La commissione Grandi Rischi non è scienza

Ammetto che ho dovuto far decantare qualche giorno questo articolo. Ho voluto aspettare qualche tempo prima di dire la mia, semplicemente perché ho letto su giornali, quotidiani e siti internet, ma soprattutto ascoltato in tv, cose aberranti rispetto alla sentenza contro la commissione Grandi Rischi per i fatti dell’aprile del 2009 a L’Aquila. (Uno dei pochi casi contrari è questo splendido e lucido articolo dell’astrofisico Amedeo Balbi.) Non voglio parlare della sentenza, né dei fatti politici che girano intorno a tale questione. Piuttosto vorrei rispondere a molte persone che hanno considerato, e considerano, scientifica una commissione Grandi Rischi; considerando per di più scientifico il suo operare.

Mi spiego.

Non sono io a dover dare la definizione, generale, di scienza. Sebbene credo vi sia bisogno di indicare dei limiti entro i quali poter dire che stiamo parlando di scienza, o di fandonie. Rifacendoci, in un certo modo, alla nozione che Karl Popper ha dato di scienza nel suo Logica della scoperta scientifica, intendiamo la scienza sì come una serie di conoscenze corroborate nella realtà fisica, acquisite mediante un rigoroso metodo di ricerca che ha portato una certa teoria ad escluderne un’altra precedentemente accettata. Ma ciò non significa, che tale teoria (o legge) sia immutabilmente la Verità. Ci dice Popper che queste teorie sono delle palafitte in mezzo al mare, burrascoso. È ora di smetterla di pensare alla scienza come un sistema di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte. “Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità” (Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, 1998, p. 311) E continua Popper, non è affatto plausibile pensare che la scienza accumulando esperienze e dati possa avvicinarsi ad uno stato definitivo. Essa è in continuo mutamento.

Detto ciò credo sia necessario capire che: non possiamo chiedere ad una “commissione” di prevedere dei fenomeni fisici. In primo luogo perché certe cose sono incalcolabili (come la probabilità che ora un fulmine colpisca il palo della luce di fronte alla mia finestra, è incalcolabile), in secondo luogo la scienza non può dare dati esatti su eventi futuri. La scienza, al massimo, può calcolare e delineare ciò che è già accaduto nel passato, e non ciò che dovrà accadere. Questo è il mestiere dei maghi, dei truffatori alla Wanna Marchi.

Io mi chiedo, e nessuno ha fatto questa domanda (anzi tutti a dire che questa era una sentenza alla scienza): come è possibile che importanti scienziati abbiano sposato la causa di una commissione Grandi Rischi? Come è possibile che un fisico che abbia studiato una vita, e si sia dedicato alla scienza possa far parte di una assurdità come la commissione Grandi Rischi?

La scienza non ci dà la verità, e gli strumenti per definire ogni cosa del futuro. La scienza è altro. Non è calcolo probabilistico, esso si affida al caso, alle cause esterne, a ciò che è incontrollabile per noi.

Ancora una volta ci viene incontro la filosofia. All’inizio del suo manuale, lo stoico Epitteto scrive che vi sono due tipi di cose, eventi, fatti, nel mondo: quelli in nostro possesso, e quelli non in nostro possesso. I secondi sono, ad esempio, i terremoti, i fulmini, le raffiche a 180 Km/h di vento. I primi sono: la prevenzione nella costruzione delle case antisismiche. La scienza può aiutarci a prevenire i mali futuri. Non a prevedere.

Una vita filosofica è diversa

Una delle domande più ricorrenti in questo sito, e nelle discussioni – ben più ampie – a margine dei nostri ritiri filosofici (a tal proposito, è già stato definito RF8, il nuovo ritiro che si terrà a dicembre), è quella intorno al ruolo della filosofia, oggi. Ossia ci si domanda cosa, in un periodo storico come questo, la filosofia deve proporre e come si deve porre nell’ambito della cultura odierna. Il rapporto fra la filosofia contemporanea (nel senso che accade contemporaneamente ad un periodo storico) e i mutamenti storici che si hanno nel frattempo, è un argomento trattato già da molti filosofi, e a noi non interessa, qui, farne una nuova interpretazione. Piuttosto ci interessa provare a capire, e a proporre, come la filosofia possa ancora svolgere un ruolo da protagonista tra le varie scienze che ogni giorno vorrebbero acquistare una credibilità maggiore.

È fuor di dubbio che il panorama filosofico italiano, oggi, è assai scadente. La pop-filosofia tanto in voga nel Belpaese non è certo filosofia. Anzi. Però non ci si può appiattire su tale giudizio, condivisibile o meno. C’è bisogno di domandarsi perché nei dibattiti culturali, “politici” e di più ampio respiro, la filosofia occupi un ruolo molto marginale, quando invece – facendo fede alla definizione aristotelica di filosofia – ella sia il cardine di ogni scienza. Mi spiego. La filosofia è l’unica scienza (se così si può chiamare) che ha un proprio statuto epistemologico. Essa non ha bisogno di fare riferimento ad altre conoscenze estranee a sé per fondarsi. La filosofia mentre si fa, si fonda. E ciò dovrebbe già bastare per renderla la scienza prima.

Ma ciò non basta, perché nel sentire comune si è diffusa un cliché odioso e falso, nei confronti della filosofia, che però ha delle concordanze con alcuni periodi della filosofia. Sto parlando dell’idea che la filosofia non possa essere di aiuto e di ausilio alla risoluzione di problemi pratici e concreti, perché si è distaccata (soprattutto in età moderna) completamente dalla sua condizione originaria. La condizione originaria era quella nella quale, i Greci ed i Romani, quindi gli antichi, la filosofia e la vita facevano parte dello stesso orizzonte. Fare filosofia significava modificare la propria esistenza, renderla migliore, innalzarla alla verità, affrontare e risolvere i problemi grazie al lume della ragione. Anche la metafisica era in connessione con l’esistenza, con la vita. Perché fondava ontologicamente il nostro essere qui.

I tecnicismi moderni hanno sfrondato questa caratteristica umana e vitale della filosofia antica, che ora è sempre più appiattita su dibattiti sterili. Solo una parte dell’esistenzialismo ha avuto fortuna su questo campo, ma mediante una ben poco valida analisi speculativa che lo ha portato ad infrangersi davanti ad aporie ben più grandi dei tentativi di soluzione.

Hanno, in questo modo, sempre avuto un terreno fertile le superstizioni e le religioni, che sono risolutive e salvifiche, nei confronti delle vite. E nel ‘900 le grandi fortune sono state delle ideologie, che altro non sono che religioni della politica, come ha scritto Emilio Gentile.

Finché non si farà capire agli studenti dei licei, ai commentatori politici, agli economisti (figli di una pseudo-scienza oramai evidentemente fallita), ai tuttologi e oltre, che la filosofia non è un racconto vano e futile di cose che non stanno né in cielo né in terra, ma al contrario un discorso ben radicato qui sulla terra, in mezzo alla nostra vita e ai problemi reali, essa sarà dimenticata. Dimenticare la filosofia significa perdere la strada maestra della conoscenza. Colei che interroga tutto, che investiga intorno alle cose del mondo, alla ricerca del vero, in modo da proporre come verità solo ciò che è chiaro e distinto. Non ci serve niente di più, a noi umani.

 

La necessità della diversità

Sempre più spesso troviamo nei giornali, nei libri, nei “dibattiti” politico-culturali, le parole pluralità, pluralismo, multiculturalità, interculturalità, etc, etc.

Ebbene la maggior parte di chi ne parla, non me ne voglia nessuno, non ha mai veramente pensato a cosa sia tale necessità. Alludo alla necessità che culture diverse, ambienti sociali lontani, ma che condividono lo stesso territorio, vengano a sintesi, e trovino una posizione in cui convivere senza lasciare sul campo tensioni di alcun genere, che sarebbero (e sono) solo dannose. Mi sembra chiaro che tale necessità sia stata affrontata, storicamente, ed in modo sterile, solo da parte di qualche confessione religiosa che – proteggendo a spada tratta le proprie posizioni dogmatiche – voleva, allo stesso tempo, allargare l’orizzonte del dialogo alle altre culture, alle altre credenze, religioni.

Aria fritta. Mai se n’è venuto a capo. Una evidente lotta fra ciechi.

Recandosi in una capitale europea qualsiasi, anche Roma, si può chiaramente vedere come siano presenti diverse etnie che non sono autoctone del paese in cui, ora, vivono. Questo è il dato: le culture si sono mescolate in un territorio condiviso, ed esse non hanno mai cercato – né da una parte né dall’altra – di trovare un sostrato unico, universale, sul quale accordarsi e sul quale legittimare la propria diversità.

Perché vi sia dialogo fra culture differenti è ovvio che sia necessaria una zona in cui le varie culture si identificano tutte, un universale. La filosofia, come spesso accade, secondo chi scrive, può rispondere a questa problematica.

Se definiamo una cultura come un sistema di credenze e pratiche che vanno ad identificare i propri appartenentianche in relazione alla storia che quel sistema ha avuto nel corso dei secoli, e che – a sua volta – lo ha forgiato; dobbiamo ammettere che vi sono due fattori comuni a tutte le culture. Tutti hanno vissuto una storia che li ha cambiati, e tutte le culture hanno a che fare con l’uomo in quanto tale.

Prendiamo in esame il secondo fattore (il primo lo lasciamo, momentaneamente, perché troppo vasto e oltre i limiti delle nostre possibilità). Il fatto che ogni cultura è cultura perché ha a che fare con l’uomo, è una cosa fondamentale da riscoprire. Perché in ogni parte del mondo, e non solo in Occidente, l’uomo ha avuto una primordiale paura da sconfiggere: quella della morte. Egli ha sconfitto tale paura con vari rimedi: Severino dice che la Filosofia è stato il grande rimedio teoretico alla paura della morte (al terrore, il thaumazein); Hobbes ha scritto che il rimedio alla paura della morte, nelle masse, fu quello di affidare parte delle proprie libertà ad uno stato che controllasse l’ordine pubblico; Giordano Bruno disse che la paura della morte era alla base di ogni superstizione, e con lui molti altri.

Ecco, lascio al lettore un abbozzo di conclusione, che ognuno possa poi completare o smontare completamente. E se la diversità delle culture fosse una necessità? Nel senso che ogni cultura è necessaria per se stessa e per chi ne fa parte, ma è necessaria anche alle altre culture che riconoscendosi come altro si riconoscono per se stesse.

Secondo chi scrive è necessario che vi siano diversità culturali. Esse sono l’espressione della paura umana, sono il tentativo del rimedio, ma ciò non può giustificare le assurde barricate fra noi l’altro. Questa paura umana, questo essere uomini in origine, ci dovrebbe aiutare a trovare un punto in comune su cui intavolare un dibattito. Ma è necessario che chi si metta al tavolo faccia una cosa: abbandoni i dogmi e accenda la luce della ragione.

Tutti gli argomenti a difesa della libertà di pensiero

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a diversi casi che hanno riportato in primo piano il problema della libertà di pensiero e di espressione. La reazione violentissima contro le vignette satiriche su Maometto che ha portato all’uccisione di un ambasciatore americano; la sentenza di condanna al carcere per reato di diffamazione nei confronti del giornalista Sallusti; la querela di un noto scrittore, Carofiglio, contro un critico che si era permesso di scrivere delle valutazioni negative sulle sue qualità letterarie sul proprio profilo Facebook. Casi diversissimi tra loro che meritano di essere discussi e analizzati soprattutto su un sito, come il nostro, che vuole fare filosofia non solo in ambito teoretico ma anche in quello pratico.

La libertà di pensiero è il grande principio posto a fondamento della nostra civiltà occidentale. Come ci insegna il nostro amico Spinoza, si tratta della libertà prima ed irrinunciabile e che, allo stesso tempo, è anche quella più facilmente e nascostamente manipolabile. Cardine posto a fondamento del Trattato teologico politico, la libertà di pensiero non è mai scontata ed è nostro compito capire quali sono oggi i pericoli che essa corre. Gianluca e poi Mauro hanno già scritto alcuni contributi in merito. Con questo articolo vorremmo aprire uno spazio aperto per tutti gli argomenti razionali a difesa del diritto di espressione e di opinione.

Cominciamo dalle vignette satiriche su Maometto. A questo proposito segnalo un intervento apparso sulla rubrica Opinionator del New York Times dal titolo: “Cosa c’è di sbagliato nella blasfemia?” di Andrew F. March, professore di scienze politiche alla Yale University. Come dice il titolo, l’articolo si concentra sul tema della cosiddetta blasfemia indicata implicitamente come generica critica del sacro (senza però darne definizione e questo costituisce un grave limite dell’articolo). Il prof. March inizia con l’elenco di tre premesse da cui svolgere l’intera argomentazione:

  1. gli esseri umani hanno un fortissimo interesse nel sentirsi liberi di esprimersi;
  2. il sacro è un oggetto proveniente da una costruzione umana e quindi il fatto che qualcosa sia chiamata sacra è insufficiente in se stessa per spiegare perché tutti gli esseri umani debbano rispettarla;
  3. il rispetto si dà alle persone ma non a qualsiasi cosa esse venerino, anche se alcune persone non distinguono questa differenza.

A partire da queste premesse l’autore confuta sei argomenti che giustificano la soppressione o la limitazione della libertà di espressione nei confronti delle religioni:

  1. La blasfemia trasgredisce un limite e vìola il sacro. Di fronte a questa frase, l’autore risponde con una domanda: quale ragione si dà ad altre persone di non violare il sacro se esse non sono d’accordo che x o y è sacra o ha qualche valore? Risposta: nessuna ragione.
  2. Dovremmo rispettare qualsiasi cosa le persone considerano come sacro o trattano come qualcosa di religioso. Certamente il fatto che qualcuno chiama sacro qualcosa mi deve dare l’occasione per pensare bene a quello che sto dicendo. C’è tuttavia un problema fondamentale di cui tener conto:  il fatto cioè che ammettere un principio simile fornirebbe un diritto di veto ad altre persone che possono dichiarare sacro ciò che io non ritengo tale;
  3. La gente è profondamente scossa dalle violazioni al sacro o agli oggetti nei quali c’è un forte investimento emotivo.  Si tratta di un argomento che ha la sua rilevanza. Tuttavia la sofferenza non può spiegare da sola la totalità delle nostre relazioni morali. La gente soffre per una varietà di cose diverse e non può essere invocata per restringere la libertà di espressione.
  4. La blasfemia è pericolosa. Il grande Hobbes giunse a dichiarare gli insulti come una violazione del diritto naturale, anche prima del contratto sociale. Egli non sarebbe stato sorpreso dalla reazione ai cartoni animati danesi: ogni segno di odio e disprezzo è più generativo di lotte e contese di ogni altra cosa, così che gli uomini preferiscono perdere le loro vite piuttosto che soffrire un insulto. In tal modo il fatto che una parola offensiva contribuisca ad uno scoppio di violenza è una buona ragione per non pronunciarla, spesso una ragione sufficiente. Il problema è: che tipo di ragione? Se pensiamo infatti che le nostre parole siano ragionevoli e che non intendano provocare, e nonostante ciò ci autocensuriamo, noi agiamo in nome della prudenza o della paura, trattando l’altro come irrazionale. Gli esseri umani non sono forse capaci di stabilire relazioni migliori di quelle fondate sulla paura reciproca?
  5. La blasfemia è un discorso che copre sentimenti d’odio. Certamente ciò è avvenuto ed avviene tuttora. Ma questo non significa che tutti i discorsi sui musulmani siano discorsi che mascherano sentimenti d’odio.
  6. La blasfemia rompe l’armonia sociale. Si tratta di un argomento diverso da quello delle pericolosità della blasfemia. Prendiamo l’esempio della satira protestante circa i vescovi cattolici che mangiano i bambini. Lì si tratta di un assalto ben più pericoloso di un attacco alle istituzioni cattoliche in quanto prende di mira i cattolici non come credenti ma come persone.

L’articolo si sforza poi di trovare degli elementi di appeasement con il mondo religioso sulla base di generiche obbligazioni di carattere sociale e politico. In questo caso però le argomentazioni non convincono soprattutto perché esse sembrerebbero rimettere in campo le affermazioni 2. e 3. che invece sono state confutate.

Riguardo al caso Sallusti la cosa è apparentemente più complicata. Qui non siamo in presenza di un reato di opinione ma di un reato di diffamazione, cioè di un deliberato tentativo di gettare discredito su altre persone affermando il falso. Non esiste un diritto d’opinione alla calunnia e quindi la sentenza contro il direttore del Giornale è giusta.
Le ragioni sono diverse. Prima di tutto perché chi ha scritto quell’articolo, contenente informazioni e fatti non veri, conosceva la legge e sapeva bene (a meno che non si voglia  presupporre nell’estensore dell’articolo un atteggiamento di sfacciata quanto poi ingenua impunità) a cosa andava incontro. La realtà è che il caso Sallusti non si sarebbe creato in un Paese sano che rispetta le leggi nella certezza della loro applicazione e dove la libertà di pensiero è scambio di idee anziché materia per attacchi personali. Chi, animato da spirito di ricerca della verità, avrebbe scritto un articolo del genere? La risposta è evidente: nessuno.
L’articolo incriminato poi non solo conteneva informazioni non veritiere, ma si caratterizzava per la violenza dei toni e delle parole: come è possibile, in nome della difesa del diritto alla vita, invocare apertamente la pena di morte? Tutto si può dire meno che quello scritto contenesse delle opinioni dette con animo semplice e senza ira e che invece sia stato scritto, come diceva Spinoza, «per accusare il magistrato di iniquità e renderlo odioso al volgo» (TTP XX, 7). Propriamente dunque il contenuto di quell’articolo  non rientra nel campo delle opinioni ma piuttosto delle opinioni sediziose che, in quanto tali, non possono essere permesse in un ordinamento che voglia dirsi democratico.

Vorrei segnalare infine un recentissimo articolo apparso sulla medesima rubrica del New York Times, nella quale si evidenzia, facendo riferimento ad un articolo apparso su Filosofie magazine, come l’Islam abbia causato indirettamente, in Olanda, un grande ritorno della filosofia sulla scena pubblica. Molti caffé e locali pubblici tengono regolari letture e discussioni e i libri di filosofia diventano regolarmente dei best-seller. Domande quali Che cos’è l’illuminismo?  Quali sono i valori dell’Occidente? La democrazia è antitetica alla religione? ecc. stanno riguadagnando la scena pubblica. Ogni commento sul legame di questa nazione con Spinoza è ovviamente superfluo.

La terribile lotta fra bene e male

In un passo splendido di Genealogia della morale Nietzsche afferma che «I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni». Ed è innegabile come si sia ancora prolungata questa lotta, che ancora oggi – ahimé – genera morti. In ogni TG veniamo a conoscenza di lotte e rivendicazioni religiose nei confronti di un oltraggio ad un dogma.
Partendo da questo spunto di cronaca vorrei porre una riflessione più generale: qual è il limite oltre il quale non si può e non si deve oltrepassare l’imposizione, ferma ed immobile, di un dogma? O meglio, a mio avviso, vi è un limite alla libertà di parola e d’espressione? Il dogma può essere il limite alla libertà più preziosa che la società civile e politica ci ha riconosciuto? Possiamo permettere che un dogma (qualcosa di inspiegabile, oggetto di fede e non di ragione, qualcosa di non migliorabile, ma una verità che non possiamo interrogare, quindi una non-verità!) detti le regole della civiltà?

Tutto ciò, ovviamente, contiene una premessa che è bene ricordare: qualsiasi oltraggio ad una differenza culturale, etnica, religiosa, politica e antropologica è cosa da condannare e che anzi eccede la libertà di espressione.
Sì: perché libertà d’espressione non significa avere la possibilità di dire tutto, anche calpestando i sentimenti di intere culture, anche religiose. La libertà di pensiero e di parola sono la manifestazione più autentica della razionalità. E la razionalità non pone limiti inspiegabili. La razionalità vuole la ricerca, non il dogma, che intende dirci – a priori – cosa è bene e cosa è male.
Come ha detto Emanuele Severino alla conferenza del 15 settembre 2012, tenutasi a Modena al FestivalFilosofia: «ogni fede, in contrasto con altre, genera inevitabilmente una guerra». [A breve pubblicheremo un riassunto della sua lectio magistralis]

“Short-termism”: una nuova sindrome, ma da curare all’antica

Sfogliando l’ampio inserto culturale con cui il quotidiano La Repubblica arricchisce il proprio numero domenicale, mi sono imbattuto in un articolo molto interessante, dal titolo: “Il Brevismo” di Stefano Bartezzaghi, sul quale potrebbe rivelarsi interessante riflettere insieme. “Nel lungo periodo siamo tutti morti”, inizia con questa citazione di J. M. Keynes l’articolo in questione, che pone prepotentemente l’accento, come suggerisce in maniera piuttosto eloquente il titolo stesso, sulla “sindrome da breve termine” che attraverso le parole dell’autore viene meglio definita come: “Ansia dell’esito, impazienza dell’evidenza, pretesa dell’immediata verifica”.
Scorrendo rapidamente e con una certa piacevolezza le diverse colonne di questo articolo, s’accresce sempre di più un vago senso di sconfitta. Sì, è proprio questa la parola più adatta a mio avviso, sconfitta, perché riga dopo riga preme sempre più forte la convinzione che, per quanta attenzione sia stata prestata, anche noi siamo caduti vittime del celebre aforisma di Seneca: “Il tempo a nostra disposizione non è poco, è che ne sprechiamo molto”. E, seppur indirettamente, anche l’autore sembra essere d’accordo con me nell’affermare che ogni giorno siamo circondati e immersi in migliaia di gare di velocità, dalle palestre, alla connessione internet , alla dieta, tutto ci viene promesso all’insegna di un “tutto e subito” che ha sostituito la rapidità allo status di valore, senza considerare che questa degenera sempre più facilmente in fretta, che com’è noto, è una cattiva consigliera.
E proprio quest’ultima si sta rivelando decisiva anche nel panorama economico contemporaneo, in cui l’economia reale è sempre più vittima di giochi e speculazioni finanziarie, la cui unica regola consiste in un saldo positivo al prossimo rendiconto trimestrale, in barba a tutte le nostre speculazioni filosofiche su come poter apprendere giorno per giorno a vivere virtuosamente. Per questo risulta difficile non essere d’accordo con l’autore quando afferma: “Di un eventuale mondo fatto (esclusivamente) di tweet, birrette, trafiletti e sveltine a preoccupare non è il decremento in termini di estetica ed edonismo (che pure): a preoccupare è l’affano”.
Di fronte a simili affermazioni risulta pressoché impossibile resistere alla tentazione di riprendere in mano le lezioni dei grandi maestri classici e di brandire le loro opere come delle spade con le quali recidere ogni legame ideologico con la nostra contemporaneità. Con questa parole non voglio mettermi alla testa di una crociata votata allo sterminio dell’immenso patrimonio tecnologico e scientifico raggiunto dall’umanità nei secoli, ma ad accondiscendere rassegnato al famoso “ormai i tempi sono cambiati” e mescolarmi nella dilagante mediocrità non ci sto. “Se il maestro diceva: Non è mai troppo tardi. Gli allievi rispondono: Non è mai abbastanza presto”, scrive l’autore, affermando in seguito come l’essenza del brevismo sia una petizione di principio: “Qualsiasi cosa, per definizione, può essere più veloce e costare di meno o rendere di più”; a questo punto però risulta evidente che la velocità è stata tramutata in fretta, la quantità è divenuta qualità e il meglio si è rovesciato in peggio. Che ne è dell’otium tanto caro ai latini? Che ne è degli insegnamenti de Il sabato del villaggio di Leopardi? Possibile che sia stato tutto rinnegato? Possibile che più di duemila anni di cultura possano venir dimenticati così? O forse, come sostiene Bartezzaghi, tutto questo non è affatto casuale? Se sono queste le sue parole: “Gli automobilisti più veloci sono quelli che fanno a meno del codice della strada: allo stesso modo, il brevismo fa a meno della cultura”, chi potrebbe astenersi dall’invocare a gran voce la venuta di Zarathustra affinché possa scuotere questo mondo col suo vento gagliardo? Ancora una volta la risposta a questo nuovo male, sembra risiedere nell’appassionata lentezza dello studio degli antichi, che oggi più che mai sembrano sfuggire agilmente alle trame del nome che li identifica e li vorrebbe come “roba per tempi andati”; le malattie dell’uomo s’aggiornano coi tempi, le cure dello spirito invece, resistono immutabili, inattaccabili, eterne.

 

La filosofia e la verità vivente

Anche quest’anno la comunità dei Camaldolesi di Fonte Avellana, sull’onda di un impulso verrebbe da dire “laicizzante” inaugurato sul finire degli anni novanta da Padre Barban, ha ospitato una personalità del panorama culturale italiano capace di tendere ponti non retorici e non stancamente ripetitivi tra il linguaggio della filosofia contemporanea e quello meno ottusamente chiuso in se stesso di certa teologia. Anni fa, per dire, trovai leziose e nel complesso deludenti le riflessioni che venne a proporre il professor Givone intorno al Nulla, suo storico cavallo di battaglia; queste righe vogliono essere invece un modesto tributo a quelle appena ascoltate dal pur meno noto professor Roberto Mancini dell’Università di Macerata, ateneo da cui evidentemente non escono solo inossidabili spinozisti, a noi così cari, ma anche dei pensatori tanto distanti dai nostri “palati” filosofici quanto intellettualmente rigorosi e, tecnicamente, onesti nell’esposizione del proprio pensiero, da meritare credo la nostra attenzione e di sicuro il mio personale interesse. Titolo della settimana di studio e di confronto reciproco condotta da Mancini, tenutasi all’eremo di Fonte Avellana (Ps) dal 19 al 25 agosto 2012, era il seguente: Filosofia e vita. Esperienze della verità vivente: il sogno, la promessa, il dono, il dialogo, la giustizia . Quella che ho ascoltato, purtroppo non integralmente (avendo dovuto per motivi personali anticipare il rientro) è stata una lettura altra (in realtà ben nota…) ma per l’appunto onesta del concetto di Verità. Una Verità multiforme, non confinata negli steccati di un dogma o di un’ideologia ma “vivente”, esperibile, sperimentabile a partire da qualunque approccio, religioso o meno, della propria esistenza. Una Verità che, nell’interpretazione di Mancini, non si esaurisce nello spazio del visibile e soprattutto si presenta con i caratteri indubitabili del dono, e come tale andrebbe riconosciuta ed amata. L’invito, se si vuole la pretesa del corso, era proprio quello di riconoscere alcune forme essenziali di questa esperienza, quali il sogno, la promessa o l’idea sempre rinnovabile di giustizia. Che si chiami Dio o Natura o semplice energia, la Verità ci è davanti e ci si offre, credenti e non, per essere accolta ed arricchita, potenziata, migliorata. Nella convinzione, non retorica, che una vita rinchiusa esclusivamente in un labirinto concettuale, per quanto architettonicamente valido, oppure ostaggio del nichilismo più radicato, non possono che condurre ad esiti disperanti, e quindi sostanzialmente paralizzanti. Mancini non ha avuto timore a sostenere come ad iniettare i frutti perversi di questa malattia dello spirito siano state le due matrici fondanti l’Occidente, così come da noi conosciuto: la filosofia da un lato, esasperando l’atteggiamento razionalista delle origini, il Cristianesimo dall’altro, privilegiando la lettura “sacrificale” a quella liberante e misericordiosa del suo messaggio.
Mancini ci ha proposto la sfida di far passare invece la Verità dal piano logico a quello del consenso, di avere con essa una relazione che ci impegni, una relazione non ortodossa, che superi la tentazione sempre rinascente (e molto democristiana…) della neutralità. Con un’analisi, ripeto, lucida e priva di orpelli accomodanti e catechistici, ha “smontato” le dinamiche antropologiche che hanno finito per imporsi e marcare un vantaggio, a suo avviso solo temporaneamente vincente: l’identità esclusiva, la difesa ossessiva della proprietà, il desiderio (non la volontà…) di potenza e, appunto, la logica del sacrificio, il tutto passando, ad esempio, per una lettura finalmente (almeno per me) chiara e stringente di autori malamente inflazionati come René Girard e Hannah Arendt. Per non dire dei riferimenti, per me anche affettivamente suggestivi, all’uomo planetario di Ernesto Balducci, che con Maurizio abbiamo conosciuto, percorso e assimilato all’alba della nostra genesi intellettuale. E proprio forse come non mi succedeva dai tempi di Balducci, ho per la prima volta (ri)sentito e (ri)conosciuto in Mancini l’eco di un afflato distante ormai anni luce dalla mia sensibilità filosofica, ma credibile, direi quasi fondato, capace di reggersi, senza arroganza o fastidiosi sensi di superiorità, sulle sue sole “gambe”.
Insomma, ho fiutato di nuovo un odore e intravisto uno spazio che pensavo davvero morto e sepolto per sempre, inaccessibile, impercorribile: lo spazio e l’odore di un possibile dialogo, considerato nella sua capacità profonda di schiudere davvero le porte a una umanità diversa, plurale, meno intossicata. Il prof. Mancini valeva il prezzo del biglietto.

Creazionismo: che sia il capolinea?

Pochi giorni fa, mi sono casualmente imbattuto in una notizia che, se dovesse dimostrarsi attendibile, potrebbe modificare dare una svolta decisiva all’annosa questione in merito alla comparsa della vita sulla Terra. È probabilmente superfluo esporre le tesi dei due schieramenti che, di fatto, da sempre si confrontano e si scontrano a proposito di questo evento che rappresenta la radice prima della nostra stessa possibilità di esserci. Volendo trascurare, magari solo preliminarmente, speculazioni a carattere filosofico che, a mio avviso, potrebbero risultare più che sufficienti a risolvere la cosa, non posso fare a meno di citare questa scoperta, la cui portata è direttamente proporzionale al velo con il quale è stata celata. Nel riferirvela, mi appoggio ad uno studio scientifico risalente ormai al 2009 condotto da un’equipe di scienziati di tutto il mondo, ma la cui azione coordinatrice faceva capo a niente meno che la NASA (non si sta parlando quindi di uno studio a tempo perso). I documenti in merito sono ancora molto pochi, tuttavia, la semplice scoperta di questa notizia ha solleticato e non poco la mia fantasia, nella speranza che finalmente la scienza possa dare un’ulteriore – e perché no, ultima- stangata al misticismo dilagante delle religioni. Tutto parte dalla caduta di un piccolissimo meteorite nel deserto Nubiano, circa 600 frammenti del peso approssimativo di 5kg, della cui raccolta si sono occupati 150 studenti dell’Università di Khartoum in Sudan, per poi affidare il tutto al più esperto team della Nasa guidato da Peter Jenniskens (astronomo Nasa dell’Ames Research Center, Moffet Field, California) e dal SETI Institute (Mountain View, California). Dagli studi successivi è emersa la presenza di diversi composti chimici complessi, molecole organiche e soprattutto amminoacidi, che sono la base della vita per come noi la conosciamo. I ricercatori ritengono che gli aminoacidi presenti sul meteorite o siano “arrivati” in seguito ad impatti oppure che si siano formati direttamente da gas intrappolato durante il raffreddamento dell’asteroide successivo a collisioni giganti. Andando oltre tali questioni di carattere principalmente scientifico, resta il fatto che siamo in presenza di una scoperta che potrebbe rivelarsi decisiva: nessuna forza soprannaturale, nessun intervento divino indirizzato ad alterare le leggi spazio-temporali che in precedenza egli stesso aveva creato, nulla di tutto ciò, si tratta di un “semplice” processo chimico, ancora da definire questo è ovvio, ma pur sempre il frutto della necessità e null’altro. Che sia il colpo di grazia per il creazionismo?! Ancora non possiamo dirlo, ma nel frattempo qui potrete accedere direttamente al rapporto fatto dall’equipe della NASA (è in inglese) e approfondire la questione, fiduciosi che prima o poi la razionalità potrà trionfare sul bieco dogmatismo.

Sulla necessità dello studio degli antichi

Il nostro sito reca la scritta “Noi siamo antichi”. A motivo di ciò, ci siamo imposti il compito di segnalare brani o testi che si pronunciano sulla necessità di studiare prima di tutto gli autori greci e latini. Questa volta presentiamo un filosofo, Schopenhauer, la cui dimensione antica deve ancora essere scoperta. Notare la sua condanna ante litteram delle storpiature linguistiche ed intellettuali di cui certi filosofi tedeschi del novecento si resero protagonisti.
«Le opere degli antichi sono la stella polare per ogni aspirazione artistica o letteraria: se la perdete di vista, siete perduti. (…) Uno dei maggiori benefici dello studio degli antichi è che esso ci preserva dalla prolissità, dato che gli antichi si sforzano sempre di scrivere in modo conciso e pregnante, mentre il difetto di quasi tutti i moderni è la prolissità, a cui i modernissimi cercano di rimediare sopprimendo sillabe e lettere. Bisogna quindi proseguire per tutta la vita lo studio degli antichi, sia pure limitando il tempo da dedicarvi. Gli antichi sapevano che non si deve scrivere come si parla, mentre i moderni hanno addirittura l’impudenza di far stampare le lezioni che hanno tenute. Molto opportunamente si dà allo studio degli scrittori dell’antichità il nome di studi umanistici, giacché grazie ad essi lo scolaro ridiventa prima di tutto un uomo, in quanto entra in un mondo che era ancora puro da tutte le smorfie del medioevo e del romanticismo, le quali penetrarono poi così a fondo nell’umanità europea, che ancor oggi ognuno viene al mondo intonacato con esse e deve prima raschiarsele di dosso per ridiventare prima d’ogni altra cosa un uomo. Non pensate che la vostra sapienza moderna possa mai rimpiazzare quell’iniziazione all’essere uomini; voi non siete come i Greci e i Romani, uomini nati liberi, figli ingenui della natura. Voi siete anzitutto figli ed eredi del rozzo medioevo e della sua assurdità, dell’ignominioso inganno pretesco e della cavalleria per metà brutale e per metà fatua (…). Senza la scuola degli antichi la vostra letteratura degenererà in chiacchiera volgare e piatto filisteismo. Per tutte queste ragioni dunque il mio consiglio benintenzionato è che si ponga subito fine ai sopra biasimati intedescamenti».  (Il Mondo come volontà e rappresentazione, II, cap.12)

Il “bilioso” Schopenhauer e l’impudenza nascosta

Lo scorso 13 luglio è apparso un editoriale sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “Una perfetta impudenza” con la tesi in base alla quale in Italia, paese del “tutti innocenti”, ostacolo principale a qualsiasi progresso è l’oblio autoassolutorio e la mancanza di autocritica verso le pratiche di corruzione di cui tutti cittadini si sono resi responsabili a partire dal proprio piccolo. L’articolo iniziava con un riferimento al “bilioso” Schopenhauer (aggettivo utilizzato da Francesco De Sanctis in una sua opera) secondo il quale gli italiani rappresentano l’esempio di una perfetta impudenza.  Il giudizio di Schopenhauer nei confronti dell’Italia, nonostante quella valutazione, in realtà non è mai stato di particolare antipatia (come invece Galli della Loggia ipotizza). In una delle lettere scritte nei due viaggi fatti nel nostro Paese, Schopenhauer osservava che “con l’Italia si vive come con un’amante, oggi in lite furibonda, domani in adorazione: con la Germania invece si vive come con una massaia, senza troppa rabbia e senza troppo amore”. E questo è ancora niente a confronto con il giudizio espresso verso il  suo paese: “disprezzo la nazione tedesca a causa della sua esagerata stupidità e mi vergogno di appartenervi”.

Riguardo al tema del suo articolo, Galli della Loggia non è nuovo nel rimproverare che i mali della politica italiana risiedono prima di tutto e principalmente nel suo corpo sociale. Lo aveva sostenuto anche in altri articoli apparsi sul Corriere della Sera (in particolare “La corruzione e le sue radici“ del 17.02.2010 e  “Qualche domanda all’Italia ipocrita” del 21.02.2010). Quello che fa specie è però il giudizio di un docente universitario, qual è appunto Galli della Loggia, che nell’elenco delle responsabilità non menziona mai l’istituzione alla quale egli stesso appartiene, cioè l’Università. Egli parla dei partiti, dei sindacati, del sistema dell’informazione e poi di tutti gli italiani. Nessuna parola sull’Università, depositaria dell’educazione e della formazione del Paese e della sua classe dirigente. Un’istituzione di cui già dalla fine degli anni ottanta si denunciavano i mali endemici (ricordiamo in particolare le giuste analisi di Raffaele Simone sul Mulino relative al sistema di selezione feudale simile al mandarinato cinese) e di cui, negli anni successivi, è stata scoperta la cattiva gestione a tutti i livelli. Secondo il nostro punto di vista non basta additare sempre le responsabilità degli altri, divenendo così comodamente generici. Dove era il professore ai tempi della spartizione e della distruzione di cui è stata fatta oggetto l’Università italiana? I concorsi truccati, i posti assegnati su base clientelare, le cattedre create ad personam. Senza contare il fatto che, anche dal punto di vista finanziario, guardando i bilanci dei singoli atenei, l’università italiana si è rivelata nel suo complesso fallimentare. L’autocritica dunque si abbia il coraggio di farla a casa propria traendone le giuste conseguenze. Vorremmo poi aggiungere altre cose. Innanzitutto, pur non negando che il problema della corruzione risieda anche nel corpo sociale, vorremmo che si cominciasse a comprendere che si deve pur sempre denunciare partendo dall’alto. E questo in nome del principio realistico espresso da Machiavelli secondo il quale i popoli seguono i costumi di chi li governa (Discorsi III, 29: Che gli peccati de’ popoli nascono dai principi). Nella stessa direzione è giusto ricordare poi che soltanto le leggi fanno buoni gli uomini (Platone, Machiavelli, Spinoza) e che dunque è moralistico (questo sì) additare il popolo come fonte di tutti i mali. In secondo luogo, bisognerà pur dire che i processi mediatici che nel nostro Paese vengono periodicamente indetti contro la classe politica (che Galli della Loggia ha spesso giustamente denunciato) si fanno a motivo del fatto che in Italia non si svolgono i processi veri, quelli di fronte al giudice. Anche in questo caso Machiavelli aiuta: “usasi più questa calunnia dove si usa meno l’accusa, e dove le città sono meno ordinate a riceverle” (Discorsi I, 8): in tal modo il popolo è soddisfatto ed i politici restano impuniti. Infine osserviamo che non è vero, come dice Galli della Loggia, che tutti i cittadini sono responsabili di quanto accaduto. Esistono cittadini, intellettuali e gente comune che, a prezzo di notevoli disagi e di veri costi personali (senza ridursi a quella “minoranza di veri poveri senza diritti” di cui parla il professore), non hanno accettato e non si riducono alle pratiche clientelari e di corruttela vigenti. Nonostante ciò non vanno in piazza, non rompono niente e non fanno vittimismo ma continuano la loro opera lontano dalle luci della ribalta mediatica. Bisognerà prima o poi tenere conto di queste persone se si vuole una reale prospettiva di rinascita del Paese.

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