Leibniz e i mondi possibili tra necessità assoluta e ipotetica

«Uti minus malum habet rationem boni, ita minus bonum habet rationem mali»
Leibniz, Discorso di metafisica

 

L’incontro col pensiero di Leibniz, al quale è dedicato questo terzo articolo della sezione Forme della ragione nel pensiero moderno (il primo e il secondo articolo sono stati dedicati a Cartesio e Spinoza), rappresenta uno snodo decisivo nella storia dei concetti modali. La riscoperta novecentesca dell’opera di Leibniz ha infatti notevolmente inciso sulla nascita delle teorie modali contemporanee e sullo sviluppo dell’attuale semantica dei mondi possibili. Sebbene il filosofo e scienziato di Lipsia non ci abbia lasciato un lavoro sistematico dedicato al tema della modalità, a partire dalla sua opera è possibile ricostruire una precisa teoria modale che unisce intuizioni originali ad aspetti e concetti di memoria medievale.

Intelletto e volontà divini
Le teorie modali elaborate nel corso dell’epoca moderna, come già illustrato nei precedenti articoli, sono saldamente legate allo sfondo teologico dell’autore e, in particolare, al differente valore assegnato all’intelletto e alla volontà divini. Cartesio aveva posto l’accento sull’incommensurabile distanza tra Dio e creatura, con lo scopo di svincolare i decreti del volere divino dalle leggi della necessità. Il nostro intelletto, poiché creato e finito, non ci consente di cogliere l’infinita potenza del creatore e, dunque, di determinare le regole del volere divino. Al contrario, secondo Spinoza, considerare l’onnipotenza divina alla stregua di un potere gravido di infinite possibilità rappresenterebbe una imperfezione del divino, poiché renderebbe Dio incapace di attualizzare il suo infinito potere. Tutto ciò che esiste, infatti, deve seguire necessariamente dalla natura divina.

Il pensiero teologico di Leibniz rappresenta una terza via rispetto alle due posizioni appena richiamate. In primo luogo, egli considera assurda la tesi sostenuta da Cartesio, poiché condurrebbe a un volontarismo teologico analogo a quello sostenuto da Ockham, secondo il quale «tutte le verità eterne […] altro non sono che effetti della volontà di Dio» (Discorso di metafisica, §2, p. 60). Esistono invece, secondo Leibniz, dei principi metafisici, matematici e morali che non dipendono dalla volontà di Dio, ma che appartengono alla sua essenza e seguono direttamente dal suo intelletto. In secondo luogo, non solo lo sfondo teologico, ma l’intero disegno metafisico di Leibniz della maturità, rappresentano una risposta al necessitarismo di Spinoza. Sebbene esistano delle verità di ragione immutabili, il nostro cosmo è il prodotto di una scelta istanziata da Dio. Prima di passare al chiarimento dei criteri che regolano i decreti divini, è opportuno offrire alcune coordinate sull’universo leibniziano, con l’obiettivo di illustrare rapidamente il contesto dal quale prende le mosse la teoria modale dell’autore.

Individui compossibili e mondi possibili
In aperta polemica con Spinoza, il mondo leibniziano è composto da una molteplicità finita di «sostanze individuali». A ogni sostanza individuale corrisponde un «concetto completo», ovvero un concetto che esprime l’insieme di tutti i predicati – passati, presenti e futuri – inerenti a una determinata sostanza. Il concetto completo di una sostanza è infatti ottenuto dalla combinazione in mente Dei di concetti elementari:

«il concetto di una sostanza individuale racchiude, una volta per tutte, tutto ciò che le potrà accadere, e che, considerando tale concetto, vi si può apprendere tutto ciò che si potrà enunciare con verità di esso, così come della natura del cerchio possiamo apprendere tutte le proprietà che se ne possono dedurre» (ivi, §13, p. 77).

Ne segue, in primo luogo, che sono sostanze solo gli enti dei quali si può ottenere, in linea di principio, una nozione perfetta. In secondo luogo, segue che non possono esistere più sostanze individuali qualitativamente identiche – ovvero alle quali ineriscono i medesimi predicati – poiché ogni individuo viene determinato univocamente dal proprio concetto completo (cfr. ivi, §9, p. 71). In tal senso, mediante il principio di individuazione, un intelletto perfetto – come quello divino – è in grado di cogliere «la ragione di tutti i predicati che si possono asserire con verità» (ivi, §8, p. 69) intorno a una determinata sostanza. In terzo luogo, l’ontologia leibniziana riformula il significato tradizionale di proprietà contingenti (cfr. ivi, §13, pp. 77-78). Infatti, nella misura in cui nel concetto di una sostanza sono contenuti tutti i predicati di un individuo, anche le proprietà contingenti apparterranno alla sua essenza e saranno a fondamento della sua individuazione. Pertanto, saranno essenziali anche l’insieme dei predicati i quali esprimono i rapporti di relazione tra le sostanze.

Un mondo è un insieme o una collezione di individui. Tuttavia, in base a quanto appena osservato, il predicato che esprime il rapporto di un individuo con gli altri membri del suo mondo appartiene al suo concetto completo:

«ogni sostanza è come un mondo intero e come uno specchio di Dio o piuttosto di tutto l’universo, che ciascuna di esse esprime nella sua particolare maniera, press’a poco come una sola e medesima città viene in modo diverso rappresentata a seconda delle differenti posizioni di chi la guarda» (ivi, §9, p. 71).

Ogni sostanza – detta anche monade – si rappresenta secondo diversi gradi di chiarezza l’intero mondo, ovvero l’insieme delle sostanze e dei rapporti tra esse inerenti, secondo la particolare “posizione” che essa ricopre nella serie degli individui che compongono il mondo.

Un individuo è «possibile» quando l’insieme dei predicati ad esso inerenti non danno luogo a contraddizione. In linea con un filone tradizionale di pensiero, dunque, Leibniz fonda la possibilità sul principio di non contraddizione, al quale si devono adeguare persino i decreti della volontà divina. Tuttavia, affinché si possa pensare un mondo, non è sufficiente raggruppare più individui semplicemente «possibili». Una sostanza, infatti, non solo deve rispettare i criteri di possibilità e coerenza relativi al proprio concetto completo, bensì anche quelli relativi all’insieme dei concetti completi delle sostanze appartenenti al proprio mondo. Quando tutti i predicati inerenti a due o più individui soddisfano questo rapporto di coerenza, questi sono definiti «compossibili» tra loro.

Un «mondo possibile» è dunque una collezione compossibile di individui. Ci sono tanti mondi possibili quante sono le serie di individui che possono essere concepite dall’intelletto divino senza dare luogo a contraddizione alcuna. Ogni individuo compossibile è riferito univocamente al proprio mondo, poiché, come anticipato, tutte le circostanze del mondo – l’insieme dei rapporti di relazione con gli altri individui – appartengono al concetto completo delle singole sostanze. Pertanto, non solo, come detto prima, più individui qualitativamente identici sono impossibili in relazione al loro mondo di riferimento, bensì lo saranno anche in riferimento a tutti i mondi possibili. Ciò significa che tra gli individui compossibili di tutti i mondi possibili non possono essere pensati senza contraddizione più individui identici tra loro. In ragione della teoria del concetto completo, è curioso infatti osservare come sia sufficiente per esempio una variazione di un solo attributo inerente ad un individuo, affinché ne risulti modificato il concetto di tutta la serie degli individui del relativo mondo.

Necessità e contingenza
Sebbene Dio sia in grado di pensare tanti mondi possibili quante sono le serie di individui che possono essere concepiti dall’intelletto divino, egli ne ha reso attuale solamente uno. La natura ideale dei mondi possibili, in questo senso, esemplifica l’infinita sapienza dell’intelletto divino, il quale – attraverso un calcolo perfetto – è in grado di concepire tutte le serie di individui compossibili. Nella scelta tuttavia dell’unico mondo attuale entra in gioco un atto della volontà divina. Perfetto e infinitamente buono per definizione, Dio «agisce nel modo più perfetto, in senso non solo metafisico ma anche morale» (ivi, §1, p. 58). Leibniz è dunque capace di definire i criteri della scelta operata da Dio, il quale istanzierà il mondo «più perfetto», ovvero «quello che è, nello stesso tempo, il più semplice quanto ad ipotesi ed il più ricco quanto a fenomeni» (ivi, §6, p. 66).

Se Dio ha scelto il migliore dei mondi possibili, significa che egli ha anche decretato intorno all’inerenza dei predicati relativi a tutti gli individui esistenti. In ragione di ciò, si ha l’impressione che la cosmologia leibniziana sia governata dal determinismo:

«Sembra però, con ciò, che la differenza tra verità contingenti e necessarie venga distrutta, che la libertà umana non abbia più luogo alcuno, e che una fatalità assoluta domini su tutte le nostre azioni, così come sul resto degli avvenimenti del mondo. A ciò rispondo che si deve distinguere tra ciò che è certo e ciò che è necessario. Tutti ammettono che i futuri contingenti sono certi, perché Dio li prevede, tuttavia non si concede, con ciò, che essi siano necessari. Ma – si dirà – se una conclusione si può dedurre infallibilmente da una definizione o concetto, essa sarà necessaria. Ora, noi appunto sosteniamo che tutto ciò che deve accadere a una persona è già compreso virtualmente nella sua natura o concetto, come le proprietà del cerchio nella sua definizione. Sicché la difficoltà sussiste ancora. Per risolverla a fondo, dico che la connessione, o la successione, è di due specie: l’una è assolutamente necessaria, il cui contrario implica contraddizione, e tale deduzione ha luogo tra le verità eterne, quali quelle della geometria; l’altra è necessaria soltanto ex hypothesi, e, per così dire, necessaria per accidente, ma in se stessa è contingente, giacché il contrario non implica affatto contraddizione. E tale connessione è fondata non sulle idee pure e sul semplice intelletto di Dio, ma anche sui suoi liberi decreti e sullo svolgimento dell’universo» (ivi, §13, pp. 77-78).

Leibniz tenta di risolvere il problema del determinismo distinguendo tra due ordini di necessità: una «assoluta» e l’altra «ipotetica». Il primo ordine di necessità interessa le verità eterne che appartengono all’essenza divina e seguono direttamente dall’intelletto di Dio. Queste verità sono anche dette verità di ragione, poiché concernono, ad esempio, i principi della logica e della matematica, i quali – indipendentemente dai decreti divini – se negati danno luogo a una contraddizione. Il secondo ordine di necessità, invece, interessa uno stato di fatto la cui negazione non implica una contraddizione, poiché dipendente in ultima istanza da un decreto della volontà divina. In tal senso, le verità di fatto sono relative al mondo attuale istanziato da Dio e dall’insieme dei concetti completi contenuti in esso. Dunque, sebbene nel concetto di una sostanza sia contenuta la totalità dei predicati anche futuri inerenti a un individuo, possiamo distinguere tra predicati assolutamente necessari e predicati altrettanto certi, ma contingenti.

Conclusioni
I concetti modali sviluppati da Leibniz possono essere dunque chiariti in relazione alla teoria dei mondi possibili. Infatti, con assolutamente necessario si intende un predicato vero in ogni mondo possibile, mentre impossibile è un predicato falso in tutti i mondi possibili. Contingente è quel predicato vero nel mondo attuale, ma virtualmente falso in almeno un mondo possibile. Possibile è invece quel predicato vero in almeno un mondo possibile.

Nel tentativo di salvaguardare la libertà dei soggetti, da un lato, Leibniz cerca una regione di contingenza in virtù della non contraddittorietà controfattuale di un predicato. Dall’altro, egli salda il concetto di libertà all’idea di spontaneità. Le azioni dei soggetti infatti non sono imposte coattivamente, poiché seguono immediatamente dal concetto completo dell’individuo. L’agire individuale trova dunque la sua ragione nell’essenza propria del soggetto.

Riferimenti bibliografici

  • Borghini, Andrea. 2016. A Critical Introduction to the Metaphysics of Modality. London: Bloomsbury Academic.
  • Look, Brandon C. 2013. “Leibniz’s Modal Metaphysics”, in The Stanford Encyclopedia of Philosophy: https://plato.stanford.edu/archives/spr2013/entries/leibniz-modal/
  • Mates, Benson.1986. The Philosophy of Leibniz: Metaphysics and Language. Oxford: Oxford University Press.
  • Mugnai, Massimo.2013. Possibile/necessario. Bologna: Il Mulino.

Le citazioni sono tratte da:
– Leibniz, Gottfried Wilhelm. 2014. Discorso di metafisica, a cura di Giuseppe Saponaro. Roma: Bibliosofica Editrice.
– Leibniz, Gottfried Wilhelm. 2001. Scritti filosofici, a cura di Massimo Mugnai ed Enrico Pasini in 3 voll. Torino: UTET.

Fargo, l’asino di Buridano e la statua d’uomo

Everything happens for a reason è la frase iscritta nel riquadro appeso ad una parete della camera matrimoniale di Pearl e Lester, due personaggi della prima stagione della serie televisiva americana Fargo (in onda ogni giovedi sera in chiaro su Rai4). Ogni cosa accade per una ragione, anche lo scatenarsi della follia più insensata e crudele che porterà nel giro di pochi giorni ad una serie di morti violente tra cui quella di Pearl uccisa dal marito in un improvviso scatto d’ira. Principio di ragion sufficiente: ma gli uomini hanno la vista corta e così, come l’improvvido capo della polizia locale, non trovano di meglio che attribuire la responsabilità degli eventi, accaduti improvvisamente nella tranquilla cittadina di Bemidji nel Minnesota, a qualche gang di fuorilegge o di drogati venuti magari da fuori. Allo stesso modo con cui gli uomini sono soliti riferire a Dio fatti le cui connessioni causali sono difficili da rintracciare, essi attribuiscono al male la responsabilità di eventi negativi o apparentemente inspiegabili. Come spiegare allora l’agire umano in situazioni in cui l’irrazionalità dilaga e l’uomo è schiavo delle passioni? Del resto, come dimostra la logica dell’asino di Buridano (titolo di uno degli episodi della serie e luogo polemico nel dibattito tra libero arbitrio e determinismo) anche una razionalità portata all’eccesso è in sé contraddittoria. Quello che è certo è che raramente una serie televisiva ha rappresentato in maniera così esplicita e acuta alcuni dei grandi temi del pensiero e dell’agire umano.

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