Identità del pensiero e atto di coscienza (II)

Nous e dianoia
Torniamo, dunque, alla distinzione tra atto di pensiero e procedura logico-discorsiva (qui per la prima parte). Platone e Aristotele indicano il primo con l’espressione noesis o nous e la seconda con l’espressione dianoia.
Tale distinzione, a nostro giudizio, è fondamentale e la ragione per la quale non è stata adeguatamente considerata da coloro che si sono occupati di logica formale è da ricondurre al fatto che solo del pensiero procedurale è possibile fornire una descrizione completa nonché formalizzabile.
Per Platone e Aristotele, l’attività del nous è la pura intuizione o appercezione intellettuale. La dianoia, invece, è la funzione che unisce o divide in una sintesi predicativa e, coincidendo con l’attività del giudizio, trova espressione mediante il conoscere discorsivo o la procedura logico-semantica.
Quest’ultima, nella concezione aristotelica, rappresenta una forma di conoscenza inferiore a quella dell’intelletto, perché il nous costituisce quell’intuizione che realizza l’unità di intuente e intuito e, dunque, coglie la realtà con un atto immediato di pensiero. Si tratta, dunque, di una conoscenza immediata e non di una conoscenza procedurale.
La contrapposizione tra conoscenza intuitiva e conoscenza discorsiva, in ambito filosofico, è stata riproposta anche da Cartesio e da Kant nonché, in tempi più recenti, da Husserl e Bergson, i quali intendono privilegiare la conoscenza intuitiva rispetto alla conoscenza discorsiva, che cerca di restituire, mediante il procedimento analitico-sintetico, l’intero dell’intuizione, senza però mai riuscire nell’intento.
La differenza sussistente tra conoscenza intuitiva e conoscenza discorsiva viene riproposta anche in ambito scientifico, soprattutto nello studio della soluzione di problemi e dei processi decisionali in genere.
Spesso, infatti, i problemi vengono affrontati con un approccio denominato per congetture e confutazioni e con questo approccio talvolta gli individui riescono a trovare una soluzione alla situazione problemica.
Tuttavia, in altre occasioni le procedure riconducibili a questa strategia si dimostrano cieche, cioè senza via d’uscita. Quindi, ci sono situazioni problemiche che debbono essere risolte con un approccio creativo e questa modalità di soluzione dei problemi viene denominata insight dagli psicologi.
Ci sembra quanto mai interessante che lo stesso Dewey vincoli il tema del pensiero riflessivo a quello della soluzione dei problemi. Così egli scrive, infatti: «L’esigenza di risolvere una difficoltà è il fattore permanente che guida l’intero processo della riflessione» (Dewey 1974, 75).
E successivamente egli precisa: «La funzione del pensiero riflessivo è quindi quella di trasformare una situazione in cui si è fatta esperienza di un’oscurità, un dubbio, un conflitto, o un disturbo di qualche sorta, in una situazione chiara, coerente, risolta, armoniosa» (Ivi, p. 172).
Il fatto è che il pensiero riflessivo, anche nella concezione di Dewey, ha una valenza funzionale e operativa, non un valore fondante.
Non di meno, la funzione riflessiva costituisce la forma mediante la quale si esprime la soluzione del problema.
L’aspetto che vorremmo sottolineare è che tale forma non necessariamente viene descritta come una procedura: a volte viene colta come un atto di pensiero (atto di coscienza).

L’atto di coscienza
Pur non essendo mai stato descritto il processo mentale sottostante all’atto di pensiero, gli psicologi della Gestalt hanno utilizzato questa nozione per indicare il momento in cui la soluzione di un problema si rende all’improvviso disponibile all’individuo: attraverso un’intuizione subitanea, l’individuo giunge a una soluzione intelligente del problema, basata su un’illuminazione e che si prospetta di colpo, senza bisogno di un vero e proprio ragionamento.
Si parla di “illuminazione” proprio perché l’intuizione esprime una vicinanza con la Cosa (la realtà) che non è delle procedure ordinarie di pensiero: è come se la soluzione non venisse trovata dal ricercatore, ma gli provenisse dall’alto: immediatamente. Come se, insomma, il suo intelletto per un attimo coincidesse, come direbbe Kant, con l’intelletto divino.
L’immediatezza, del resto, precisamente questo significa: negazione della mediazione, che corrisponde al pensiero dianoetico o discorsivo. In questo senso, la ristrutturazione cognitivo-percettiva è il prodotto della visione intuitiva, che ci porta immediatamente dentro la Cosa.
Tanto il concetto filosofico di intuitus (o nous) quanto quello psicologico di insight alludono, quindi, a una forma di pensiero “altra” rispetto a quella indicata dalla logica formale. Questo significa che si riconosce la necessità di un pensiero che fondi la procedura stessa e che, pertanto, la trascenda. Il punto da chiarire è il rapporto che sussiste tra le due forme di pensiero.
Formuliamo la seguente domanda: quale rapporto sussiste tra il pensiero che pensa un qualunque contenuto e il pensiero che assume sé stesso come contenuto?
Abbiamo sottolineato che il pensiero può pensare qualunque contenuto solo perché può pensare sé stesso. La funzione riflessiva, a questo punto eravamo pervenuti nel precedente articolo, costituisce il momento essenziale del pensare, perché solo in virtù di tale funzione il pensiero (noesis) si riconosce come pensiero.
Più radicalmente, dicevamo che il riconoscersi del pensiero innanzi tutto coincide con il fatto che il pensiero riconoscere i dati-pensati (noemata) come “suoi” contenuti. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che, quando il pensiero pensa sé stesso, esso si differenzia, cioè si distingue in un pensiero pensante et in un pensiero pensato. Tuttavia, da un altro punto di vista, il pensiero mantiene la sua identità di pensiero.
Ebbene, questa caratteristica del pensiero è veramente peculiare: il pensiero ha un’identità con sé medesimo che non va intesa nel senso di un’identità determinata, tale cioè che è sé stessa nel suo contrapporsi alla differenza.
L’identità del pensiero, invece, è immediata, nel senso che è originaria e fondante. Essa si essenzializza nel sapersi del sapere, giacché tale sapersi è l’a priori del sapere: il sapere si pone solo per la ragione che sa di essere sapere. Concludevamo il precedente lavoro dicendo che, se il sapere ignorasse di essere sapere, allora non sarebbe sapere affatto.
Giunti a questo punto, siamo in condizione di cogliere l’atto di coscienza. Da un certo punto di vista, questo atto sembra essere conseguenza del processo di differenziazione; dall’altro, ne costituisce il fondamento, cioè la condizione di possibilità. Su questa condizione, che è incondizionata, dovremo attentamente riflettere.

Bibliografia

  • Dewey, John. 1974. Come pensiamo. Una riformulazione del rapporto fra il pensiero riflessivo e l’educazione. Firenze: La Nuova Italia.

 

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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