L’emersione di vecchi e nuovi apparati per una nuova schiavitù

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1.— Apparati ieri e oggi. 2.— Registrazione e mobilitazione nell’epoca del dopo-Jobs. 3.— L’apparato oggi. 4.— L’emersione. 5.— I nuovi apparati e la critica che non deve abdicare.

1.— Apparati ieri e oggi.

Immediata, nel titolo, l’associazione con il celebre saggio di Ernst Jünger La mobilitazione totale (1930), autore che, con le sue teorie su temi cruciali come la guerra e la tecnica, ha influenzato filosofi del calibro di Martin Heidegger — il sodalizio tra i due è testimoniato dal volume pubblicato in italiano, a cura di F. Volpi, con il titolo Oltre la linea (Adelphi, Milano 1989) — ed è proprio da qui che muove l’analisi di Ferraris sul rovesciamento di mezzi e fini nel mondo contemporaneo ((M. Ferraris, Mobilitazione totale (2015), Laterza, Roma-Bari. Le semplici indicazioni del numero di pagina tra parentesi nel testo si riferiscono a questo libro.)).
È una chiamata alle «ARMI (propongo questo acronimo per il nome generico dei terminali della mobilitazione: Apparecchi di Registrazione e di Mobilitazione dell’Intenzionalità)» (p. 4), scrive Ferraris, quella che avviene nel nostro rapporto con gli apparecchi che lo sviluppo tecnico-scientifico ci mette a disposizione. La chiamata ha sia carattere religioso che militare e la declinazione che Ferraris conferisce alla sua analisi è tanto uno «svolgimento sul terreno pratico delle tesi del nuovo realismo» (p. 6) ((Per ciò che concerne il cuore della elaborazione filosofica di Ferraris, cfr. M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo (2012), Laterza, Roma-Bari. Il punto di vista di Ferraris è tutto intessuto del dialogo con la posizione ermeneutica e debolista di G. Vattimo, che ha espresso il suo punto di vista sul tema nel suo Della realtà. Fini della filosofia, Garzanti, Milano 2012.)), che una «antropologia del nostro essere nel mondo» (p. 7), realizzata attraverso «una versione aggiornata degli “esistenziali” heideggeriani» (ibid.), di cui è possibile trovare un glossario di Parole chiave in fondo al volume.

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“Short-termism”: una nuova sindrome, ma da curare all’antica

Sfogliando l’ampio inserto culturale con cui il quotidiano La Repubblica arricchisce il proprio numero domenicale, mi sono imbattuto in un articolo molto interessante, dal titolo: “Il Brevismo” di Stefano Bartezzaghi, sul quale potrebbe rivelarsi interessante riflettere insieme. “Nel lungo periodo siamo tutti morti”, inizia con questa citazione di J. M. Keynes l’articolo in questione, che pone prepotentemente l’accento, come suggerisce in maniera piuttosto eloquente il titolo stesso, sulla “sindrome da breve termine” che attraverso le parole dell’autore viene meglio definita come: “Ansia dell’esito, impazienza dell’evidenza, pretesa dell’immediata verifica”.
Scorrendo rapidamente e con una certa piacevolezza le diverse colonne di questo articolo, s’accresce sempre di più un vago senso di sconfitta. Sì, è proprio questa la parola più adatta a mio avviso, sconfitta, perché riga dopo riga preme sempre più forte la convinzione che, per quanta attenzione sia stata prestata, anche noi siamo caduti vittime del celebre aforisma di Seneca: “Il tempo a nostra disposizione non è poco, è che ne sprechiamo molto”. E, seppur indirettamente, anche l’autore sembra essere d’accordo con me nell’affermare che ogni giorno siamo circondati e immersi in migliaia di gare di velocità, dalle palestre, alla connessione internet , alla dieta, tutto ci viene promesso all’insegna di un “tutto e subito” che ha sostituito la rapidità allo status di valore, senza considerare che questa degenera sempre più facilmente in fretta, che com’è noto, è una cattiva consigliera.
E proprio quest’ultima si sta rivelando decisiva anche nel panorama economico contemporaneo, in cui l’economia reale è sempre più vittima di giochi e speculazioni finanziarie, la cui unica regola consiste in un saldo positivo al prossimo rendiconto trimestrale, in barba a tutte le nostre speculazioni filosofiche su come poter apprendere giorno per giorno a vivere virtuosamente. Per questo risulta difficile non essere d’accordo con l’autore quando afferma: “Di un eventuale mondo fatto (esclusivamente) di tweet, birrette, trafiletti e sveltine a preoccupare non è il decremento in termini di estetica ed edonismo (che pure): a preoccupare è l’affano”.
Di fronte a simili affermazioni risulta pressoché impossibile resistere alla tentazione di riprendere in mano le lezioni dei grandi maestri classici e di brandire le loro opere come delle spade con le quali recidere ogni legame ideologico con la nostra contemporaneità. Con questa parole non voglio mettermi alla testa di una crociata votata allo sterminio dell’immenso patrimonio tecnologico e scientifico raggiunto dall’umanità nei secoli, ma ad accondiscendere rassegnato al famoso “ormai i tempi sono cambiati” e mescolarmi nella dilagante mediocrità non ci sto. “Se il maestro diceva: Non è mai troppo tardi. Gli allievi rispondono: Non è mai abbastanza presto”, scrive l’autore, affermando in seguito come l’essenza del brevismo sia una petizione di principio: “Qualsiasi cosa, per definizione, può essere più veloce e costare di meno o rendere di più”; a questo punto però risulta evidente che la velocità è stata tramutata in fretta, la quantità è divenuta qualità e il meglio si è rovesciato in peggio. Che ne è dell’otium tanto caro ai latini? Che ne è degli insegnamenti de Il sabato del villaggio di Leopardi? Possibile che sia stato tutto rinnegato? Possibile che più di duemila anni di cultura possano venir dimenticati così? O forse, come sostiene Bartezzaghi, tutto questo non è affatto casuale? Se sono queste le sue parole: “Gli automobilisti più veloci sono quelli che fanno a meno del codice della strada: allo stesso modo, il brevismo fa a meno della cultura”, chi potrebbe astenersi dall’invocare a gran voce la venuta di Zarathustra affinché possa scuotere questo mondo col suo vento gagliardo? Ancora una volta la risposta a questo nuovo male, sembra risiedere nell’appassionata lentezza dello studio degli antichi, che oggi più che mai sembrano sfuggire agilmente alle trame del nome che li identifica e li vorrebbe come “roba per tempi andati”; le malattie dell’uomo s’aggiornano coi tempi, le cure dello spirito invece, resistono immutabili, inattaccabili, eterne.