“Corporis humani fabrica”

di Andrea Cimarelli e
Saverio Mariani

Si è tenuto a Roma dal 27 al 28 maggio un convegno internazionale dal titolo “Corporis humani fabrica. Percorsi nell’opera di Spinoza” (qui il podcast integrale a cura del Foglio Spinoziano) organizzato da Francesco Toto insieme ai professori Roberto Finelli e Pierre-François Moreau, in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tre e l’Institut d’Histoire de la Peneé Classique di Lione. Il convegno ha ospitato una quindicina di relazioni con la presenza di docenti e ricercatori italiani e francesi, con lo scopo di analizzare le diverse prospettive maturate negli ultimi anni intorno alla nozione di corpo, soprattutto riguardo alla figura di Spinoza, ma senza per questo trascurare i preziosi contributi filosofici di Descartes, Diderot e Leibniz.

Data la vastità e la varietà degli interventi proposti, risulta impossibile un resoconto, anche generale, su tutte le diverse prospettive messe in luce. Ci soffermeremo piuttosto su alcuni contributi particolarmente significativi di un convegno davvero ben organizzato e gestito.

Interessante in tal senso la relazione di Pina Totaro che ha analizzato il mutamento subito dal rapporto tra corporeità e passione nel passaggio dalla riflessione cartesiana a quella di Spinoza. Pina Totaro, primo ricercatore dell’ILIESI-CNR presso l’Università di Roma Sapienza, ha mostrato con estrema chiarezza il carattere innovativo delle tesi di questi due filosofi rispetto alle posizioni sostenute dai loro contemporanei. Descartes infatti, proponendo il suo nuovo modello di studio delle passioni — tradizionalmente colte come coincidenti col corpo stesso — en fisicienne, ossia come alterazioni fisiche, se non proprio meccaniche, innescate dagli spiriti umani; le ha svincolate dal rapporto di causazione diretta con i cambiamenti del corpo, legandole direttamente all’anima che le percepisce. Un passo ulteriore lo compie Spinoza che, cogliendo nell’uomo la presenza ineliminabile delle passioni, decostruisce l’assoluto potere di dominarle facendo venir meno il libero arbitrio come possibile rimedio e rimpiazzandolo con la vera conoscenza: quella intellettiva e sub specie aeternitatis, unica via per la beatitudine.

Chantal Jaquet, docente di storia della filosofia moderna e di filosofia morale alla Sorbona di Parigi, ha parlato invece del ruolo del corpo in Spinoza, ponendo l’accento sullo spazio riservato al sé nel possesso di un corpo proprio quale veicolo fondamentale per la conoscenza dell’esteriorità. Sottendendo un platonismo latente, Jaquet ha sottolineato come il sentire che un corpo è affetto non coincide con l’idea di corpo proprio, ma evidenzia solo una correlazione tra un pensiero e un corpo, dove il primo però, senza la mediazione delle idee, non può avere accesso diretto alla conoscenza percettiva del secondo. I corpi sono dunque tutti sullo stesso piano, compreso il nostro, quindi anche per il saggio che ha coscienza di sé, tutto dipende da come sono formulate le idee della conoscenza dei corpi. A tal proposito risulta decisiva la conoscenza dello scolio di Etica2 prop. XXIX, dove la distinzione fra determinazioni dal “di dentro” e dal “di fuori”, sottolinea come solo il pensiero (interno) sia in grado di rapportarsi a più cose insieme e quindi cogliere la propria corporeità nel rapporto che la lega a Dio e alle altre cose. Tutto è connesso alla conoscenza intellettiva dunque, e l’esser sé non è altro che il comprendersi nel proprio rapporto d’immanenza con Dio: l’esteriorità è anche in noi in virtù della traccia che vi lasciano le affezioni. Viene così meno la contrapposizione tra esteriorità e alterità e trova giustificazione l’atteggiamento spinoziano di parlare di corpi in generale piuttosto che di un corpo proprio.

Cristina Santinelli, docente di filosofia presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, ha presentato un intervento finalizzato a mettere in luce il comune intento senecano e spinoziano di trovare una radice naturale dell’etica, mantenendo la centralità della dimensione corporea. Il punto di partenza è stato l’oikeiosis stoica, ossia la percezione del proprio io per mezzo della synaesthesis, la coscienza interna, quella che Seneca chiama sensus animi e della quale di fatto si ignora cosa sia e di dove gli venga. Secondo l’interessante parallelismo proposto da Santinelli, il conatus spinoziano coinciderebbe proprio con quell’amore naturale per la propria salute definito da Cicerone conciliatio nel tradurre il greco oikeiosis. Nel sentire intellettuale è la mente stessa a cogliere il singolare immediatamente, senza astrarre dalla dimensione corporea. Emerge quindi una conoscenza del corpo sub specie aeternitatis, cui segue un amor sui uguale a quello che la natura ha per sé: siamo all’amor dei intellectualis. La relazione di Santinelli è servita per evidenziare, quindi, ancora una volta, come vi siano forti legami fra la riflessione stoica romana e la proposta filosofica di Spinoza, sul piano etico ma anche sul piano antropologico e ontologico.

Andrea Sangiacomo, dell’Università di Groninga (Paesi Bassi), ha proposto un’interessante analisi dell’evoluzione subita dal concetto di male in Spinoza nel passaggio dal Breve Trattato all’Etica, in relazione alla nozione di corpo. Nella prima opera infatti, si può notare ancora un forte influsso cartesiano nella posizione del filosofo olandese che coglie il corpo come un ostacolo nel percorso verso la conoscenza di Dio. Questo, pur non essendo un male in sé, perché la salvezza passa dall’interiorità, ossia dal coglimento intellettuale dell’idea innata di Dio, resta comunque un impedimento da oltrepassare. Tale posizione però, muta nella parte 4 dell’Etica, dove Spinoza integra la sua concezione relativa di bene e male con la logica affettiva, ossia li identifica con “letizia” e “tristezza”, i quali, messi in relazione con la teoria del conatus, mostrano coma la prima lo potenzi e la seconda lo indebolisca. Ecco dunque che il male morale viene a legarsi con la dimensione fisica, per cui le passioni rischiano di pregiudicare la possibilità di giungere al bene; l’unica soluzione possibile è lasciarsi determinare dalla ragione, che in termini pratici si traduce in una soluzione politica. Va notato infatti, come il male non sia più una questione individuale, ma il risultato di contrasti interni all’interagire umano, e solo agendo in virtù di ciò che ci unisce potremo garantirci (politicamente) le condizioni migliori per raggiungere la beatitudine.

L’intervento di Vittorio Morfino, dell’università Bicocca di Milano, «I corpi non esistenti» — citazione da E2, prop. VIII ((Le idee delle cose singole, ossia dei modi non esistenti, devono essere comprese nell’idea infinita di Dio come le essenze formali delle cose singole, ossia dei modi, sono contenute negli attributi di Dio. (E2, prop. VIII – in Spinoza, Opere, a cura di Filippo Mignini e Omero Proietti, Meridiani Mondadori, Milano, 2007, p. 842). — si è concentrato sulla lettura proprio di E2, prop. VIII e seguenti, con una lettura delle note (Spinoza, Op. cit., pp. 1640-1641) al testo di Filippo Mignini che nella sua versione delle opere di Spinoza — secondo Morfino — interpreta questo passo in una duplicazione dei piani, quello delle essenze eterne singolari e quello delle esistenze finite che si pongono sulla linea di temporalità. I due piani sono stati definiti da Morfino, interpretando e citando Mignini, come il piano dell’eternità simultanea e quello della durata come successione. Evidentemente, se questo fosse lo stato delle cose — ma ci riserviamo lo spazio per criticare tale posizione — e cioè se si pensasse la realtà entro due diversi piani, quello dell’eternità e quello della durata, emergerebbero grandi problemi. Nella relazione che dovrebbe intercorrere fra i due piani, e successivamente nella configurazione spinoziana, sarebbe inserito un ruolo attivo del Nulla che invece — come ha anche affermato, tra le righe, Morfino — non vi è nei testi dell’olandese. Inoltre nella lettura di Mignini, secondo noi, non si afferma la duplicità ontologica del piano della realtà e del piano della modalità, cioè dell’infinito e del finito, della sostanza e dei modi, dell’essenza e dell’esistenza, come li ha definiti Morfino. In primo luogo perché ciò è smentito sul piano ontologico dallo stesso Spinoza, con l’assioma secondo il quale l’essenza non implica l’esistenza ((E1, assioma VII)) e, in secondo luogo, perché il piano della modalità, cioè delle esistenze, risulta come un apparire relativo della sostanza, che si configura alla nostra “limitata” capacità gnoseologica di contingenti. Morfino ha affermato, in definitiva, che la soluzione non sta nella duplicità dei piani, ma nella contraria descrizione di una eternità che è costituita dall’intreccio di durate eterne singolari, che però non possono essere viste — come invece farebbe Mignini — in un prima all’interno della sostanza, e in un poi della realtà. Secondo Morfino l’unico piano entro il quale ci si può inserire (pur negando una capacità di “abbracciare” il tutto, in modo conoscitivo) è quello della sostanza, e quindi dell’eternità. In sede di discussione, Morfino ha poi chiarito che questa è una sua interpretazione, e che in effetti è presente, in Spinoza, una duplicità che però non va configurata come una duplicità ontologica.

Abstract
On May, 27th-28th 2014 has been held in Rome a conference entitled Corporis humani fabrica. Percorsi nell’opera di Spinoza. The conference has been sponsored by Università Roma Tre with Institut d’Histoire de la Penseé Classique of Lyon, and organized by Francesco Toto with prof. Roberto Finelli and prof. Pierre-François Moureau. The conference focused on the different perspectives about the notion of body in Spinoza’s thought, mostly in his Ethic. The speakers have extended their reflections on the relationship between the ideas of Spinoza and the thought of Descartes and other philosophers of early modernity.

Andrea Cimarelli è laureato in filosofia con una tesi su Emanuele Severino e la lettura dell'Eterno Ritorno nietzschiano. Si è occupato di Nietzsche e di Giorgio Colli.

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