Cattivo discepolo Platone

Il pensiero politico di Platone costituisce una parte del suo sistema filosofico che, soprattutto negli ultimi due secoli, ha dato luogo ad un vero e proprio conflitto di interpretazioni. Una di queste è stata fornita da Karl Popper nel primo volume del suo capolavoro, La società aperta e i suoi nemici, dedicato a Platone totalitario. Uno degli aspetti chiave su cui si concentra il filosofo austriaco è costituito dal cosiddetto problema socratico, espressione con la quale s’intende la difficoltà di ricostruire la figura e la dottrina di Socrate a causa di due circostanze: la prima è quella secondo cui, se Socrate non ha scritto nulla, le fonti per ricostruire il suo pensiero (Platone, Senofonte e Aristofane) sono diverse tra loro. La seconda è quella per cui una di queste fonti, quella platonica, è contraddittoria rispetto ad alcuni argomenti fondanti il vero pensiero di Socrate.

Un tradimento nascosto
Popper prende avvio dalla tesi del tradimento operato da Platone nei confronti del suo vecchio maestro, una volta che questi era uscito di scena a seguito del processo e della condanna avvenuta nel 399 a.C. Le premesse fondamentali per tale tradimento sono almeno due. La prima è la differenza sostanziale tra alcune opere platoniche, in particolare l’Apologia di Socrate e il Critone, ritenute di chiara matrice socratica e individualista, e la Repubblica e le Leggi, che invece contengono i fondamenti della costruzione di uno Stato che prevalga sugli interessi dell’individuo. La seconda premessa è di carattere storico: dopo la fine della guerra del Peloponneso, che aveva visto la sconfitta di Atene, il rilancio della città attica poteva essere fondato su un’idea che affermasse i valori del vecchio tribalismo aristocratico contro i valori della società aperta e democratica. Nelle parole di Popper: «bisognava insegnare all’uomo che la giustizia è l’ineguaglianza e che la tribù e il collettivo stanno più in alto dell’individuo». Questo programma avrebbe trovato in Platone il suo più fervido sostenitore.
Contro queste premesse, in particolare quella relativa all’analisi dei dialoghi filosofici, alcuni studiosi anglosassoni sollevarono l’obiezione secondo cui Platone avrebbe messo in bocca ai suoi personaggi solo quelle tesi effettivamente da loro sostenute: da questo punto di vista, la diversità delle varie tesi socratiche è semplicemente spiegata con i cambiamenti del suo pensiero. Popper riconosceva che se il principio metodologico di considerare il Socrate di Platone come un ritratto del Socrate storico è formalmente corretto, esso però non tiene conto della necessità di interpretare le affermazioni dello stesso Platone (in altre parole, se Platone ritrae un Socrate contraddittorio, bisognerà pur spiegare, e quindi interpretare, tale contraddizione). Nella mente del fondatore della filosofia occidentale siamo infatti testimoni, secondo Popper, di una lotta che esprime due tendenze opposte: quella che lo portava a mantenersi fedele agli insegnamenti del maestro e quella, contraria, che lo portava ad allontanarsi da lui per affermare le proprie dottrine. Il compromesso fu realizzato mantenendo Socrate come interlocutore dei suoi dialoghi (in tutti i dialoghi di Platone compare Socrate, ad eccezione delle Leggi) ma attribuendogli delle tesi che il Socrate storico non avrebbe mai sostenuto. Da una parte dunque abbiamo il Socrate difensore della democrazia e dei diritti individuali; dall’altra Platone, suo discepolo, sostenitore dell’aristocrazia e dei diritti dei più forti. Ecco dunque perpetrato il tradimento di Platone.

Le ambiguità del Socrate di Platone
I dialoghi in cui Popper rinviene le contraddizioni più evidenti tra queste due tendenze sono tre:
1) Nell’Apologia, Socrate ripete più volte di non avere alcun interesse per la filosofia naturale e di non essere un pitagorico. Di contro, nel Fedone e poi nella Repubblica, Socrate appare invece come filosofo della natura e pitagorico. Si deve concludere quindi che o Socrate finì per contraddire se stesso e la sua dottrina (cosa da escludere in virtù della veracità attribuita da tutti a Socrate) oppure che le affermazioni di Platone debbano essere interpretate (cosa che contraddice alla tesi di quegli studiosi che sostengono che le affermazioni di Platone non devono essere interpretate);
2) Ancora nell’ Apologia, Socrate assume una posizione agnostica nei confronti dell’anima e della sua sopravvivenza dopo la morte. Nel Fedone invece, Socrate elenca una serie di prove per dimostrare l’immortalità dell’anima;
3) Il celebre motto “Conosci te stesso” deve essere interpretato, secondo l’Apologia e il Filebo, nel senso di essere consapevoli dei propri limiti. Al contrario, nel Politico e nelle Leggi, quella massima è volta a favore dei più potenti. Spiega Popper in una sintesi ancora più efficace che «alla dottrina socratica originaria secondo cui chi detiene il potere deve essere consapevole della propria ignoranza, si contrappone la dottrina platonica secondo cui chi detiene il potere deve essere sapiente piuttosto che ignorante». Come si vede, non si tratta di una differenza di poco conto.
Anche il ritratto caratteriale che Platone fa di Socrate contraddice le tesi del discepolo in merito ai modi con i quali deve essere organizzata la società: dall’atteggiamento benevolo verso i giovani fino alla libertà di parola; dall’individualismo di Socrate e la sua scarsa attitudine verso le speculazioni metafisiche fino a giungere alle sue preferenze politiche, decisamente in favore della democrazia. In tutti questi casi Platone ci presenta sistematicamente, osserva Popper, un Socrate a due facce che non può non insospettire coloro che hanno a cuore la verità storica e la sua reale dimensione filosofica.

Nobili menzogne e turpi verità: il ruolo del filosofo come politico
Da questo punto di vista la più eclatante rottura di Platone con le tesi socratiche sarebbe per Popper la dottrina del filosofo re. Contenuta nel capitolo V della Repubblica (473c-474c), l’idea secondo cui lo Stato ideale deve essere retto dai filosofi viene presentata da Platone come vero e proprio paradosso, addirittura come l’ondata più violenta di tutte. Il paradosso consiste nella constatazione che se il filosofo è colui che desidera la sapienza e ama contemplare la verità, quello della politica è il regno delle opinioni in cui il filosofo rischia non solo di essere inutile ma anche di fare una figura meschina. In altre parole, il problema va inquadrato nel contesto dell’alternativa che ha il reggitore dello Stato tra il dire la verità oppure la menzogna. Questo dilemma, secondo Popper, viene risolto da Platone in due mosse. Da una parte egli sostiene che il filosofo è come il medico e quindi spetta al malato recarsi da lui, allo stesso modo in cui a chi è privo di guida spetta di bussare alla porta di chi può guidarlo (Asclepio sarebbe stato un ottimo uomo di Stato, dice Platone nel III libro della Repubblica). Dall’altra ricorrendo all’idea della nobile menzogna: in certi casi il filosofo è esonerato dal dire la verità in nome di una giustizia più alta che consiste nel bene dei governati. In cosa consiste questa menzogna si chiede Popper? La risposta è netta quanto allarmante: si tratta della menzogna propagandistica, volta a rafforzare il predominio della razza dominatrice e di bloccare ogni cambiamento politico. Per giustificare tale tesi Popper ricorre al mito platonico del sangue e della terra contenuto alla fine del III libro della Repubblica (414b-415-d). Secondo tale racconto i capi e i soldati devono essere persuasi di essere nati dalla terra già forgiati con le loro armi in modo da sviluppare il senso innato di difesa della madrepatria. Tutti i cittadini, secondo tale racconto, pur provenendo dalla terra, sono fatti di diversi metalli: oro, argento, ferro e bronzo. Compito dei custodi è quello di preservare la prole dalla mescolanza con i figli dei metalli meno puri perché «la città andrà in rovina quando a proteggerla ci sarà una guardia di ferro o di rame». Per Popper si tratta di un vero e proprio mito razzista confermato con il racconto della Caduta dell’uomo e del Numero (Repubblica, VIII, 545c-547c) grazie al quale non vi è più alcun dubbio che «Platone subordini l’amore socratico della verità al più fondamentale principio secondo il quale si deve consolidare il predominio della classe dominante». È questo infatti, secondo il filosofo austriaco, il vero interesse di Platone e non certo (come invece si è spesso equivocato e si continua ad equivocare) un preteso umanitarismo del filosofo: «Non riesco a trovare altro che ostilità nei confronti dell’idea Umanitaria di una unità del genere umano che trascenda razza e classe e credo che coloro che trovano invece il contrario idealizzino Platone e non riescano a vedere il nesso fra il suo esclusivismo aristocratico e anti-umanitario e la sua teoria delle Idee», conclude Popper.

Insegnante al Liceo delle Scienze Umane di Nocera Umbra. Lauree in Scienze politiche, Scienze religiose e Filosofia. Dottorato in Storia della Filosofia nelle Università di Mainz e Macerata. Principali temi di ricerca: Spinoza e lo spinozismo, Schopenhauer, filosofia tedesca del XVIII e XIX secolo. Articoli e monografie su questi temi.

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