De infinito

Scienza e filosofia, da ormai più di due secoli, per una serie di ragioni che cercheremo di indagare, hanno separato, con pregiudizio per entrambe, i rispettivi cammini. Noi di RF lavoriamo per una loro riconciliazione. In questa nuova rubrica  apriamo il nostro sito ad articoli, saggi e dialoghi che intendono rendere conto delle implicazioni filosofiche degli enormi progressi compiuti dall’uomo nell’ambito della ricerca scientifica in generale ed in quella fisica e cosmologica in particolare. Il nome della sezione rende omaggio ad una delle grandi opere italiane di Giordano Bruno, il De l’infinito universo e mondi pubblicato nel 1584.  Numerosi saranno i nostri ambiti di interesse. Tra i tanti ci piace segnalare quello legato alla missione del satellite Keplero messo in orbita dalla Nasa, grazie al quale sono stati scoperti milioni di pianeti simili alla terra.

La sezione sarà curata, nella parte più propriamente cosmologica, da Giammarco Campanella, dottorando in fisica astronomica alla Queen Mary University di Londra e già autore, nonostante la giovane età, di articoli e libri in ambito non solo accademico. Non mancheremo di sgombrare il campo da errori e superstizioni che, come spesso accade quando si tratta di temi non legati all’interesse quotidiano del grande pubblico, albergano copiosi nella mente della cosiddetta opinione pubblica.

Cominciamo dunque con un articolo, a mo’ di dialogo, sulla vera natura del calendario Maya: Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza.

Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza

RF: Cosa diceva esattamente la profezia dei Maya sulla fine del mondo? La questione aveva a che fare con fenomeni di carattere interplanetario?
CAMPANELLA: Il calendario Maya non è terminato il 21 Dicembre 2012 e non ci sono profezie Maya che preannunzino la fine del mondo in quella data. Come il calendario che abbiamo a casa non cessa di esistere dopo il 31 Dicembre, così il calendario dei Maya non cessa di esistere il 21 Dicembre 2012. Questa data segna la fine del periodo di lungo conto dei Maya, però poi – proprio come il nostro calendario che ricomincia da capo dall’1 gennaio – un altro periodo di lungo conto ricomincia per il calendario dei Maya. Il calendario di lungo conto dei Maya fu pensato per tener conto di lunghi intervalli temporali. Infatti, la cultura mitologica rilevabile dalle rovine della civiltà Maya presenta riferimenti ad epoche ben più lontane del nostro Big Bang avvenuto, secondo la scienza, 13.7 miliardi di anni fa. Tal calendario di lungo conto assomiglia al contachilometri delle nostre auto ed è il sistema più complesso mai sviluppato dall’uomo. Infatti, è un sistema costruito su base 20 nel quale le cifre che ruotano rappresentano potenze di 20 giorni. Dato che le cifre ruotano, il calendario può azzerarsi e ricominciare da capo. In particolare, secondo la mitologia Maya il mondo fu creato 5125 anni fa, nella data che l’uomo moderno indica come 11 Agosto 3114 aC. Tale data nel calendario Maya viene indicata come 13.0.0.0.0 e nello stesso modo viene indicato il 21 Dicembre 2012. Tredici Baktuns come direbbero gli studiosi Maya, oppure tredici volte un ciclo di 144 000 giorni è il periodo temporale tra le due date. Questo era un intervallo significativo nella teologia Maya ma non di certo uno distruttivo: nessuna delle migliaia di rovine, tavolette e materiali in pietra esaminate dagli archeologi predicono una fine del mondo. Al massimo, molti Maya credevano che il 21 Dicembre 2012 le divinità che avevano creato il mondo 5125 anni prima sarebbero ritornate. Una di queste in particolare, un’enigmatica divinità chiamata Bolon Yokte K’uh, sarebbe tornata per condurre antichi riti di passaggio, per rimettere in ordine il tempo e lo spazio e per rigenerare il cosmo. Anche l’associazione Maya Oxlaljuj Ajpop afferma che in questa data ci sarebbero stati grandi cambiamenti a livello personale, familiare e sociale, così da ricreare quell’armonia ed equilibrio tra l’uomo e la natura. Il mondo si sarebbe rinnovato, no distrutto. Ci sono quindi similarità con la cultura occidentale quando inizia il nuovo anno e la gente cerca con entusiasmo di portare avanti le proprie risoluzioni per l’anno nuovo. Ma allora, da dove nasce la storia che il mondo sarebbe finite nel 2012? Tutto è iniziato qualche tempo fa quando su internet girava la diceria che Nibiru, un fantomatico pianeta scoperto dai Sumeri, si dirigeva contro la Terra. Questa catastrofe venne inizialmente prevista per il Maggio 2003, ma quando non si verificò nulla il giorno del giudizio venne spostato in vanti al Dicembre 2012 e collegato alla fine di uno dei cicli dell’antico calendario Maya previsto per il solstizio di inverno: il 21 Dicembre 2012.

Prospettive panoramiche

Tramonto dell'anno.

In una recente puntata di una trasmissione televisiva dove si discute, per soli 25 minuti (perché non più?), in modo alto ma comprensibile ai più, di un libro, spesso di saggistica, e dove è sempre presente una classe di un Liceo d’Italia, ho ascoltato il presentatore (noto giornalista e scrittore) dire ai ragazzi presenti in sala, più o meno, queste parole: «in Italia abbiamo bisogno che voi giovani non guardiate la situazione politica italiana ed europea con uno sguardo limitato ai giorni nostri. C’è la necessità di prospettive panoramiche sui fatti e sulle vicende che ci circondano».
Intendo prendere questo accaduto come spunto per una riflessione, se possibile, più ampia. Ammetto fin da subito che mi sono trovato in accordo con la frase sopra espressa, ho visto in questa idea un che di utile e buono alla comprensione. Limitare lo spazio di veduta è pur sempre un limitare. È altresì vero che allargare il campo visivo può portare alla perdita di un focus preciso sul quale porre l’attenzione.

Bisogna, però, intendere l’idea di prospettive panoramiche come un atteggiamento mentale che sia volto all’indagine nient’affatto superficiale dei fatti storici. Alzare lo sguardo alla serie delle cause che hanno preceduto un determinato fatto storico ci permette di comprendere molti lati nascosti e reconditi del presente, che magari ha oramai disvelato e reso a-problematiche questioni che nel passato invece erano o ancora velate, o ancora problemi da risolvere.

Facciamo un esempio, forse banale, ma esemplificativo: non si può capire lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale senza sapere cosa comportarono i Trattati di Pace di Versailles, del 1919, alla fine della Prima Grande Guerra.
Oppure: è impossibile comprendere a pieno il pensiero di Marx se non si è compreso, in parte, il pensiero idealista di Hegel.
Non si può, infatti, non interrogare e investigare il passato, alla scoperta di ciò che è accaduto dopo. Capire, comprendere, analizzare, investigare, scoprire, formulare tesi, argomentare, sono tutte azioni del pensiero che debbono avere una stretta relazione con una prospettiva panoramica, non solo storica, ma anche culturale, intellettuale e filosofica.
Perciò è necessario rivalutare positivamente lo studio della storia (non uno studio asettico e fatto di mere date ed eventi), lo studio della storia della filosofia e della storia dei movimenti culturali e artistici. Tutti questi soggetti (e forse anche altri) sono collegati l’uno all’altro, ed in parte riverberano se stessi nel presente – perlomeno per il fatto che sono parte del passato e quindi hanno segnato la linea causale fino a noi.

La necessità (nel suo duplice senso di serie di causa-effetto e di bisogno) del passato è la stessa del presente, e del futuro. Solo la sintonia con la necessità permette allo sguardo umano di comprendere il suo presente, ed il suo futuro; senza dover prospettare qualcos’altro oltre a se stesso per vincere l’angoscia che il timore e la speranza gli affidano.
Anche di questa sfida deve farsi carico la filosofia, nel suo essere conoscenza del vero.
Per fortuna, nel passato, molti filosofi hanno già aperto la strada che conduce a questa sfida.

PS. La foto di apertura è di Saverio mariani e la trasmissione televisiva a cui si fa riferimento all’inizio dell’articolo, per i curiosi, è Le storie – Diario italiano, condotto tutti i giorni (dal lunedì al venerdì), alle ore 12.45 su Rai3, da Corrado Augias.

Messico: tradizione e futuro

Il Messico è uno stato federale di 110 milioni di abitanti di cui un quinto nella sola capitale. Diviso in 32 Stati dotati di ampia autonomia e molto diversi tra loro non solo geograficamente, è uno Stato in forte crescita, molto influenzato dalla vicinanza con gli USA e al tempo stesso assai diverso da questo.
Il tour di due settimane ci ha permesso di scoprire sia la immensa capitale Città del Messico sia i due stati più meridionali, Chiapas e Yucatàn, simili per origini ma con uno sviluppo storico ed economico completamente diverso.
Anche noi, come Maurizio Greganti in Egitto, abbiamo avuto modo di conoscere le origini della civiltà messicana e l’attuale stato sociale ed economico. Anche qui i contrasti emergono in maniera evidenti ma con impressioni completamente diverse da quelle tratte in terra egiziana, in particolare per il dinamismo della società messicana, concentrata sulle possibilità di crescita del Paese.
Il Messico precolombiano
Il Messico prende nome dai Mexicas “figli della Luna” meglio conosciuti come Aztechi, una delle tante civiltà mesoamericane che si insediò in questa terra del nord e centro America.
Gli Spagnoli che nel 1521, alla guida di Hernan Cortes, conquistarono queste Terre, si trovarono di fronte proprio gli Aztechi di Montezuma II, i quali, a partire dal VIII secolo d. C., estesero gradualmente il loro dominio sull’America centro-settentrionale, sottomettendo le altre civiltà mesoamericane. A Sud gli Spagnoli trovarono quel che restava della civiltà Maya, costituita da tanti piccoli imperi, sempre in lotta tra loro, e per questo facilmente sopraffatti dagli spagnoli.
A differenza di quello che si potrebbe pensare, tuttavia, la civiltà Maya, diversamente da quella Azteca, non è affatto scomparsa ed è sopravvissuta in maniera sorprendente a cinque secoli di sopraffazioni e tentativi di evangelizzazione forzata.
Tutte le culture native americane si contraddistinguono per una cultura in cui gli elementi naturali hanno assoluta preminenza tanto che ad ogni manifestazione della natura corrispondeva l’esistenza di un dio cui celebrare riti propiziatori.
I Maya, come si diceva, sono stati la civiltà più evoluta. Il loro calendario, utilizzato anche dagli altri popoli mesoamericani, fa risalire la fondazione della civiltà al 3113 a.C. Svilupparono grandi conoscenze in matematica, architettura e soprattutto astronomia. Conoscevano perfettamente la precessione degli equinozi ed il loro calendario civile di 365 giorni corrisponde al nostro. Ciò gli era necessario per esercitare nel modo migliore l’agricoltura e, in particolar modo, la coltivazione del mais.
Avevano anche un calendario religioso che intrecciandosi con quello civile dava luogo a cicli di tempo più lunghi al termine dei quali si praticavano feste, riti e si rinnovavano le strutture cerimoniali. Più in generale i Maya e le altre civiltà mesoamericane erano convinti che il mondo in cui vivevano non fosse che uno di una serie di mondi e questa natura ciclica delle cose permetteva loro di prevedere il futuro studiando il passato.
Come detto, nonostante l’oppressione e l’evangelizzazione forzata, in Messico sopravvive una consistente discendenza diretta dai Maya. Per essa il cristianesimo costituisce solo una facciata e in Chiapas abbiamo assistito a guarigioni e riti propiziatori (compreso soffocamento di una gallina) all’interno di una chiesa. Pare che lì (San Juan de Chamula) la Chiesa Cattolica si accontenti di amministrare una volta all’anno il battesimo ai nuovi membri della comunità, i quali lo ricevono come uno dei propri riti propiziatori. L’esercizio di tali riti in una chiesa si spiega con il fatto che gli edifici di culto sono di proprietà dello Stato (dopo si capirà perchè).
In pratica per facilitare l’evangelizzazione, assai difficile, le antiche divinità furono ribattezzate con i nomi dei santi cristiani ma le cerimonie sono più o meno le stesse di quelle precedenti alla conquista.
Anche qui i miti fondativi della civiltà sono simili a quelli di nostra conoscenza (lo spostamento verso la terra promessa ripreso anche nella bandiera con l’aquila che cattura il serpente come luogo indicato, la creazione ecc.).
È evidente ad ogni modo che i culti nativi, almeno alcuni, abbiano resistito all’evangelizzazione forzata, non sappiamo se per le caratteristiche intrinseche di questi culti, fortemente legati alla natura, e/o se per lo sviluppo politico dello Stato del Messico che già dal 1821 conquistò l’indipendenza.
Il Messico moderno
Conquistata l’indipendenza dagli Spagnoli il Messico oggi è un Paese di meticci e forti minoranze native (raramente di altri paesi). È uno Stato fieramente e orgogliosamente laico (tantissimi gli omosessuali nella Capitale, in alcuni Stati è consentito il matrimonio e l’adozione anche per gli omosessuali). Ciò lo si deve ad un passaggio importante della storia moderna messicana.
Il neonato Stato, fortemente diviso al suo interno e oppresso dal debito verso gli Stati europei, a metà del XIX secolo portò a termine una serie di riforme liberali grazie all’azione di Benito Juarez, primo e unico presidente indigeno della storia messicana, considerato padre della Patria (come Garibaldi per noi, a lui si deve il nome di Benito Mussolini).
Tra queste vi fu l’acquisizione di tutte le proprietà ecclesiastiche (comprese gli edifici di culto) e il pagamento delle tasse da parte della Chiesa Cattolica; l’assoluta libertà religiosa (sono tantissimi i culti praticati qui); il divieto assoluto per i chierici di esprimere preferenze politiche o fare campagna elettorale (si tratta di reato federale).
L’oppressione dei latifondisti e l’opposizione della Chiesa Cattolica portò nel 1910 alla scoppio di una nuova rivoluzione, dopo quella che aveva portato all’indipendenza, guidata da Zapata e Pancho Villa. Repressa nel sangue si concluse comunque con la promulgazione di una nuova costituzione.
Dal 1920 al 2000 vi è stata una democrazia monopartitica da parte del PRI (dal nome contraddittorio Partito Rivoluzionario Istituzionale) che nel 1940, con Cardenas, ha nazionalizzato le industrie nei settori strategici.
Dal 2000 il Paese ha conosciuto l’alternanza di governo e sebbene sia visibile una forte differenza tra alcuni Stati del Paese e tra i vari strati della popolazione, il Messico sembra avere le carte in regola per essere una delle nuove potenze mondiali.

L’illusione e l’economia

In un articolo apparso il 12 gennaio su Repubblica, il filosofo Maurizio Ferraris sostiene la tesi secondo la quale l’economia è l’ambito privilegiato in cui vige il principio secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni. “Se c’è un campo in cui i fatti sembrano di gran lunga superati dalle interpretazioni, questo non è, come futilmente sostenevano molti epistemologi del secolo scorso la fisica, ma l’economia”.

La tesi sembra paradossale. Non sono forse stati gli ultimi due secoli quelli nei quali buona parte della filosofia e delle scienze sociali (e basti citare soltanto l’esempio di Marx a questo proposito) ha sostenuto l’idea che l’economia sia la struttura e il fatto fondamentale sopra il quale si edificano tutti gli ambiti del sapere umano? Non è stata l’economia il terreno sul quale la filosofia ha potuto effettivamente esercitare l’eredità del suo glorioso passato tanto da poter dire che “i filosofi hanno diversamente interpretato il mondo mentre ora si tratta di cambiarlo?”

Ferraris precisa certamente “che nessuno si sognerebbe di negare che esista una realtà economica, proprio come esiste una realtà giuridica. Ma è anche necessario sapere che questa realtà, così come tutti gli ambiti in cui si assiste alla produzione di oggetti sociali, deve essere sistematicamente interpretata e relativizzata” in base al principio per cui ogni oggetto dipende dal soggetto. Per questo l’economia avrebbe, conclude il filosofo, al contrario di quello che avviene per gli oggetti naturali, un grande bisogno di ermeneutica al fine di contrastare la tirannia dei fatti economici.

L’articolo di Ferraris, che con tale affermazione sembra ritirare con una mano quello che aveva concesso con l’altra, conclude per una sorta di necessità ermeneutica che tenda a sospendere o a temperare quel movimento, chiamato neo-realismo (da lui stesso rilanciato) volto a ristabilire il primato della realtà esterna o dei fatti rispetto alla coscienza umana. Ferraris dovrebbe allora chiarire meglio in che modo il suo realismo debba essere compatibile con le esigenze di una giusta, migliore e favorevole interpretazione dell’economia (al di là della problematica affermazione della differenza tra oggetti naturali e oggetti sociali).

Il problema generale tuttavia, nel quale risiede il nido di contraddizioni nel quale il neo-realismo tende a cacciarsi, è che il tentativo di affermare l’autonomia della realtà esterna viene fatto in modo ingenuo, come cioè se dimenticasse la svolta copernicana di Kant, annunciata già da Cartesio e radicalizzata poi da Hegel, in base alla quale ogni fatto è prima di tutto il fatto ineludibile della propria coscienza e della propria soggettività. Se non saprà risolvere questo problema, che consiste nella verità dell’idealismo, e renderla compatibile con la tesi di chi sostiene l’esistenza di una realtà indipendente dalla coscienza, la filosofia non uscirà dal vicolo cieco nel quale è stata relegata all’inizio dell’età moderna.

L’agnosticismo intollerante

Nel discorso del 6 gennaio rivolto ad alcuni vescovi di fresca nomina, papa Benedetto XVI si è scagliato con inaudito vigore contro l’agnosticismo. «L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri». Ben diverso il tenore del discorso tenuto ad Assisi nel settembre del 2011 quando invece gli agnostici erano considerati «persone che soffrono a causa dei peccati dei credenti e più vicine al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine». Se non si vuole attribuire incoerenza alle parole del papa, l’agnosticismo si compone ora di due categorie, quello buono e quello cattivo. Una strana partizione per coloro che si dichiarano scettici nei confronti della conoscenza prescindendo dalle categorie di bene e di male.

Quello del papa è in realtà un discorso che ripropone i tratti tipici della violenza religiosa. Questa volta però, grazie alla fortunata circostanza in base alla quale la Chiesa cattolica non esercita più direttamente il potere politico, il suo capo invoca eroismo per i vescovi tramite la capacità di attirare la violenza su di sé: «E tale valore o fortezza non consiste nel colpire con violenza, nell’aggressività, ma nel lasciarsi colpire e nel tenere testa ai criteri delle opinioni dominanti». Ammesso e non concesso che sia necessario ribadire concetti simili – chi ha mai pensato che il valore e la fortezza consista nell’aggressività? Forse il pontefice si riferisce a passate abitudini della Chiesa? – questo appello all’essere percossi colpisce, è il caso di dirlo, perché ripetuto più volte nel discorso, accentuando la sensazione di avere a che fare con qualcuno che parli con lo scopo di cercare deliberatamente la provocazione.
Vorremmo tranquillizzare il pontefice. La violenza di cui parla può essergli data, come purtroppo avviene in alcune parti del mondo, soltanto dalle religioni come la sua e non certo da agnostici o da coloro che sono gli autentici cercatori della verità, ovvero i filosofi. Per questi infatti non solo non esiste ricorso alla violenza (come ampiamente dimostrato dalla storia) ma, per molti di loro, non si dà nemmeno un cammino verso la verità. Questo per il semplice motivo, come diceva l’apostolo Giovanni, che noi tutti agiamo, ci muoviamo e siamo in Dio (1 Gv 4, 16) così che da sempre l’uomo dimora nella verità.
Eppure il papa insiste su questo tema. «La ricerca della verità era per loro – cioè i magi, ndr – più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente». Si ripropone uno schema classico, quello dell’audizione di San Paolo di fronte ai filosofi di Atene, narrato in Atti 17, 16-34: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta». Ma si dimentica tuttavia che il vero discorso aeropagitico è oggi soltanto quello della filosofia che da duemila anni vive nella città dominata dalle religioni.

Il discorso del papa dimostra ancora una volta il grande complesso di inferiorità della religione nei confronti della filosofia. La ricca religione, pur avendo tutto dalla sua parte (dogmi, numeri, forza organizzativa, appoggi politici ecc.) manca dell’unica cosa di pertinenza della povera filosofia: la verità. E da sempre la prima tenta di sottrarre alla seconda questa sua prerogativa. Per una sorta di curiosa eterogenesi, i credenti e il papa finiscono per fare la figura dei farisei nei confronti del cieco nato, così come mirabilmente riportato nel lungo e straordinario brano del vangelo di Giovanni (Gv 9, 1- 41). Dopo le loro continue ed incredule indagini, prima tra la gente e poi con i genitori, i farisei finirono per domandare irritati al cieco guarito da Gesù: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? E questi rispose loro: ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato: perché volete udirlo di nuovo? Volete diventare anche voi suoi discepoli?». A questa acuta contro-domanda, che scopriva le loro segrete intenzioni, quelle cioè di voler essere come Gesù, i farisei persero la ragione e finirono per insultare prima e cacciare poi il cieco guarito. La Chiesa sembra oggi essere come quei devoti religiosi, desiderosa, ma incapace, di essere autentica discepola della verità. Ed è proprio questa sua impossibilità a generare la violenza.
All’infuori di qualche timido cinguettio, non sappiamo se alcuni tra agnostici o filosofi abbiano risposto al papa. Certo, la filosofia non ha un pontefice che può parlare ex cathedra avvalendosi di potenti strumenti di comunicazione. La religione tuttavia, nonostante tutte le apparenze contrarie, è più debole nei confronti della filosofia così come il mito è più debole della verità e la tecnica più debole della necessità (e la tirannia più debole della democrazia).

Memorie di un viaggio in Egitto

Abbiamo passato le vacanze di Natale e Capodanno in Egitto, alla ricerca di un po’ di caldo e di estraniamento (la vera “Entfremdung“) dalle preoccupazioni quotidiane. Non vorrei propinare agli amici di Ritiri Filosofici un “cinepanettone” (Vacanze in Egitto…), ma piuttosto condividere alcuni momenti e ricordi di un’esperienza affascinante. Tutto il viaggio si è svolto costantemente su due livelli: da un lato, la visita ai siti archeologici – e quindi un’immersione in un mondo affascinante, una civiltà antichissima che aveva raggiunto vette di sapere e conoscenza che lasciano allibiti; dall’altro l’Egitto contemporaneo, nel pieno di una rivoluzione che porta con sè tante contraddizioni e interrogativi per il futuro.
Una visita quindi su un doppio binario.
Ma andiamo per ordine, cominciando dagli Antichi. L’Antico Egitto aveva già raggiunto un grado di civiltà estremamente avanzato nel 3000 a.C., come dimostra quanto ci ha lasciato il fondatore della Prima Dinastia, Narmer (2950 a.C.), il primo a unificare il Paese. Gli elementi fondamentali della visione filosofica e del mondo, poi sviluppata dalle successive Dinastie, erano già presenti. Le famose piramidi di Giza (la piramide di Cheope è rimasta l’edificio più alto per 44 secoli, fino alla costruzione della torre Eiffel) furono costruite nell’Antico Regno (IV Dinastia: 2575-2450 a.C.). Questa civiltà è poi durata 3000 (tremila) anni, considerando che l’ultimo Faraone è stata Cleopatra, morta nel 30 a.C. In 3000 anni di storia è ovviamente successo di tutto: l’Egitto è stato in alcune fasi così potente da comprendere nel suo impero tutto il Vicino Oriente fino all’Iraq, la Libia e il Sudan settentrionale. In altre fasi la casa regnante era straniera e l’Egitto è stato dominato da altri popoli: Hyksos (popoli del mare), libici, nubiani (faraoni neri di Kush), assiri, babilonesi, persiani, greci. Ci sono inoltre state varie guerre civili, secessioni e riunificazioni del Paese. Ma i caratteri fondamentali della civiltà egizia sono rimasti inalterati. Ciò che ho trovato più affascinante è ritrovare nella religione egizia gli elementi fondamentali del cristianesimo, nonchè delle altre religioni monoteistiche. Ho così compreso che una civiltà così avanzata, che aveva durato così a lungo, aveva profondamente influenzato (e non poteva essere altrimenti) l’evoluzione di tutte le successive civiltà del Mediterraneo. Gli antichi Egizi raccontavano in forma di mito la realtà che vivevano (ricordate i primi capitoli della “Filosofia Antica” di Emanuele Severino, sul ruolo del mito come narrazione della realtà…). Tutto il pensiero egizio è dominato dal confronto degli opposti (il Paese era nato intorno al Nilo e quindi l’alternarsi di piena e siccità, era al centro della loro vita): bene e male, vita e morte, con la sintesi rappresentata dalla risurrezione dopo la morte, è cruciale. La vita dopo la morte, inizialmente limitata ai Faraoni, è  poi estesa a tutto il popolo, a condizione di comportarsi in modo retto. Paradiso e Inferno sono concetti egizi, così come il Giudizio Universale (dopo la dipartita si doveva affrontare il giudizio di Mut, dea della Giustizia, con su un piatto della bilancia una piuma e sull’altro il cuore: il peso di quest’ultimo dipendeva dalle buone o cattive azioni compiute in vita…). Nella lotta fra bene e male, Osiride, figlio di Ra, muore per il bene di tutti gli uomini. La madre, Iside, era stata fecondata dallo Spirito Santo. Anche il concetto di Trinità è quindi egizio (Ra, Osiride e Iside; Amon, Mut e Khonsu a Tebe, etc.). Fra gli organi che erano lasciati dagli imbalsamatori nel corpo vi era la lingua, perchè il defunto doveva poi “confessarsi”, recitando una litania che assomiglia incredibilmente ai 10 comandamenti (non ho ucciso, non ho rubato, etc …). Potrei continuare, ma i richiami e le similitudini con le religioni successive sono evidenti. Ma soprattutto quello che ho trovato sorprendente è scoprire che, all’essenza, era un credo monoteistico (le divinità erano diverse, ma si trattava di varie manifestazioni del divino). A un certo punto un Faraone, Akhenaton, introduce una nuova divinità, Aton, che viene a sostituirsi ad Amon e a tutti gli altri dei; ma la realtà è che il monoteismo era già parte integrante del pensiero egiziano: la sua era stata piuttosto una ribellione contro il clero potentissimo dell’epoca, che poi, alla sua morte, riprende il controllo con il figlio, il famoso Tut Ankh Amon (nato Tut Ankh Aton).
Mi fermo qui con la religione egizia.
Sull’archeologia, il Paese è disseminato di una serie di siti straordinari: oltre alle Piramidi e necropoli a Giza, Dashour e Saqqara, è imperdibile una visita all’antica Tebe, capitale dell’Alto Egitto, che nel 2000 a.C. contava 1 milione di abitanti. Oggi si chiama Luxor e gli abitanti sono 650.000: il tempio di Karnak è “incontournable“. La c.d. “grande sala ipostila” presenta una foresta di colonne (134), di cui le centrali misurano 15 metri di diametro, per un’altezza di 23 metri. Tutte decorate, con i capitelli a forma di papiro o di fiore di loto. Egualmente straordinario è il tempio di Abu Simbel, al confine con il Sudan, sia per le statue di Ramesse II, gigantesche (20 metri), che per le pareti interne, su cui è intagliata la battaglia di Kadesh.

Alla magnificenza del passato fa da contraltare l’Egitto moderno: 90 milioni di abitanti, con un PIL di circa 200 miliardi di dollari (a titolo di paragone, quello dell’Italia è di circa 1600). Una popolazione giovanissima, con un livello di disoccupazione molto elevato. In molte zone la povertà è evidente, anche se il Cairo fa impressione per la magnificenza e i tratti della grande capitale. Il suk è poi interessantissimo (costellato di moschee del X-XII secolo). Il Paese è nel pieno di una fase di transizione molto delicata. Speriamo che si stabilizzi, perchè si tratta di un Paese cruciale per gli equilibri nel Mediterraneo e per il nostro futuro.

 

Vergogna e dignità

È in questa immagine, in quella mano che dignitosamente nasconde il volto di un antico pudore, che mi piace scorgere ancora il senso di un’umanità residua, nella notte in cui si celebra il più rivoluzionario degli umani sogni, ospitato in una grotta. Sono la mano e il volto del capo del capo della tribù Kayapo, un attimo dopo aver ricevuto la notizia peggiore della sua vita: Dilma, il nuovo presidente del Brasile, ha dato l’approvazione per costruire un grande impianto idroelettrico (il terzo più grande del mondo) di fatto condannando a morte 400.000 ettari di foresta, col suo habitat naturale e le sue innumerevoli specie viventi, e con essa all’ennesimo esodo forzoso oltre 40.000 indiani nativi.
Quella mano, e quel volto, sono l’icona di una civiltà, la nostra, che invece di gareggiare nella penosa contesa delle radici, dovrebbe ammettere di aver perso, forse per sempre, la sua scommessa di rendere il mondo un luogo migliore, più giusto. Perché a quella scommessa, duole dirlo, né Atene né Gerusalemme, né l’uomo della grotta né quello di Delfi hanno saputo dare compimento. È lo stesso amore per il vero, da noi orgogliosamente cercato e rivendicato, anche in questo piccolo spazio, che ci impone di riconoscerlo.
Buone festività a tutti i nostri amici in sophia.

Pinocchio, Cuore e l’arretratezza italiana

Nel Domenicale del Sole 24 ore del 9 dicembre scorso, sotto il titolo “Un’etica per l’Italia”, si da notizia della pubblicazione nell’edizione nazionale delle Opere di Collodi delle Avventure di Pinocchio. Corrado Augias, in relazione ad una lettera sullo spirito civico italiano inviata da un lettore di Repubblica il 13 dicembre scorso, risponde indicando come esempio da seguire il romanzo Cuore di De Amicis.
Fatto salvo il grandissimo valore editoriale, letterario e storico di quelle due opere, che tra l’altro hanno hanno avuto il merito di avvicinare migliaia di persone alla lettura concorrendo in modo decisivo alla costruzione dell’identità nazionale, il problema (come spesso in quasi tutti i problemi e le ambiguità italiane) è che Pinocchio e Cuore sono state le espressioni più insidiose della nostra arretratezza civile, politica e culturale. Un’arretratezza che coinvolge il modo con il quale la scuola e in generale l’istruzione è percepita nel nostro paese. (continua a leggere)

Fare gli italiani con lo Stato, la scuola e la letteratura “per l’infanzia”

L’identità nazionale italiana e la dottrina dei due popoli.
La letteratura per l’infanzia, nella quale in modo atipico vengono classificati Pinocchio del 1883 e Cuore del 1886, si inquadra nel tema più generale della costruzione dell’identità nazionale italiana. A livello di cultura politica, il processo unitario dello Stato si era caratterizzato per alcuni elementi fondamentali: essere stato un fatto elitario del ceto borghese in cui le classi popolari non hanno sviluppato una propria idea di Stato ma ne sono state sempre subalterne; mancato allargamento della rappresentanza politica; contrapposizione e scontro con la Chiesa cattolica, ovvero la principale e più radicata fonte di legittimazione civile presente in Italia. La prima di queste caratteristiche discende dalla dottrina dei due popoli di stampo positivistico, ripresa e legittimata in particolare, nella seconda metà dell’ottocento, dall’hegelismo napoletano (Verra, Meis, Spaventa). Lo Stato etico è portatore di una visione superiore a quella della società civile e lo Stato si fonda sul principio oligarchico. Nasce la visione autoritaria e pedagogica: i ceti popolari sono come dei bambini ed il primo compito dello Stato non è istruire bensì educare attraverso la trasmissione di valori morali imposti dall’alto. Il ceto popolare non può per principio ambire a responsabilità politiche: le plebi devono solo sfuggire all’abbrutimento a cui sono destinate ma non a porre richieste di rappresentanza e di emancipazione nei confronti di un ceto borghese, quello italiano, profondamente diverso, in senso reazionario e decisamente avverso allo sviluppo delle libertà, da quello europeo. La teoria dei due popoli, che separa le classi colte da quelle popolari, è la cifra decisiva della costruzione dell’identità civile e politica italiana. In questo modo il modello religioso della Chiesa cattolica, fondato sulla distinzione tra preti e laici, viene sostanzialmente reintrodotto nello Stato: l’anticlericalismo viene di fatto utilizzato per l’elaborazione di un nuovo clericalismo laico. I ceti popolari, come dirà Crispi, sono “pupille” e si guarda ad esse come a delle fanciulle da educare e da riscattare. In tal modo si è ben lungi dal considerarle come interlocutrici alla pari: la cittadinanza è debole, continuamente sorvegliata, e la democrazia, intesa come uguaglianza di dignità e opportunità, inesistente. La cittadinanza debole dei ceti popolari, a sua volta, non si riconoscerà mai nello Stato visto sempre con il volto della forza pubblica, della coscrizione obbligatoria, della scuola paternalistica.

La scuola italiana e la figura del maestro.
Dalla teoria dei due popoli discende una precisa progettualità scolastica e culturale che si struttura nelle varie riforme che hanno caratterizzato la storia italiana fino ad oggi. L’educazione dei ceti popolari farà leva sui sensi e la fantasia insieme ai necessari doveri morali; l’educazione della borghesia sulla razionalità e sul modello dialettico hegeliano natura-filosofia-religione. Da ciò discende, nel primo caso, una scuola elementare imperniata sullo scrivere, leggere e far di conto; nel secondo caso, una scuola liceale elitaria fondata sulla cultura classica. Figura fondamentale, vero e proprio anello di congiunzione tra queste due classi sociali, è il maestro. Egli, come si legge nei Programmi del 1888, è l’esecutore della disciplina scolastica intesa come strumento più poderoso per educare gli allievi ai propri doveri. La sua figura deve essere esemplare in modo da infondere in tutte le occasioni i valori della concordia, della laboriosità e dell’onestà educando al senso di cittadinanza. A fronte di questo ruolo, il maestro non ha diritto di voto e la sua condizione economico sociale è poco più di quella di un reietto. In questo senso lo stesso De Amicis scrisse delle pagine esemplari in un’altra opera, Il romanzo di un maestro del 1890, rimasta purtroppo oscurata dal successo dell’opera maggiore di quattro anni prima. Nel romanzo di un maestro è descritta, attingendo a fonti giornalistiche, ministeriali ed epistolari, la condizione di miseria e le umiliazioni alle quali sono spesso esposti i maestri elementari, da sempre mal pagati e oggetto dei soprusi di preti, sindaci e autorità ministeriali. I numerosi ritratti fatti da De Amicis sono illuminanti della reale condizione dei maestri e delle maestre. La svalutazione professionale dell’insegnante elementare era avvenuta già con la legge Casati del 1859 la quale aveva abolito l’equiparazione con gli insegnanti di scuola secondaria e lo aveva ridotto a semplice esecutore di direttive ministeriali. La legge, pensata per la realtà piemontese-sabauda, venne estesa al territorio italiano ed applicata attraverso circolari configurando così uno dei peccati d’origine della scuola (e di tutto lo Stato italiano): la preminenza del diritto amministrativo sul diritto pubblico.  Come scrisse Gaetano Mosca in quegli anni, molto spesso in Italia l’insegnamento è svolto da persone che ripiegano sulla scuola dopo i propri fallimenti professionali. Curioso allora notare come la scelta di fare l’insegnante sia ben lungi dall’essere quella scelta vocazionale che la retorica ufficiale utilizza per esaltare la professione.

La letteratura per l’infanzia.
Uno degli strumenti più efficaci nella formazione dell’identità nazionale è la letteratura per l’infanzia. Da un punto di vista storico essa si sviluppa in Italia sulla scia di un testo del 1859 che ebbe grande successo in Inghilterra, Self help di Samuel Smiles, il quale diede vita al cosiddetto “filone lavorista”. Pubblicato in Italia nel 1865 con il titolo Chi si aiuta, Dio l’aiuta, il libro ebbe una fortuna enorme arrivando a ben 55 edizioni. La traduzione è però interamente adattata alla cultura paternalistica italiana. Se nella società inglese ed europea il self help è sinonimo di realizzazione sociale e prevede la mobilità delle classi fondata sul merito, strutturandosi sulle qualità individuali che ad essa sono imprescindibili, molto diverso è il caso del lavorismo italiano. In questo caso infatti l’ideale dell’ascesa sociale si infrange su un sistema ostile che la giudica come “rampantismo” ed “arrivismo”: il lavoro ha il solo significato di strumento per conseguire una certa agiatezza personale attraverso l’ottenimento di una posizione di privilegio. Al contrario, il lavoro non è mai strumento di crescita civile e sociale: il passaggio dall’una all’altra classe, se e quando avviene, si ha sempre e solo sotto forma di cooptazione, mai sotto l’egida dell’autonomo sviluppo delle capacità individuali. Il “lavorismo” italiano finisce così per legittimare le differenze sociali e partorisce una vera e propria fascinazione per chi comanda: nasce il mito dell’emulazione delle classi agiate da parte delle classi popolari che altro non è se non il mantenimento nascosto delle differenze sociali. Continua a mancare quella mentalità in base alla quale, anche in presenza di differenze economiche e reddituali, i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Lo spirito della democrazia è ancora alieno alla nostra cultura.
I romanzi di Collodi e De Amicis hanno anch’essi un successo clamoroso con Cuore che vende più di un milione di libri. Non può sfuggire l’osservazione per cui i due libri italiani di maggior successo sono libri per bambini ad uso degli adulti. Non si esce dall’ottica dei due popoli: ci si rivolge ai maggiorenni con gli stessi modi usati verso i minorenni. Se poi le due opere contengano messaggi esoterici, come una certa parte dei critici sembra avallare facendo leva sulle personali attitudini illuministiche degli autori, si tratta di un altro discorso. Troppo forte è l’uso che le stesse autorità politiche hanno fatto dei romanzi in questione. Pinocchio, con le figure stereotipate della fatina, dei cattivi, dell’orco buono, insiste sulla dimensione della disciplina, delle regole, del perbenismo (con il quale si chiude il romanzo stesso: “come ora son contento di esser diventato un ragazzino per bene!”). Cuore, propone di fatto un’idea di cittadinanza a due velocità: da una parte la classe elitaria della buona borghesia, dall’altra la massa indistinta delle classi popolari che spesso si sacrifica per la prima. E’ vero che Cuore soppianta l’educazione religiosa. Ma lo fa in nome di valori sentimentalistici e moralistici che ripropongono i medesimi schemi di quelli religiosi. Il diario di Enrico Bottini, sul quale si sviluppa il romanzo di De Amicis, è lo strumento con il quale viene veicolata nella scuola e nel Paese una precisa idea della cittadinanza: i buoni sentimenti al servizio della conservazione sociale; i personaggi che incarnano veri e propri idealtipi della nostra società, la povertà dignitosa, l’irrilevanza del merito, il perbenismo, il paternalismo. Il tutto avvolto dalla fatalità e dalla rassegnazione. Cuore, nonostante i suoi indiscussi meriti, ha in realtà instillato un vero e proprio veleno nelle giovani generazioni. Non a caso esso fu ripreso ed esaltato dallo stesso fascismo e poi dalla Democrazia cristiana nei primi quarant’anni della nostra repubblica. Indicarlo oggi come esempio di civismo significa mancare ancora una volta l’appuntamento con la crescita libera e responsabile degli italiani.

Questo articolo è frutto della selezione e della rielaborazione di appunti personali presi in un corso di storia della pedagogia dal titolo “Scuola e costruzione dell’identità nazionale in Italia dall’Unità all’età crispina” tenuto dal prof. Roberto Sani all’Università di Macerata nell’anno accademico 2007/2008.