L’unità originaria del sapere di sapere (IV)

Avendo precisato, nel precedente articolo, il senso in cui si parla di atto, è possibile ritornare al tema del suo rapporto con la procedura, cioè con l’esposizione dianoetica. Quest’ultima si fonda innegabilmente sull’atto noetico, il quale richiede inevitabilmente la procedura per trovare un’espressione determinata.
Nel determinare il noema, questo è l’aspetto inevitabile, l’atto di pensiero viene implicato come la condizione oggettivante cui l’oggettivazione innegabilmente rinvia, senza che questa condizione possa venire oggettivata. Essa è inoggettivabile proprio perché è condizione incondizionata di ogni oggettivazione.
La procedura dianoetica, quindi, esprime in forma discorsiva e determinata ciò che è stato oggettivato (il contenuto del pensiero). E, mediante essa, si fa innegabile riferimento all’atto oggettivante, che dell’oggettivazione è la condizione. Si potrebbe dire, pertanto, che l’oggettivato è segno dell’atto oggettivante, il quale emerge, appunto, come la condizione stessa dell’oggettivazione.
L’aspetto innegabile dell’atto consiste nel suo essere innegabilmente richiesto e richiesto come emergente oltre la procedura che lo richiede. Se non emergesse oltre la procedura, non potrebbe valere quale suo fondamento, scadendo a mera premessa, a mero presupposto del procedere. Precisamente qui si impone la differenza tra il circolo della presupposizione e l’emergenza della fondazione.
La presupposizione dispone sul medesimo piano il “presupposto” e il “posto”, perché li vincola reciprocamente. Di contro, il fondamento non si vincola proprio perché emerge oltre il livello di ciò che lo richiede. Esso, infatti, è richiesto per la sua assolutezza, dunque per il suo porsi al di là del limite, dunque della relazione.
L’atto è l’emergere stesso del fondamento, così che vincolare l’emergere a ciò su cui esso emerge significa disporre dianoeticamente l’atto noetico, cioè significa non cogliere la verticale che incrocia la procedura, per sua natura orizzontale.
Potremmo dire che il pensiero è cosciente proprio perché è consapevole di sé stesso, senza ridursi al “sé” di cui ha coscienza, così che il cum-scire si rivela un sapere che, risolvendo in una unità pensiero oggettivante e pensiero oggettivato, emerge oltre il livello della differenziazione.
Che è come dire: il sapersi del sapere non va inteso come un “sapere sé”, cioè come la dualità di sapere e saputo, proprio perché il sapere di essere sapere costituisce l’immediatezza del sapere, cioè la sua originarietà, che è anche la sua unità trascendentale (o a priori).
Nell’unità, che è il sapere, si configura il togliersi di ogni dualità: la dualità di sapere e saputo nonché la dualità di sapere ed essere.
Questo sapere di sapere, pertanto, è un atto, per sua intrinseca natura unitario, e non può venire equiparato a una procedura, costituendone piuttosto il fondamento. Esso, dunque, non è esprimibile in forma di algoritmo né la funzione riflessiva è assimilabile alla funzione ricorsiva. Il sapere di sapere costituisce, piuttosto, la presenza a sé del sapere (coscienza), che consente al sapere di rendere presente a sé ogni altro da sé.
Se il sapere non fosse sapere di sapere, se cioè ignorasse di essere sapere, allora non sarebbe sapere affatto. In questo senso, il sapere non può non essere originario e immediato oltre che esplicito e cosciente.
Di contro, le forme procedurali non necessariamente sono esplicite. Sono esplicite quelle che abbiamo definito “procedure dianoetiche”, le quali sono illuminate dall’atto di coscienza che consente di individuare il senso della procedura stessa. Sono, invece, implicite quelle procedure che coincidono con i processi di elaborazione delle informazioni, elaborazioni che avvengono automaticamente.
Le forme implicite, non di meno, possono venire esplicitate e la funzione esplicitante può venire svolta solo dal pensiero riflessivo e cosciente, che si fonda sull’atto di coscienza. Senza tale funzione, quelle procedure, permanendo tacite, non diventerebbero mai oggetto di riflessione, così che di esse si ignorerebbe l’esistenza. Inoltre, senza la funzione cosciente – che si fonda, appunto, sull’atto di coscienza – esse non potrebbero mai venire considerate procedure di pensiero.
Per precisare ulteriormente la differenza che intercorre tra il pensiero riflessivo e il pensiero esclusivamente procedurale, ricordiamo che la caratteristica fondamentale di ogni procedura è il suo muovere da punti fermi, che valgono come assunti, nonché il suo svolgersi regolato. In questo senso, la procedura mantiene sempre una valenza automatica e acritica, proprio perché assume senza discutere, ossia muove da presupposti senza saggiarne l’effettiva consistenza.
Essa, per essere più chiari, è vincolata all’assunzione di premesse e di regole come se fossero vere, indipendentemente dall’effettiva dimostrazione della loro verità. Ogni procedura, insomma, si pone a muovere da assunti e non può discutere gli assunti da cui prende avvio, ma solo rimandare la loro discussione a un’altra procedura.
Di contro, il pensiero riflessivo e critico intende discutere ogni assunto, perché non accetta di vincolarsi a presupposti indimostrati. Se, infatti, tali presupposti fossero falsi, anche la conclusione risulterebbe necessariamente falsa, se la procedura fosse corretta. Quando il pensiero si interroga intorno alla verità degli assunti, esso emerge oltre la dimensione meccanica e procedurale, perché pone la procedura come oggetto di riflessione.
Si potrebbe dire che, a fronte del procedere acritico dei ragionamenti, il pensiero riflessivo retrocede problematicamente su di essi. La riflessione sul ragionamento, pertanto, non è volta a produrre risultati esatti, che siano cioè conformi alle premesse e alle regole del calcolo logico o operazionale, ma è volta a determinare il limite di validità di tale esattezza.
L’importanza della funzione riflessiva e critica, dunque, è enorme, perché essa evita che le procedure possano venire assolutizzate e così lascia sempre aperta la possibilità di una forma ulteriore di pensiero, cioè di una procedura diversa e alternativa rispetto a quelle ordinarie e acquisite.
E tuttavia, se pure il pensiero riflessivo evidenzia il limite che immane intrinsecamente a ogni procedura, anche esso non può evitare (ecco il riproporsi dell’inevitabile) di consegnarsi alle forme procedurali, se intende svolgersi secondo una qualche forma determinata.
Anche per esercitare una critica, in sintesi, si devono assumere un punto di partenza nonché delle regole, che garantiscano una forma logica mediante cui la critica possa svolgersi. Proprio per questa ragione abbiamo affermato che il pensiero critico non può non essere innanzi tutto autocritico, cioè deve riconoscere che l’istanza critica, che è innegabile perché indica l’intenzione di verità che anima ogni pensiero, deve comunque trovare una conciliazione con l’istanza procedurale, che è inevitabile, perché senza la procedura la critica permarrebbe indeterminata e, dunque, informe.
Quanto detto getta le basi per poter svolgere un confronto tra le forme tacite di pensiero e le forme esplicite, che sono espressione di un pensiero riflessivo e cosciente. Dalle considerazioni che abbiamo svolto, si evince come primo aspetto che la procedura del pensiero cosciente mantiene il rigore logico delle procedure automatiche, ma in più le orienta verso un obiettivo, che è saputo e riconosciuto come tale.
Il pensiero riflessivo e cosciente, dunque, si esprime certamente mediante procedure, dal momento che solo esse presentano forma determinata. Tuttavia, le procedure coscienti sono consapevolmente orientate e inoltre l’obiettivo può venire continuamente rimesso in discussione, così che la procedura può subire nuovi orientamenti.
Il secondo aspetto che può venire evidenziato attesta che le procedure coscienti non si svolgono in conformità a regole, bensì seguendo regole. Allorché si seguono regole, si decide e si sceglie di farlo, così che la coscienza, implicando una qualche forma di libertà, pone di nuovo al centro il ruolo di un soggetto, qualunque significato si voglia dare a questa espressione.
In ragione del fatto che la coscienza orienta e ri-orienta la procedura, individuando obiettivi che possono essere liberamente scelti e liberamente sostituiti, e del fatto che si seguono consapevolmente regole si parla di intenzionalità. Quest’ultima, infatti, indica che l’attività del pensare si pone con una direzione (un senso), così che l’intenzione può venire descritta come un vettore. Il pensiero cosciente, pertanto, è vettoriale, perché si dirige verso una meta, che è saputa come tale.
La meta può venire saputa proprio perché il pensiero si fonda sull’atto di coscienza, ossia su quel sapere di sapere che è originario e inoggettivabile e del quale, in un certo senso, l’intentio veritatis può venire considerata la traduzione sul versante del pensare inteso come procedura.
L’intenzione di verità, infatti è intenzione di essere uno con la verità, ossia di togliersi in essa e in questo senso l’atto è intenzionale e non fattuale: in esso, insomma, idealmente la differenza dalla verità sparisce.

Photo by Rohan Makhecha on Unsplash

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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