Con la tecnica l’asservimento è servito. Ma non è detta l’ultima parola

Quella di Günter Anders è per sua stessa ammissione una vera e propria filosofia della tecnica. Nato a Breslavia nel 1902 da una famiglia di origini ebraiche, Anders fu allievo di Heidegger e poi assistente di Scheler all’Università di Colonia. Sposato per un breve periodo con Hannah Arendt, Anders non ebbe successo nel mondo universitario finendo per scegliere una mezza carriera nel mondo del giornalismo. Definito “un filosofo controvoglia”, sono due le tesi antropologiche che devono essere premesse per la comprensione del suo pensiero.

La prima è quella secondo cui l’uomo non ha una natura stabilita una volta per tutte, non ha una sua essenza propria: di conseguenza, egli può mutare nel tempo e assumere configurazioni prima sconosciute. Oggi assistiamo a questo evento: l’uomo, così come lo conosciamo, è qualcosa di superato e al suo posto emerge un individuo con altri caratteri.

La seconda tesi è il rifiuto dell’idea secondo la quale gli strumenti tecnici (dalla televisione, alla radio, dai computer agli smartphone) siano neutrali e che gli uomini possano utilizzarli secondo finalità morali: nessun mezzo è soltanto mezzo. «La tesi della neutralità morale (dei mezzi tecnici, ndr) è un’illusione a cui l’homo technicus si abbandona solo perché sente il bisogno di conservare una buona coscienza nei confronti dell’insieme dei suoi apparecchi, che si accumulano di giorno in giorno fino a sopraffarlo».

Da queste premesse seguono le sue tesi contenute in L’uomo è antiquato, opera in due volumi apparsa nel 1956 e nel 1979. In essa è sviluppata una tesi che l’autore illustra riprendendo e trasformando la nota formulazione di Schopenhauer: dal mondo come volontà e rappresentazione al mondo come fantasma e matrice.

Il mondo come fantasma
La tesi centrale, da cui scaturiscono le altre, è il mutamento che si è avuto nel rapporto con il mondo, inteso come quel complesso di cose e di eventi con il quale l’uomo interagisce. Per Anders questa relazione si consuma tra le pareti domestiche con il mondo che viene ormai fornito a domicilio. Oggi, grazie ad un’ulteriore accelerazione della tecnologia, quel mondo ce lo portiamo dietro, in auto, ovunque, ma la sostanza non cambia (con voce ferma e suadente un recente spot informa che «capirai che non può esistere un mondo lì fuori senza la tua casa dentro»). Ecco la nascita di un nuovo tipo di individuo, l’eremita di massa, isolato nel proprio guscio, oggi sempre più sigillato, in cui si compie la trasformazione da persona a monade grazie al meccanismo consumo-produzione che si autoalimenta di continuo.

In questo contesto assume importanza centrale il ruolo dell’immagine. Essa (in greco “fantasma”) è diventata la categoria principale della nostra vita. Il mondo come fantasma significa che il rapporto uomo mondo è diventato unidirezionale, senza più alcuna reciprocità. Grazie al potere dell’immagine, veicolo incessante di idee, si realizza uno schema di indottrinamento che nemmeno gli stati totalitari erano riusciti a mettere in atto in quanto non avviene con la persuasione, né in modo forzato, ma con la stessa zelante collaborazione dei dominati. La società funziona come un sistema armonico prestabilito e il risultato è un conformismo di massa in cui «il meccanismo di omologazione funziona così bene che non ha bisogno di misure speciali per funzionare». L’esperienza diventa superflua in quanto il rapporto dell’uomo con il mondo è plasmato dalla sostituzione di eventi e immagini al posto della realtà vera e propria: anche il viaggiare, piuttosto che scoperta e avventura, consiste ormai nella volontà di onnipresenza.

Il segreto del meccanismo con il quale il mondo diventa fantasma risiede nella natura della notizia. Essa ha la funzione di mettere al corrente su cose che per colui che viene informato sono assenti. Dire che c’è una guerra in Siria equivale ad informare qualcuno di una cosa che a lui manca nella sua esperienza. Una cosa soltanto la notizia rende presente: il comportamento del destinatario, il fatto cioè che questi viene messo in condizione di agire come se l’oggetto fosse presente. Non risultando più chiaro se siamo in presenza di un oggetto (la guerra in Siria) o di un fatto (la notizia della guerra in Siria), accade che viene meno la differenza tra esperienza diretta e informazione indiretta. Il mondo reale (l’oggetto) viene fatto coincidere con la notizia (il dato di fatto).

Con questa sostituzione del mondo reale con il mondo narrato si introduce nella mente umana una struttura di schemi fissi, di strutture a priori, che nemmeno il più sofisticato filosofo speculativo poteva prevedere. Scopo delle notizie, dice Anders, non è informare bensì pretendere determinati comportamenti (il fatto che la sapienza biblica maledisse il portatore di cattive notizie era meno ingenuo di quanto si potesse pensare). Questo non significa che ora ce la dobbiamo prendere con i giornalisti (per carità) ma prendere atto che il sistema dell’informazione ha come scopo di essere una matrice del mondo, cioè di determinare i comportamenti. Se per Hegel il vero è l’intero, si deve ora dire che la coincidenza del mondo reale con la notizia produce un mondo in cui la menzogna è l’intero.

Il mondo come matrice
Il senso di questo processo è riassunto nella storiella che Anders premette all’inizio del primo volume dell’opera: «Il re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, girasse per le campagne per formarsi un giudizio personale sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli. “Ora non hai più bisogno di andare a piedi” furono le sue parole. “Ora non ti è più consentito di farlo” era il loro significato. “Ora non puoi più farlo” fu il loro effetto». Il mondo funziona come matrice in quanto prescrive ciò che si deve o non si deve fare. Gli apparecchi tecnici ci tolgono la facoltà di parlare cosicché gli uomini si ritrovano nella condizione opposta a quella descritta da Aristotele: se questi intendeva l’uomo come animale dotato di linguaggio, ora l’uomo è diventato muto e subordinato con la parola che gli viene fornita direttamente dall’esterno.

Il mondo può ormai comandare sull’individuo dopo aver distrutto la sua sfera privata. Anche in questo caso il fenomeno ha a che fare con l’esistenza mediale dell’uomo: se non esiste più nessuna parete che separa il mondo domestico da quello esterno, anche il contenuto della vita psichica coincide interamente con i contenuti forniti da fuori. In questo processo di espropriazione, l’uomo è derubato con il concorso della sua volontà, meglio dire che egli si consegna spontaneamente ai suoi sorveglianti (ogni commento sull’irrilevanza della cosiddetta difesa della privacy è superfluo). Il mondo della rete a questo proposito ha realizzato (in una maniera fin troppo evidente) questa previsione di Anders. La frase tipica del nostro tempo è «Io non ho nulla da nascondere», espressione fornita direttamente dal sistema totalitario dell’informazione. Rimosso il senso del pudore, diventato ormai sinonimo di immoralità, la spudoratezza, ormai sdoganata sotto il nome di franchezza, viene spacciata come la vera autenticità.

La morale in questo contesto non è altro che un aiuto affinché l’uomo si conformi prima e meglio possibile al mondo come matrice. Anders a questo proposito attinge da Nietzsche almeno tre argomenti. Prima di tutto l’idea secondo cui la morale è una menzogna necessaria decisa dalla gerarchia dei beni, ed in quanto tale derivato della struttura patrimoniale da cui si dipende. In secondo luogo la morale come luogo in cui si compie l’autoscissione dell’uomo: da individuum l’uomo diventa un dividuum attraverso la pluralità di funzioni non comunicanti tra loro imposte dalla vita odierna. Infine il tema della morale come istinto del gregge nel singolo, in virtù del fatto che negli esseri umani prevale la volontà di essere funzione piuttosto che l’assunzione di responsabilità.

Ritrovare la nostra umanità accostandosi alla fonte
Quali indicazioni trarre dall’analisi di Anders? Escludiamo quelle dei filosofi critici della società, i quali, sempre a caccia di visibilità e onori personali, non cessano per un momento di riversare la loro bile contro qualcuno o “contro il sistema” senza mai insegnare nulla. Certo, quella di Anders è un’analisi che sembra non lasciare scampo a nessuna speranza di salvezza per l’uomo, ormai condannato all’angoscia e all’infelicità del paradiso della tecnica. Eppure esiste uno spiraglio. Esso risiede nei destinatari a cui Anders rivolge la sua analisi, ovvero a coloro che si sono fatti la seguente domanda: «Ma che cosa sto facendo? Che cosa mi si sta davvero facendo?». In questa consapevolezza c’è un primo cenno di risveglio, il segnale per cui l’uomo non è poi così antiquato come vorrebbe lo stesso filosofo nella sua premessa. Anders suggerisce che l’unico modo per riacquistare un po’ di umanità è uno stile di vita in cui la distinzione tra mezzi e scopi non appare più in quanto «l’accostarsi alla fonte è altrettanto gradevole quanto il bere». Se la radice dell’alienazione è tutta nella dissociazione tra mezzi e scopi, in cui risiede l’essenza stessa della tecnica, il rimedio dev’essere allora altrettanto radicale. Esso consiste nella messa in questione della distinzione che le sta a fondamento, quella tra causa ed effetto, non per abolirla, ma per comprendere i due momenti nella loro simultaneità. Si tratta di un’affermazione che andrebbe detta sottovoce, con tutte le cautele del caso (che ci riserviamo di indagare), e che tuttavia rivela quella profonda apertura a cui si accennava. Non si può non vedere infatti come la dimensione in cui l’uomo può sfuggire alla tirannia della tecnica, e continuare a vivere, è l’uscita dalla dimensione temporale e l’entrata nella dimensione dell’eterno che consegue necessariamente alla tesi della simultaneità di causa ed effetto. Questo è possibile grazie ad una nuova quanto antica considerazione della mente: non la mente delle neuroscienze, non la mente del cervello, ma la mente che assume l’eterno come ciò che la abita nel suo nucleo più intimo. Massima controintuitività. Un eterno capace di riassumere passato, presente e futuro come autentica dimensione umana e orizzonte pratico della nostra vita. Quell’eterno in cui sono riposti anche i nostri affetti più segreti da cui spesso preferiamo nasconderci e fuggire. L’eterno non è illuminazione, né grazia né dono ma lavoro che si compie all’interno della verità. Noi siamo pronti. E visto che ad Anders piacevano le frasi in inglese, chiudo facendone una anch’io che suona come augurio a tutti i nostri lettori: «Let’s find our true way home!».

Il doppio volto dell’angoscia

Esplosa con il coronavirus, la questione dell’angoscia è tornata al centro dell’attenzione delle cronache e delle scienze sociali. Oltre al modo in cui l’intende la psicologia, l’angoscia ha ricevuto una particolare attenzione anche da parte della filosofia, la quale ne ha sottolineato la sua importanza per la formazione della coscienza.  Per questo motivo, gli uomini preferiscono negare l’angoscia piuttosto che riconoscerla: di fatto, viviamo in un mondo in cui essa è scomparsa da tempo e la nostra è piuttosto «l’epoca dell’incapacità di provare angoscia»

 

«Ed elli a me: L’angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti. Andiam, ché la via lunga ne sospigne». Così Dante, nelle parole di Virgilio, descrive nel quarto canto dell’Inferno la condizione di coloro che si trovano nel limbo. Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, psicologi, giornalisti e professionisti di vario genere, ripetono che esso ha portato ad un vertiginoso aumento dell’angoscia. Si sono moltiplicate le descrizioni dell’angoscia come stato interiore, le analisi sulle “curve dell’angoscia”, i consigli per tenere a bada l’angoscia. Insomma, gli uomini sembrano essere stati investiti da un vero e proprio tsunami ansiogeno.
Ma siamo sicuri che sia andata proprio così? Se ci avviciniamo meglio alla sua fenomenologia, vediamo che l’angoscia viene descritta in modi ambivalenti e tali da non consentire una sua chiara comprensione. In particolare esistono almeno due modi di intendere l’angoscia: uno indiretto, che richiede un comportamento mediatore; un altro diretto che fa i conti in modo immediato con questo stato d’animo.
Nel senso indiretto, che è quello inteso dalla psicologia, si parla di angoscia quando si è in presenza di meccanismi inibitori che servono per impedire il manifestarsi di una certa condizione psichica. Si tratta di comportamenti (minimizzare, volgere altrove lo sguardo, dire che andrà tutto bene, assumere ansiolitici) che impediscono il suo manifestarsi: essi sono da considerarsi sì come segnali della presenza dell’angoscia, ma esattamente nel senso in cui essa viene allontanata. In realtà quei meccanismi, più che rivelare l’angoscia, la rimuovono, con il risultato che essa, anziché apparire, non si manifesta (se non appunto attraverso quei comportamenti che la inibiscono) impedendo  la formazione della coscienza.
Nel senso diretto e immediato, senso a cui si rivolge la filosofia, l’angoscia è invece definita come quella certa attesa in cui gli uomini sperimentano la propria impotenza di fronte ad una realtà che minaccia di travolgerli. In questo caso l’angoscia viene affrontata, anziché silenziata. Il suo apparire nel cuore dell’uomo, secondo un esperto come Kierkegaard, è legata allo spirito e alle vicende interiori del soggetto, sicché essa è presente quando vi sia il coraggio e la capacità di sopportare determinati stati spirituali. Maggiore è la forza di spirito e di carattere di un uomo, maggiore la sua capacità di sopportare l’angoscia. Così come, all’inverso, la capacità di affrontare l’angoscia è elemento essenziale nella costruzione del carattere e della personalità. Kierkegaard la legava al momento teologico, rappresentato dalla figura di Abramo che di fronte a Dio, sia nel caso di situazioni negative (il sacrificio di Isacco) sia nel caso di situazioni positive (dopo aver concluso l’alleanza), sperimenta l’angoscia. Figura tipica dell’angoscia è Gesù che, a differenza dei suoi discepoli che si mettono subito a dormire, è lucido nella capacità di sopportare il peso che ne deriva. 

L’assenza dell’angoscia e il dislivello prometeico
Uno dei filosofi più acuti dell’età della tecnica, Günter Anders, ha indicato proprio nell’assenza di questo tipo d’angoscia la condizione spirituale dell’uomo contemporaneo. Nella sua opera più importante, L’uomo è antiquato del 1956, egli scrive: «Questa è dunque la situazione. Tanto angosciosa. Ma dove è la nostra angoscia? Non ne trovo punta. Non mi riesce di trovare nemmeno un’angoscia di media grandezza.  Nemmeno un’angoscia pari a quella che sorgerebbe al pericolo di un’epidemia di influenza. Proprio nulla di nulla».
Tutto nasce da quello che Anders definisce il dislivello prometeico, ovvero la sproporzione tra il pericolo e la facoltà di percepire. A causa di un evento o di un pensiero che supera una certa soglia massima di sopportazione, la facoltà di percepire smette semplicemente di funzionare. Anders ricorre all’esempio della ragione limitata di Kant ma avrebbe potuto citare anche Aristotele, per il quale anche il nostro sentire, e non solo la ragione, è limitata dagli stretti confini del senso: essi sono tali per cui uno stimolo che superi la capacità di ricezione finisce per danneggiare l’organo sensoriale (l’esempio di un suono forte che spacca il timpano o di una luce improvvisa che acceca la vista). Si produce per Anders, in analogia ai casi indicati, una sorta di proporzione inversa tra capacità di provare angoscia e capacità di sentire, soprattutto riguardo alla grandezza dei numeri. Se si prova pena e compassione per un bambino morto sulle spiagge di un’isola, il fatto che ve ne siano cento in fondo al mare non provoca più alcuna emozione. Per questo motivo, secondo Anders, l’uomo è diventato l’essere più sproporzionato e più inumano che possa esistere. Dell’uomo sono rimasti dei frammenti specializzati che non comunicano più. Se una volta c’era la lotta interiore, oggi al massimo c’è la lotta per conquistare un posto in prima fila. Ormai siamo vittime dell’autoinganno dell’abitudine: dal momento in cui un dato schema del mondo è diventato ordinario per il nostro modo di sentire,  colui che vi è abituato diventa incapace di immaginare una possibile alternativa. L’abitudine crea cioè una sorta di perpetuità a ritroso, ossia l’impossibilità di immaginare che un altro mondo sia possibile o che poteva essere possibile: «L’occupazione della nostra epoca è stornare lo sguardo, l’orecchio, la vita, e sembra che gli uomini di oggi vi abbiano creato una congiura del silenzio». A dominare è il processo di rimozione dell’angoscia, non l’angoscia.

I surrogati dell’angoscia
Il problema però, nota acutamente Anders, è che l’angoscia (quella in senso filosofico) è il vero meccanismo di difesa a cui l’uomo non può rinunciare se non vuole mettere a repentaglio la sua esistenza. Non è un caso che siano proprio i bambini a meglio percepire e sopportare l’angoscia, mentre gli adulti facilmente la rimuovono. È quello che è accaduto in questa vicenda del covid-19 in cui la cosa più evidente è stata la mancanza di consapevolezza iniziale, testimoniata prima dalla volontà di minimizzare (“è solo un’influenza”), poi dalla totale impreparazione di fronte all’evento (certificato impietosamente dalle cifre dei decessi). Di fronte a questa necessità dell’uomo di vivere l’angoscia, Anders sostiene che oggi tutto è esagerato per difetto. Gli uomini cioè inventano dei simulacri dell’angoscia, compito che serve per aumentare artificialmente l’angoscia e di reintrodurre quegli elementi di autodifesa fondamentali per la stessa preservazione dell’individuo. Ne sono un esempio gli annunci roboanti, il linguaggio sempre iperbolico e sproporzionato, i temporali che diventano “bombe d’acqua”. In altre parole, dice Anders, «argomenti minimizzati richiedono formulazioni esagerate». Quindi: da un lato i meccanismi inibitori, neutralizzando l’angoscia, depotenziano l’uomo e preparano il terreno per la sua rovina; dall’altro, in una sorta di comprensione inconscia di questa deriva, l’uomo riproduce in modo artificiale l’angoscia (senza sortire però gli effetti di quella autentica). 

Dall’incapacità a provare angoscia segue la cecità all’Apocalisse
L’asincronia tra le diverse facoltà dell’uomo (produrre, pensare, sentire) che genera il dislivello esistenziale (definito come prometeico) è tipico della condizione dell’uomo nell’età della tecnica. La conseguenza, afferma Anders, è che l’uomo non ha più la capacità di prevedere il pericolo. Siamo cioè nella situazione opposta a quella descritta da Hölderlin per il quale «là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva»: il che significa che solo se l’angoscia viene percepita e vissuta è possibile per gli uomini predisporre gli strumenti per la propria salvezza. Anders esprime questa verità con il tema della cecità all’Apocalisse, cioè di uno stato di cose che agisce in modo invisibile per poi rivelarsi. Egli intende l’apocalisse della bomba nucleare, ma il discorso può essere esteso a qualsiasi catastrofe (tra cui quella ambientale, di cui il virus non è che un semplice derivato).
Questa cecità è dovuta a diverse cause. La prima è la fede nel progresso: l’uomo è convinto che la storia sia un processo di continuo miglioramento, uno scorrere senza alcun fine, un divenire in cui ogni momento è superato da quello successivo. La pandemia non era ancora iniziata, che già si pensava a come sarebbe stato bello il dopo. Radice di questa cecità è di natura religiosa: la scomparsa della paura nel giudizio ultimo, se da una parte ha aumentato la sicurezza dell’uomo, dall’altra ha provocato la perdita della sua capacità di concentrarsi sul momento presente.
Una seconda causa della scomparsa dell’angoscia (o meglio del suo continuo occultamento) è dovuta al darwinismo e all’ormai palese rimozione della morte dallo sguardo degli uomini: se la morte è considerata come “setaccio di vita” è normale poi che il virus sia stato preso in considerazione come qualcosa che riguardava deboli e anziani (argomento scomparso ipocritamente dalle cronache una volta preso atto che il fenomeno riguardava tutti).
Una terza e decisiva causa della cecità è l’esistenza “mediale” che consiste nel fatto che il fare e il lavoro dell’uomo siano oggi un mero collaborare che si svolge in complessi aziendali e istituzionali di cui non abbiamo più alcuna visione d’insieme. L’esistenza mediale abolisce il sentimento morale e, unitamente al fatto che non si conoscono gli scopi dell’organizzazione a cui si lavora, fa sì che l’uomo non abbia più nemmeno una coscienza. In qualsiasi lavoro, oggi è diventato essenziale il non sapere che cosa si stia facendo: la responsabilità è sequestrata dalla burocrazia e il conformismo domina secondo una fedele riproduzione del modello di organizzazione dello stato totalitario.
Forse, al termine di tutta questa vicenda del virus, in un tempo futuro direbbe Anders, l’uomo (se esisterà ancora) si spaventerà non tanto per il ricordo dell’angoscia, ma di quanto fosse stato incapace d’angoscia l’uomo di questo tempo, l’epoca degli «analfabeti dell’angoscia».