Cos’è la filosofia monista?

Pensare la storia della filosofia come un confronto fra dottrine che, fatte salve alcune differenze, possono identificarsi entro due “schieramenti” opposti, è una pratica riduttiva. Tuttavia questa semplificazione può aiutarci a riconoscere delle tendenze, dei temi che si ripropongono e restano attivi in seno ai cambiamenti culturali che la storia mette in atto. Nella storia della filosofia moderna, tra gli altri, sono riconoscibili due tronconi di pensiero in fondo inconciliabili. Da una parte coloro i quali danno per scontata l’idea per cui la realtà sia un oggetto esterno al soggetto che ne fa esperienza; dall’altra coloro i quali mettono in discussione questa scissione. I primi consegnano alla conoscenza un ruolo di “scoperta dell’altro da sé”, il riconoscimento di un’alterità con la quale venire in contatto unicamente per vie esterne. In altre parole: non c’è che una solidarietà apparente fra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto, le “sostanze” rimangono in definitiva scisse. I secondi, invece, in misura ogni volta diversa – più o meno radicale – considerano i due fuochi della conoscenza come sullo stesso piano, due “elementi” solo apparentemente separati. La moltitudine – anche se solo attraverso un elemento di continuità intrinseca, “l’identità del diverso” – si ricolloca interamente entro un unico (infinito) campo ontologico, facendo così collassare il senso di una distanza fra soggetto e oggetto. 

Lessico della filosofia monista
Con questa serie di articoli (questo, più successivi altri tre), provocatoriamente chiamata “Lessico della filosofia monista”, vorrei mettere in luce alcuni degli aspetti principali della prospettiva poco sopra delineata. Di riflesso vorrei mostrare l’ingenuità – come ha scritto Bergson – di un dualismo scontato e naturale. Non è la prima volta che si entra in questo tema qui su Ritiri Filosofici e in generale nel dibattito filosofico. Tuttavia c’è un interesse crescente che negli ultimi anni è stato avvalorato e positivamente influenzato dalle scoperte provenienti dalle neuroscienze. A queste, prima o poi, il dibattito filosofico dovrà dare un ascolto molto più completo e complesso di quanto fatto finora – tranne che in qualche rara occasione. Infatti, la questione dell’unità body-mind è più attiva che mai sul fronte neurobiologico, anzi essa ha acquisito una centralità nell’accesa discussione sulla relazione fra mente e corpo (quindi anche fra soggetto e oggetto). Su questo aspetto torneremo in uno dei prossimi articoli. 

La tradizione dualistica
L’approccio comune entro il quale ci muoviamo, invece, è tipicamente dualistico. Esso, per praticità, storia, predisposizione evolutiva, opera incontrastato nel nostro rapporto con ciò che ci appare totalmente fuori di noi. Ma come si può provare a scardinare questa “normalità” se non predisponendo un lessico rinnovato che sia capace al contempo di mostrare una prospettiva altra e la fragilità di parte del discorso tradizionale? In altre parole, questo lavoro non ha certo la pretesa di essere esaustivo e definitivo, però è mosso dalla volontà di instillare un dubbio in una delle più inamovibili teorie a cui siamo legati che – a primo istinto – difenderemmo sostenendo la sua piena evidenza fattuale: le cose esistono ed esistono fuori di noi. 

È ancor più vero questo, se pensiamo che la quasi totalità dei rapporti che regolano e gestiscono il nostro “stare insieme” (fra le persone e con le cose del mondo), prevedono l’esistenza – e molto spesso la loro autonomia e sussistenza ontologica – degli individui, ovvero di enti individuali riconoscibili nella loro individualità. Non c’è imputazione legislativa senza un “tu” a cui riferire il compimento di un’azione; non c’è dinamica sociale senza una definizione puntuale e regolatoria dei soggetti che la animano; ogni evento è letto e analizzato in ragione dell’esistenza di elementi soggettivi che subiscono e agiscono in un determinato contesto di realtà. Ci sarebbero una infinità di esempi da fare e quasi tutti ci porterebbero a considerare l’esistenza (così evidente, innegabile, scontata…) di vettori intorno ai quali si distribuiscono le azioni del mondo. Il nostro stesso procedere quotidiano si muove a partire dal presupposto per cui noi siamo un’entità che guarda, vive, agisce e patisce un mondo altro da sé. A costo di sembrare ripetitivo: provate a considerare quanto questa idea sia radicata nel nostro modo di pensare. 

Nonostante ciò, esistono temi intorno ai quali si comincia a cristallizzare un dubbio e la distanza fra soggetto e mondo diventa argomento di discussione. Ad esempio, tra gli infiniti rivoli entro i quali si sta diffondendo tutta la riflessione e sensibilizzazione sul cambiamento climatico, ce n’è uno che identifica il vulnus della crisi nella distanza fra uomo e natura. Il riavvicinamento che viene auspicato dovrebbe permetterci di riappropriarci non tanto della natura, quanto di una maniera più continua, lineare e non scissa, di rapportarci col mondo naturale. Ma ragioniamo sul perché finora, invece, la natura è stata considerata come un oggetto esterno di cui curarsi il giusto (ovvero poco). Qual è il dispositivo che ha operato e garantito questa separazione? Provo ad abbozzare una prima, stentata, risposta: è, ben prima e molto di più di ogni singola filosofia, un senso connaturato all’uomo a provocare la distanza. Un’idea quindi, fortemente antropocentrica (anzi: sostenitrice dell’antropocentrismo), per cui il soggetto conosce, fa e disfa, ciò che lo circonda senza che questo lo tocchi, perché separato da lui, altro da lui. 

Filosofia, neuroscienza e ontologia
Iniziare a mettere in dubbio questo contesto non significa abbandonare del tutto lo schema che sorregge il vivere sociale. Piuttosto ciò sarebbe un primissimo passaggio verso una consapevolezza maggiore degli errori e dei bias che ci trasciniamo nell’analisi della realtà. Il tutto, fra l’altro, non solo supportato da una volontà rivoluzionaria di scardinare la tradizione, bensì da un modo antico di pensare e dalle evidenze che la neuroscienza sta acquisendo. 

Cos’è in definitiva la filosofia monista della quale vorremmo provare a stabilire alcune coordinate di riferimento? È la filosofia – per usare la definizione che ne ha dato Paolo Godani – che intende fare a meno degli individui; che guarda sospettosa l’imposizione che il soggetto ha, di natura, sull’oggetto; è uno spazio nuovo in cui la comunità assume dinamiche e strutture diverse.

Nelle prossime settimane proveremo a tracciare alcune linee di tendenza, utili a disegnare un nuovo lessico. Gli ambienti che andremo a visitare saranno quelli della conoscenza e del suo rapporto con l’esperienza; l’idea di sostanza/mondo e la declinazione del problema moltitudine-solitudine; i risvolti etico-politici di un tale approccio sistematico. Non cambieremo il mondo, ma tenteremo insieme di dare voce a una prospettiva altra, la delineazione di un orizzonte nuovo in cui l’uomo dovrà per forza abbandonare il ruolo centrale che ha assunto per sé. 

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e della formazione. Redattore di questa rivista, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog sito è: attaccatoeminuscolo.it

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