L’averroismo in età moderna (1400-1700)

L’indagine peculiare degli storici della filosofia si concentra anche sui percorsi e sulle influenze che sono alla base di una teoria o dottrina filosofica.Tentare di delineare, come si fa in nel testo L’averroismo in età moderna (1400-1700) a cura di Giovanni Licata (Quodlibet, 2013), l’influenza che le opere e il lavoro intellettuale di Averroè, insieme alla conseguente tradizione averroista, hanno avuto sul pensiero di Baruch Spinoza, è un compito arduo e spesso intrecciato ad indagini filologiche e biografiche di personaggi “sotterranei” e per lo più sconosciuti.

Il testo contiene sette saggi molto eterogenei che si collegano in modo naturale, permettendo al lettore e allo studioso di iniziare a seguire i fili dell’averroismo nella storia della filosofia moderna. L’indagine, in verità, lascia un po’ sullo sfondo la questione dell’influenza diretta su Spinoza, concentrandosi sulla tradizione averroista ebraica, latina ed araba. Questa giusta scelta metodologica serve ad imbastire la ricerca, senza lasciare nulla al caso e senza dare nulla per scontato. Perché l’indagine degli storici della filosofia, soprattutto in indagini complesse come queste, è sottoposta ad una innumerevole quantità di informazioni da controllare, verificare e spesso scovare tra le righe di un libro (come ci ha insegnato Leo Strauss).

Il progetto relativo alle influenze averroiste nella modernità è stato avviato dall’Università di Macerata, all’incirca una ventina di anni fa, grazie al prezioso contributo del prof. Filippo Mignini, integrato poi da Omero Proietti e i suoi studi su Uriel Da Costa e da Giovanni Licata attraverso lo studio e la traduzione dell’opera principale di Elia del Medigo.
La tesi che si cerca di sostenere, fin dall’inizio di questa ricerca, è che Averroè, compresa (ma non solo) la sua interpretazione di Aristotele, non sia definitivamente sparito dalla filosofia occidentale nel tardo Romanticismo, come sostiene Ernest Renan. Si tratterebbe di una svolta nella storiografia averroista che, come ricorda Mignini nella sua prefazione, è sostanzialmente unanime nel sostenere che Averroè, arrivato ad alcuni intellettuali del tardo Rinascimento, sia rimasto senza eredi, anche nella tradizione araba.
In realtà, argomenta ancora Mignini, le tesi più radicali di Averroè (nesso causa-effetto, eternità del mondo, il rapporto fra filosofia e religione, la critica alla creazione dal nulla, la mortalità dell’anima) sono passate dentro la filosofia moderna, modificandola ed indirizzando quei filosofi libertini e “perdenti”, rispetto alla tradizione filosofica dell’ego cartesiano, che fanno capo a Spinoza. Inoltre, tale collegamento metterebbe in luce la congiunzione presente fra l’averroismo e l’Illuminismo radicale di cui parla Israel, che ripropone, in effetti, alcune tesi dalla chiara influenza averroista, attraverso la mediazione di alcune grandi filosofie del Seicento.

Perché tali tesi non siano solo congetture e analisi sbrigative, il testo propone in primo luogo uno studio, importantissimo sul piano storico e storiografico, di Mauro Zonta, il quale prende ad esame il Commento medio di Averroè alla Metafisica di Aristotele, nelle due edizioni ebraiche che, ancora nel Quattro-Cinquecento circolavano in Spagna negli ambienti ebraici che si confrontavano così con un pensiero che non fosse la scolastica; ma che circolavano, più tardi, nel nord dell’Italia. Il Commento medio era, dice Zonta, considerato come un ottimo strumento di studio della metafisica e dell’aristotelismo.
Sull’influenza averroista in ambiente ebraico (italico, soprattuto nella zona del Veneto) si concentra anche il saggio di Silvia di Donato, che prende specialmente in esame quattro grandi traduttori ebraici: Elia del Medigo, Calo Calonimo, Jacopo Mantino, Abraham de Balmes.

Proprio di uno dei quattro traduttori ebrei sopra citati, Elia del Medigo, parla Giovanni Licata (curatore anche dell’opera). Elia del Medigo, ebreo-cretese del XV secolo, fu anche traduttore di alcuni scritti per Pico della Mirandola. In alcuni testi di Elia del Medigo, dice Licata, è ben presente una influenza averroista; soprattutto per quanto riguarda la dottrina dell’eternità del mondo e della variante della produzione eterna del mondo.

Omero Proietti ci restituisce l’originale profilo di Uriel Da Costa (1583- 1640); dopo una analisi prettamente storiografica delle opere false o presunte tali di Da Costa, Proietti – attraverso tre nuclei tematici: critica della Bibbia, ordine naturale e negazione del miracolo – può accostare Da Costa alla corrente sefardito-provenzale dell’averroismo, ma anche Spinoza allo stesso Da Costa, quindi all’averroismo sefardito-provenzale.

La diffusione nel mondo latino di Averroè, fra il XV ed il XVI secolo, viene indagata da Guido Giglioni, attraverso l’analisi del grande testo di Agostino Nifo intitolato Expositio, definito un “super-commento” alla Destructio destructionum. Il testo di Nifo, ci dice Giglioni, è importante non solo per capire l’evoluzione del pensiero di Nifo stesso, ma anche per comprendere le modificazioni interne alla società Rinascimentale, soprattutto nel passaggio dall’aristotelismo al neo-platonismo.

Il contributo di Sara Barchiesi si concentra sulla figura del “maestro” di Averroè, Ibn Tufayl, attraverso l’analisi dei motivi averroisti contenuti nell’Epistola di Havy ibn Yaqzan.

Il volume si chiude con il saggio di Filippo Mignini sulla figura di Adriaan Koerbagh (del quale RF si era già occupato con un articolo di Andrea Cimarelli, qui), amico di Baruch Spinoza, componente della così detta “cerchia spinoziana”, ed autore del testo Una luce che splende in luoghi oscuri. Il saggio evidenzia come alcuni motivi aristotelici-averroisti — nonostante le differenze con Spinoza — siano princìpi assunti come fondamentali, sia sul piano antropologico che politico, quest’ultimo in primo piano nell’opera di Koerbagh.

Festa di Scienza e Filosofia 2014

FSF-FolignoDi Andrea Cimarelli e Saverio Mariani.

È arrivata alla quarta edizione, crescendo anno dopo anno, la Festa di Scienza e Filosofia che si svolge a Foligno. Una bella manifestazione culturale, come poche se ne vedono in questi territori, che ha portato al centro dell’attenzione di un’intera città — e di chi ha raggiunto Foligno per l’occasione — il discorso filosofico e scientifico. Potremmo dire, più in generale, una ventata di cultura, della quale c’è sempre bisogno.

La città di Foligno, è il caso di dirlo, si presta a questo tipo di manifestazioni, per alcuni motivi logicistici (è facile da raggiungere dal di fuori, e il suo centro storico — dove si è concentrata la festa — è interamente percorribile a piedi) che fanno la differenza nella possibilità e nell’opportunità di fruire delle conferenze.

Noi di RF abbiamo ascoltato due delle conferenze di sabato 12 aprile 2014, girando un po’ per la città e vedendo, finalmente, il coinvolgimento di molte persone intorno ad una manifestazione fresca e al tempo stesso solida nei temi.

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