Emanuele Severino e le «tracce» (I)

La differenza come «traccia»
Nel pensiero di Emanuele Severino il tema della «differenza» riveste un ruolo cruciale. Egli fa valere un punto teoreticamente nodale e cioè la necessità che l’identità determinata venga intesa non come autonoma e autosufficiente, bensì come intrinsecamente vincolata alla differenza. Tuttavia, l’altro viene conservato solo «come negato», cioè «come tolto», nell’identico. Che cosa significa ciò? Che cosa significa che la differenza viene conservata nell’identità, ma solo come tolta? Orbene, la dialettica di identità e differenza viene trattata inizialmente ne La struttura originaria, ma successivamente viene ripresa e approfondita in un’altra opera: La Gloria.

Nel presente lavoro, seguiremo l’argomentazione che compare in questo secondo scritto, perché è precisamente mediante il concetto di «traccia», comparente appunto ne La Gloria, che egli intende indicare ciò che nell’identico v’è del diverso. Nell’affermare che ogni identità include bensì tutte le altre, ma nella forma di «tracce» di queste ultime, egli ritiene di evitare la contraddizione di un identico che include in sé il diverso, inclusione che configurerebbe l’«identità dei contraddittori».

Scrive, infatti, Severino: “il qualcosa è in qualche modo presente nel qualcos’altro, ma vi è presente come rovesciato, cioè come altro. […] Questa stanza e il giardino che è lì fuori (che non sono cose in sé, ma interpretazioni) sono necessariamente uniti. Pertanto, anche in quanto distinta dal giardino (e la distinzione non è separazione o isolamento), questa stanza appare mostrando in sé una traccia del giardino; e viceversa (e ha in sé una traccia di tutti gli essenti). Se questa traccia non esistesse e non apparisse nella stanza (in quanto distinta dal giardino), non vi sarebbe relazione necessaria tra i due” (E. Severino, La Gloria, Adelphi, Milano 20102, p. 70).

Il passo merita un’attenta analisi, per la sua rilevanza. Le cose dell’esperienza, cioè i dati empirici, non sono cose in sé, ma interpretazioni. L’espressione «interpretazioni» ha qui il significato di «fenomeni». Da Kant in poi, «fenomeno» è l’espressione che viene usata per indicare il dato d’esperienza, proprio perché questo viene contrapposto alla cosa in sé, cioè al noumeno. Il fenomeno si pone in una trama di relazioni, che vincolano inscindibilmente gli uni agli altri, nonché in virtù di quella relazione che sussiste tra il campo dei fenomeni e il soggetto che li rileva e ne ha coscienza.

Due esigenze inconciliabili
Per chiarire meglio il concetto, ribadiamo il nodo teoretico che riteniamo cruciale. Esso consiste nell’inconciliabilità di due esigenze: da un lato, si esige che il dato empirico esibisca un’effettiva identità, cioè un’identità che gli consenta di valere come indipendente da ogni altro dato e, da questo punto di vista, esso è assunto come se fosse un assoluto, equiparabile in ciò al noumeno; dall’altro, la determinatezza di tale identità impedisce di considerarla indipendente, cioè la pone nella sua valenza fenomenica, che impone a ciascun fenomeno di riferirsi non solo al soggetto dell’esperienza, ma altresì a ogni altro fenomeno: per tale aspetto, il dato è intrinsecamente relazionale, dunque vincolato e dipendente.

Lo ripetiamo: se non fosse possibile considerare il dato a prescindere da altro dato, non si potrebbe dire «A», né si potrebbe dire «qualcos’altro»: non si potrebbe dire affatto, perché il vincolo che sussisterebbe tra le determinazioni impedirebbe di identificare ciascuna di esse, isolandola. Non si potrebbe neppure dire che «esse» sono separate, perché nel dire «esse» si farebbe valere la molteplicità, che è l’insieme di più unità (identità). Se non che, il punto è che nessuna unità, intesa come identità determinata, può effettivamente porsi, proprio per la ragione che non si dà qualcosa che possa venire considerato come autonomo e autosufficiente.

Tuttavia, quell’indipendenza del dato, che è richiesta affinché il dato presenti una propria identità, viene tradotta dall’ordine formale, o del linguaggio, nella forma di un’identità conchiusa in sé stessa, la quale, pertanto, viene considerata autonoma perché circoscritta da un limite, che possa determinarla e che ne consenta la codifica. Nel porre «A», insomma, l’ordine formale vuol significare che A può venire considerato a prescindere da altro e ciò proprio in ragione del suo venire circoscritto e isolato in forza del limite.

Se non che, l’ordine formale – che non fa che esprimere (mettere in forma) l’ordine empirico – non tiene conto del fatto che il limite ha una caratteristica fondamentale: presenta due facce, che sono indisgiungibili. La conseguenza è che ciò che è dentro il limite (il limitato) si pone solo in virtù di ciò che è oltre di esso (il limitante). Poiché, dunque, l’identità determinata è posta in forza del limite, essa non può non riferirsi alla differenza, così che quell’indipendenza, che l’ordine formale credeva di avere guadagnato mediante la posizione del limite, proprio dal limite viene radicalmente negata.

La contraffazione dell’ordine formale e il vincolo tra dati
Viene così svelata la contraffazione che caratterizza l’ordine empirico-formale: esso pretende di attribuire a ogni identità determinata quell’indipendenza, cioè quell’autonomia e quell’autosufficienza, che a rigore può appartenere solo all’assoluto; se non che, la sua determinatezza le impone quella relazione alla differenza, che alla differenza la vincola e dalla differenza la fa dipendere.

Ebbene, Severino parla di «interpretazioni» proprio perché vuol sottolineare che i dati d’esperienza, non essendo cose in sé, sono intrinsecamente vincolati al soggetto e, inoltre, sono intrinsecamente vincolati tra di loro.

La vera questione, tuttavia, consiste nel come intendere il vincolo intrinseco tra i dati (determinazioni). Severino ritiene che le determinazioni possano essere intrinsecamente vincolate e, allo stesso tempo, mantenere ciascuna la propria identità. A nostro giudizio, quindi, egli ripropone quella contraffazione che caratterizza l’universo empirico-formale, proprio perché riconosce bensì che la relazione tra le determinazioni è necessaria, ma questo non gli impedisce di assumere la determinazione come dotata di una propria identità, distinta da quella di ogni altra determinazione.

Secondo il nostro punto di vista, invece, se ciascuna determinazione (ciascun A) si pone perché si vincola intrinsecamente alla propria differenza (a non-A), allora la differenza (non-A) entra nella costituzione intrinseca dell’identità (A), così che si produce proprio quella che Severino definisce «identità dei contraddittori»: A è in sé «A et non-A», ossia è in sé una contraddizione e, pertanto, non può venire intesa come una posizione, ma deve venire colta come il trascendersi di quell’identità che, invece, viene tenuta ferma dall’universo formale (ed empirico).

Tale consapevolezza non può non comportare un ripensamento del sistema empirico-formale: ogni identità determinata, cioè ogni mattone sul quale si costituiscono l’edificio empirico e l’edificio formale, non può più venire assunta come qualcosa di elementare, sul quale si possa far poggiare effettivamente il sistema. Si tratta, infatti, di un mattone friabile, che tende a sgretolarsi, stante la sua contraddittorietà intrinseca.

Ne consegue che tutto l’edificio empirico-formale risulta l’ipostatizzazione di un insieme di dati che in sé sono la propria negazione: la negazione di poter venire considerati come non sono. Essi sono insufficienti, ciascuno a sé stesso, e pertanto non possono venire assunti come se invece fossero autosufficienti. Né il loro insieme, cioè il sistema, può esibire quell’autosufficienza che, non essendo propria dei suoi componenti, non è propria nemmeno del sistema nel suo complesso.

Il modus tollendo tollens usato da Severino
Severino, come abbiamo detto, intende bensì mantenere il vincolo necessario tra le determinazioni, ma evitando di pensarle come intrinseche contraddizioni. Il concetto di «traccia» svolge precisamente questa funzione: l’identità non includerebbe in sé la differenza, ma la negazione della differenza, cioè la differenza in quanto tolta, che viene appunto definita «traccia».

L’argomentazione di Severino non risulta però convincente, per lo meno a nostro giudizio. Egli, infatti, fa uso di questa dimostrazione: A e non-A («stanza» e «giardino») sono necessariamente uniti; ma si presentano anche come distinti; se non ci fosse una traccia dell’uno nell’altro, essi non sarebbero necessariamente uniti. Ciò che si dà per scontato è il concetto di «traccia» e cioè che sia la traccia – e solo la traccia – a valere come espressione del loro essere necessariamente uniti. Ma questo è, invece, proprio ciò che bisognerebbe precisare e dimostrare.

A nostro giudizio, insomma, si fa uso della “terza regola di derivazione” del calcolo proposizionale, che viene definita modus (tollendo) tollens, nonostante che non la si espliciti. Come prima assunzione viene fatta valere la seguente proposizione condizionale: «Se la traccia non esistesse, allora non vi sarebbe relazione necessaria tra A e il proprio altro»; come seconda assunzione viene fatta valere quella proposizione, che corrisponde alla negazione del conseguente del condizionale mediante il quale si configura la prima assunzione: «ma la relazione necessaria tra A e il proprio altro sussiste»; date le prime due assunzioni, la conclusione non può non essere la negazione dell’antecedente del condizionale che configura la prima assunzione: «dunque, si deve escludere che la traccia non esista». Si dà, insomma, per scontato (assunto) proprio ciò che si sarebbe dovuto dimostrare e cioè che la relazione necessaria sia espressa, appunto, dalla traccia, secondo quanto è dato per presupposto nella prima assunzione.

Del resto, quale definizione dare di «traccia»? Sembrerebbe potersi dare questa definizione: ciò che di non-A resta incluso in A, per testimoniare il loro vincolo necessario. O anche: la differenza, ma in quanto tolta o negata, che è inclusa nell’identità. Per cercare di chiarire meglio, Severino aggiunge: “Essendo in relazione agli altri essenti, un essente include una traccia, cioè un aspetto finito di ogni altro essente; e la include come traccia dell’altro, appunto perché, se la includesse semplicemente come parte di sé stesso, tale essente non sarebbe in relazione all’altro. La traccia è sì parte dell’essente, ma, appunto, come traccia dell’altro” (Ivi, pp. 225-226).

 

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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