classica con quella giusta. In altre parole: la verità in cambio dell’efficacia. E questo è il contrario di quanto voleva l’unico antico tra i moderni, cioè Spinoza, il quale non pretendeva che la sua filosofia fosse quella migliore, ma soltanto quella vera.