La commissione Grandi Rischi non è scienza

Ammetto che ho dovuto far decantare qualche giorno questo articolo. Ho voluto aspettare qualche tempo prima di dire la mia, semplicemente perché ho letto su giornali, quotidiani e siti internet, ma soprattutto ascoltato in tv, cose aberranti rispetto alla sentenza contro la commissione Grandi Rischi per i fatti dell’aprile del 2009 a L’Aquila. (Uno dei pochi casi contrari è questo splendido e lucido articolo dell’astrofisico Amedeo Balbi.) Non voglio parlare della sentenza, né dei fatti politici che girano intorno a tale questione. Piuttosto vorrei rispondere a molte persone che hanno considerato, e considerano, scientifica una commissione Grandi Rischi; considerando per di più scientifico il suo operare.

Mi spiego.

Non sono io a dover dare la definizione, generale, di scienza. Sebbene credo vi sia bisogno di indicare dei limiti entro i quali poter dire che stiamo parlando di scienza, o di fandonie. Rifacendoci, in un certo modo, alla nozione che Karl Popper ha dato di scienza nel suo Logica della scoperta scientifica, intendiamo la scienza sì come una serie di conoscenze corroborate nella realtà fisica, acquisite mediante un rigoroso metodo di ricerca che ha portato una certa teoria ad escluderne un’altra precedentemente accettata. Ma ciò non significa, che tale teoria (o legge) sia immutabilmente la Verità. Ci dice Popper che queste teorie sono delle palafitte in mezzo al mare, burrascoso. È ora di smetterla di pensare alla scienza come un sistema di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte. “Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità” (Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, 1998, p. 311) E continua Popper, non è affatto plausibile pensare che la scienza accumulando esperienze e dati possa avvicinarsi ad uno stato definitivo. Essa è in continuo mutamento.

Detto ciò credo sia necessario capire che: non possiamo chiedere ad una “commissione” di prevedere dei fenomeni fisici. In primo luogo perché certe cose sono incalcolabili (come la probabilità che ora un fulmine colpisca il palo della luce di fronte alla mia finestra, è incalcolabile), in secondo luogo la scienza non può dare dati esatti su eventi futuri. La scienza, al massimo, può calcolare e delineare ciò che è già accaduto nel passato, e non ciò che dovrà accadere. Questo è il mestiere dei maghi, dei truffatori alla Wanna Marchi.

Io mi chiedo, e nessuno ha fatto questa domanda (anzi tutti a dire che questa era una sentenza alla scienza): come è possibile che importanti scienziati abbiano sposato la causa di una commissione Grandi Rischi? Come è possibile che un fisico che abbia studiato una vita, e si sia dedicato alla scienza possa far parte di una assurdità come la commissione Grandi Rischi?

La scienza non ci dà la verità, e gli strumenti per definire ogni cosa del futuro. La scienza è altro. Non è calcolo probabilistico, esso si affida al caso, alle cause esterne, a ciò che è incontrollabile per noi.

Ancora una volta ci viene incontro la filosofia. All’inizio del suo manuale, lo stoico Epitteto scrive che vi sono due tipi di cose, eventi, fatti, nel mondo: quelli in nostro possesso, e quelli non in nostro possesso. I secondi sono, ad esempio, i terremoti, i fulmini, le raffiche a 180 Km/h di vento. I primi sono: la prevenzione nella costruzione delle case antisismiche. La scienza può aiutarci a prevenire i mali futuri. Non a prevedere.

I guardiani della ragione

La rubrica The Stone del New York Times si conferma ancora una volta uno dei migliori e consistenti blog divulgativi a carattere filosofico. Da un po’ di tempo è in corso un dibattito sul significato odierno della filosofia e sul ruolo dei filosofi. Abbiamo già segnalato quello di Steven Nadler su Spinoza. Ora, dopo quello molto interessante di Colin McGinn (che pure invitava gli addetti ai lavori a cambiare nome alla filosofia con quello di scienza ontica), l’ultimo intervento è di Julian Friedland, visiting professor alla Fordham University, “l’università gesuita di New York” come indicato nella presentazione del sito di quell’università.
Nel titolo del suo articolo, Friedland mette subito le cose in chiaro: filosofia non è scienza. Come fatto recentemente notare anche dal nostro Lucilio, il docente americano ricorda che la filosofia è la madre di tutta la conoscenza. Il suo ragionamento parte dalla definizione classica di filosofia come amore per la sapienza (e già abbiamo discusso, con il dibattito sul blog, che se uno assume la filosofia come sapienza, o peggio ancora come scienza come ha fatto Hegel, stravolge dall’inizio il suo reale significato). Il problema, dice Friedland, è il seguente: qual’è il grado di conoscenza che la filosofia può portare in più rispetto a quello già determinato dal sapere scientifico? Che cosa ha in più la filosofia rispetto alla scienza? Miriadi di filosofi contemporanei sono perfettamente coscienti di essere niente altro che dei servitori della scienza, dei meri e semplici uscieri rispetto ad essa, nota amaramente il docente.
Il punto (peraltro semplice ma decisivo a ricordarsi) è allora che la filosofia, a differenza della scienza, non riposa su osservazioni empiriche ma è fondata su principi logici e razionali. Come tale, mentre la scienza tende ad alterare e ad aggiornare le sue scoperte giorno dopo giorno attraverso prove ed errori, le deduzioni logiche sono eterne. Nessuna osservazione empirica potrà cambiare il fatto che 5 più 7 fa 12. Certamente argomenti fallaci potranno derivare anche da sofisticate dimostrazioni razionali. Ma tuttavia ciò non toglie che essi saranno sempre invalidi e soggetti a fallimento. Indicare tale genere di errori fa dunque parte del capitale essenziale della filosofia. Come Socrate mostrò molto tempo fa, il guadagno realizzato nel fare filosofia consiste nel comprendere ciò che deve essere escluso da un corretto apprendimento. Non è un caso che la quasi totalità dei dialoghi platonici abbia carattere aporetico mostrando le strade che non devono essere intraprese per la soluzione di un certo problema. Altri esempi possono essere la critica di termini utilizzati in vari contesti (come nei casi utilizzati da Wittengstein) o le premesse utilizzate dalla Corte di Giustizia per emettere le proprie sentenze. Altri esempi citati sono quelli in ambito giurisprudenziale ed etico.
In tutti i casi si ribadisce il concetto che la filosofia non è scienza in quanto essa impiega i mezzi dell’analisi logica e della chiarificazione concettuale in luogo della misurazione empirica. Questo approccio, se attentamente attuato, può dare una conoscenza più affidabile e duratura della scienza. La misurazione scientifica infatti è sempre soggetta ad un certo livello di riaggiustamento basato su osservazioni future. Al contrario, solidi argomenti filosofici raggiungono una certa misura di immortalità. Così, conclude Friedland, se noi filosofi vogliamo restaurare l’autorità della filosofia, non dobbiamo cambiarne il nome ma impegnarci più spesso con questioni di interesse corrente, non come scienziati ma come guardiani della ragione. Questo (secondo una premessa ottimistica forse discutibile ma comunque sempre da porre in risalto), incoraggerà le persone a pensare più criticamente, ovvero a diventare più filosofiche.