Il volo leggero e rigoroso della metafisica di Whitehead

Alfred North Whitehead (1861-1947) non è stato solamente filosofo, ma si occupò dapprima di matematica (ha scritto, insieme a Bertrand Russell i tre volumi che compongono i Principia Mathematica), di logica ed epistemologia. Nel 2019 Bompiani ha ristampato la sua opera maggiore, quella nella quale tutta la sua ricerca si condensa, per dar vita a una filosofia dell’organismo che sia autenticamente speculativa. Quest’ultima, scrive Whitehead in apertura del corposo e difficile Processo e realtà, «è lo sforzo di comporre un sistema coerente, logico, necessario di idee generali, mediante le quali ogni elemento della nostra esperienza possa essere interpretato» (PR, 43). Ma come si compone la filosofia dell’organismo di Whitehead? Perché rappresenta un decisivo punto di svolta nella storia della filosofia novecentesca, sicuramente più profondo e meno ambiguo di quello bergsoniano? Si può a ragione dire che Whitehead è uno dei maggiori baluardi filosofici davanti alla dismissione della verità, all’abbandono di ogni velleità speculativa che il Novecento ha perpetrato e lasciato in eredità a noi post-moderni? Prima di provare a rispondere a questi quesiti, dobbiamo segnare il campo nel quale intendiamo muoverci. 

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Spinoza in Italia, una storia ancora da scrivere

L’influenza del pensiero di Spinoza in Italia è un capitolo ancora aperto della storia della filosofia. Come scrive Francesco Cerrato nel suo Liberare la modernità. Spinoza in Italia tra Risorgimento e Unità (testo che abbiamo utilizzato come guida per trarre lumi su questa vicenda), il pensiero di Spinoza non costituisce solo un problema storiografico ma anche un problema concettuale e filosofico. A destare curiosità è il fatto, comune anche agli altri Paesi europei, che Spinoza ha attraversato la modernità come un prisma il cui pensiero ha sempre diviso gli interpreti. Questo non solo a causa della strategia di dissimulazione adottata nei suoi scritti ma anche, aggiungiamo noi, al fatto che il pensiero di Spinoza, almeno nel periodo successivo all’Unità italiana, è stato confinato a quanto contenuto nell’Etica senza mai un vero confronto con le tesi del Trattato Teologico Politico.

Gentile primo storico dello spinozismo in Italia
Abbiamo ricordato recentemente la critica attualistica di Gentile a Spinoza. In un articolo del 1927 dal titolo Spinoza e la filosofia italiana, il filosofo siciliano ribadiva i suoi rimproveri sostenendo che «l’Amor Dei intellectualis non ci dà l’adeguato concetto della vita dello Spirito». Tuttavia, abbandonata la discussione sugli aspetti teoretici dell’ontologia spinoziana, Gentile giungeva ad affermare che «intendere Spinoza diventò per gli studiosi italiani un bisogno per intendere la stessa filosofia» tanto da ammettere che Spinoza aveva ragione: non solo perché egli era stato il rappresentante principale della concezione naturalistica del mondo, distinta da quella fornita dagli Eleati e dai presocratici, ma anche perché l’uomo ha bisogno della fede, costituita da quell’amore di Dio (appena poche righe prima, come abbiamo visto, dichiarato insufficiente) che Spinoza gli radica nell’animo, necessario affinché l’uomo non si senta «sequestrato dal mondo in cui Dio si manifesta, e cioè si realizza». Rimaneva ciononostante l’accusa di acosmismo, l’incapacità cioè di concepire il divenire, tipica di chi, come Gentile, interpretava la dinamica storica con le lenti dell’idealismo hegeliano. E rimaneva il rifiuto di una filosofia considerata comunque lontana dal cristianesimo che Gentile giudicava, nonostante le contraddizioni nelle quali era stato rivestito nel corso della storia, l’espressione dell’autentica vita dello Spirito in quanto in esso «non c’è più il fatto ma l’atto, non più le cose ma l’amore».

Spaventa e l’opposizione imperfetta
Chi invece su Spinoza ha condotto una riflessione sistematica, ben più profonda ed originale di quella di Gentile, questi è stato Bertrando Spaventa. Nella ricostruzione di Cerrato sono quattro gli approcci del pensatore abruzzese alla filosofia di Spinoza. I primi due sono uniti dalla persuasione, secondo la nota tesi della circolazione del pensiero, che la filosofia moderna europea, da Spinoza fino ad Hegel, sia uno sviluppo di quella rinascimentale italiana. Il primo approccio vede una stretta analogia del pensiero di Bruno con quello di Spinoza in cui l’infinito del primo e la sostanza del secondo sono fatti coincidere nell’immanenza divina. Tuttavia, in base alla canonica lettura hegeliana di cui anche Spaventa è debitore, entrambe sono giudicate filosofie statiche e immobili tanto da non poter accogliere dentro di sé il divenire del mondo. Anche nel secondo approccio il nolano continua ad essere dichiarato il precursore del filosofo di Amsterdam, ma se ne evidenziano però le differenze. Queste consistono nel fatto che la Sostanza spinoziana offre un concetto di Dio inteso come causa sui, causalità immanente; in Bruno invece, «vi ha una certa perplessità nel concetto di Dio: Dio ora è principio soprannaturale e soprastanziale, ora è la stessa Natura e Sostanza. Quello è il Dio dei teologi, questo de’ filosofi». Tale oscillazione è considerata tipica di un filosofo il quale, venendo prima di Cartesio, non poteva avere gli strumenti per una speculazione legata al soggetto. Non è un caso che Spaventa rileggesse Spinoza in senso cartesiano in una terza e più tarda interpretazione.

Ma è la quarta interpretazione quella più importante, contenuta in un saggio dal titolo Il concetto dell’opposizione e lo spinozismo, che Spaventa pubblicava all’età di cinquanta anni. In tale articolo, il filosofo abruzzese offriva innanzitutto una doverosa premessa teoretica volta a chiarire il concetto di opposizione: in base ad esso, i termini che si oppongono non sono estranei l’uno all’altro, bensì si implicano a vicenda (la natura, che non è spirito, non è senza lo spirito, così come lo spirito, che non è natura, non è senza la natura). Questo fonda la necessità della differenza, intesa come non poter essere senza il suo non essere. Nel sistema spinoziano tali opposti sono il pensiero e l’estensione, ovvero i due attributi della sostanza. Il problema, secondo l’interpretazione di Spaventa, è che tale differenza non è intrinseca bensì estrinseca a quell’opposizione con la conseguenza che essa risulta infinita solo in apparenza. Il difetto fondamentale della filosofia di Spinoza consiste dunque nel non aver distinto il concetto di sostanza da quello di essere: i due opposti infatti sono come il qualcosa e l’altro, in cui il principio non è l’essere ma la sostanza come essere. Nonostante ciò, il filosofo abruzzese riconosceva che quel difetto costituiva la contraddizione vitale dello spinozismo, felice inconseguenza (quella per cui la differenza è introdotta dall’esterno nella sostanza) che consente a Spinoza di fondare i concetti più noti, riassunti nel celebre Deus sive Natura; sicché, concludeva Spaventa, «lo spinozismo non è spento, ma vive ancora e vivrà sempre in una forma più adeguata alla sua propria esigenza, e quindi più vera. Dopo morto, è più vivo di prima».

Una questione di attributi
Vale la pena di aggiungere che il cuore della critica di Spaventa si fondava sulla critica degli attributi di derivazione hegeliana. Senza entrare a fondo nei particolari della questione, Hegel considerava gli attributi (pensiero ed estensione) in senso nominale anziché reale in quanto se è l’intelletto a cogliere gli attributi, «dove la sostanza trapassi in attributo non è detto». La difficoltà nasceva anche dal fatto che, una volta considerata la sostanza come determinata, era impossibile che la stessa sostanza fosse l’identico soggetto di attributi che, tra di loro, non hanno niente in comune. L’obiezione si poteva riassumere in questo modo: come è possibile che la sostanza, se è estesa, sia anche pensante? E come è possibile che la sostanza, se è pensiero, sia anche esteso? Questo è appunto impossibile se la causa prima viene intesa come determinata. Ma se, come sembra più corretto, si considera la causa come indeterminata, allora quella contraddizione scompare senza la necessità di introdurre un soggetto che si sostituisca alla sostanza.

Gioberti e gli altri tra cristianesimo e storicismo
Proprio la formula tipica dello spinozismo è ciò che separava Vincenzo Gioberti, l’altro grande filosofo del Risorgimento, da Spinoza: tramite la razionalità infatti, la distanza tra Dio e Natura è annullata con la conseguenza che viene ad essere negata l’identità personale e trascendente di Dio a favore di una concezione materialistica del divino. Gioberti rimproverava poi a Spinoza di aver trascurato la distinzione reale tra infinito e finito ricadendo, come Cartesio, in una forma banale di psicologismo. Da notare che Gioberti si spingeva fino a considerare l’aspetto politico della dottrina di Spinoza di cui era criticata la coincidenza tra diritto naturale e forza. Gioberti tuttavia, come Cerrato mette bene in risalto nel suo lavoro, è il primo a considerare la filosofia di Spinoza come una delle grandi alternative del pensiero moderno nei confronti della quale era doveroso prendere posizione. Oltre a Gentile e a Spaventa, tutti i filosofi del periodo, chi per un verso chi per un altro, lo hanno fatto: da Pasquale Galluppi all’inizio dell’ottocento con la sua critica al determinismo, fino ad Antonio Labriola e alle sue analisi delle passioni spinoziane nel periodo precedente la prima guerra mondiale; da Antonio Rosmini, che addirittura accusava Gioberti di essere caduto nello spinozismo, fino a Francesco Fiorentino il quale, oltre a ripercorre la dottrina spinoziana in modo completo, sottolineava la continuità tra l’Etica e il Trattato Teologico Politico. Proprio quest’ultima opera, l’unica pubblicata in vita dal filosofo di Amsterdam, costituisce a ben vedere la grande assente nelle analisi del periodo in esame. Ciò è accaduto per un duplice ordine di motivi. Da una parte la diffidenza nei confronti di una cultura, quella ebraica veterotestamentaria, troppo lontana dai riferimenti e dall’ambiente cristiano dell’epoca; dall’altra lo storicismo dei pensatori in esame, derivante dalla filosofia hegeliana, da cui scaturiva quella diffidenza nei confronti dell’incontrovertibile che ancora oggi costituisce la nota più evidente della filosofia contemporanea.

Riferimenti bibliografici
– Francesco Cerrato, Liberare la modernità. Spinoza in Italia tra Risorgimento e Unità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016
– Giovanni Gentile, Spinoza e la Filosofia in Italia in Chronicon Spinozanum, vol. V, L’Aia, 1927, pp.104-110
– Bertrando Spaventa, Il concetto dell’opposizione e lo spinozismo (1867) in Opere a cura di Francesco Valagussa, Bompiani, Milano, 2008, ediz. Kindle, loc. 6064-6221

Spinoza e Anassimandro contro tutti

Nell’ultimo articolo dell’anno ci rivolgiamo, come tradizione, al nostro classico per eccellenza: Baruch Spinoza. In un recente articolo a firma di un nostro amico e collaboratore, viene ricordato il necessitarismo di Spinoza, nei confronti del quale cade la categoria di possibilità, intesa come realtà che deve ancora compiersi. Ma, aggiungiamo, cade anche la stessa categoria di determinismo la quale, se ammette il principio per cui ogni effetto è determinato da una causa, non esclude il prodursi di altri ordini o serie causali: in altre parole, il necessitarismo spinoziano implica non solo che il prodursi di un certo evento sia condizionato da un altro (principio di ragion sufficiente) ma che quello stesso evento non poteva non prodursi (per questo motivo si dice radicale). Questa distinzione (necessitarismo vs determinismo) ci suggerisce poi ulteriori specificazioni in merito ad altri indirizzi, termini o correnti della storia della filosofia.  Continue Reading

Necessitarismo e attualismo modale in Spinoza

«è allora necessario che chi ama l’intelligenza e la scienza vada alla ricerca delle cause prime della natura ragionevole, e in seguito, le cause che si generano da altre cause e che di necessità ne muovono altre»
Platone, Timeo

L’opera matura di Spinoza, alla quale è dedicato il secondo articolo della sezione sulle Forme della ragione nel pensiero moderno, rappresenta un tornante decisivo della storia della filosofia. L’Ethica more geometrico demonstrata dona un nuovo “ordine” all’universo concettuale tradizionale, stravolgendo – spesso radicalmente – le coordinate teoriche e le costellazioni semantiche della storia del pensiero. Passo dopo passo, Spinoza ridiscute con rigore matematico gli “elementi” del sapere filosofico e, sotto la spinta di una ragione equanime, le nozioni classiche come quelle della modalità assumono una nuova fisionomia.

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Spinoza sull’inutilità dell’uccisione del tiranno

«L’unica remora rispetto alla eliminazione violenta del monarca era il rischio di vederne sorgere uno peggiore»
Luciano Canfora, Convertire Casaubon

Riprendiamo la rubrica sul Filosofo e la città con una serie di quattro articoli sul tirannicidio. Si tratta di una questione classica che riguarda la domanda circa la liceità dell’uccisione del governante che esercita in maniera dispotica e violenta il potere. Questa soluzione, secondo la visione del primo autore che prendiamo in considerazione, Baruch Spinoza, è sostanzialmente inutile. Dell’inutilità del tirannicidio Spinoza discute in modo rigoroso nel Tractatus politicus, dando fondata ragione sia dell’ingenuità della classicheggiante esaltazione del tirannicida, sia della dissennatezza delle teorie di monarcomachi e gesuiti del Seicento. Che il massimo teorico della democrazia come del regime più conforme alla ragione, alla sicurezza e alla libertà dei cittadini debba essere per questo considerato un fautore dell’assolutismo e un nemico del diritto di resistenza del popolo al tiranno? La critica spinoziana alle dottrine monarcomache di matrice cristiano-liberale viene invece qui ricondotta nel solco del pensiero repubblicano e del realismo politico che da Machiavelli risale fino a Senofonte.

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Spinoza, l’individuo che vive nell’eternità (II)

Come premessa necessaria allo sviluppo del discorso avviato la scorsa settimana, bisogna ricordare che la nozione di individuo in Spinoza non è riferita alla mente, in quanto la mente è un modo del pensiero che non ha nulla in comune con l’estensione e non può quindi essere costituita da corpi: se l’individuo coincide con un corpo (per sua natura composto), questo a sua volta costituisce una cosa singola che si identifica di fatto con corpi e cose singolari. Tuttavia la distinzione che abbiamo visto tra esistenza singola di un corpo in atto ed essenza del corpo ha la sua necessaria corrispondenza sulla dottrina della mente in cui l’eternità trova fondamento nell’amor dei intellectualis.

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Quel rapporto chiamato corpo che genera l’individuo (I)

Continuiamo il nostro viaggio nel concetto di individuo con un classico: Baruch Spinoza. Il tema è stato ampiamente indagato dalla letteratura critica sia da un punto di vista ontologico che politico. Noi ci soffermeremo maggiormente sugli aspetti genetici: comprendere il suo pensiero in proposito infatti impone di seguire in modo puntuale tutti i passaggi con i quali egli costruisce la sua dottrina. In due puntate, vedremo come Spinoza affronta la questione con l’ottica dello scienziato-filosofo animato dall’intenzione di descrivere la cosa così come si sviluppa a partire dall’unica sostanza che egli chiama Dio o Natura. Se in questo senso è stato detto che egli ha generato Dio (Borges), altrettanto può dirsi per quel genere di individuo chiamato uomo la cui essenza richiama per definizione quella di eternità: una prospettiva che, dopo quattro secoli, deve ancora essere ascoltata e assimilata in modo adeguato.

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L’illusione della filosofia nell’individuo di Jeanne Hersch

L’occidentale contemporaneo vive una condizione estremamente scomoda. Nel momento in cui scopre di avere una coscienza e inizia a porsi domande, si trova schiacciato tra gli estremi delle promesse dei suoi predecessori e la delusione di quelle stesse promesse. La paura lo porta a trovare rifugio in risposte estreme che semplificano la scelta, ma una reazione del genere, per quanto comprensibile, non può essere giustificabile. Le prime battute di una delle analisi sociologiche più note del secolo scorso, Avere o essere?, spiegano la situazione in maniera esemplare:

 

La Grande Promessa di Progresso Illimitato ha sorretto le speranze e la fede delle generazioni che si sono succedute a partire dall’inizio dell’era industriale. […] La trinità costituita da produzione illimitata, assoluta libertà e felicità senza restrizioni venne così a formare il nucleo di una nuova religione. […] L’imponenza della Grande Promessa, le stupende realizzazioni materiali e intellettuali dell’era industriale devono essere tenute ben presenti se si vuole capire l’entità del trauma che oggi è prodotto dalla constatazione del suo fallimento (E. FROMM, Avere o essere?, trad. it. di F. Saba Sardi, Mondadori, Milano 1977, pp. 11-12.).  

Se una determinata evoluzione della tecnica, della scienza, del filosofare legati al nostro tempo non tracciano una strada diretta per portare ad espressione l’essenza dell’uomo, forse la soluzione non è rassegnarsi oppure prendere irrazionalmente le distanze, bensì seguire un più sconnesso percorso indiretto, che si confronta e lotta con ciò che incontra nel proprio tempo vissuto, fino a ritrovare la propria via.

L’esistenzialismo e il recupero del limite
Nell’età della sovrastimolazione serve innanzitutto rimettere un po’ in ordine per fare spazio, ricavare un vuoto e pensare l’essenza dell’uomo a partire proprio da ciò che non è. Per dirla in termini un po’ più filosofici, rispondere allo scientismo e al positivismo con la valorizzazione del limite, della rinuncia ad ogni infondata oggettività. Questo, seguendo il ragionamento di Abbagnano nella sua introduzione a L’illusione della filosofia, non per accettare fatalmente il naufragio dell’uomo, ma per recuperare il suo rapporto con l’essere e correrne il rischio fino a raggiungere se stessi («L’uomo non può ormai né imbarcarsi per un viaggio verso l’impossibile né rassegnarsi a un naufragio fatale. Non gli rimane che accettare, per quella che è, la sua condizione. Se il suo rapporto con l’essere non mette mai capo all’essere, egli deve riconoscere questa instabilità, assumerne su di sé il rischio, realizzare nel ritorno consapevole su se stesso il suo vero destino» – J. HERSCH, L’illusione della filosofia, trad. it. di F. Pivano, Einaudi, Torino 1942, p. 6.).

Se davvero il recupero della condizione vissuta e finita dell’uomo può essere la soluzione all’inevitabile disorientamento provocato da quella che, semplificando, potremmo definire la deriva scientista, l’esistenzialismo diventa la chiave di lettura migliore per sondare le possibilità offerte da tale soluzione. Come dimostra un rigoroso excursus di J. D. Robert, La vie de l’existentialisme en France, l’esistenzialismo è ormai diventato una risposta valida e condivisa ai problemi contemporanei in Europa e in tutto il mondo.

È mia convinzione che l’esistenzialismo raggiunga il proprio apice in Jeanne Hersch (1910-2000). Volendo riassumere in maniera brutale ma efficace la sua filosofia, si potrebbe affermare che il pensiero della ginevrina nasce dal rigore di Kant, dall’engagement di Jaspers, dalla spontaneità di Bergson e dalla libertà di Spinoza. Hersch incarna i principali tratti comuni all’esistenzialismo, unendoli a una particolare umiltà: presente al proprio tempo, come ama descriversi in Rischiarare l’oscuro, ha capito quanto è importante il confronto con la realtà in cui si vive e quanto la filosofia rimane legata, quasi in debito, con scienza e tecnica. Nella sua riflessione il rifiuto di una verità oggettiva non giustifica mai l’abbandono della ragione.

La libertà necessitante in Hersch
In che modo Jeanne Hersch può aiutare la riflessione sull’essenza dell’uomo? Non riuscendo qui a portare avanti un ragionamento esaustivo, mi limiterò a presentare in che modo L’illusione della filosofia apre la strada alla realizzazione dell’uomo liberandolo da ciò che non è e spiega qual è effettivamente la posta in gioco nella questione affrontata. In questo testo Hersch sostiene che dopo Kant, Kierkegaard, Nietzsche e Jaspers la filosofia non può più essere valutata per le conoscenze oggettive che apporta, in quanto è stato dimostrato che nessun pensiero può raggiungere la totalità. Da un punto di vista scientifico non ha più senso studiare sistemi del passato, come quelli greci, che risultano ormai ampiamente superati. Nonostante ciò, la filosofia non è ancora morta, anzi, risulta forse più necessaria che mai.

In ogni filosofare c’è un doppio movimento, a cui corrisponde un determinato senso: il senso esplicito è ciò che si cerca all’inizio della riflessione, una risposta universale alla base di tutto; il senso reale è invece qualcosa di inizialmente sconosciuto anche al filosofo, quel valore che si vuole perseguire e che ritorna in ogni momento, fino a diventare il nucleo che dona coerenza all’esistenza di qualcuno. Evidentemente non studiamo un pensatore per le conoscenze che ci offre, ma per l’esempio che ci dà con il suo impegno, perché l’unità del soggetto da esso raggiunta è la massima elevazione a cui l’uomo può aspirare e ciò che il lettore avverte di voler imparare a mimare per realizzare la propria esistenza.

Ma che cos’è l’unità del soggetto? È qui necessario spostare l’attenzione su Essere e forma. Riprendendo da dove Kant si è fermato, per la ginevrina l’uomo, muovendosi nel mondo, non può mai andare oltre il proprio punto di vista e cogliere qualcosa di oggettivo. Ogni volta che abbiamo a che fare con qualcosa, adottiamo un modo particolare per conoscere e così ognuno si crea la propria realtà. Il soggetto vede un oggetto e più prova a prenderlo più si accorge che esso è impenetrabile. Ogni presa esercitata cattura un aspetto particolare, genera un equivoco e un infinito numero di prese sullo stesso oggetto non restituirà mai l’oggetto in sé.

Jeanne Hersch

Risulta evidente che ogni singolo deve crearsi la propria specifica realtà, ma non è chiaro quali sono i principi attraverso cui si opta per una presa piuttosto che un’altra. Quando definisce la realtà umana come un crinale tra due abissi sconosciuti ((«La realtà nel senso umano è quindi limitata. È un crinale tra due abissi, posti e sconosciuti, l’io in sé e il non io in sé. È una linea di convergenza e di conflitto. L’uomo esiste soltanto là dove realizza se stesso inserendo la sua presa». – J. HERSCH, Essere e forma, trad. it. di S. Tarantino e R. Guccinelli, Mondadori, Milano, 2006, p. 13.)), Hersch presuppone la presenza di un vuoto, all’interno del quale l’uomo ha uno spazio di manovra per costruire la propria esistenza. Con Bergson, ci si muove sempre da qualcosa di poco definito a qualcosa di più definito ed esisterà sempre uno spazio in cui sistemare la propria scelta reale, perché questo vuoto corrisponde all’incrinatura della verità oggettiva.

Se l’uomo non può scegliere affidandosi a qualcosa di universalmente valido, non gli rimane che appellarsi alla propria libertà. Qui entra in gioco Spinoza, perché la libertà di cui si fa portavoce Hersch è la fioritura esistenziale di quella libertà che genera lo stesso sentimento di necessità provocato dalla dimostrazione geometrica. In Ordre, moral et liberté la ginevrina spiega rapidamente quali sono i diversi livelli di libertà e, partendo dalla non-determinazione fisica e dal libero arbitrio, arriva ad una libertà come capacità di lasciarsi impegnare da qualcosa finché, là dove libertà e necessità coincidono, ci si trova in una situazione in cui si deve scegliere tra la propria realizzazione e la tentazione, perché si avverte come l’Antigone di Sofocle che una semplice azione può determinare la propria essenza più profonda. Tornando a L’illusione filosofica, il filosofo nella sua ricerca trova un oggetto che non è ma merita di essere, cercando di esercitare su di esso prese diverse. Si costruisce così un’esistenza coerente e unitaria, che non può avere pretese di universalità ma che manifesta il se stesso del soggetto. Questo cammino verso l’autenticità è il valore della filosofia, il motivo per cui deve rimanere in vita e il modello che cerca il lettore quando si approccia ad essa.

Il senso dell’uomo tra oggettività e possibilità
Da questa stringata presentazione del modello proposto da Hersch si possono trarre le risposte ai quesiti inizialmente presentati. Tutto ruota intorno ad un’alternativa originaria, quella tra l’oggettività e la possibilità. Se si ricerca una verità universale, si deve essere disposti a sacrificare la libertà dell’uomo, perché esiste da qualche parte qualcosa di certo a cui chiunque è obbligato a dare il proprio assenso. Se invece si vuole difendere la libertà, si deve rinunciare alla sicurezza di ogni compromesso che semplifica le situazioni problematiche con risposte definitive, per accogliere la responsabilità di realizzare la promessa umana.

Hersch non ha dubbi e sceglie la valorizzazione della possibilità, in una libertà ontologica che nega ogni predeterminazione per donare all’uomo la spaesante ed entusiasmante occasione di creare se stesso e il reale. Se si sposa questo modello, diventa ovvio che non è pensabile una definizione univoca dell’essenza dell’uomo, anzi, ogni sforzo deve preservare il vuoto vitale per il soggetto, non per consentirgli di fare ciò che vuole, ma per tutelare il suo diritto di trovare una personale via di realizzazione. Questa è la naturale prosecuzione del tentativo di Kant e Jaspers di frantumare il sapere oggettivo una volta per tutte.

L’illusione della filosofia ci mette di fronte ad un’alternativa: sarò o non sarò («Non si sceglie la filosofia, […] è il problema filosofico stesso che si pone. […] L’alternativa è: […] “Sarò di fronte alle cose o cesserò di essere confondendomi in esse? Sarò o non sarò?”» – J. HERSCH, L’illusione della filosofia, cit.,, p.25.) Non si può certo dimostrare in poche pagine quale deve essere la scelta di ogni soggetto, ma si può far capire quanto sia vitale riflettere sull’alternativa qui presentata, in un tempo che invece cerca di mostrare e imporre solo la via brevis che si profila al bivio. Curiosamente il miglior testamento spirituale è Le métier de philosophe, il discorso inaugurale tenuto da Hersch in occasione della sua prima lezione all’università di Ginevra:

La filosofia chiarifica – senza ridurre – i misteri essenziali della condizione umana. […] Il filosofo ha un compito urgente da svolgere: chiarire, distinguere, delimitare, legare, descrivere, porre e riproporre le esigenze essenziali, difendere ancora e ancora i misteri essenziali dalle riduzioni menzognere. […] In un tempo come il nostro, rimane più necessaria che mai per preservare quanto meno il “vuoto” indispensabile alla pienezza della libertà (J. HERSCH, Le métier de philosophe, in Revue de Théologie et de Philosophie, Lausanne, 1957, IV, pp. 4-6 [trad. mia].)

Hersch enfatizza a più riprese che una missione del genere deve animare lo sforzo di ogni filosofo, ma al tempo stesso decide dell’esistenza di qualsiasi uomo. L’uomo è in grado di usare la forza del proprio intelletto per fare grandi cose e trovare rifugio in fortezze tanto sicure quanto alienanti. Spingendosi oltre, però, è anche capace di riscattare la dignità della propria ragione impegnando la propria libertà e mettendosi in cammino per strade tortuose. L’uomo è fatto per realizzarsi creando la propria essenza e ricordare questa promessa, anche quando battere in ritirata e accontentarsi sembrano la soluzione migliore, è un compito primario non solo per il filosofo ma per ogni essere umano degno di tale definizione.

Per una politica extra-statuale. L’individuazione nella lettura deleuziana di Spinoza

Ragionare sul concetto di individuo vuol dire misurarsi con una complessità irriducibile. L’individuazione, essendo soggetta agli smottamenti della storia, ricusa infatti una definizione unitaria, talché – ad esempio – non si potrebbe costringere l’individualità nella serra del principio identitario senza smarrire il polimorfismo politico della nozione. La filosofia di Gilles Deleuze, a tal proposito, proprio perché tenta di pensare l’individualità fuori dello spettro coscienzialistico, si attesta come una lunga variazione sperimentale sul tema preso in esame. In questa sede, tenendo fermo questo presupposto, avremo cura di studiare l’eco politica della teoria dell’individuazione formulata dal filosofo francese attraverso la sua esegesi di Spinoza.

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