L’ombra del diritto naturale

Il diritto naturale e il post storicismo
Come si è visto nel precedente articolo, lo storicismo non ha sepolto il diritto naturale, ma ne ha anzi messo in luce il carattere trascendente. Qual è stata dunque secondo Strauss la relazione fra il diritto naturale e le correnti filosofiche che si sono sviluppate dopo l’avvento dello storicismo (Strauss 2009, 63)?
Affrontando gli sviluppi dell’idea di diritto naturale sopravvissuta agli attacchi dello storicismo, Strauss premette ancora una volta che il diritto naturale è inscidibilmente collegato con la vera filosofia perché non può esserci vera filosofia senza un orizzonte assoluto: idea, si badi, perfettamente compatibile con la finitezza dell’uomo. Per afferrare difatti tale orizzonte assoluto è sufficiente che l’uomo, seppur per definizione incapace di giungere alla comprensione del tutto, sia almeno capace di riconoscere quello che non sa: è questa la condizione sufficiente per afferrare i problemi fondamentali che sorgono quando si ricercano i fondamenti immutabili del mondo che, va notato, hanno poi necessariamente riflessi politici.

Diritto naturale e storicismo nel pensiero di Max Weber
Molti pensatori, pur ammettendo l’esistenza di tali fondamenti immutabili, hanno negato alla ragione umana la capacità di risolvere il conflitto fra di essi. Per tal via, il diritto naturale è stato respinto non soltanto da chi riteneva ogni pensiero umano legato alla storia, ma anche da chi, pur ammettendo l’esistenza di principi immutabili del diritto e della giustizia, concludeva poi che, a causa della loro molteplicità e reciproca contraddittorietà, di nessuno di essi poteva essere dimostrata la intrinseca superiorità.
La radicale negazione del diritto naturale ha portato un pensatore estremamente acuto come Max Weber ad allontanarsi dallo storicismo, al quale rimproverava di aver in realtà conservato l’idea diritto naturale sotto un travestimento storico, finendo dunque nel vicolo cieco costituito dall’alternativa irresolubile fra l’idea etnica del diritto (quindi, come si è visto, conferendo dignità filosofica alle peggiori inclinazioni nazionalistiche del tempo: Hobsbawm 1991) oppure affermando che la storia dell’umanità è retta da una necessità intelligibile.

La riflessione di Weber è partita invece dalla constatazione che il reale è sempre individuale e che la storia non ha altro vero significato oltre i significati soggettivi che si trovano negli intenti coi quali gli uomini storicamente agiscono. Su tale presupposto egli ha respinto l’idea di diritto naturale sul presupposto per cui il diritto naturale, non potendo connotarsi in termini puramente scientifici, sarebbe in realtà uno strumento in mano agli ideologi: «Il richiamo al diritto naturale ha sempre costituito la forma in cui le classi che si ribellavano contro l’ordinamento esistente conferivano una legittimità alle loro aspirazioni legislative, quando non si appoggiavano a norme e rivelazioni di una religione positiva. S’intende che non ogni diritto naturale è rivoluzionario (…) le forme più diverse di poteri autoritari hanno avuto la loro legittimazione giusnaturalistica» (Weber 1961, 176).

Fatti vs valori: la distinzione fragile
La vera conoscenza (ossia la scienza empirica, nel linguaggio di Weber) postula invece una radicale distinzione fra le categorie di fatti e valori, con la conseguente neutralità della scienza, anche di quella sociale, che può rispondere al problema dei fatti e delle loro cause, ma è muta sui valori. Weber dunque, nella prospettiva di Strauss, ritiene sì che attraverso il riferimento ai valori gli oggetti della scienza sociale emergessero fuori dalla palude dei meri fatti, ma insiste in maniera altrettanto marcata sulla differenza fra riferimento al valore e giudizio di valore: affermando che un fatto è importante per il valore “libertà politica” non si prende posizione su detto valore. Per Weber lo scienziato sociale non dava dunque una valutazione dei valori ma si limitava a spiegarli, il che determina la possibilità di una scienza eticamente neutrale, giustificata dall’opposizione fra essere (realtà) e dover essere (norma/valore).

Tale distinzione si rivela tuttavia, all’analisi serrata di Strauss, troppo debole per fondare un concetto di vera scienza. Affermare l’universalità della scienza, intesa come corpo di proposizione vere e sempre valide, significa anche riconoscere che se tale conclusione può valere per i risultati dell’indagine scientifica, essa perde efficacia di fronte alla presa d’atto che le domande rivolte ai fenomeni sociali dipendono dalle idee di valore dell’interrogante, a loro volta legate alla storia: la sostanza della scienza sociale è radicalmente legata alla storia, mentre metastorica è solo la validità delle scoperte. Far discendere dunque, dalla eterogeneità irriducibile di essere/dover essere, l’impossibilità di una scienza sociale che ammetta la sussistenza di giudizi di valore è, secondo Strauss, conclusione non ricevibile, atteso che se la scienza sociale ha valore pratico, essa deve conoscere i mezzi appropriati per perseguire i suoi fini, dunque mezzi e fini appartengono al medesimo ordine.
Sotto il profilo logico, poi, affermare che un mezzo è giustificato dal fine, assegnando dunque a quest’ultimo un valore posizionato su un piano ontologico diverso dal primo, è un chiaro non-senso. Se il mezzo resta nell’ambito del fine ed incluso nel suo valore, anche il mezzo è valido di per sé, e non ha dunque bisogno di giustificazione: ha la stessa natura del fine (Sasso 1993).

Il positivismo ingenuo e le sue conseguenze giuridiche
Probabilmente consapevole della fragilità del tentativo di espunzione del concetto di valore dal perimetro d’indagine delle scienze sociali, Weber ha cercato di conciliare una concezione generale del carattere della scienza, dell’etica individuale e il rigetto dell’utilitarismo di manifesta origine kantiana con l’idea per cui nessun ordine sociale è l’unico razionale (di altrettanto chiara derivazione storicistica). Le due posizioni sono coesistite nel suo pensiero mediante la distinzione fra comandi morali (imperativi etici che fanno appello alla coscienza) e valori culturali (che si rivolgono ai sentimenti). I primi sono imperativi per l’individuo, che può invece scegliere arbitrariamente i secondi, con la conseguenza che l’etica propriamente detta finirebbe per l’essere inoperante nel campo strettamente sociale. È allora agevole per Strauss evidenziare nel pensiero di Weber la concreta difficoltà a tracciare una netta linea di distinzione fra i due concetti, difficoltà che finisce per avvalorare l’idea che anche i comandi morali sono tanto soggettivi quanto i valori culturali. Per tale ragione, secondo Strauss, Weber deve concludere che la dignità dell’uomo consiste nella libera scelta individuale dei propri valori («divieni quello che tu sei»). Da tale presupposto, tuttavia, discende che, eliminate le poche anime belle dotate di saldi principi morali, il principio si trasforma in un «segui il tuo demone, senza curarti se esso sia buono o cattivo» con conseguente guerra di tutti contro tutti, anche a voler sottovalutare il cattivo demone di molti uomini. Weber è troppo fine intellettuale per sottostare alle conseguenze estreme delle proprie premesse metodologiche e dunque, registra correttamente Strauss, tutta la sua opera, sebbene affermi di essere descrizione oggettiva di puri fatti, è invece costellata di giudizi di valore che ne guidano l’indagine perché, al fondo, «l’interdire alla scienza sociale l’uso di giudizi di valore porterebbe a questa singolare conseguenza: che ci sarebbe permesso di descrivere fedelmente le azioni manifeste che si osservano in un campo di concentramento, e forse anche di analizzare , sempre attenendoci strettamente ai fatti, i motivi che spingono gli individui agenti, ma non ci sarebbe permesso di parlare di crudeltà» (Strauss 2009, 77). In fin dei conti, se l’abuso di questa forma di pensiero non avesse provocato le catastrofi del XX secolo, potremmo parlare di “positivismo ingenuo” che, negando in radice la distinzione fra fatti e valori, può condurre alla «famigerata definizione del manganello come “forza morale” di Gentile» (Ginzburg 2005, §1 – §11).

Senza giungere a tali aberrrazioni, Weber arriva comunque ad identificare le forme di autorità legittima con le definizioni che le stesse autorità si attribuiscono: ma allo scienziato sociale, nota Strauss, non può essere imposto di attenersi alle finzioni legali che un determinato gruppo umano ha utilizzato per dare copertura legale all’uso (facilmente trasformabile in abuso) del potere. Se si trasferisce in ambito giuridico questa modalità d’indagine, gli effetti devastanti sono clamorosamente ovvi. Il giurista è tenuto a distinguere tra il modo in cui un determinato gruppo sociale vede l’autorità che lo governa, le definizioni con le quali questa autorità si definisce e il vero carattere di quell’autorità. Non si dimentichi che Hans Kelsen, teorico del positivismo giuridico (molto poco ingenuo), proprio sulla base di questa rigida distinzione fra fatti e valori, aveva finito per concludere nel suo testo capitale che anche l’arbitrio del despota può avere valore giuridico se rispettoso della procedura di formazione delle norme («anche lo Stato retto dispoticamente rappresenta un certo ordine del comportamento umano (…) Quest’ordine è appunto l’ordine giuridico. Negare ad esso il carattere giuridico non è che un’ingenuità o una presunzione giusnaturalistica»: Kelsen 1925, 335-336); conclusione che venne silenziosamente espunta dalla versione inglese del 1949 (Kelsen 1949, 300) e che comportò per Strauss, che aveva fatto notare la modifica e l’aveva ironicamente imputata ad una conversione di Kelsen al giusnaturalismo (Strauss 2009, 36), una inesauribile salva di insulti da parte dei sacerdoti del kelsenismo (allora e, purtroppo, tuttora) imperante.

la vera filosofia e il diritto naturale
Se si accetta la conclusione di Strauss, e cioè che il rifiuto dei giudizi di valore mette in pericolo l’oggettività storica (perché, in buona sostanza, impedisce di chiamare le cose con il loro nome), si deve concludere che Weber ha mancato di dimostrare la sua premessa, e cioè che il conflitto tra valori ultimi e scelte etiche non può essere risolto dalla ragione umana. Secondo Strauss egli ha in realtà generalizzato la vecchia tesi dell’insanabilità del conflitto tra l’etica e la politica, sul presupposto che vede l’essenza della vita umana nel conflitto; sul piano giuridico tale conclusione, innervata da un positivismo incondizionato, può dare copertura apparentemente neutrale ad ogni forma di tirannia.
Va per vero osservato che attraverso la distinzione fra morale della responsabilità e morale dell’intenzione, Weber in effetti è giunto ad affermare che la filosofia è la via che conduce dall’illusione alla libertà. Ciò presuppone che la verità conoscibile, obiettivo della filosofia, sia valida comunque. Da qui ad accettare l’idea di diritto naturale (inteso appunto come idea trascendente di giustizia) il passo è breve. Eppure Weber è stato riluttante a conferire alla verità conoscibile del diritto naturale la sua ineluttabile forza. Secondo la sua elaborazione l’uomo del XX secolo, che ha conosciuto la scienza e si è liberato delle illusioni che hanno ottenebrato le generazioni precedenti, vede la situazione senza illusioni, con disincanto. Ma sotto l’influsso dello storicismo dominante Weber ha oscillato sulla qualificazione della condizione umana come permanente o come visione dell’epoca. Con ciò, quello che si presentava come lo strumento per la liberazione dell’uomo dalle illusioni diventa il discutibile assioma di una determinata età storica, destinato ad essere sostituito a tempo debito da un altro assioma.

In questo senso, si può affermare che la riflessione di Weber si arresta un momento prima di dover riconoscere l’esistenza diritto naturale.

Riferimenti bibliografici
– Kelsen, Hans. 1925. Allgemeine Staatslehre. Berlin: J. Springer.
– Kelsen, Hans. 1949. General Theory of Law and State. Cambridge: Harvard University Press.
– Strauss, Leo. 1958. Thoughts on Machiavelli. Glencoe (Illinois): The Free Press.
– Weber, Max. 1961. Economia e società. vol II. Milano: Edizioni di Comunità.
– Hobsbawm, Eric J. 1991. Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà. Torino: Einaudi.
– Sasso, Gennaro. 1993. Niccolò Machiavelli. 2. La storiografia. Bologna: Il Mulino.
– Strauss, Leo. 2009. Diritto naturale e storia. Genova: Il Nuovo Melangolo.

Photo by David Werbrouck on Unsplash

Lascia un commento

*