Che l’uomo non divida quello che Anassimandro ha unito

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Già il titolo scelto da Carlo Rovelli per questo suo saggio si può dire particolare, o quantomeno insolito. Quale altro libro, infatti, che si propone dichiaratamente di rispondere alla domanda “Che cos’è la scienza?”, delineandone così i suoi contorni, dunque i suoi doveri e la sua struttura – che vedremo essere aperta, per Rovelli –, al contempo fa riferimento ad Anassimandro, a uno dei filosofi pre-socratici?

Prima di capire realmente il contributo di Anassimandro, e quindi la rivalutazione del pensatore di Mileto che ne fa Rovelli (che, è bene ricordarlo, è un fisico italiano che si occupa principalmente di gravità quantistica, ma ha sempre dimostrato una certa attenzione alla filosofia della scienza e al pensiero in generale), è preferibile andare diretti al cuore del problema: che cos’è la scienza, appunto?

 

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Giordano Bruno prima di Churchill e Trappist-1: l’intelletto più avanti del telescopio

Poco più di un mese fa la notizia, è proprio il caso di dirlo, ha subito fatto il giro del mondo: la scoperta, ottenuta grazie ad un telescopio della Nasa, di un nuovo sistema planetario, denominato Trappist-1, molto simile a quello a cui appartiene la terra, con almeno sette pianeti orbitanti attorno ad una stella centrale delle dimensioni 12 volte minore di quella del nostro sole. Il telescopio è riuscito a dedurre l’informazione grazie all’ombra che i pianeti proiettano nel momento in cui transitano di fronte alla loro stella centrale. Si è trattato dunque di un’ulteriore conferma dell’esistenza di altri mondi e pianeti di cui la scienza sta dando notizia da almeno due decenni. Secondo una notizia apparsa recentemente, anche il grande primo ministro inglese della seconda guerra mondiale, Winston Churchill, aveva teorizzato, in base ad osservazioni critiche dei dati offerti dalla comunità scientifica del tempo, la presenza non solo di altri pianeti ma anche della possibilità della vita. La scienza sta dunque recuperando terreno nei confronti della filosofia che fin dai suoi albori aveva affermato l’esistenza di una pluralità di mondi. Già l’atomismo e l’epicureismo, poi corretti e rivisitati dal De Rerum Natura di Lucrezio, li avevano preconizzati. Ma fu Giordano Bruno a teorizzare in maniera sistematica la molteplicità dei mondi in diverse sue opere la principale delle quali è sicuramente il De l’infinito, universo e mondi. Bruno, pur non avendo a disposizione né un telescopio della potenza di Trappist, né le acquisizioni scientifiche del grande e acuto primo ministro inglese, si basava su quello che egli definiva il “regolato senso”, l’idea cioè che la vera conoscenza non può essere fondata sui soli dati empirici e che non può mai prescindere dalla centralità dell’intelletto.

L’opera fa parte di una tetralogia di testi, che comprende La cena delle ceneri, il De la causa e lo Spaccio della bestia trionfante, scritti e pubblicati a Londra tra il 1583 e il 1584. Come i primi due, anche il De l’infinito è dedicato all’ambasciatore di Francia in Inghilterra, Michel de Castelnau, italianizzato in Castelnovo, signore di Mauvissiero e re Cristianissimo. Nell’opera, strutturata in cinque dialoghi, compaiono altrettanti interlocutori: Filoteo, che dà voce alle teorie di Bruno, Fracastorio, un suo amico, e tre personaggi, Elpino, Albertino e Burchio che rappresentano in modo diverso le posizioni aristoteliche. Il dialogo che ne scaturisce è un saggio nel quale sono contenute fonti neoplatoniche, aristoteliche, epicuree e che presenta a volte non poche difficoltà di lettura. I primi tre dialoghi includono alcune premesse indispensabili della filosofia nolana già esposte nelle opere precedenti. Il quarto e quinto dialogo sono interamente dedicati alla dimostrazione della tesi della pluralità dei mondi e ciò viene fatto da Bruno in base a due diverse strategie retoriche.

Le dottrine del movimento e del luogo contro e a favore la pluralità dei mondi
Nella prima (quarto dialogo) Filoteo risponde direttamente alle domande di Elpino formulate secondo citazioni tratte direttamente dai testi di Aristotele. Le questioni più rilevanti sono due ed entrambe di natura fisica.
La prima riguarda il moto, questione a sua volta suddivisibile in alcuni sotto argomenti (che riduciamo a tre) i quali dimostrano (secondo la dottrina aristotelica) come sia impossibile la molteplicità dei mondi in quanto: a) il moto, che può essere naturale o violento, essendo verso l’alto o verso il basso, fa sì che i vari elementi non si scompongano in universo infinito ma tendano a riunirsi in un unico centro, un unico orizzonte, un unico mondo; b) se il corpo che dà impulso al moto fosse infinito allora dovrebbe imprimere un movimento infinito a tutti gli altri corpi ma anche questo è impossibile; c) siccome i corpi si muovono più velocemente quando si trovano vicino al loro luogo, se il moto fosse infinito sarebbero infiniti anche peso e leggerezza ma ciò è impossibile. La discussione sul movimento come si vede coinvolge presupposti irriducibili alle due prospettive. Prima di tutto per la fisica di Aristotele esso è causato dall’effetto di un agente esterno mentre per Bruno è l’espressione della vita che pulsa in ogni corpo. Inoltre Aristotele distingue in senso ontologico il moto perfetto circolare delle sfere celesti e il moto rettilineo dei corpi sublunari considerati come imperfetti e limitati: distinzione che non vale per Bruno in un quanto tutti i corpi sono animati dal medesimo principio vitale senza distinzione ontologica. Premesso ciò, le risposte di Bruno si strutturano nel modo seguente: rispetto ad a) viene negato il movimento esclusivamente verso l’alto e il basso mentre si insiste nella tesi che tutti i corpi si muovono rispettando le proprie esigenze di conservazione; rispetto a b) il nolano osserva che in ogni ente sono due i moti: uno di carattere finito, che tende a mantenere nell’esistenza gli enti finiti, ed uno infinito che, secondo l’anima del mondo, tende a produrre infiniti atti di vita: in questo modo vengono ad essere enunciati una serie di principi non legati all’approccio meccanicistico aristotelico, ma a quello del movimento secondo l’impulso naturale di ogni corpo; rispetto a c) la conclusione che si deve ricavare è che dall’infinità del moto segue l’infinità dello spazio e non quella voluta da Aristotele circa il peso e la leggerezza dei corpi.
La seconda questione, più volte sollevata anche nei dialoghi iniziali, riguarda la dottrina del luogo. La cosmologia aristotelica presupponeva, secondo il principio della scala naturale, una struttura gerarchica dell’universo il quale era diviso tra sfera lunare e sfera sublunare all’interno di un firmamento che, come dice la parola stessa, è il contenitore fisso ed immutabile di tutto ciò che si trova sotto di esso e limite esterno fuori del quale c’è il nulla. L’aporia fondamentale di questo ragionamento, osserva Bruno, consiste nello stabilire se il limite superiore del cielo (ottava sfera) faccia parte del contenuto o se rientri nell’ambito del contenente. Questo perché delle due l’una: o il limite è parte del contenuto (e allora deve darsi un ulteriore limite che però si ripete all’infinito); oppure il limite è il contenente (e allora si dovrà stabilire di che natura è questa superficie). La dottrina del luogo è funzionale all’idea di centro verso il quale convergono per natura, per Aristotele, tutte le parti composte rendendo così impossibile la molteplicità. Ma nel mondo infinito di Bruno l’idea stessa di centro, anche alla luce della rivoluzione copernicana, è ormai venuta meno. Le aporie del sistema aristotelico conducono di necessità ad affermare l’universo infinito e non finito.

Una sfida a tutto campo con la visione aristotelica
La seconda strategia retorica, contenuta nell’ultimo dialogo, consiste nell’intervento di un nuovo interlocutore, pronto a dare battaglia non solo con gli strumenti dello stagirita ma anche con quelli forgiati dall’interpretazione tomistica. Albertino, profondamente permeato di aristotelismo ma «dotato di felice ingegno», come osserva il nolano a sottolineare la sua natura di avversario ma non di pedante, presenta in un lungo monologo tredici argomenti nei quali è condensata di fatto la dottrina aristotelica sull’universo. I più importanti sono i seguenti:
1) la riproposizione ex auctoritate della cosmologia aristotelica per cui fuori dal cielo non ci sono né mondi né altri corpi;
2) l’unità del motore, da cui discende l’unicità del moto: ma se ciò è vero allora esso non può discendere che da una sola causa la quale risponde all’unico governante e motore il quale, essendo immateriale, non è moltiplicabile di numero e di conseguenza non esistono più mondi;
3) la distinzione tra potenza attiva e potenza passiva: affinché vi sia una pluralità di mondi è necessaria la potenza passiva delle cose che possa ricevere la potenza infinita della prima: ma questo è impossibile per effetto dell’ontologia aristotelica che distingue potenza assoluta e potenza ordinata. La distinzione, a cui soggiace quella fondamentale tra atto e potenza, consiste nell’idea secondo la quale pur avendo Dio il potere di fare infinite cose egli si astiene dal farle tutte limitando il suo potere creativo;
4) lo spazio ed altri argomenti a carattere geometrico: se esistessero più mondi sferici contigui uno all’altro, lo spazio che separa la superficie dell’uno dall’altro sarebbe minore della distanza che separa i due centri: una conclusione illogica ed impossibile che esclude la molteplicità dei mondi;
5) la natura non fa mai cose invano: essa cioè né abbonda né difetta di qualcosa e dunque non vi è ragione che vi sia qualcos’altro rispetto a ciò che esiste;
6) la bontà civile: consistendo questa nella civile conversazione, non vi è pluralità di mondi in quanto gli dèi non avrebbero fatto cosa buona escludendola a causa della pratica impossibilità di scambio reciproco;
7) la perfezione del mondo: secondo un argomento tratto dal De Cielo di Aristotele, Tommaso rifiuta la tesi della pluralità dei mondi in quanto altrimenti Dio avrebbe inutilmente moltiplicato un esemplare (la terra) già di per se stesso perfetto.

Bruno articola le sue risposte in modo puntuale non prima però di aver premesso che «trovato che sarà il capo, facilissimamente si sbroglierà tutto l’intrico». Vediamo le sue risposte rispettivamente alle obiezioni precedenti:
1) non bisogna cercar “fuori” perché uno è il luogo e lo spazio immenso senza alcuna differenza di natura fra i vari corpi;
2) se esiste un primo motore, questo non può esserlo in senso gerarchico per la semplice ragione che nell’infinito non c’è gerarchia: in questo modo vi sono infiniti motori e infinite anime;
3) se il principio fosse vero (quello cioè che implica una differenza tra potenza di fare e potenza di ricevere), allora è come dire che Dio è un musicista abilissimo e tuttavia incapace di suonare a causa dello strumento da lui stesso creato: fuor di metafora infatti come si può affermare che colui che può fare non fa perché quella cosa (che pure può fare) non può essere fatta da lui? Come si vede la questione implica la negazione della distinzione tra potenza ed atto in quanto tutto ciò che è realizzabile si realizza (cioè è atto) senza distinzione con la potenza. A questo argomento Bruno ne aggiunge un altro di Lucrezio il quale, nel De Rerum Natura, aveva provato la pluralità dei mondi sul fondamento della tesi del numero illimitato di atomi i quali si aggregano in una molteplicità infinita di combinazioni;
4) nello spazio infinito non vi è ragione di affollamento in quanto l’etere contiene ogni cosa (dove per “etere” non si intende, come nella teoria aristotelica, un quinto elemento diverso dagli altri quattro ma una composizione diversa di questi);
5) si tratta in questo caso, osserva Bruno, di un’obiezione superata in quanto, osservando come il nostro senso è limitato e vinto dallo spazio infinito, i nostri ordinamenti non sono altro che finzioni: e questo senza nemmeno contare il fatto che nello spazio infinito non vi sono ragioni di sovraffollamento;
6) in merito all’argomento della bontà civile, Bruno ricorre a Seneca per mostrare come non è affatto vero che la comunicazione tra gli uomini (la globalizzazione, potremmo dire oggi) accresca la civile conversazione: «Essendo (alle generazioni, ndr) per umano artificio accaduto il commercio, non gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che tolta: atteso che per la comunicazione più tosto si radoppiano gli vizii, che prender possano aumento le virtudi»;
7) infine, se è vero che per la perfezione di uno specifico mondo non si richiedono altri mondi, per la sussistenza e perfezione dell’universo se ne devono richiedere infiniti.
Il dialogo ha termine con l’aristotelico che riconosce la validità degli argomenti finendo per accettare le tesi della nolana filosofia la quale «apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l’intelletto e riduce l’uomo alla vera beatitudine (…) lo fa godere dell’essere presente, e non più temere che sperare del futuro. (…) Sicché solo in tal modo si magnifica l’eccellenza de Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo; non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili; non in una terra, un mondo, ma in diecento mila, dico in infiniti».

Conseguenze delle nuova cosmologia bruniana
I due aspetti più delicati che discendono dall’impostazione cosmologica di Bruno riguardano la teologia e la stessa filosofia. Da una parte infatti c’è la negazione dell’umanismo, ovvero della centralità dell’uomo nell’universo, che finirebbe per negare la dignità umana. Dall’altra l’attacco alla tesi centrale del cristianesimo, ovvero l’incarnazione di Dio. Cosa dire rispetto a queste due conseguenze? Il discorso è ovviamente lungo e andrà rivisto. Se Bruno è antiumanista (e tuttavia una delle sue fonti più importanti fu Erasmo da Rotterdam, il “principe” degli umanisti) non altrettanto si deve dire a riguardo della dignità umana la quale anzi è promossa nel suo aspetto centrale, ovvero quello della libertà come emancipazione da una condizione ferina e barbarica dell’uomo. Riguardo all’incarnazione, il suo rifiuto non esclude la considerazione di Dio come cosa eccellentissima. Motivi tuttavia che non gli valsero né l’ostracismo della comunità accademica né la condanna a morte eseguita a Roma in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600.

La storia della filosofia è una certezza?

01 Feb 2015, Milan, Italy --- Maria De Filippi, J-Ax, Pierluigi Bersani and Carlo Rovelli appear on the Italian TV show 'Che tempo che fa', hosted by Fabio Fazio at RAI studios in Milan, Italy. Other guests included Luciana Littizzetto and Filippa Lagerback. Pictured: Carlo Rovelli --- Image by © Tony Reed/Splash News/Corbis

Nell’ultimo almanacco della scienza (5/2015) di MicroMega, Carlo Rovelli pubblica un saggio dal titolo emblematico e attuale: «Scienza e certezza». Rovelli, di professione fisico, si è dimostrato più volte uomo di cultura, in generale, capace di pubblicare alta divulgazione accessibile a tutti (come ad esempio le Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi 2015; ma anche La realtà non è come ci appare, Cortina 2014) e di saper intrecciare temi più scientifici e questioni filosofiche (Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori 2011). Ha saputo, e quindi sa, fare davvero Filosofia della scienza.
Il suo saggio non ci aiuta solo a capire un po’ meglio qual è il rapporto che intercorre fra la scienza e la certezza, e come la scienza tenti (invano) di pervenire ad uno stato di indubitabilità, di evidenza. L’analisi di Rovelli, infatti, insegna anche a noi che ci occupiamo principalmente di filosofia, e di storia della filosofia, a darne una diversa configurazione, certamente meno hegeliana e più propriamente critica. Continue Reading

La scienza e l’insopprimibile bisogno del Tutto

Qualche settimana fa, l’astrofisico italiano Amedeo Balbi ha scritto un lungo articolo, su il Post, per chiarire alcune sue perplessità intorno ad una certa tendenza, che egli vede in atto nella fisica teorica. Sovente essa infatti, afferma Balbi, sembra volta a sganciarsi dal metodo scientifico puro e duro, ovvero quello legato alla salvaguardia dell’esperimento, nelle proprie indagini. La paura di Balbi (che riprende una questione aperta dai cosmologi George Ellis e Joe Silk, su Nature) e quindi anche le loro osservazioni a riguardo, è quella che la scienza possa iniziare a parlare di filosofia. Scrive Balbi:

In alcuni casi, però, le speculazioni che prendono il via da questioni di fisica teorica vanno addirittura oltre la matematica, sfociando in un terreno che un tempo sarebbe stato di pertinenza della filosofia, se non addirittura della metafisica. Come dovremmo giudicarle? Non è, si chiedono Ellis e Silk — e noi con loro — che mostrando di prendere sul serio teorie che, pur nate in seno alla comunità scientifica, non rispondono al criterio di falsificabilità, stiamo anche concedendo — involontariamente — spazi di manovra e argomenti di legittimazione a idee decisamente pseudoscientifiche? Non staremo, noi scienziati, facendo passare all’esterno il messaggio sbagliato che ci siano idee che non hanno bisogno di essere dimostrate per essere credute, mettendo a rischio il nucleo più prezioso della scienza, ovvero il suo metodo?

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Fisica, physìs e filosofia

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni di fisica
Adelphi, 2014, pp. 88

 

Perché un sito di filosofia dovrebbe parlare di un testo nel quale un famoso fisico, Carlo Rovelli, ci racconta in modo breve, conciso e divulgativo, cosa è accaduto nella fisica del XIX e XX secolo? La risposta è semplice: la fisica e la filosofia sono sempre andati a braccetto, hanno sempre vissuto vicino, fino a coincidere in alcuni momenti. Anzi, la filosofia si è presentata – nella madre patria Grecia – prima come una scienza della Physìs e poi come il tentativo di oltrepassare quella scienza, attraverso la meta-fisica.
Fin qui siamo stati scolastici, quasi liceali.

Anche il libricino di Rovelli ha il pregio di essere scolastico, perché ha la capacità di presentare cose difficili per chi non è avvezzo alla fisica, in modo chiaro e fruibile attraverso diversi piani di profondità: si può insomma leggere lo stesso capitolo con concentrazione diversa.

Le lezioni passano da La più bella delle teorie (ovvero la relatività di Einstein), per presentare gli sviluppi di essa, l’altra grande teoria della fisica del XX secolo (la meccanica quantistica), spiegando lo stupendo paradosso secondo il quale la relatività e la meccanica quantistica siano opposte l’una all’altra, eppure convivono in modo pacifico spiegando il mondo e l’universo in modo complementare. Ci spiegano (lezione terza) la struttura del cosmo, che durante la storia del pensiero si è sempre di più allargato, fino ad essere concepito come davvero infinito e pieno di altre galassie molto più grandi delle nostre. Tutto ciò comporta una rimodulazione delle nostre tesi sul materia, spazio e tempo, che vengono evidentemente ridefinite. Lo studio, in particolare, della probabilità e dei buchi neri (lezione quinta) pongono ai fisici delle questioni relative al tempo che potrebbero portare ad affermare la non-esistenza del tempo per come lo intendiamo noi. Un’idea che sembra folle e controintuitiva, appena accennata da qualche filosofo all’inizio del Novecento (penso a Bergson) che, non a caso, era fortemente legato alle vicende della fisica e dell’epistemologia del tempo. Scrive Rovelli: «fisici e filosofi sono arrivati alla conclusione che l’idea di un presente comune a tutto l’universo sia un’illusione, e lo “scorrere” universale del tempo sia una generalizzazione che non funziona» ((p. 65)).

Ma il capitolo più interessante è certamente l’ultimo, intitolato “Noi”. Si tratta di una piccola riflessione di Rovelli sul ruolo che l’uomo ha e continua ad avere in questo universo fisico. Si tratta di tornare dal macrocosmo universale al microcosmo dell’uomo che si pone in costante rapporto con la natura e l’universo. Una natura ed un cosmo, dice Rovelli, che hanno regole ben precise a cui rispondono, e «non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare questa osservazione» ((p. 78)). Nonostante ciò Rovelli ha il pregio di non voler dare ricette eterne, sa bene che la scienza cammina su delle palafitte, come diceva Popper, e non ha né potere predittivo né taumaturgico .
Ma si chiede anche come possiamo far convivere il nostro sentimento di libertà nell’azione e nella decisione, con una natura che se ne frega delle nostre decisioni? A questa domanda Rovelli risponde attraverso la «lucidità meravigliosa» ((p. 79)) di Baruch Spinoza. Dice l’autore: «sarebbe assurdo chiedersi se “io” posso fare qualcosa di diverso da quello che decide di fare il complesso dei miei neuroni: le due cose, come aveva compreso con lucidità meravigliosa nel XVII secolo il filosofo olandese Baruch Spinoza, sono la stessa cosa. Non ci sono “io” e “i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa» ((Ivi.)). E quindi non esisto io e (separatamente da me) la natura. Io sono parte integrante della natura; una parte che pensa e che ha una capacità elaborativa straordinaria nel cervello che non riesco (sempre) a calcolare e prevedere. Ma è bene ricordare che «quanto è specificatamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura, è la nostra natura» ((p. 81)).

Su quest’inno al Tutto, potremmo dire, si chiude il piccolo libro di Rovelli che esplora le più grandi teorie fisiche dei due secoli passati, ma in fondo si tiene ancorato a quell’intuizione antica secondo la quale l’uomo non è nient’altro che una parte minuscola della natura, capace di guardare in faccia, con meraviglia, ciò che non sa.

De infinito

Scienza e filosofia, da ormai più di due secoli, per una serie di ragioni che cercheremo di indagare, hanno separato, con pregiudizio per entrambe, i rispettivi cammini. Noi di RF lavoriamo per una loro riconciliazione. In questa nuova rubrica  apriamo il nostro sito ad articoli, saggi e dialoghi che intendono rendere conto delle implicazioni filosofiche degli enormi progressi compiuti dall’uomo nell’ambito della ricerca scientifica in generale ed in quella fisica e cosmologica in particolare. Il nome della sezione rende omaggio ad una delle grandi opere italiane di Giordano Bruno, il De l’infinito universo e mondi pubblicato nel 1584.  Numerosi saranno i nostri ambiti di interesse. Tra i tanti ci piace segnalare quello legato alla missione del satellite Keplero messo in orbita dalla Nasa, grazie al quale sono stati scoperti milioni di pianeti simili alla terra.

La sezione sarà curata, nella parte più propriamente cosmologica, da Giammarco Campanella, dottorando in fisica astronomica alla Queen Mary University di Londra e già autore, nonostante la giovane età, di articoli e libri in ambito non solo accademico. Non mancheremo di sgombrare il campo da errori e superstizioni che, come spesso accade quando si tratta di temi non legati all’interesse quotidiano del grande pubblico, albergano copiosi nella mente della cosiddetta opinione pubblica.

Cominciamo dunque con un articolo, a mo’ di dialogo, sulla vera natura del calendario Maya: Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza.

La commissione Grandi Rischi non è scienza

Ammetto che ho dovuto far decantare qualche giorno questo articolo. Ho voluto aspettare qualche tempo prima di dire la mia, semplicemente perché ho letto su giornali, quotidiani e siti internet, ma soprattutto ascoltato in tv, cose aberranti rispetto alla sentenza contro la commissione Grandi Rischi per i fatti dell’aprile del 2009 a L’Aquila. (Uno dei pochi casi contrari è questo splendido e lucido articolo dell’astrofisico Amedeo Balbi.) Non voglio parlare della sentenza, né dei fatti politici che girano intorno a tale questione. Piuttosto vorrei rispondere a molte persone che hanno considerato, e considerano, scientifica una commissione Grandi Rischi; considerando per di più scientifico il suo operare.

Mi spiego.

Non sono io a dover dare la definizione, generale, di scienza. Sebbene credo vi sia bisogno di indicare dei limiti entro i quali poter dire che stiamo parlando di scienza, o di fandonie. Rifacendoci, in un certo modo, alla nozione che Karl Popper ha dato di scienza nel suo Logica della scoperta scientifica, intendiamo la scienza sì come una serie di conoscenze corroborate nella realtà fisica, acquisite mediante un rigoroso metodo di ricerca che ha portato una certa teoria ad escluderne un’altra precedentemente accettata. Ma ciò non significa, che tale teoria (o legge) sia immutabilmente la Verità. Ci dice Popper che queste teorie sono delle palafitte in mezzo al mare, burrascoso. È ora di smetterla di pensare alla scienza come un sistema di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte. “Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità” (Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, 1998, p. 311) E continua Popper, non è affatto plausibile pensare che la scienza accumulando esperienze e dati possa avvicinarsi ad uno stato definitivo. Essa è in continuo mutamento.

Detto ciò credo sia necessario capire che: non possiamo chiedere ad una “commissione” di prevedere dei fenomeni fisici. In primo luogo perché certe cose sono incalcolabili (come la probabilità che ora un fulmine colpisca il palo della luce di fronte alla mia finestra, è incalcolabile), in secondo luogo la scienza non può dare dati esatti su eventi futuri. La scienza, al massimo, può calcolare e delineare ciò che è già accaduto nel passato, e non ciò che dovrà accadere. Questo è il mestiere dei maghi, dei truffatori alla Wanna Marchi.

Io mi chiedo, e nessuno ha fatto questa domanda (anzi tutti a dire che questa era una sentenza alla scienza): come è possibile che importanti scienziati abbiano sposato la causa di una commissione Grandi Rischi? Come è possibile che un fisico che abbia studiato una vita, e si sia dedicato alla scienza possa far parte di una assurdità come la commissione Grandi Rischi?

La scienza non ci dà la verità, e gli strumenti per definire ogni cosa del futuro. La scienza è altro. Non è calcolo probabilistico, esso si affida al caso, alle cause esterne, a ciò che è incontrollabile per noi.

Ancora una volta ci viene incontro la filosofia. All’inizio del suo manuale, lo stoico Epitteto scrive che vi sono due tipi di cose, eventi, fatti, nel mondo: quelli in nostro possesso, e quelli non in nostro possesso. I secondi sono, ad esempio, i terremoti, i fulmini, le raffiche a 180 Km/h di vento. I primi sono: la prevenzione nella costruzione delle case antisismiche. La scienza può aiutarci a prevenire i mali futuri. Non a prevedere.

Ignoro dunque sono

Vi propongo un articolo scritto dal Dott. Germano D’Abramo, fisico e cultore di interessi filosofici. Credo sia estremamente interessante oltreché utile per arricchire il dibattito proposto dopo la pubblicazione dell’intervista a John Searle.

 

“Ché move il mondo?”

Da tempo al CERN di Ginevra si studiava il modo per confermare l’ipotesi del così detto Bosone di Higgs. Nella serata del 4 luglio 2012 è stato dato l’annuncio della effettiva scoperta di tale bosone (del quale, per evidente ignoranza, non so spiegarvi molto), che va quindi ad allargare i confini della scienza, di un passo più in là, che porterà – come ogni scoperta scientifica – una modificazione nella concezione della realtà e nella definizione delle leggi che governano il mondo.
I giornali, ovviamente, sono infarciti di articoloni su tale scoperta, che rinominano la scoperta della Particella di Dio. Intanto due considerazioni: 1. cercare di inserire la religiosità, ancora una volta, in una ricerca razionale e più che mai regolata da leggi di Necessità e Causalità è deviante e sminuisce la ricerca scientifica; 2. se fossi un credente (di quelli veri, coerenti!) mi arrabbierei, non potrei vedere la mia divinità resa particella, spostata dalla sua aurea di sacralità.

Oltre queste considerazioni quasi da discussione di talk show, vorrei intervenire sul ruolo che gioca questa scoperta nel rapporto tra scienza e Filosofia, e sul ruolo della Filosofia oggi. Argomento caro a noi di RF. (Vedi: http://www.ritirifilosofici.it/?p=801)

Leggendo di tale scoperta, ai confini della materia, e del Big Bang, su giornali internazionali ho riscontrato – più volte – l’affermazione che: se fosse confermata e stra-confermata tale teoria il mondo sarebbe governato da poche leggi semplici ed estremamente efficaci.
Certo è che i fisici ora dovranno dimostrare se tale scoperta è vera, e se veramente ci saranno poche e semplici leggi a governare il mondo, o – parafrasando Dante – a “movere il mondo”.
Di sicuro ciò mi porta a pensare che questa scoperta sia una ulteriore prova a conferma della mia (e nostra, di RF) teoria del ruolo della Filosofia nel dibattito odierno. E nel rapporto con la scienza.
Anche se venisse spiegato come il momento prima del Big Bang (tale è la portata della scoperta del Bosone) è necessario che a fare i conti con tale novità (o eternità?) sia la Filosofia. L’unica capace di inserire un nuovo paradigma, per usare i termini cari a Khun, nella mentalità scientifica (intesa in senso molto ampio) e poi trasferire le conseguenze nella realtà pratica.
I filosofi che hanno concepito il proprio lavoro come un lavoro volto alla comprensione del Tutto sarebbero entusiasti di questa scoperta, ma si lascerebbero il “compito” di fare i conti con questa novità.

E sostengo ciò per un semplice motivo, e niente affatto per demonizzare gli scienziati e coloro che praticano ricerca scientifica senza dogmi, e men che mai per difendere una improbabile categoria dei filosofi. Ma perché: è storicamente comprovato che il Tutto (che eccede la somma delle sue parti) è argomento di studio dei filosofia, e della Filosofia. Azione razionale e logica per eccellenza, senza punti di vista, ma totale, e totalmente razionale.

Saverio Mariani