La natura del fondamento nella Struttura originaria di Severino (I)

«La struttura originaria» prende avvio con queste parole: «La struttura originaria è l’essenza del fondamento. In questo senso, è la struttura anapodittica del sapere – l’ἀρχὴ τῆς γνώσεως – e cioè lo strutturarsi della principialità, o dell’immediatezza. Ciò importa che l’essenza del fondamento non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità di un molteplice». L’essenza del fondamento, quindi, è una «struttura», cioè una «complessità semantica», dunque una «sintesi». Se il fondamento è del sapere, la struttura originaria è «la struttura anapodittica del sapere», cioè la struttura indimostrabile che sta alla base di ogni sapere e, pertanto, di ogni dimostrazione. Che il fondamento della dimostrazione sia indimostrabile è una necessità: se fosse risultato della dimostrazione, allora non potrebbe valere come suo fondamento. Ma per quale ragione il fondamento deve valere come una struttura? Severino afferma che la ragione risiede nella necessità che il «fondamento» si strutturi, ossia assuma una configurazione determinata o, in altre parole, un’articolazione intrinseca. In tal modo, il sapere trarrebbe origine bensì dall’immediato, ma solo in quanto esso, strutturandosi, al tempo stesso si esplicita, ossia si estrinseca e, in sostanza, si manifesta. Come conciliare, dunque, immediatezza e mediazione?

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Heidegger e Lacan: ascolto del linguaggio, ascolto dell’essere

If we want to reflect philosophically on Language it is necessary to differentiate the concept of language as communication and the concept of language as a philosophical problem in itself: human beings do not speak, but are spoken by Language, and we can only listen to Language by listening to its silence. This second point of view on language entails many consequences, like psychoanalytic theorizations which considers human beings as a speaking beings. This condition of instinctual lacking in human beings (theirs condition of dependence on the Other) makes language a way to have social recognition, which realizes itself upon founding the institutions. The Law formalizes the social relations as symbolic recognizing. In the “communication society” the role of Language (also as Law) in the human beings’ life is reduced more and more as a function of administrative and commercial transactions, entailing a degradation of social links.

La morte non è
Nel non poter comunicare
Ma nel non poter più essere compresi
(Pasolini, 1964, p. 113).

 

Secondo Heidegger (1959, pp. 29-30) la riflessione filosofica sul linguaggio non può non prendere le mosse da un’iniziale e fondamentale presa di distanza di natura metodologica dalle diverse discipline (dalla linguistica alla psicologia) che si occupano del linguaggio. Se esse infatti tendono sostanzialmente a definirlo come un sistema di segni utili a veicolare dei significati (che corrisponde alla concezione più diffusa) la filosofia si occupa del linguaggio in se stesso. Pur riconoscendo il valore di tali discipline, la riflessione filosofica deve poterne prescindere, deve cioè poter porre tra parentesi il dato del senso comune secondo il quale si parla per dire qualcosa, trasmettere un messaggio (ivi, p. 30). La concezione del linguaggio come comunicazione considera lo stesso su un livello di esteriorità ((«La parola greca che corrisponde al nostro “linguaggio” è ϒλῶσσα, la lingua. Il linguaggio è φωνή σημαίντική, un’emissione di suono che designa qualcosa. Questo modo di pensare il linguaggio come espressione, che è bensì corretto, ma che lo considera dall’esterno, rimane in seguito determinante. Lo è ancora oggi. Il linguaggio è considerato espressione e viceversa. Ogni specie di espressione tende ad essere considerata come una specie di linguaggio. […] Eppure una volta, all’inizio del pensiero occidentale, l’essenza del linguaggio balenò nella luce dell’essere. Una volta, quando Eraclito pensò il Λογος come parola- guida, per pensare in questa parola l’essere dell’essente» (Heidegger, 1954b, p. 156).)), rispetto alla quale la riflessione filosofica deve dunque astrarre.
Nella prospettiva filosofica heideggeriana il linguaggio in se stesso è portatore di un’intrinseca connotazione ontologica. Il parlare infatti non è semplicemente l’espressione di un messaggio tra due esseri dotati di parola, ma fonda l’essere stesso delle cose di cui esso parla: la parola è già in sé cosa di per se stessa (Heidegger, 1959b, p. 151). Colto in tale prospettiva, come qualcosa di più di un semplice strumento in dotazione agli esseri umani per condividere esperienze, il linguaggio (Λογος) si rivela essere legato all’atto del posare (λέγειν), al puro stare-dinnanzi delle cose (Heidegger, 1954b, p. 145-146). Il linguaggio è legato alla presentazione delle cose in un «posare-raccogliente», e, per questo motivo, può esser colto in tale valenza ontologica da un preciso tipo di ascolto: ascoltare il silenzio del linguaggio significa andare ben oltre il semplice battere meccanico del suono sul timpano. Il linguaggio, in quanto Λογος, richiede cioè un ascolto che si differenzia dall’udire (“sordo”) del vivere quotidiano:

“non me”, cioè questo individuo che parla, non il suono del suo discorso voi dovete ascoltare. Voi non udite affatto autenticamente fino a che i vostri orecchi rimangono attaccati soltanto al risuonare e al fluire di una voce umana per afferrare in essa una frase che faccia al caso vostro. Eraclito inizia la sua sentenza con un richiamo contro l’udire esercitato per il puro piacere dell’udito. Ma questo avvertimento si fonda su una indicazione che orienta verso l’udire autentico (ivi, p. 147).

È in questo orientamento dell’udire come ascoltare che si può cogliere nel linguaggio il riferimento alle cose stesse, e non in quanto significati o messaggi in cui il rappresentato è già dato in una prefigurazione offerta nella medietà del senso comune. In tale udire vi è qualcosa di più: il linguaggio parla e in quanto Λογος pone l’essere delle cose in se stesse, «l’essere dell’essente».
Ciò che quindi farebbe la differenza nel concepire filosoficamente il linguaggio è il punto di ascolto di esso, donde deriva che non è tanto l’uomo a parlare quanto piuttosto il linguaggio (Heidegger, 1959c, p. 200).

Il linguaggio e l’essere parlante
Quella di distinguere tra la concezione del linguaggio come parlante e come strumento di comunicazione è un’operazione fondamentale che diventerà un principio cardine anche nella teorizzazione psicoanalitica di Lacan ((«Lacan si sbarazza così di ogni concezione ingenua, psicologistica, del linguaggio: il linguaggio non si esaurisce affatto in una facoltà soggettiva che si acquisisce evolutivisticamente mediante l’esperienza e la memoria. All’opposto, l’idea di Lacan sostiene non che l’uomo impari a parlare ma che è il linguaggio che parla l’uomo, nel senso che l’essere dell’uomo dipende strutturalmente dall’orizzonte del linguaggio. Il linguaggio non è dunque un mero strumento della comunicazione ma è un campo, una rete, una struttura che determina il soggetto. È questo il carattere “primordiale” che Lacan, come per Heidegger, non è l’uomo che parla, ma il linguaggio; è il linguaggio che fa l’uomo» (Di Ciaccia, Recalcati, p. 45).)), che non a caso tradusse in francese lo scritto Logos di Heidegger. A partire da queste coordinate filosofiche la comprensione psicoanalitica del linguaggio assume un valore differente rispetto a quella meramente psicologica, esso viene concepito cioè non come semplice strumento di mediazione tra singoli ma piuttosto come tessuto che organizza e struttura le relazioni sociali (Gurgel, 2009, p. 167), soprattutto a partire dalla funzione della parola come atto di riconoscimento fondamentale del soggetto.
In questo senso Lacan descrive il rapporto che l’essere umano intrattiene con il linguaggio in termini di “campo”, cioè come luogo entro il quale l’essere parlante è calato già fin da prima della sua nascita biologica (che è quindi successiva alla sua nascita simbolica). Riflessioni che porteranno lo psicoanalista a dire che l’inconscio, cioè ciò che abita l’umano nella maniera più profonda e radicata, è strutturato come un linguaggio ((Riguardo tale concezione del linguaggio come campo di strutturazione relazionale che precede la nascita del soggetto stesso anzi la permette al livello simbolico è ben esemplificato da quanto Lacan dice a proposito dell’ignoranza della legge penale: «Si presume che nessuno ignori la legge, – questa formula trascritta dall’humor di un Codice esprime peraltro la verità di cui la nostra esperienza si fonda e che conferma. Nessun uomo l’ignora infatti, poiché la legge dell’uomo è la legge del linguaggio da quando le prime parole di riconoscimento hanno presieduto ai primi doni […]» (Lacan, 1966, pp. 264-265). Si veda ancora a questo proposito Gurgel, 2009, pp. 167-168.)).
Si vede bene come sia nella prospettiva filosofica heideggeriana che in quella psicoanalitica lacaniana il linguaggio vada ben oltre la pura e semplice comunicazione tra individui ((«Ce sujet conscient, maîtrisant, fait la différence entre linguistique et psychanalyse. Leurs terrains épistémologiques sont distincts. Les linguistes et les psychanalystes “écoutent” certes des paroles, mais de façon différente. Les premiers cherchent à décrire des langues, à construire une théorie scientifique de leur fonctionnement. Leur souci est l’objectivité, le général, suivant en cela le chemin aristotélicien. Aussi pour-chassent-ils “tout” subjectivité, alors que les psychanalystes la revendiquent dans l’écoute associative et que leur but consiste non en une théorie du langage mais de l’Incoscient» (Houdebine, 2005, pp. 987-988).)), quali soggetti che si scambiano, in piena coscienza e consapevolezza, messaggi e significati, quasi come si trattasse di merci ((«[…] è più importante ricordare che questa ideologia del soggetto-cosciente ha costituito la filosofia implicita della teoria dell’Economia Politica classica, e che Marx ha criticato proprio la sua versione “economica”, rifiutando l’idea di “homo economicus”, secondo la quale l’homo è il soggetto cosciente dei propri bisogni e questo soggetto-di-bisogno è l’elemento ultimo e costitutivo di ogni società» (Althusser, 1993, p.215).)). L’uomo è piuttosto parlato dal linguaggio e, anzi, è traumatizzato fin nel corpo dal significante. Un rapporto che in psicoanalisi è spesso sintetizzato con il gioco di parole motérialité (Lecoeur, 2016, p. 33), quale sintesi di parola e materia, per indicare l’effetto materiale che hanno le parole sul soggetto, sul suo corpo (la parola è già cosa).
Quanto l’uomo sia segnato dal linguaggio si nota sin dalle prime fasi dello sviluppo infantile. Sin dalla nascita l’uomo è gettato in uno stato di incompletezza biologica e carenza istintuale che lo rendono estremamente dipendente dal proprio ambiente, ciò obbliga l’infans a costruirsi degli strumenti per esprimere le proprie necessità e a indirizzarle all’Altro da cui dipende in maniera totale (Romano, 1989, p. 178). In tale stato di dipendenza già il vagito, il pianto, il grido diventano delle forme primordiali di comunicazione, fino a che la parola non si istaura come rappresentazione di qualcosa che manca (simbolo), come domanda rivolta all’altro rispetto ad un proprio appetire che tuttavia già nell’essere comunicato è mancato. La domanda così mediata dalla parola si sazia non dell’oggetto che essa potrebbe ottenere come risposta ma del gesto stesso di risposta da parte dell’Altro (cioè del significante). Così il linguaggio fin dal principio possiede l’uomo nei suoi bisogni, dai quali questi risulta sempre essere decentrato: le sue domande non chiedono soddisfazione specifica in un oggetto ma veicolano un desiderio, il quale a sua volta si soddisfa della propria insoddisfazione, di quel vuoto che corrisponde al desiderio stesso che è il desiderio dell’Altro. La dipendenza fondamentale che chiede accudimento diviene così, nella mediazione simbolica del linguaggio, domanda di riconoscimento (Romano, 2002, p. 34). In questo senso il linguaggio è per l’uomo ben più che comunicazione, esso è la cifra stessa del proprio desiderare, cioè (nel riconoscimento) del proprio esser soggetto e, quindi, del proprio stare al mondo.
A partire da tale strutturazione del rapporto tra soggetto e linguaggio si rileva come quest’ultimo funga da operatore delle relazioni interpersonali garantendo una funzione di terzietà, di mediazione e garanzia simbolica della relazione. L’effetto di riconoscimento e regolazione delle relazioni sociali assume consistenza specifica nell’istituzione della Legge, quale organizzazione della soggettività in rapporto alla struttura sociale. Un luogo simbolico in cui il soggetto trova un proprio orientamento nel vivere sociale, organizzando il proprio agire e desiderare entro l’orizzonte del Terzo (l’Altro della Legge e del linguaggio):

la nozione di ordine simbolico […] significa che l’animale parlante intrattiene con il mondo un legame di identità/alterità e che ogni soggetto intrattiene con sé un legame della stessa natura. Così precisato, il simbolico comporta l’idea di un elemento di costrizione, caratteristico della struttura linguistica (Legendre, 2007, p. 49).

Linguaggio e società
Così, se il linguaggio è la struttura che impernia l’umano nella relazione sociale, facendolo con ciò nascere come soggetto di fronte alla Legge, il diritto ne è per certi versi l’oggettivazione. Nella funzione di reférence (cioè rimando infinito dell’autorità simbolica ad un altro: “in-nome-di”) il diritto istituisce formalmente la funzione di terzietà, garanzia del riconoscimento del soggetto come titolare di desideri-diritti. In tale organizzazione sociale, afferma Legendre, il soggetto nasce all’interno del mondo sociale e ciò gli permette di avanzare una domanda di riconoscimento di sé come essere parlante desiderante.
Un’organizzazione che tuttavia viene messa sempre più in crisi nella società contemporanea dall’operazione di riduzione del diritto a mero strumento amministrativo, il che erode il suo statuto genealogico (cioè la sua fondazione simbolica nella forma di “a-nome-di”). La visione tecnico-scientifica del diritto riduce l’organizzazione della struttura simbolica, garanzia del riconoscimento, a mera funzionalità tecnica, utile a regolare unicamente i rapporti individuali entro un contesto di scambi commerciali svuotati dell’orizzonte di significato (Romano, 2002, p. 125). Un processo di degradazione del diritto da garante del riconoscimento a mera amministrazione funzionale dei rapporti di soggetti di mercato “indipendenti”, che conduce già in sé una visione pre-filosofica (pre-heideggeriana) del linguaggio quale mero strumento di comunicazione, veicolo di messaggi. Il diritto così nella sua degradazione da ordine simbolico ad astratta operatività porta con sé, sincronicamente, una degradazione al livello sociale del linguaggio stesso. Nella dimensione del mercato globale il vivere sociale tende sempre più ad essere amministrato secondo una modalità economicistica, in cui il linguaggio diffuso è sempre più di natura tecnica e avalutativa (ivi, p. 125). Il sapere tecnico che impregna e desertifica l’universo simbolico muta il linguaggio da evocante (col suo rimandare ad un orizzonte di senso) a numerico (ivi p. 202), riducendosi così a veicolo di disposizioni amministrative e contabili. Il numero sostituisce la lettera, per cui il linguaggio non organizza più il riconoscimento soggettivo ma diviene mera cifra che comunica se stessa. In altri termini si tratta di un linguaggio e di un diritto che si auto-fondano e si auto-giustificano in nome della propria funzionalità e non in quanto genealogia dell’autorità simbolica (per usare un termine legendriano) (Avitabile, p. 349).
Nello perdita del valore di riconoscimento simbolico del linguaggio, la società occidentale contemporanea si delinea come “società della comunicazione”, cioè una società in cui il linguaggio è ridotto a veicolo pubblicitario, strumento per comunicare ed eseguire transazioni commerciali, cifra numerica per indicare il prezzo di un prodotto, il saldo da pagare (Romano, 2002, p. 125). Un mondo in cui l’individuo riscopre la propria assoluta libertà privata, privata anche del terreno del riconoscimento che ne garantirebbe l’effettiva realizzazione (Honneth, 2001). Il desiderio del singolo, lasciato libero dalle costrizioni che i vincoli sociali e simbolici che di per sé operano (Legendre, 2007, p. 49), non si realizza in una pretesa di carattere normativo ma precipita nella condizione di appetito, di bisogno soddisfatto dall’oggetto di consumo (Romano, 2002, p. 124-125). Nella società della comunicazione si ha a che fare con individui liberi ma privi di autentica autonomia (Perniola, 2004, p. 52), si tratta cioè di “io”, di soggetti atomistici in una relazione casuale tra loro e privi di mediazioni simboliche. Per questa ragione anche il compito della psicoanalisi assume un connotato differente rispetto a quello che avrebbe potuto assumere precedentemente, esso cioè «non consiste nell’adattare le persone allo statu quo sociale e comunicativo, ma semmai nel ristabilire la loro relazione con l’ordine simbolico» (ibidem).
Nella degradazione simbolica del linguaggio la società della comunicazione, quale società degli scambi economicamente orientati, realizza il massimo del potenziale tecnico, lo stesso che Heidegger (1954, p. 21) designa «minaccia» per l’uomo: essa lo distoglie dal raccoglimento, gli impedisce cioè di ascoltare nel silenzio del linguaggio l’essere delle cose.

Riferimenti bibliografici

  • Althusser L., (1993), Il caso Tiblisi, 1976-1984, in Sulla Psicoanalisi. Freud e Lacan, Raffaello Cortina, Milano, 1994.
  • Avitabile L., La filosofia del diritto in Pierre Legendre, Giappichelli, Torino, 2004.
  • Di Ciaccia A., Recalcati M., Jacques Lacan. Un insegnamento sul sapere dell’inconscio, Bruno Mondadori, Milano, 2000.
  • Gurgel I., Linguaggio, in “attualità lacaniana. Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi”, n. 10, 2009, pp. 167-169.
  • Heidegger M. (1954), trad. it. Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 2014.
  •  Heidegger M. (1959), trad. it. In cammino verso il Linguaggio, Mursia, Milano, 1973.
  • Houdebine A.-M., voce “Linguistique et psychanalyse”, in de Mijolla A. (a cura di), Dictionnaire international de la psychanalyse, Hachette Littératures, Parigi, 2005.
  • Honneth A. (2001), trad. it. Il dolore dell’indeterminato, una attualizzazione della filosofia politica di Hegel, manifestolibri, Roma 2003.
  • Lacan J. (1966), trad. it. Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, vol. I, Einaudi, Torino, 2002, pp. 230-316.
  • Lecoeur B., La voce, in “La Psicoanalisi”, n. 60, 2016, pp. 32-44.
  • Legendre P. (2007), trad. it. Lo sfregio, Giappichelli, Torino, 2010.
  • Legendre P., Droit, communication et politique. Entretien avec Daniel Dayan et Jean-Marc Ferry, in “Hermes”, n. 5-6, 1989, pp. 21-32.
  • Pasolini P. P. (1964), Una disperata vitalità, in Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano, 2001, pp. 112-114.
  • Perniola M., Contro la comunicazione, Einaudi, Torino, 2004.
  • Romano B., Il diritto tra desiderio e linguaggio. L’autocoscienza in Hegel e l’inconscio in Lacan, Bulzoni, Roma, 1989.
  • Romano B., Filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 2002.

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Severino e la Contraddizione C

Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito.  Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.
Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.

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Coltivare il segno: Severino e la testimonianza del destino

A gennaio di quest’anno, alla soglia dei novant’anni, Emanuele Severino ha dato alle stampe un nuovo libro, Testimoniando il destino. L’intento dichiarato di questo volume è una “discussione” intorno agli scritti di Severino, una sorta di auto-riflessione che il filosofo bresciano compie su tutto quello che, dal 1958 — anno di uscita de La struttura originaria — ad oggi, è andato scrivendo. In altre parole, Testimoniando il destino vuole «coltivare il segno» rappresentato dall’insieme degli scritti severiniani. Poiché l’unica cosa che dobbiamo (non possiamo) fare è, appunto, coltivare il segno, lasciando il campo nel quale il segno si manifesta, alla sua natura. «Quella pianura non ne ha bisogno. Non può nemmeno esser posseduta da alcuno. Essa è anzi l’essenza profonda per la quale si è qualcuno». Questo intento generale, nel libro di Severino, si costituisce di varie nervature che l’autore sembra voler ripercorrere e chiarire.

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Intervista ad Emanuele Severino

«Gli eterni si manifestano secondo un ordine che non sarebbe potuto essere diverso da quello che è».


26 febbraio 2019

Emanuele Severino compie oggi 90 anni.
Il 1° febbraio del 2014 ci accolse nel suo salotto per parlare di filosofia. Passammo oltre due ore nella casa bresciana di Severino. Da quella chiacchierata uscì fuori questa insolita intervista.
Insolita perché, innanzitutto, era stata fatta al cospetto di un gigante della filosofia occidentale; in secondo luogo perché fu quasi rapsodica e così eterogenea da sembrarci paradossale, una volta usciti da lì. Forse, complice l’ingenuità e una certa forma di stupore, le nostre domande appaiono anche adesso slegate o troppo particolari. Forse però, stavolta complice la mente acuta di Severino, è possibile comunque intravedere un filo rosso in ciò che è riportato nelle righe che seguono. Il filo rosso che s’intravede è l’essenziale struttura della filosofia di Severino, quella imponente e grandiosa metafisica che il filosofo bresciano ha — a partire dal suo primo scritto, La struttura originaria del 1958, fino al recentissimo Testimoniando il destino — puntellato e interrogato continuamente.
A distanza di cinque anni dalla pubblicazione, quindi, vi riproponiamo il colloquio che RF ha avuto con Emanuele Severino: una semplice e modestissima traccia, all’interno di un solco ben più profondo rintracciabile sul campo di battaglia comunemente chiamato filosofia, e impresso da una delle voci più raffinate del Novecento.

Intervista di Andrea Cimarelli e Saverio Mariani

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Severino e la destinazione del finito all’infinito

Il rapporto finito-infinito, che poi si declina in termini severiniani nella “dialettica” apparire-eterno, è uno dei nuclei problematici della filosofia di Emanuele Severino, a cui Ritiri Filosofici riserva sempre grande attenzione. In questa contraddizione, evidente anche agli occhi del filosofo bresciano, è collocata l’essenza dell’uomo – come ha mostrato Saverio Mariani negli ultimi due contributi usciti su questa rivista (parte I e parte II). Ma in tale contraddizione è collocata anche l’essenza della verità, poiché la verità è contraddizione, è testimonianza dell’eternità del tutto e della manifestazione parziale di questa. All’interno di questo dibattito, ripubblichiamo un saggio di Cristina Pagnin uscito originariamente su Filosofia Italiana (Aracne editore), nel volume Neoparmenidismi, curato da Mattia Cardenas e Ambrogio Garofano. È possibile leggere il saggio anche qui, o acquistando la rivista cartacea.
Ringraziamo Filosofia Italiana e l’Autrice per averci gentilmente consentito di ripubblicare questo saggio.

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Note su alcuni termini del linguaggio di Severino (II)

Come abbiamo visto, la difficoltà per l’uomo di intendersi re, invece che mendicante – ovvero di capire che è eterno, e non mortale –, risiede tutta nello snodo storico del “parricidio” platonico. Una cultura costruita sulla caducità delle cose non può che generare sistemi di pensiero infettati dal virus del nichilismo. Severino giunge a dire che la condizione di mortalità dell’uomo è qualcosa che egli stesso «vuole». Sarà solo liberandoci di questo fardello che potremmo entrare all’interno del cielo rischiarato dalla verità. Qui, dunque, intraprenderemo la seconda parte del percorso all’interno dei testi che, nella mastodontica opera di Emanuele Severino, si occupano direttamente della condizione dell’uomo conteso tra verità ed errore.

Le deduzioni ci hanno portato fin qui, dunque, a definire l’uomo come conteso fra verità ed errore.
Questa è la sua “condizione”. Ma qual è la sua essenza?

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Note su alcuni termini del linguaggio di Severino (I)

Se è vero che la filosofia si è sempre interessata alla vita – ed è, per chi scrive, proprio così –, essa deve anche “calcolare” il suo impatto sulla condizione umana. Spinoza diceva che il vero filosofo si occupa della vita e non della morte, perché potremmo dire, la morte è oltrepassata dalla filosofia. Una situazione analoga è rintracciabile nella formulazione filosofica di Emanuele Severino. La morte – per come viene intesa dalla filosofia occidentale e dalla sua appendice tossica, ovvero il nichilismo metafisico – è smascherata nella sua inessenzialità. Vorrei qui rivolgere il mio interesse alla “condizione dell’uomo” all’interno del sistema severiniano. Dalle sue riflessioni ontologiche, infatti, segue una prospettiva necessaria che investe l’uomo e la sua essenza. Egli è legato a concetti come isolamento della terra, apparire empirico e apparire trascendentale, alienazione e non-verità.
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L’uomo, la più importante delle materie prime

Per comprendere la tesi di Heidegger in merito all’essenza dell’uomo bisogna partire dall’assunto che la soggettità (come il filosofo tedesco indica il principium individuationis) è un modo della dimenticanza dell’essere. Tale principio metafisico è all’origine del dominio, ovvero la modalità fondamentale dell’esistenza umana, che si realizzerà compiutamente nell’odierna età della tecnica. Chi ha affrontato seriamente i testi sa bene che quelli di Heidegger sono estenuanti, snervanti, a volte enigmatici. Ma non per questo sono eludibili se si tiene presente il fatto che il filosofo tedesco è il pensatore che ha tracciato il campo da gioco della filosofia contemporanea. Noi, che non siamo certo heideggeriani, riconosciamo però come egli sia stato una sorta di Cartesio della filosofia contemporanea da cui i filosofi successivi hanno tratto linguaggio e materia speculativa. Nei venticinque anni che vanno dalla prolusione universitaria Che cos’è metafisica? del 1929 al saggio Oltrepassamento della metafisica del 1954, Heidegger chiarisce a se stesso e ai suoi interlocutori il significato dell’essenza dell’uomo e della sua individuazione. Noi ne abbiamo ricostruito il percorso.

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Díkē, o della stabilità dell’essere

Di Mattia Cardenas

All’interno di un fascicolo dedicato alla tradizione del pensiero politico italiano (dal Risorgimento alla contemporaneità) può sembrare del tutto estrinseco il richiamo a Díkē di Emanuele Severino (Adelphi, Milano, 2015, pp. 374)  il cui asse fondamentale ruota attorno ad un’analisi, come di consueto in grande stile, delle più antiche categorie del pensiero filosofico. Di fronte alla crisi economico-finanziaria nonché politica del nostro tempo, il contenuto del volume (ma il discorso può ovviamente estendersi all’intera opera del filosofo bresciano) può, quantomeno, apparire ‘astratto’. Ma così non è: poiché la radice ultima che è sottesa alle dinamiche concrete dell’attualità è da Severino ricondotta proprio all’origine del più remoto pensiero greco, che inaugura lo spazio entro il quale si costituisce l’intera storia dell’Occidente, ossia del «mortale».

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