Religione e morale nella filosofia di Pierre Charron

Pierre Charron1. Religione e filosofia nell’esistenza di Charron

Nato a Parigi nel 1541, Pierre Charron è la massima espressione del passaggio dalla turbolenza dottrinale della «fin de la siècle» alle prime riflessioni moderne sul rapporto tra religione e filosofia. La sua stessa esistenza è caratterizzata da un’eterna disputa tra il dover essere esteriore e l’essere interiore, tra ruolo sociale e spirito critico: da un lato gli studi giuridici a Orléans e a Bourges per diventare dottore in legge e la successiva ascesa sul terreno ecclesiastico da teologo a canonico della Chiesa di Bordeaux; dall’altro l’interesse per la filosofia, nato dagli insegnamenti della Sorbona e maturato in seguito grazie alla conoscenza di Michel de Montaigne.
La fase giuridico-teologica rappresenta il lato pragmatico di Charron: le tecniche persuasive e sofiste dell’avvocato non gli danno soddisfazioni sul piano giurisprudenziale, ma risultano essenziali per la sua carriera religiosa. Charron diventa in breve tempo un predicatore molto richiesto dai vertici del potere e un instancabile difensore del Cattolicesimo.
Nel tribunale in cui si trova a operare Charron si discute sulla vera religione e la parte lesa da difendere è il Cattolicesimo. Come emerge dal suo primo lavoro Les troiz veritez (1593) le arringhe di Charron non si basano sulla Scolastica, bensì sullo scetticismo: se, a causa della sua debolezza e limitazione dello spirito, l’uomo non può «conoscere e comprendere le cose create, finite, naturali, artificiali» di conseguenza fallisce ogni possibilità di comprendere la natura del Creatore.

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RF11 is coming…

Il ritiro estivo di quest’anno, che si svolgerà il 5, 6 e 7 settembre 2014 a Nocera Umbra, avrà ad oggetto Il Mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer. Il Ritiro sarà condotto da Maurizio Morini, attualmente impegnato all’Università di Mainz in un lavoro di ricerca sul testo del filosofo tedesco e da Marco Segala, professore di storia della filosofia all’Università dell’Aquila e chercheur associé al Centre Alexandre Koyré del Centre Nationale de la Recherche Scientifique (Parigi).

Nella pagina dedicata potete trovare tutti i dettagli, che sono in continuo aggiornamento.

Come al solito, dunque, restate sintonizzati!

RF Edizioni 2014

Andrea Cimarelli pubblica con RF Edizioni uno studio dal titolo Metafisica ed eterno ritorno nel pensiero di Nietzsche.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (ma natale è passato, ed un lettore di libri elettronici ormai non si nega a nessuno) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.), dove potrete ammirare l’opera del nostro in tutto il suo splendore.

Laicità e Ragione

In occasione della festa di Sant’Ambrogio, a Milano, come è consuetudine, il cardinale Angelo Scola (arcivescovo di Milano) ha tenuto un discorso assai interessante, toccando dei punti centrali in riferimento alla questione della libertà religiosa e della laicità dello Stato. La tesi del cardinale (oramai avvezzo, a questo tipo di tematiche) prende le mosse da una constatazione, direi, sociologica. Infatti secondo Scola le varie confessioni religiose (non solo una) sono schiacciate, emarginate ed espulse (parole dell’arcivescovo), da parte di una cultura secolarista “che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose”. Ma inoltre, secondo Scola, la neutralità dello Stato in ambito religioso – ovvero ciò che viene comunemente chiamata laicità – non ha portato lo stesso Stato ad una condizione di oggettività e accettazione di tutte le confessioni. Perché dietro a quella neutralità laica viene nascosta una “una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa”.
Le parole sono chiare, inequivocabili. Lo Stato si è celato dietro ad una certa neutralità, per essere, in realtà, uno stato secolare. E ciò va dimostrato. Meno chiare sono le soluzioni che il cardinale intende proporre per ovviare a questo problema, se di problema si tratta. Vale la pena leggere le parole dello stesso Scola, per chiarire la sua soluzione:

Come ovviare a questo grave stato di cose? Ripensando il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. È necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune.
Conviene tuttavia chiedersi: il modo migliore di affrontare questa delicata situazione è rivendicare una liberty of religion delle diverse comunità, chiedendo il rispetto delle “peculiarità” delle loro sensibilità morali minoritarie? Questa sola richiesta, anche se doverosa, rischia di rafforzare sulla scena pubblica l’idea secondo cui l’identità religiosa è fatta di nient’altro che di contenuti ormai desueti, mitologici e folcloristici. È assolutamente necessario che questa giusta rivendicazione si iscriva in un orizzonte propositivo più largo, dotato di una ben articolata gerarchia di elementi.

Al di là del linguaggio al limite del burocratico, insomma, Scola propone che lo Stato ripensi la sua condizione aconfessionalità, intendendo in modo nuovo la libertà religiosa.
Non entrando nel merito italiano, ma rimanendo super partes, ed analizzando – a partire dal discorso di Scola – la questione fra laicità dello Stato e libertà religiosa, vorrei proporre qualche riflessione.
Pensare che una qualsiasi confessione religiosa possa intromettersi nella regolamentazione dello Stato è, a mio avviso, impossibile. Infatti: lo Stato è l’ente che deve permettere ad una società di mantenersi in pace ed unità sotto certi princìpi (la Costituzione, ad esempio) permettendo, così, lo sviluppo e la crescita culturale, economica ed umana, dei propri cittadini. Dai compiti dello Stato (e qui le mie idee si rifanno al grande filosofo inglese del 1600, Thomas Hobbes) esula quello di indirizzare religiosamente gli animi dei cittadini. Lo Stato deve riferire il suo operato alla condizione terrena degli uomini, che all’interno dei confini geografici della propria nazione vivono la propria vita, ed esercitano la loro libertà.
La religione ha un altro compito, quello di – semmai – “salvare” le anime. La religione è un fatto privato, che non può e non deve coincidere con la sfera pubblica.
I dogmi religiosi non possono ostacolare la libertà degli altri membri della società che non posseggono la stessa inclinazione religiosa. Per fare un esempio: non si può privare un cittadino della libertà di applicare su se stesso una dolce morte, o eutanasia, perché una parte, ingerente e numerosa, della società vede come un peccato religioso l’esercizio di tale libertà. E così, per molte altre cose.
Non sto qui dicendo che lo Stato debba, per essere veramente neutrale, permettere tutto. Le regole e le leggi di uno Stato laico (e va sottolineato) guardano al Bene Comune, si indirizzano verso la comunità e la sua pacifica esistenza.
Come già hanno detto in molti, l’autorità statale, giuridica, politica, deve essere posta al primo, ed unico, gradino del mantenimento pacifico della società civile.
Ogni religione, in quanto opinione fondata su dei dogmi, non può intravedere il bene per tutti, perché – essendo credenza – ingloba nelle sue convinzioni solo coloro che aderiscono al suo credo.
L’idea hegeliana che lo Stato e la Religione siano le due facce di una stessa medaglia, e che non c’è Religione se non è religione di Stato, è un’idea che si è introdotta in molte sacche di pensiero. E si è attuata in molti stati, sotto diverse forme.
Ma è una idea obsoleta, che conduce all’immobilismo giuridico, alla limitazione della libertà dovuta ad un atto di fede, che è a sua volta una limitazione della ragione.

(Nell’immagine, uno scorcio di Perugia, città papale …)

Machiavellerie

a cura di Mauro Longo

BENE COMUNE

«Ma se voi noterete il modo di procedere degli uomini, vedrete tutti quelli che a ricchezze grandi e a grande potenza pervengono o con frode o con forza esservi pervenuti; e quelle cose, dipoi, ch’eglino hanno con inganno o con violenza usurpate, per celare la bruttezza dello acquisto, quello sotto falso titolo di guadagno adonestano. E quelli i quali, o per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servitù sempre e nella povertà affliggono; perché i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli e audaci, e di povertà se non i rapaci e frodolenti. Perché Iddio e la natura ha posto tutte le fortune degli uomini loro in mezzo; le quali più alle rapine che alla industria, e alle cattive che alle buone arti sono esposte: di qui nasce che gli uomini mangiono l’uno l’altro, e vanno sempre col peggio chi può meno».
Istorie fiorentine, III, 13.

CRISTIANESIMO

La religione antica, oltre a di questo, non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria come erano capitani di exerciti e principi di republiche. La nostra religione ha glorificato più gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Ha di poi posto il sommo bene nella umiltà, abiettione, e nel dispregio delle cose umane; quell’altra lo poneva nella grandezza dello animo, nella forteza del corpo e in tutte le altre cose apte a fare gli uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che tu abbi in te forteza, vuole che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole e datolo in preda agli uomini scelerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggiendo come l’università degli uomini (per andarne in paradiso) pensa più a sopportare le sue battiture che a vendicarle.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, II, 2, 28-32.

UOMO

Perché gli è uffizio d’uomo buono quel bene che la malignità de’ tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri; acciò che, essendone molti capaci, alcuno di quelli più amato dal cielo possa operarlo.

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, II, Proemio, 24.

Edizioni utilizzate:

  • Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, a cura di Rinaldo Rinaldi, Utet, Torino, 2006.