La solitudine della scienza

La fiducia nella scienza, tranne che per qualche residuale gruppetto di persone, è uno dei pilastri  fondamentali sui quali si appoggia la società contemporanea. È innegabile, infatti, che il pensiero scientifico, e la fede nella tecnica, rappresentino una “oggettività” a cui la politica, così come i singoli uomini, difficilmente rinunciano. A meno di non allinearsi a coloro i quali intravedono nella scienza e nella tecnica un mezzo per governare subdolamente i popoli (posizione che non merita nemmeno il tempo di una breve contro-argomentazione), appare difficile contestare il valore del sapere e della ricerca scientifica. 

Tuttavia, appare sempre più necessario affrontare criticamente le aspettative che riponiamo nel pensiero e nella pratica scientifiche. Ciò non per svalutare il suo ruolo della scienza, ma soprattutto per evitare di affidarle un compito a cui non può rispondere. In altre parole, occorre mettere in dubbio l’atteggiamento fideistico nei confronti della scienza; questo per farla uscire dalla “solitudine” a cui l’abbiamo relegata. Ma in cosa consiste l’atteggiamento fideistico nei confronti della scienza?

La tradizione razionalistica
In breve si potrebbe rispondere a questa domanda dicendo che nella tradizione razionalistica, nata con la modernità di stampo baconiano-cartesiana, è presente una sorta di “volontà di potenza di conoscere” la quale ci spinge a credere che, attraverso il metodo scientifico, si approdi  inevitabilmente a verità ultime, essenziali. Le scoperte scientifiche, in questo quadro, sarebbero dunque delle Verità incontestabili. 

È innegabile che la scienza, nella tradizione razionalistica – estremizzata da quella che Popper chiama una «religione secolarizzata» (Popper 1991, p. 123), ma che rintraccia le sue radici nel pensiero greco – sia tenuta in pregio sia per i suoi risultati pratici, ma anche per la possibilità di emanciparci dalle credenze e dalla doxa. Su questi due estremi (praticità ed epistème) nascono due delle posizioni più pericolose per il progresso scientifico. 

La prima, quella che crede che la scienza sia un mero strumento da utilizzare, per cui «le sue cosiddette scoperte sono pure e semplici invenzioni meccaniche» (Popper 1991, p. 19), è definita da Popper strumentalismo moderno. Questo modo di intendere la scienza è svilente, la relega a una procedura che non ci dice nulla sul mondo. 

La seconda, quella che rintraccia nella scienza e nel suo metodo l’arrivo inevitabile «a una spiegazione ultima; cioè a dire, a una spiegazione che (essenzialmente, o per sua stessa natura) non può essere ulteriormente spiegata, e che non ha bisogno di nessuna ulteriore spiegazione» (Popper 1991, p. 24), è definita da Popper essenzialismo. Pensare che la scienza possa (e debba) raggiungere una verità ultima, la depotenzia e ne limita il suo portato d’innovazione. Significa, in altre parole, credere che l’ignoto possa essere scoperto e compreso una volta per tutte. 

L’epistemologia popperiana
Il nodo, dunque, che si pensi in termini di essenzialismo o si veda la scienza secondo uno sguardo strumentalista, risiede nel modo di pensare la conoscenza umana. Karl Popper, che ha professato per tutta la vita un modo di intendere la scienza intermedio fra questi due estremi, in un saggio intitolato Tre punti di vista sulla conoscenza umana, descrive il proprio terzo punto di vista mostrando un’epistemologia nuova e le debolezze di essenzialismo e strumentalismo. Scrive Popper:

«questo “terzo punto di vista” non è, io penso, né eccitante né tanto meno sorprendente. Mantiene ferma la dottrina galileana, secondo cui lo scienziato tende a una descrizione vera del mondo o di qualcuno dei suoi aspetti e a una spiegazione vera dei fatti osservabili, e combina questa dottrina col punto di vista, non-galileiano, che, sebbene questo rimanga lo scopo dello scienziato, quest’ultimo non può mai sapere con certezza se le sue trovate sono vere – anche se qualche volta può stabilire con ragionevole certezza che una teoria è falsa» (Popper 1991, p. 39).

Per Popper – è chiaro dalla citazione – la scienza non può e non deve porsi l’obiettivo di ultimare la sua ricerca, ma anzi si deve proiettare nell’idea che il suo progresso tende all’eliminazione dell’ignoto e all’accrescimento costante del noto. La posizione di Popper è un essenzialismo modificato, perché per il filosofo austriaco il movimento della scoperta scientifica è sempre un gesto di disvelamento dell’enorme ignoranza nella quale viviamo. La logica della scoperta scientifica, allora – per parafrasare il titolo dell’opera principale di Popper –, è un processo di scoperta continua, appunto. La sua premessa dev’essere che nulla è incontestabile e che tutto è falsificabile; la falsificazione di una teoria scientifica e la conseguente definizione di una nuova teoria scientifica, sono passi avanti per la scienza, sono l’apertura di un nuovo sguardo sull’ignoto. Scrive Popper: «ritengo che con le nostre leggi universali non saremo mai capaci di descrivere l’essenza ultima del mondo, ma non ho alcun dubbio che possiamo sondare sempre più profondamente la struttura del nostro mondo, o, come potremmo anche dire, raggiungere le proprietà del mondo sempre più essenziali, ossia, situate a profondità sempre maggiori» (Popper 1991, p. 57). In altri termini, come aveva scritto ne La logica della scoperta scientifica: «non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità» (Popper 1998, p. 311).

La verità della scienza
Ciò che Popper lucidamente sostiene non è uno sterile atto di realismo o il tentativo di riposizionare verso il basso la potenza della ragione scientifica, tutt’altro. Significa ridefinire il campo delle aspettative, per far sì che la scoperta scientifica raggiunga degli obiettivi reali e tangibili. Come scrive Popper: «credo che varrebbe comunque la pena di tentar di imparare qualcosa sul mondo, anche se, tentandolo, dovessimo imparare semplicemente che non sappiamo molto. […] Penso che dovremmo rifiutare l’idea delle fonti prime della conoscenza ed ammettere che ogni conoscenza è umana; che è frammista ai nostri errori, ai nostri pregiudizi, ai nostri sogni e alle nostre speranze. Che non possiamo far altro che cercare la verità a tentoni, anche se è situata al di là della nostra portata» (Popper 1991, pp. 118-119).

Alla scienza, in definitiva, non appartiene una verità innegabile (perché il metodo scientifico stesso non può condurci che a un porto temporaneo – ma qui si aprirebbe un nuovo e grande capitolo), piuttosto una verità «interessante e rilevante». Verità, dunque, che possono aiutarci a spingerci sempre più in profondità, conoscendo più cose di quante non ne sapevamo prima e, soprattutto, a rispondere positivamente a dei problemi. Conoscenza e strumentalità. 

In fondo «lo scopo della scienza è quello di trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione» (Popper 1991, p. 52), non certo quello di formulare teorie del Tutto o produrre un inattaccabile fortino di dottrine. Se avessimo scoperto una teoria  scientifica definitiva, fra l’altro, non ci sarebbe più bisogno di fare ricerca. Questa, invece, può essere un faro della nostra società soltanto se le viene richiesto di svolgere ciò che può  effettivamente fare, senza sovraccaricarla di aspettative ulteriori: approfondire sempre più, (auto)correggersi in continuazione, mettersi in discussione ed esplorare i suoi stessi errori per migliorarsi. Solo così la scienza può rispondere ai problemi che le si pongono innanzi, trovando soluzioni sempre maggiormente accurate. La ricerca, per sua stessa natura, non può fermarsi e noi non possiamo chiederle di darci una risposta una volta per tutte. Se lo facessimo tradiremmo il suo senso originario, quello di emancipare noi umani dai problemi che ci affannano e, con questo, renderci sempre meno ignoranti.

 

Riferimenti bibliografici
Popper, Karl. 1991. Problemi e scopi della scienza (trad. it. Mario Trinchero). Torino: Einaudi.
Popper, Karl. 1998. La logica della scoperta scientifica (trad. it. Mario Trinchero). Torino: Einaudi. 

 

Photo by NASA on Unsplash

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e della formazione. Redattore di questa rivista, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog sito è: attaccatoeminuscolo.it

Lascia un commento

*