Determinazione reciproca e identità dei distinti in Emanuele Severino

Fondazione come determinazione reciproca
Il tema della “determinazione reciproca” è tema è essenziale per comprendere il discorso svolto da Severino. Egli tratta il tema della determinazione reciproca inserendolo nel tema della fondazione e precisa che la determinazione reciproca non può venire intesa come un’“antecedenza logica” (Severino 1981, 149) di una determinazione (A) rispetto alle altre (non-A), perché ciò indicherebbe che A si pone come qualcosa di autonomo e indipendente, cioè come autosufficiente.

L’autosufficienza è il modo in cui l’ordine formale considera la determinazione nell’assumerla a prescindere da altro. Severino è consapevole che un’identità, proprio perché è determinata, si pone in relazione necessaria con la differenza, così che nessuna determinazione può valere come fondamento delle altre, perché non si pone a prescindere dalle altre: non è affatto autosufficiente. Tra di esse vige quella determinazione reciproca, della quale egli parla inizialmente a proposito dell’immediatezza dell’essere.

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Emanuele Severino e le «tracce» (I)

La differenza come «traccia»
Nel pensiero di Emanuele Severino il tema della «differenza» riveste un ruolo cruciale. Egli fa valere un punto teoreticamente nodale e cioè la necessità che l’identità determinata venga intesa non come autonoma e autosufficiente, bensì come intrinsecamente vincolata alla differenza. Tuttavia, l’altro viene conservato solo «come negato», cioè «come tolto», nell’identico. Che cosa significa ciò? Che cosa significa che la differenza viene conservata nell’identità, ma solo come tolta? Orbene, la dialettica di identità e differenza viene trattata inizialmente ne La struttura originaria, ma successivamente viene ripresa e approfondita in un’altra opera: La Gloria.

Nel presente lavoro, seguiremo l’argomentazione che compare in questo secondo scritto, perché è precisamente mediante il concetto di «traccia», comparente appunto ne La Gloria, che egli intende indicare ciò che nell’identico v’è del diverso. Nell’affermare che ogni identità include bensì tutte le altre, ma nella forma di «tracce» di queste ultime, egli ritiene di evitare la contraddizione di un identico che include in sé il diverso, inclusione che configurerebbe l’«identità dei contraddittori».

Scrive, infatti, Severino: “il qualcosa è in qualche modo presente nel qualcos’altro, ma vi è presente come rovesciato, cioè come altro. […] Questa stanza e il giardino che è lì fuori (che non sono cose in sé, ma interpretazioni) sono necessariamente uniti. Pertanto, anche in quanto distinta dal giardino (e la distinzione non è separazione o isolamento), questa stanza appare mostrando in sé una traccia del giardino; e viceversa (e ha in sé una traccia di tutti gli essenti). Se questa traccia non esistesse e non apparisse nella stanza (in quanto distinta dal giardino), non vi sarebbe relazione necessaria tra i due” (E. Severino, La Gloria, Adelphi, Milano 20102, p. 70).

Il passo merita un’attenta analisi, per la sua rilevanza. Le cose dell’esperienza, cioè i dati empirici, non sono cose in sé, ma interpretazioni. L’espressione «interpretazioni» ha qui il significato di «fenomeni». Da Kant in poi, «fenomeno» è l’espressione che viene usata per indicare il dato d’esperienza, proprio perché questo viene contrapposto alla cosa in sé, cioè al noumeno. Il fenomeno si pone in una trama di relazioni, che vincolano inscindibilmente gli uni agli altri, nonché in virtù di quella relazione che sussiste tra il campo dei fenomeni e il soggetto che li rileva e ne ha coscienza.

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Identico cioè diverso

Il corollario del principio di non contraddizione è il principio di identità che, nella sua formulazione più semplice, afferma che ogni cosa è identica a se stessa (A=A). Severino, anche in questo caso prendendo le mosse da Aristotele, nota al riguardo come lo stagirita e i suoi interpreti siano passati sopra una cosa sorprendente senza farne un problema, il fatto cioè che per dire uno bisogna dire due: l’enunciazione dell’identità è immediatamente affermazione della molteplicità. La conseguenza di ciò è che nel principio di identità si finisce per pensare l’esatto opposto di quello che Aristotele aveva teorizzato nel principio di non contraddizione, in quanto dire che l’uno sia due significa dire l’essenza stessa della contraddizione (e con ciò stesso si finisce per pensare l’inesistente e il nulla in cui consiste propriamente la svista di Aristotele). La strada che intraprende Severino (se così si può dire) è tutt’altra: mostrare l’autentica identità dell’esser sé di ogni essente, via obbligata nel suo sistema per affermare l’eternità dei singoli essenti.

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