La decadenza della legge

1.— La legge. 2. I valori. 3. Una definizione. 4.— Altri universi. 4.1. Le fonti del diritto: validità vs effettività. 4.2. La certezza del diritto: i singoli e i molti. 5. La necessità della decadenza. 6. Una conclusione.

1. La legge.

In ambito giuridico, l’epoca moderna si è fondata sull’idea di fattispecie come strumento di previsione di eventi futuri incerti dai quali vien fatta scaturire una conseguenza giuridica. Al momento del suo massimo splendore la fattispecie consentiva di regolare more geometrico i rapporti tra gli uomini, arginando l’imprevedibilità del continuo divenire in cui è immersa l’esperienza umana.

Il tema viene trattato in un articolo del prof. Natalino Irti, apparso nell’ultimo numero della Rivista di diritto processuale, dal titolo La crisi della fattispecie ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 36 e ss.)). A dire di Irti «proprio la tipizzazione semplificatrice permette alla norma di non consumarsi in un singolo giudizio applicativo, ma di prendere in sé un numero indefinito di eventi, riconducendoli, di volta in volta, entro date fattispecie e provvedendoli di precisa nomina iuris. La norma “ha pensato” la realtà in anticipo; il giudice torna a “pensarla”, giovandosi di quel predire originario e misurandolo sul fatto accaduto. Ambedue si collocano nella continuità di un processo di pensiero» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 39.)).
In tale universo concettuale, la legge è lo strumento attraverso il quale si definiscono le fattispecie: l’ordine è definito dal meccanismo che estrapola dalla informe massa dei fatti e degli atti futuri alcuni di essi, cui attribuisce significato attraverso la previsione di conseguenze giuridiche, così innescando serie causali, a loro volta ordinate col medesimo criterio, che si dipanano nel futuro. La legge è uno strumento idoneo ad ordinare il futuro e quindi, in buona sostanza, a regolare il divenire ((Sul diritto positivo come forma della volontà di potenza dell’uomo, che «non riproduce né rispecchia dati della natura esterna, ma istituisce il proprio mondo» si veda ancora N. Irti, Diritto positivo e normatività della tecnica, in Il destino dell’essere. Dialoghi con Emanuele Severino (a cura di D. Spanio), Morcelliana, Brescia, 2014, p. 167 e ss. Ma si veda già N. Irti – E. Severino, Dialoghi su diritto e tecnica, Laterza, Roma-Bari, 2001.)). Si tratta di una strutturazione dell’universo giuridico in termini rigorosamente positivistici, in cui è forte l’eco del pensiero di Hans Kelsen. La chiave di volta del sistema è costituita dal momento di validità: la legge trova forza e fondamento nel meccanismo di formazione della legge, ossia nel complesso delle regole che soprintendono alla sua formazione, il che conferisce all’esperienza giuridica la forza di una razionalità apparentemente del tutto neutrale.

2. I valori.
Il sistema tende ad incrinarsi nel momento in cui alla legge si affiancano e sovrappongono i valori, intesi come principî morali rilevati attraverso meccanismi del tutto diversi rispetto alla rigorosa e pre-ordinata procedura di formazione della legge: «mentre le norme — direi le «vecchie» norme ordinarie e costituzionali — si appagano della «validità», del loro essere emanate secondo le procedure proprie dell’elemento dell’ordinamento considerato, i valori valgono in sé e per sé, non hanno bisogno di altre norme o di tramiti, ma si appoggiano soltanto su se stessi» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 42.)).
Si affievolisce allora, fino a venir meno, il concetto di legge/fattispecie, così come rigorosamente costruito dalla modernità quale metro della valenza giuridica dell’evento futuro, e la legge diviene l’occasione, necessariamente estemporanea, e per questo asistematica ed imprevedibile, per inoculare un valore nell’ordinamento giuridico: «le norme si applicano; i valori si realizzano» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 43.)). La preminenza della legge, pilastro dell’intero universo giuridico moderno, viene minata alla radice ed è irrimediabilmente destinata a sbriciolarsi ((Secondo Irti l’intromissione dei valori nell’alveo dell’esperienza giuridica minerebbe anche il sistema processuale, a causa del venir meno meno dell’obbligo delle parti di fissare causa petendi e petitum: insomma si definirebbe l’esperienza giuridica in maniera del tutto alogica e la tutela giurisdizionale, nel farsi esercizio di valori, non potrà più dirsi, al modo antico consueto, applicazione della legge, limitandosi a rimanere decisione del conflitto.)). Conclude dunque Irti affermando che «il concetto di fattispecie è proprio di società stabili, che permettono e agevolano il calcolo di eventi futuri. Dove codesto calcolo è incerto o insicuro, viene meno l’appoggio probabilistico per la costruzione delle fattispecie normative» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 44.)).
La preoccupazione è reale e concreta: la liquidità dell’esperienza giuridica contemporanea, caratterizzata da assoluta imprevedibilità, inconsistenza ed asistematicità è un dato della cronaca, da tempo uscito dall’alveo delle segrete preoccupazioni dei giuristi.
Il discorso di Irti potrebbe allora essere integrato con alcune osservazioni non marginali.

3. Una definizione.
Prima di procedere oltre, è opportuno definire il concetto di legge. Per legge qui si intende il provvedimento normativo la cui produzione, minuziosamente regolata sotto il profilo procedurale, rientra nelle prerogative del detentore del potere politico. Per un verso la legge costituisce lo strumento principale di esercizio di quel potere; per altro verso essa stessa definisce l’orizzonte giuridico delle società umane che intende regolare, non tollerando (in linea di principio) fonti normative alternative o concorrenti.
Tale impianto concettuale è piuttosto recente: l’idea della legge come primo motore immobile dell’esperienza giuridica costituisce storicamente una delle caratteristiche tipizzanti l’universo concettuale (non solo giuridico) della tarda modernità continentale.

Rex, id est iudex
Rex, id est iudex

4. Altri universi.
4.1.— Le fonti del diritto: validità vs effettività.
In epoca pre-moderna, non solo il concetto di legge non aveva alcuna affinità con quello poco sopra ricordato, ma anzi l’esperienza giuridica era imperniata su fonti normative del tutto indipendenti da norme rese vincolanti in ragione della loro promulgazione, secondo regole procedurali analiticamente prefissate, dal detentore del potere politico.
Durante l’epoca medievale, ad esempio, il diritto — quanto meno il diritto civile, che costituisce la parte principale dell’esperienza giuridica occidentale — era inscindibilmente ancorato a fenomeni che non avevano nulla a che vedere con le regole di formazione. Paolo Grossi ha precisamente individuato tale fenomeno quando ha notato che nell’ordinamento medievale «Il fatto non diventerà diritto perché una volontà politica se ne appropria dopo aver constatato la sua coerenza a determinati valori per essa rilevanti, ossia dopo un vaglio filtrante totalmente affidato a quella volontà. Il fatto qui è già diritto per una sua intrinseca forza nel momento in cui ha dimostrato la propria effettività, ossia la capacità trovata dentro di sé di incidere durevolmente sull’esperienza» ((P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Laterza, Roma-Bari, VI ed., 2011, p. 57.)), così peraltro evidenziando la resistenza di tale sistema di produzione normativa rispetto all’infiltrazione valoriale.
Una secolare esperienza giuridica, omogenea nei fondamenti in tutta Europa, trovava il suo fuoco dunque non nel momento di validità, ma in quello di effettività. Il detentore del potere politico, durante questi secoli tutt’altro che bui, era visto come il supremo giudice, soggetto dotato di iurisdictio, cioè del potere di “dire” il diritto: il diritto, per ciò stesso, trovava la sua fonte principale altrove. Ancora Grossi osserva che «la chiave interpretativa essenziale di tutto l’ordine giuridico medievale (…) è che  i detentori del potere costituiscono una fonte fra le molte chiamate alla edificazione di quell’ordine; senza dubbio, non la sola, e nemmeno la prevalente. Il problema delle fonti è risolto in una coralità di rapporti che rispecchia fedelmente la coralità di forze di cui il diritto è specchio e forma compiuta. E l’apporto dei prìncipi (siano essi monarchi o città libere) anche se c’è e può talora apparire anche quantitativamente cospicuo, sfiora appena i temi centrali della costruzione giuridica della società» ((P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Laterza, Roma-Bari, VI ed., 2011, p. 55.)).

4.2.— La certezza del diritto: i singoli e i molti.
Per altro verso, neppure la certezza del diritto, anche per Irti uno degli elementi fondativi di qualunque esperienza giuridica, costituisce necessariamente un connotato tipico degli ordinamenti fondati sulla legge, intesa nei termini poc’anzi delineati. Anzi, potrebbe darsi che, sotto il riguardo della certezza del diritto, il dominio della legge e il correlativo imperio del momento di validità abbia costituito un vero e proprio sentiero interrotto della storia giuridica europea.
In altre epoche ed in contesti territoriali eccentrici rispetto all’Europa continentale la sensibilità per la certezza del diritto sul lungo periodo era ben maggiore di quella assicurata da un meccanismo di produzione normativo ancorato esclusivamente al momento di validità e dunque, come tale, soggetto a variazioni coincidenti con le variazioni del potere politico, per definizione ben poco prevedibili.
Il pilastro dell’ordinamento romano classico era costituito da un’idea radicale di certezza del diritto, connotata come rifiuto di scarti improvvisi e imprevedibili nella soluzione delle questioni giuridiche: con la conseguenza che il diritto non poteva essere in alcun modo soggetto alla volontà individuale, intesa questa sia come volontà di una singola persona, sia come espressione di un soggetto collettivo, appunto perché la volontà individuale era correttamente vista come portatrice del massimo rischio di imprevedibilità.

Nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum
Nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum

I contemporanei erano ben consapevoli di tale dato strutturale, tanto da riferire ad esso la superiorità dell’ordinamento giuridico romano rispetto a quelli di origine greca: mentre questi ultimi — seppur mirabili — erano sorti per mezzo di leggi dettate dall’opinione personale di individui particolari, lo stato romano non era frutto della creazione personale di un singolo individuo, ma dell’attività, stratificata nella storia, di innumerevoli individui ((M. T. Cicerone, De Republica, II, 1, 2.)).
Sicché la legge, durante l’età classica del diritto romano, non monopolizzava la gerarchia delle fonti normative, trovando invece questa il suo fulcro in una costruzione del diritto tutta incentrata sull’accumulazione delle pronunce giudiziarie e sul dato sapienziale fornito dal ceto dei giuristi. Un profondo conoscitore del diritto romano ha affermato che la principale fonte di produzione normativa nel diritto romano classico era costituita dai giuristi (dagli avvocati, letteralmente) e non dal legislatore ((W. W. Buckland, Roman Law & Common Law: A Comparison in Outline, Cambridge University Press, Cambridge, II ed, 1952, p. 18.)).
D’altro canto, la natura cardinale della certezza in termini di prevedibilità del diritto è (o forse, purtroppo, era) il requisito fondativo della rule of law nell’esperienza giuridica anglosassone: «Secondo il principio inglese della rule of law, che è strettamente intrecciato con tutta la storia della common law, le norme non erano propriamente il risultato dell’esercizio della volontà arbitraria di uomini particolari. Esse sono oggetto di una indagine spassionata da parte delle corti di giustizia, proprio come le norme romane erano oggetto di una ricerca spassionata da parte dei giuristi romani cui le parti sottomettevano le loro cause» ((B. Leoni, La libertà e la legge, Liberilibri, Macerata, 1994, p. 97.)).

5. La necessità della decadenza.
Se dunque l’esperienza giuridica è esperienza storica — ed anzi, è l’esperienza storica per eccellenza, innervando in profondità i rapporti anche minuti fra gli uomini — il discorso di Irti evidenzia le grandi linee di uno sviluppo inevitabile: è l’idea stessa di legge, così come è venuta emergendo nel corso della modernità, a portare in sé i germi del suo svuotamento ad opera dei valori. Il fenomeno dello svuotamento della legge ad opera dei valori costituisce allora una sorta di passaggio obbligato, derivante dal contenuto stesso dell’idea di legge che ha portato alla diffusione incontrastata, quanto meno nell’esperienza dell’Europa continentale, di modelli giuridici connotati dal dominio del momento di validità.
Senza voler qui indulgere in operazioni di attualizzazione, che si risolvono poi — nella migliore delle ipotesi — nella costruzione di metafore anacronistiche, l’infiltrazione dei valori può ben essere paragonata al dilagare della superstizione che, generata dall’incontrollabile alternanza di paura e speranza, è stata individuata dai più acuti pensatori della prima modernità come il vero e proprio veleno che porta alla corruzione e alla disgregazione ogni società umana ((si veda B. Spinoza, Trattato teologico-politico, in Opere, a cura di F. Mignini e O. Proietti, Mondadori, Milano, III ed., 2009, p. 425 e seguenti.)).
È inevitabile che, laddove l’esperienza giuridica venga dominata dal momento di validità, il suo contenuto finisca indissolubilmente legato al reticolo di valori proposto/imposto da chi controlla la procedura di formazione della norma, cioè dal detentore del potere politico. Con l’ulteriore conseguenza per cui, laddove il detentore di tale potere sia costituito da soggetti, individuali o collettivi, dotati di omogeneità di vedute, la legge e il sistema su di esso costruito verrà a strutturarsi in forme sostanzialmente omogenee; laddove invece — come nel mondo contemporaneo esattamente rappresentato da Irti — il potere politico sia frammentato e disomogeneo, la legge rifletterà tale frammentarietà e disomogeneità, perdendo inesorabilmente la sua capacità di presentarsi come un sistema concettualmente coeso e perdendo dunque, in ultima analisi, la capacità di proiettare questo unicum sul divenire, sistematizzandolo a priori in maniera rassicurante.
La trasformazione dell’esperienza giuridica da esperienza fondata sulla positività della legge ad esperienza centrata sulla ricerca di valori (ricerca per definizione imprevedibile, legata com’è alla percezione del singolo o di minoranze organizzate) può allora essere vista in realtà come un fenomeno degenerativo intrinseco al modello stesso di ordinamento giuridico rigidamente fondato sulla legge e sul momento di validità. Un fenomeno di decadenza i cui germi possono essere rinvenuti nel modello di riferimento, del quale erano ab origine parte integrante ed ineliminabile.
Il dominio dei valori emerge con la forza obiettiva della necessità e la sua potenzialità è certamente migliore della sua attualità: se difatti la potenzialità dei valori coincide con la piena attualità della legge, la sua attualità coincide invece con la decadenza di quel sistema ordinamentale. Per dirla icasticamente, l’impero della legge è la premessa del dominio dei valori, ma il dominio dei valori è la tomba della legge ((Traggo alla lettera questa dimensione del concetto di decadenza dalle serrate riflessioni di G. Sasso, Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, Il Mulino, Bologna, 1980, p. 485 e seguenti (il brano sopra mutuato si trova a p. 494). Ma si veda anche G. Sasso, Niccolò Machiavelli. Volume II. La storiografia, Il Mulino, Bologna, 1993, pagine 54-55 e p. 115, dove il tema della decadenza è sviluppato magistralmente nell’analisi del pensiero di Machiavelli rispetto al trapasso dalla repubblica romana all’impero)).

6. Una conclusione.
Se la legge è destinata alla decadenza, svuotandosi fino a trasformarsi in un mero contenitore di valori, ciò non significa predicare una decadenza tout court dell’esperienza giuridica. Il diritto è una dimensione essenziale dell’esperienza umana e la sua intrinseca storicità evidenzia come ogni epoca rinvenga la via per appagare le esigenze più sentite nell’elaborazione dei rapporti all’interno delle società umane. Come si è visto, le necessità chiaramente segnalate da Irti (prevedibilità delle conseguenze giuridiche, certezza del diritto) hanno determinato l’emersione, in altri ambiti territoriali ed in altre epoche storiche, di sistemi normativi che prescindono dal concetto di legge nei termini tratteggiati poco sopra.
Forse, separando l’esperienza giuridica dall’abbraccio mortale del momento di validità si può contrastare la decadenza implicata dalla incontrollabile moltiplicazione dei valori e dalla conseguente incertezza/imprevedibilità delle conseguenze giuridiche da associare ai fatti e agli atti del divenire. Come nota saggiamente Irti «la crisi della fattispecie non è crisi della decisione. Il diritto sente orrore del vuoto; e le società umane hanno sempre bisogno del giudizio, ossia di quelle decisioni che, troncando il conflitto in uno o altro modo, consentono di archiviare il passato e di proseguire nel cammino. La necessità storica della decisione potrebbe pur spogliarsi di un vecchio utensile, che ci era caro per educazione mentale e tradizione di studi. Il nostro lavoro non si interrompe, ma continua in un nuovo orizzonte» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 44.)).
Si tratta, all’evidenza, di un cambio epocale di paradigma: l’immergersi in un orizzonte nuovo che pure è, come si è visto, antico.

* * * * * * * *

Abstract
This article is an attempt to establish a relationship between the decline of the traditional idea of law and the rise of values in the legal systems of continental Europe.  In paragraph 1, the author affirms that the current legal system in continental Europe is based on a pyramidal conception of the law, according to the system designed by Hans Kelsen. This idea of law is marked by the dominance of the criterion of validity.  In paragraph 2 he analyzes the emptying of the function of the law due to the rise of values. In paragraph 3 he defines the current concept of law. In paragraph 4, he examines other legal systems, which were marked by the dominance of the criterion of effectiveness and legal certainty. In paragraph 5 he argues that the current decline of the idea of ​​law is a necessary consequence of a system that considers the law exclusively based on the criterion of validity. In paragraph 6 he claims that to restore the centrality of legal experience is probably necessary to leave the primacy of the criterion of validity.

RF11 is coming…

Il ritiro estivo di quest’anno, che si svolgerà il 5, 6 e 7 settembre 2014 a Nocera Umbra, avrà ad oggetto Il Mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer. Il Ritiro sarà condotto da Maurizio Morini, attualmente impegnato all’Università di Mainz in un lavoro di ricerca sul testo del filosofo tedesco e da Marco Segala, professore di storia della filosofia all’Università dell’Aquila e chercheur associé al Centre Alexandre Koyré del Centre Nationale de la Recherche Scientifique (Parigi).

Nella pagina dedicata potete trovare tutti i dettagli, che sono in continuo aggiornamento.

Come al solito, dunque, restate sintonizzati!

Considerazioni sul Principe

Il 24 gennaio 2014, presso la Scuola di Roma dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nell’ambito di un ampio ciclo semestrale di lezioni e seminari, il prof. Gennaro Sasso ha tenuto una lezione dal titolo “Considerazioni sul Principe”.

Prendendo spunto dalla celebre lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, Sasso ha decisamente smentito l’opinione -qualificandola come leggendaria, anche se propugnata da autorevolissimi studiosi- secondo la quale Machiavelli non conoscesse il latino. Si tratta di un’affermazione costruita “nel più schietto spirito controriformistico”, perché -al contrario- dalla stessa voce di Machiavelli apprendiamo come egli leggesse correntemente i poeti latini. D’altro canto, il relatore ha anche richiamato una circostanza spesso dimenticata, seppur di evidenza documentale: la trascrizione integrale che Machiavelli fece, durante gli studi giovanili, del De rerum natura di Lucrezio, di cui è attualmente conservata la stessa copia autografa e firmata. Ne risultano inficiate, dunque, tutte le teorie secondo le quali Machiavelli si sarebbe impadronito della cultura classica soltanto post res perditas, e dal cui miracoloso apprendimento in un brevissimo lasso di tempo sarebbe poi discesa la stesura non solo del Principe, ma anche dei Discorsi e delle Istorie fiorentine.

Dalla lettera a Vettori Sasso ha estratto ancora un dettaglio: quello cioè che l’opera viene nominata da Machiavelli con il titolo De principatibus. Il dettaglio non è irrilevante, giacché fino al capitolo XI (De principatibus ecclesiasticis), il testo si occupa non della singola individualità del principe, ma della struttura costituzionale dei principati. Se ne deduce che al momento in cui viene scritta la lettera a Vettori (dicembre 1513), Machiavelli aveva composto un’opera di sostanziale classificazione dei principati. Affermazione confermata dalla circostanza per cui il capitolo XI si chiude con una sorta di dedica a Leone X (e si apre, osservo io, con un’espressione che lascia ritenere come si tratti di un capitolo conclusivo: “Restaci solamente al presente a ragionare de’ principati ecclesiastici”). Nel dicembre 1513, dunque, Machiavelli aveva composto un trattato intitolato De principatibus in undici capitoli e pensava di chiuderlo qui. La prosecuzione dell’opera e la sua trasformazione nel Principe che oggi conosciamo avvenne per ragioni ignote: e nella seconda parte del testo sono contenuti i temi che si presentano come i più scandalosi.

Qui sorge l’annosa questione dei rapporti fra politica e morale e che però, nella riflessione di Machiavelli, non si presenta proprio in termini di rapporto, perché -tragicamente- soltanto in un universo che comprenda etica e politica ci sarà un problema di rapporti: anche laddove l’etica soccomba totalmente alla politica, l’etica è (almeno concettualmente) una presenza. Nel pensiero di Machiavelli invece tale rapporto non esiste, perché l’etica non c’è. Questo è il punto che ha sempre fatto gridare allo scandalo. Quello di Machiavelli è un universo in cui non si dà etica e dunque non v’è rapporto con la politica: e un lettore che non voglia ingannare se stesso con i sortilegi della dialettica deve riconoscere che questo è il mondo, seppur scabro e difficile, di Machiavelli. Il bene esce dall’orizzonte dalla politica, e vi entra soltanto quando occorra, sicché anche in tal caso non è bene, ma è identico al male: strumento per il perseguimento di un determinato obiettivo politico.

A questo punto del ragionamento, Sasso ha ancora una volta chiamato in causa la celebre frase del fine che giustifica i mezzi. Si tratta, com’è noto, di una frase che ha avuto una fortuna immensa in chiave di contrasto al pensiero di Machiavelli, ma che egli tuttavia non ha mai pronunciato. D’altro canto, si tratta di una frase che è intrinsecamente assurda e inapplicabile al mondo di Machiavelli. Sotto il profilo della logica, affermare che un mezzo è giustificato dal fine, assegnando dunque a quest’ultimo un valore, è un non-senso. Se il mezzo resta nell’ambito del fine ed incluso nel suo valore, anche il mezzo è valido di per sé, e non ha dunque bisogno di giustificazione: ha la stessa natura del fine.

In realtà, nel XVIII capitolo del Principe (vers. 18) Machiavelli dice altro: “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo”. In questa frase c’è tutto, salvo la giustificazione del mezzo attraverso il fine. In realtà Machiavelli dice che il giudice dei mezzi non è l’etica, ma il vulgo, cioè il popolo, e cioè -in ultima analisi- l’esistenza di coloro che devono sopravvivere ai venti della fortuna. E, attenzione, è del tutto estraneo all’orizzonte concettuale di Machiavelli che una struttura politica (lo stato o, addirittura, lo stato etico, che in epoca contemporanea ha consentito di giustificare ogni nefandezza) possa dialetticamente risolvere la questione della morale nell’azione politica. In nessun modo dunque il pensiero di Machiavelli è inquadrabile alla luce di filosofie dialettiche o stataliste, perché lo stato non è affatto un valore, ma è soltanto un assestamento dell’esistenza entro confini certi e su fondamenta garantite.

Nel pensiero di Machiavelli quindi è centrale la difesa di se stessi dall’insidia della sorte: e in questa difesa i mezzi si equivalgono. La fortuna è la minaccia fondamentale portata all’esistenza e la virtù è dunque l’insieme dei mezzi con cui si cerca di controbattere questo nemico sostanzialmente invincibile. In questo passaggio, certamente tragico, Machiavelli smentisce tutti i luoghi comuni ottimistici e piccolo borghesi, diretti a ricostruire nell’ottica di un necessitato lieto fine lo scontro tra uomo e fortuna nel pensiero rinascimentale. L’uomo -e in particolare l’uomo politico- è tragicamente condannato a non sbagliare mai, ed anche un solo errore condanna alla rovina irreparabile. In tale contesto, la figura di Cesare Borgia tratteggiata nel VII capitolo (De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur), malamente letto come l’elogio del politico spregiudicato, è invece la tragica conferma di questo destino dell’uomo. Cesare Borgia, pur estremamente dotato e capace, sbaglia una solta volta, quando acconsente all’elezione di Giulio II, ma questo “fu cagione dell’ultima ruina sua”: rovina irreversibile.

La conclusione di Sasso è dunque che il Principe sia un’opera che si presta ad una sostanziale tripartizione: una prima parte dedicata alle strutture ordinamentali degli stati; una seconda parte avente a oggetto i connotati individuali del principe; ed una terza parte, che attraversa trasversalmente tutta l’opera, spesso da leggere in filigrana, e che fonda l’esperienza politica nel drammatico scontro fra i colpi della fortuna e la virtù, quest’ultima appunto intesa come la capacità dell’uomo di rispondere ai colpi della fortuna stessa.

Alla lezione è seguita un’approfondita discussione.
È stato affrontato il tema della decadenza che, sia sotto il profilo storico che sotto quello filosofico, è difficilmente definibile, per la difficoltà di individuare un orizzonte entro cui iscriverla, orizzonte che -per contrasto- deve necessariamente includere elementi di positività. Machiavelli è un pensatore fortemente impregnato dal concetto di decadenza, che sperimenta concretamente sul piano storiografico. Gli fa da contraltare il pensiero dell’altro grande storico del periodo, Francesco Guicciardini, che si sforza di costruire una storiografia in cui l’idea decadenza è assente, pur a rischio di “congelare” la visione storica dell’Italia allo status quo 1492.

Un articolato intervento del prof. Gaetano Calabrò ha consentito a Sasso di ribadire l’assenza, nel pensiero di Machiavelli, di alcuna soluzione dialettica dei rapporti etica-politica, tanto meno quando tale prospettiva dialettica si dovesse considerare risolta nell’ottica statuale. Machiavelli è un grande conoscitore della politica francese, ma la traduzione dell’esperienza politica italiana nella grande monarchia nazionale non entra nell’orizzonte del Principe. Quest’opera è innervata dalla drammatica impossibilità, per il politico, di commettere anche solo un errore: in questo senso il Principe è un dramma in atto. Anche Gramsci, nel teorizzare il principe nuovo (cioè il partito),  che trasfigura il bene e il male e li rifonde, non fa altro che tentare un assorbimento dialettico della tragicità della politica in un orizzonte statuale, dialetticamente risolutivo. Ma anche con Gramsci siamo pur sempre nell’ambito di una tradizione che non riesce ad accettare che l’orizzonte di Machiavelli sia tragico e senza possibilità di redenzione, tanto meno di natura dialettica.

La discussione si è conclusa con un cenno alla nota questione dell’ateismo di Machiavelli, che è indiscutibilmente provato dagli scritti maggiori. Nei Discorsi, ad esempio (Libro II, Capitolo V) Machiavelli afferma che il mondo è eterno. Questa è la prova del suo aristotelismo radicale (come si dice oggi) ovvero del suo averroismo, giacché esclude la creazione del mondo. La questione era incontestata già in epoca risalente, tanto che in un’edizione del 1559 dei Discorsi quel capitolo venne brutalmente espunto. E ciò, incidentalmente, consente di affermare che questa è la ragione per cui il pensiero di Machiavelli è spesso estraneo alla sensibilità italiana, notoriamente (e spesso inconsapevolmente) intrisa di cristianesimo.

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Abstract —  In a conference held in Rome, Prof. Gennaro Sasso (University of Rome “La Sapienza” – Accademia dei Lincei) pointed out how, in November 1513, the text of the Prince was limited to chapters I-XI, exclusively dedicated to the description of the constitutional form of governments ruled by a prince. Only later, Machiavelli added other chapters, dedicated to the human qualities of the prince. The focus of the lesson covered the relationship between morality and politics in the thought of Machiavelli. Prof. Sasso claimed the fallacy of attempts to resolve the relationship between morality and politics through dialectical methodology: the conceptual horizon of Machiavelli is entirely occupied by politics and morality have no place. The destiny of man (and the politician in particular) is dramatic: he is exposed to the winds of fortune, which overwhelm him at the first error. Virtue, therefore, is nothing if not the ability to withstand the blows of fortune.

RF Edizioni 2014

Andrea Cimarelli pubblica con RF Edizioni uno studio dal titolo Metafisica ed eterno ritorno nel pensiero di Nietzsche.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (ma natale è passato, ed un lettore di libri elettronici ormai non si nega a nessuno) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.), dove potrete ammirare l’opera del nostro in tutto il suo splendore.

RF10 is coming …

Rieccoci: cominciamo a scaldare i motori per il consueto ritiro invernale. Quest’anno, il tema è particolarmente denso. Nella pagina dedicata potete trovare tutti i dettagli, che sono in continuo aggiornamento.

Come al solito, dunque, … stay tuned!

Torna RF Edizioni

Maurizio Morini ha pubblicato con RF Edizioni un nuovo, denso studio, dal titolo Unica sostanza è il mondo. Spinoza in Schopenhauer.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -ribadiamo: orrore- stampabile) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.).

L’eterna inquisitio generalis

Con un articolo pubblicato sull’Annuario di scienze penalistiche Criminalia Giovanni Fiandaca svolge una serie di approfondite considerazioni sul processo relativo alla cosiddetta trattativa stato-mafia, che si è aperto da poco a Palermo e nel quale politici in auge durante i primi anni novanta e noti mafiosi sono chiamati —insieme— a rispondere dell’accusa di aver violato l’art. 388 c.p., che punisce chi commette violenze o minacce a un corpo politico.
Giovanni Fiandaca è nome notissimo a chiunque si occupi di diritto, non foss’altro perché autore del manuale di diritto penale sul quale si sono affaticati la gran parte degli studenti degli ultimi trent’anni e l’articolo in questione spicca per la serietà della trattazione di questioni tecnicamente complesse e per la capacità di inquadrare queste ultime in un ambito di ben più ampio respiro.
Non è questa la sede per l’esame delle questioni tecniche relative al processo ed ai suoi protagonisti; né —tanto meno— intendo prendere parte alla inevitabile “scelta di campo” che la discussione mainstream sul processo ha prodotto.
Vorrei invece qui esaminare alcuni passaggi del pensiero del professor Fiandaca che, evidenziando categorie concettuali permanenti intorno alle quali ruota la società politica in Italia, possono dunque aver rilievo in termini di analisi storica e, se si vuole, anche filosofica. Temi poi che spero di approfondire in uno studio di maggior respiro, da pubblicare più in là sempre qui su RF.

Le questioni rilevanti
Per quel che qui interessa, l’articolo del professor Fiandaca evidenzia una spiccata propensione della giurisdizione penale italiana a sovrapporsi e, in un certo modo, a sostituirsi, ad ambiti riservati al potere esecutivo dalla tradizionale teoria sulla divisione dei poteri. Tale fenomeno di sovrapposizione / sostituzione prende avvio e si consolida sulla base di due fenomeni che, seppur su piani differenti, convergono nel senso predetto: da un lato, un’impostazione di fondo dell’analisi storica viziata da un approccio complottista; dall’altro, l’esercizio della giurisdizione penale sul modello dell’inquisitio generalis.

Paranoid Style
Quanto al primo aspetto, Fiandaca chiarisce che il lavoro dei pubblici ministeri di Palermo si fonda su una lettura storico-sociologica degli eventi intesa come «tentazione giudiziale di rileggere le dinamiche storico-politiche del nostro paese come se la loro chiave di volta fosse da rinvenire nell’influenza soverchiante esercitata dai poteri criminali». Si tratta, in altre parole di «quella sindrome nota come ‘ossessione del complotto’, che incessantemente alimenta —di epoca in epoca— le teorie cosiddette cospirative della storia: le quali tendono a spiegare avvenimenti che hanno cause plurime e complesse, e perciò difficili da spiegare, come se fossero appunto frutto di diabolici disegni e di strategie unitarie nelle mani di Signori del male o del crimine» (Fiandaca 2012, 74).
Il tema, per la verità, non è nuovo.
Se ne è occupata recentemente Maggie Koerth-Baker sul New York Times in un articolo del 21 maggio 2013, ripreso in Italia da Il Post in un articolo del 26 maggio 2013: tema che aveva trovato la sua prima sistematizzazione in un saggio di Richard Hofstadter del 1965.
Pur a non voler aderire tout court alla connotazione in termini di patologia di buona parte della letteratura c.d. “complottista”, cui fa diretto riferimento il saggio di Hofstadter, va però rilevato come una visione storica fondata sull’idea di una persistente presenza di poteri occulti che manovrano le leve del potere trovi riscontro nel c.d. “Confirmation Bias”, ossia nella inconsapevole tendenza a sopravvalutare gli elementi a favore della tesi che l’osservatore —autodichiaratosi neutrale— ha già pregiudizialmente abbracciato. Ora, se è certo che i rapporti di causa/effetto sono sempre difficili da analizzare, specialmente nell’ambito delle condotte umane, non è tuttavia stravagante affermare che porre a base dell’azione penale una lettura delle vicende storiche sostanzialmente viziata da un pre-giudizio complottista legittima (ed anzi, sollecita) l’invasione del campo riservato all’azione politica, vista come arena governata da forze oscure e, come tali, incontrollabili.
Così impostata la relazione comparativa fra esercizio della giurisdizione penale ed azione politica, viene meno il principio della separazione dei poteri (in forza del quale «compete al potere esecutivo e alle forze di polizia ricercare le strategie di intervento necessarie a prevenire la commissione di atti criminosi o a interromperne la prosecuzione») con la conseguenza che «l’unica legalità possibile finisce con l’essere quella ritagliata sul modello di una lotta alla mafia che vede come unica istituzione competente la magistratura, stigmatizzando come interferenza illecita ogni intervento autonomo di ogni altro potere istituzionale» (Fiandaca 2012, 70).

Inquisitio generalis: la struttura permanente
Se questo è il modello per così dire “storico” che definisce l’orizzonte culturale all’interno del quale operano alcune procure della Repubblica, si fa urgente la necessità di adeguamento del relativo strumentario tecnico, risultando allora insufficienti gli strumenti classici fondati sulla tipicità della condotta penalmente rilevante e sulla preventiva individuazione legale delle fattispecie da perseguire. E a questo punto non c’è altro mezzo da utilizzare se non quello, ampiamente rodato da un esercizio secolare e profondamente radicato nella formazione dei giuristi italiani, dell’inquisitio generalis, intendendosi quest’ultima come l’attività —pregiudiziale alla formulazione dell’accusa— diretta alla ricerca della commissione di delitti, attraverso indagini prive di concreti limiti a garanzia dell’individuo ed al solo fine della ricerca di condotte devianti rispetto ad un paradigma prestabilito di verità sostanziale. Si finisce dunque per adottare una metodologia di investigazione dai confini assai estesi, «che andava alla ricerca di (assai più di quanto non prendesse le mosse da) ipotesi specifiche di reato» (Fiandaca 2012, 83).
In tale contesto, è evidente come ci si trovi esplicitamente al di fuori del modello di esercizio della giurisdizione penale di tradizione accusatoria, fondato sul presupposto della esclusiva rilevanza penale di condotte precisamente individuate e preventivamente definite dalla legge, per lasciar spazio al meccanismo inverso, quello cioè in cui la prospettazione dell’ipotesi criminosa è frutto di una escogitazione a posteriori e residuale. Attraverso dunque un approccio in molte parti generico ed approssimativo nel descrivere le condotte oggetto di imputazione, finisce con l’essere messo in discussione lo stesso principio di tipicità penale, con la conseguente compressione di garanzie fondamentali (habeas corpus, principio di non colpevolezza, riservatezza delle comunicazioni, libertà di associazione) anche in punto processuale.

Punizione di condotte illecite o costruzione di modelli etico/morali?
I teorizzatori più accorti della necessità dell’inquisitio generalis non hanno problemi nel riconoscere l’efficacia e la legittimità di un modello di esercizio della giurisdizione penale impostato in questi termini, in cui l’esercizio del potere politico risulti per definizione sottordinato rispetto al potere giudiziario, fino alla esplicita affermazione della legittimità, in sede di analisi della costituzione materiale, dell’uso «del potere punitivo come strumento di palingenesi politico-sociale o come leva per promuovere il ricambio delle classi dirigenti» (Fiandaca 2012, 93).
Ora, credo che non sfugga il rischio insito nell’accettazione di tale modello: il rischio, cioè, di riconoscere alla giurisdizione penale la sostanziale funzione non già di strumento per la repressione di condotte preventivamente ed in altra sede individuate come illecite, ma di strumento diretto all’orientamento etico/morale dei cittadini: il che costituisce indubbiamente una costante di lungo periodo della comunità politica italiana.

Riferimenti bibliografici
– Hofstadter, Richard. 1965. The Paranoid Style. Cambridge (Massachusetts): Harvard University Press.
– Fiandaca, Giovanni. 2012. “La trattativa Stato-mafia tra processo politico e processo penale”. Criminalia – Annuario di scienze penalistiche. Pisa: ETS.
– Koerth-Baker, Maggie. 2013. “Why Rational People Buy Into Conspiracy Theories. The New York Times, 21 maggio 2013.
– Senza indicazione di autore. 2013. “Nella testa dei complottisti”. Il Post, 26 maggio 2013.

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Il Principe inattuale

Nella sezione di Micromega dedicata alla filosofia (Il rasoio di Occam) è stata pubblicata una lunga intervista a Gennaro Sasso, sotto il titolo “Machiavelli e i 500 anni de Il Principe“.

L’intervista è l’occasione per discutere e mettere a fuoco, con la consueta, magistrale precisione, alcuni dei punti cardine del pensiero di Machiavelli e della letteratura che intorno ad esso si è sviluppata.

Sasso inizia mettendo in luce l’inutilità del continuo tentativo di attualizzazione del Principe, l’opera certamente più conosciuta e altrettanto certamente più abusata di Machiavelli. Se Il Principe fosse opera attuale e dunque utilizzabile nel contesto politico odierno, i suoi apparenti estimatori dovrebbero conoscerne approfonditamente il contenuto. In realtà, nota Sasso, «se uno chiedesse ai più dei lettori di dire in breve che cosa c’è scritto nel Principe, io sono sicuro che questi risponderebbero con estrema difficoltà». La verità è che Il Principe si occupa di temi specifici, secondo un tecnicismo riferito a configurazioni storico-politiche tutte interne all’orizzonte politico degli albori del XVI secolo; temi dunque che non hanno alcuna attualità.
Va allora una volta per tutte ribadito che  «La grandissima parte del Principe dal punto di vista delle sue elaborazioni è inattuale».
Scambiare Il Principe per il viatico del politico militante è un errore catastrofico, perché seppellisce l’opera in un ambito che non le appartiene e ne mette in ombra il connotato di grande classico, che Sasso individua nella nitidezza con la quale Machiavelli tratteggia le perenni ed immutabili leggi della politica in occidente. È la nitidezza concettuale della prosa di Machiavelli  («la capacità della sua prosa», dice Sasso, «di aderire immediatamente al problema che pone») a rendere Il Principe un caposaldo del pensiero.

 Sasso torna poi sul tema ricorrente dei rapporti fra il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e sull’asserita (e mai dimostrata) differenza di tono che Machiavelli avrebbe deliberatamente imposto alle due opere, diversificandole quanto agli scopi e agli obiettivi. Anche qui, Sasso chiarisce come, seppur Il Principe sia l’opera più letta di Machiavelli, e sia letta a prescindere dai Discorsi, resta il fatto -inequivocabile- che i Discorsi danno senso a tutta l’opera di Machiavelli e quindi anche al Principe, per cui quest’ultima opera può essere definita come una articolazione del mondo teorizzato nei Discorsi. Ne consegue che le interpretazioni vagamente consolatorie di alcuni autori, secondo le quali i Discorsi sarebbero la vera opera di Machiavelli, perché meno scandalosa e meno scabrosa, costituiscono -né più, né meno- delle solenni sciocchezze.
In realtà, nei Discorsi Machiavelli affronta con lo stesso impianto concettuale usato nel Principe le scabre e crude questioni della politica, tratteggiandole con lo stesso analitico realismo. L’impianto concettuale e il metodo di lavoro sono dunque gli stessi sia nei Discorsi, sia nel Principe: cambia invece il quadro dell’analisi, che nei Discorsi ha una prospettiva più ampia, spaziando a tutto campo sui rapporti fra repubblica e principato, il che conferisce ai Discorsi maggior respiro e -in questo senso sì- li rende l’opera principale di Machiavelli.

L’intervista, evidentemente diretta a svellere i secolari luoghi comuni stratificati sul pensiero di Machiavelli, non poteva non affrontare la nota massima “il fine giustifica i mezzi”.
Sasso ribadisce che, in tutta l’opera di Machiavelli, questa frase non c’è.
Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli dice invece: “faccia il principe di vincere, i mezzi saranno giudicati onorevoli, perché il volgo va preso con lo evento della cosa”, aggiungendo “e al mondo non è se non volgo” (*).
Come si vede, questa frase ha ben altro senso: il fine non giustifica i mezzi: è la sopravvivenza dello stato che impone l’uso di determinati mezzi. Dire che il fine giustifica i mezzi significa porsi alla ricerca di una copertura morale dell’azione politica: ma lo stato, fine dell’azione politica, non è una formazione morale e dunque non può giustificare alcunché. La lotta politica si svolge in un mondo in cui chi perde non ha salvezza, e quindi deve vincere. È questa la dimensione tragica del conflitto politico, dove non c’è nessuna giustificazione etica della politica.
Così stando le cose, la frase in questione, originata nell’ambito della polemica gesuitica sul pensiero di Machiavelli, mi sembra inscriversi in una concezione religiosa della politica, dove appunto v’è necessità di postulare un fine che “giustifichi”.
Tale mia impressione viene confermata da Sasso, che più oltre osserva come, attribuendo a Machiavelli l’idea del “fine che giustifica i mezzi”, si volesse «dare una benedizione di tipo etico attraverso lo stato, cercando di benedire quello che non può essere benedetto».
La scorrettezza della ricerca di un fine giustificativo nel pensiero di Machiavelli viene ribadita da Sasso più avanti, quando -con la consueta chiarezza- afferma che una visione dialettica della storia in Machiavelli non c’è. Machiavelli non conosce un momento sintetico in cui i conflitti si risolvono: non conosce un momento in cui l’etica e la politica si riuniscono a livello dell’etica giacché egli non anticipa soluzioni dialettiche del conflitto etica-politica.
Anche per questo, Machiavelli è uno scrittore assolutamente tragico e non c’è niente che possa indurci a leggerlo in maniera consolatoria. Machiavelli ci consente di affacciarci sul baratro: si tratta di sapere -dice Sasso- se questo baratro ci riguardi o no.

Nel corso dell’intervista, Sasso è piuttosto spiccio -e con ragione, a mio modesto avviso- nei riguardi di tanta critica, specialmente di provenienza anglosassone, tesa a costruire un Machiavelli laudatore della religione civile. A tal proposito, dopo aver liquidato la posizione di Strauss come una lettura totalmente deformante (posizione in cui «è la tesi che uccide l’oggetto, tanto è prepotente e preconcetta»), Sasso afferma la sostanziale inutilità dell’interpretazione che ha portato all’idea della c.d. religione civile.
In realtà -dice Sasso- la religione è sempre adoperata da Machiavelli in modo tale che la religione potrà far credere, ma che poi Machiavelli creda alla religione è certamente da escludere. La religione resta quindi, nel pensiero di Machiavelli, uno strumento politico che si adopera per la costruzione dello stato. Che poi essa possa penetrare le coscienze e possa edificarle in senso ulteriore è vero (si veda il Prologo a Dell’arte della guerra), ma far battere l’accento su questo elemento significa ancora una volta tentare un salvataggio in extremis del personaggio e dunque -in ultima analisi- significa tentare a tutti i costi di santificare il diavolo.

Un passaggio fondamentale dell’intervista è dedicato all’analisi del cristianesimo nel pensiero di Machiavelli, che distingue un cristianesimo inteso secondo l’ozio da un altro inquadrato secondo virtù. Certo, dice Sasso, Machiavelli respinge il cristianesimo interpretato secondo l’ozio e si rivolge a quello interpretato secondo la virtù. Ma se a ben vedere il  cristianesimo intepretato secondo la virtù significa accettazione della durezza del mondo e del conflitto; se tale forma di cristianesimo si disinteressa dell’umiltà, della pietà e  della sottomissione allora, va detto chiaramente, questo non è cristianesimo ma paganesimo. Insomma Sasso, che rifugge ogni gioco nominalistico, ribadisce che quando Machiavelli parla di religione, parla oggettivamente di paganesimo, cioè della religione degli antichi, non già della religione cristiana.

Dopo un interessante inciso sulla necessità di storicizzare il pensiero di Machiavelli (e dunque sull’impossibilità di analizzarlo attraverso le categorie del liberalismo e del totalitarismo) l’intervista si conclude con un cenno ad una delle opere di Machiavelli che non ha mai richiamato l’attenzione del pubblico: le Istorie Fiorentine. Secondo Sasso le Istorie Fiorentine sono invece una delle più profonde meditazioni -una meditazione cruda, senza alibi, quasi ossessiva- sulla storia d’Italia e, in particolare, sulle ragioni per cui, in questo paese, la politica non è mai riuscita a decollare.

 Anche per questo, fatte le dovute proporzioni, è nata la nuova sezione di RF, “La costituzione degli italiani”.

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(*) “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi” (Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Giorgio Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XVIII, p. 119).

 

 

Libertas philosophandi

Il 27 febbraio 2013, nella sede dell’Enciclopedia Italiana, è stato presentato l’ VIII volume dell’ Appendice della Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, dedicato alla filosofia.

Nell’introdurre la discussione, Giuliano Amato, presidente dell’Istituto, ha sottolineato come l’originaria intenzione dell’opera sia stata quella di chiarire qual è stato il contributo che la comunità nazionale italiana ha fornito all’idea di cultura policentrica, sull’ovvio presupposto per cui il pensiero italiano ha sempre avuto un’identità riconoscibile nel mondo delle idee e del pensiero.

Michele Ciliberto, direttore del volume, ha tracciato una panoramica delle questioni affrontate nella costruzione dell’opera. Ha chiarito, in particolare, che si è voluto evitare di assumere a criterio di selezione un’idea contemporanea di filosofia e dei suoi ambiti di ricerca; si è invece privilegiata un’impostazione storicizzata, includendo autori e concetti ritenuti filosoficamente  rilevanti per l’epoca in cui hanno vissuto ed operato.

Giuseppe Cambiano ha sottolineato come la periodizzazione sia importante proprio in periodi di crisi e di scarse certezze, pur nella consapevolezza per cui la divisione in epoche è chiaramente un costrutto storiografico relativizzabile e sostanzialmente ideologico. Per il volume presentato si è scelto di privilegiare le individualità: dal loro esame si comprende come la dimensione civile sia stato il connotato tipico della filosofia italiana (e questo spiega la frequente, tragica fine di molti filosofi italiani). I filosofi italiani hanno espresso in massimo grado l’aspirazione alla libertas philosophandi e la filosofia italiana non ha mai avuto connotati insulari, essendo invece caratterizzata da una marcata prospettiva cosmopolita. In questo senso, si può dire che la filosofia in Italia sia stato il terreno della della pluralità. Ciò ha comportato, in negativo, il mancato sviluppo di sistematizzazioni e metodologie particolarmente omogenee.

Emma Giammattei ha evidenziato come le tassonomie formino l’oggetto stesso di cui discutono e come il moralismo (nel suo senso più alto) sia il luogo concettuale in cui filosofia e letteratura si intercettano, giacché la filosofia si esprime con modelli e strumenti letterari. Ha citato una lettera di Leopardi del 1821 nella quale il poeta chiarisce che la necessità di una lingua filosofica ha come presupposto la  preventiva costruzione di una letteratura nazionale.

Filippo Mignini ha rilevato come il volume presentato non costituisce una storia statica della filosofia italiana ma rappresenta invece un contributo alla dinamica della filosofia italiana, con una particolare attenzione, dunque, alle categorie della complessità e della pluralità. Anche Mignini ha sottolineato il contributo imprescindibile della filosofia italiana alla formazione della coscienza nazionale, evidenziando dunque come la libertas philosophandi e la dimensione civile emergano come connotati tipici della riflessione filosofica italiana. Secondo Mignini, l’ulteriore connotato della filosofia italiana è il suo sostanziale carattere anticristiano (Machiavelli, Bruno, Galilei), cui si è contrapposta una parallela tradizione che ha tentato di esercitare il pensiero filosofico nell’ambito delle categorie cristiane, spesso invocando -dall’interno- una riforma della chiesa. Nel novecento, con l’avvento dei movimenti politici di massa, è però venuta meno la dimensione civile della riflessione filosofica italiana, forse perché questi stessi movimenti politici hanno depotenziato la radice anticristiana che ha sempre connotato il discorso filosofico italiano.

Infine, secondo Giuseppe Vacca, la costruzione di idea di nazione in Italia è stata, per secoli, una problematica puramente letteraria, e dunque anche il discorso politico -da cui la ricerca filosofica in Italia non ha mai perso il contatto- ha mantenuto per secoli un connotato prettamente letterario. Mentre in altre comunità nazionali la dialettica è sempre stata basata sul rapporto filosofia/scienza, in Italia i fuochi del discorso si sono imperniati sul rapporto filosofia/politica. Anche in tale prospettiva, dunque, risulta determinante il tema della libertas philosophandi.

VII Ritiro Filosofico (RF7)

Si è appena concluso il VII incontro di RF. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed ulteriore materiale.

Qui lo Storify. Retweet, please.

Ed ora qualche foto. Non tutte, però.

P.S.: scorrete, non siate pigri, ché in fondo trovate i commenti.

L’alba della filosofia …

 

 

Preparazione alla discussione
Dopo la discussione