Vergogna e dignità

È in questa immagine, in quella mano che dignitosamente nasconde il volto di un antico pudore, che mi piace scorgere ancora il senso di un’umanità residua, nella notte in cui si celebra il più rivoluzionario degli umani sogni, ospitato in una grotta. Sono la mano e il volto del capo del capo della tribù Kayapo, un attimo dopo aver ricevuto la notizia peggiore della sua vita: Dilma, il nuovo presidente del Brasile, ha dato l’approvazione per costruire un grande impianto idroelettrico (il terzo più grande del mondo) di fatto condannando a morte 400.000 ettari di foresta, col suo habitat naturale e le sue innumerevoli specie viventi, e con essa all’ennesimo esodo forzoso oltre 40.000 indiani nativi.
Quella mano, e quel volto, sono l’icona di una civiltà, la nostra, che invece di gareggiare nella penosa contesa delle radici, dovrebbe ammettere di aver perso, forse per sempre, la sua scommessa di rendere il mondo un luogo migliore, più giusto. Perché a quella scommessa, duole dirlo, né Atene né Gerusalemme, né l’uomo della grotta né quello di Delfi hanno saputo dare compimento. È lo stesso amore per il vero, da noi orgogliosamente cercato e rivendicato, anche in questo piccolo spazio, che ci impone di riconoscerlo.
Buone festività a tutti i nostri amici in sophia.

Pratiche filosofiche e educazione

L’Associazione Nazionale “Amica Sofia – Associazione per la filosofia con i Bambini e i Ragazzi” in collaborazione con la Provincia di Perugia e  l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con il patrocinio del Comune di Perugia e dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Umbria, ha organizzato una Scuola di Alta Formazione  nei giorni 16 e 17 ottobre 2012 sul tema “Pratiche filosofiche e educazione”.

Il 16 ottobre, nel Palazzo della Provincia (Sala del Consiglio), Chiara Chiapperini (Presidente di Amica Sofia), Gaetano Mollo (Ordinario di Pedagogia generale all’Università di Perugia) e Rossella de Leonibus (Psicologa-psicoterapeuta, responsabile della sede umbra dell’associazione CIFORMAPER), con la coordinazione di Stefania Panza (Direttivo Amica Sofia) parleranno di pratiche filosofiche a scuola, cura filosofica e ricerca di senso, ecologia delle relazioni.
Nel pomeriggio si tratterà di lavori di gruppo, caffè filosofico, dialogo socratico, filosofia con i bambini e i ragazzi. Condurranno Marco Bastianelli, Chiara Chiapperini, Giovanni Marinangeli e Stefania Panza.

Il 17 ottobre, nel Palazzo della Provincia (Sala dei Notari) Antonia Modolo (Università di Perugia, Centro Sperimentale Educazione promozione della salute) ed Aurelio Rizzacasa (già Ordinario di filosofia della storia all’Università di Perugia), con la coordinazione di Stefania Panza, parleranno di “tre, il numero perfetto in noi” e del significato etico ed educativo delle pratiche filosofiche.

Concluderà i lavori Chiara Chiapperini.

Info: segreteria@amicasofia.it – mikj.s@libero.it – chiara.chiapperini@libero; 340/2381797; 346/1870808.

Le cose perse e salvate di Emanuele Severino

emanuele-severino2Magistrale, di nome e di fatto, come sempre. La lezione di Emanuele Severino, nella Piazza Grande di Modena, non ha deluso le nostre attese. Una delegazione  corposa di RF ha attraversato l’Italia per assistervi, sabato scorso, all’interno del Festivalfilosofia , quest’anno dedicato al tema delle cose. Il filosofo bresciano, autentico punto di riferimento per gran parte di noi, ha confessato di aver lavorato intorno a questo concetto, a volte anche ossessivamente, per lunghissimi anni, di fatto regalandoci in poco più di un’ora il distillato di quel sedimentato sapere. Seguendo il suo ormai proverbiale metodo filo-genealogico Severino ha pazientemente ripercorso il legame primordiale che, in Occidente, associa il significato di cosa, nelle sue varianti greco-antiche di pragma come in quelle tardo e neolatine di res e di was, allo strappamento dal Sacro originario che questa idea-parola, da sempre, ha rappresentato.

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La filosofia e la verità vivente

Anche quest’anno la comunità dei Camaldolesi di Fonte Avellana, sull’onda di un impulso verrebbe da dire “laicizzante” inaugurato sul finire degli anni novanta da Padre Barban, ha ospitato una personalità del panorama culturale italiano capace di tendere ponti non retorici e non stancamente ripetitivi tra il linguaggio della filosofia contemporanea e quello meno ottusamente chiuso in se stesso di certa teologia. Anni fa, per dire, trovai leziose e nel complesso deludenti le riflessioni che venne a proporre il professor Givone intorno al Nulla, suo storico cavallo di battaglia; queste righe vogliono essere invece un modesto tributo a quelle appena ascoltate dal pur meno noto professor Roberto Mancini dell’Università di Macerata, ateneo da cui evidentemente non escono solo inossidabili spinozisti, a noi così cari, ma anche dei pensatori tanto distanti dai nostri “palati” filosofici quanto intellettualmente rigorosi e, tecnicamente, onesti nell’esposizione del proprio pensiero, da meritare credo la nostra attenzione e di sicuro il mio personale interesse. Titolo della settimana di studio e di confronto reciproco condotta da Mancini, tenutasi all’eremo di Fonte Avellana (Ps) dal 19 al 25 agosto 2012, era il seguente: Filosofia e vita. Esperienze della verità vivente: il sogno, la promessa, il dono, il dialogo, la giustizia . Quella che ho ascoltato, purtroppo non integralmente (avendo dovuto per motivi personali anticipare il rientro) è stata una lettura altra (in realtà ben nota…) ma per l’appunto onesta del concetto di Verità. Una Verità multiforme, non confinata negli steccati di un dogma o di un’ideologia ma “vivente”, esperibile, sperimentabile a partire da qualunque approccio, religioso o meno, della propria esistenza. Una Verità che, nell’interpretazione di Mancini, non si esaurisce nello spazio del visibile e soprattutto si presenta con i caratteri indubitabili del dono, e come tale andrebbe riconosciuta ed amata. L’invito, se si vuole la pretesa del corso, era proprio quello di riconoscere alcune forme essenziali di questa esperienza, quali il sogno, la promessa o l’idea sempre rinnovabile di giustizia. Che si chiami Dio o Natura o semplice energia, la Verità ci è davanti e ci si offre, credenti e non, per essere accolta ed arricchita, potenziata, migliorata. Nella convinzione, non retorica, che una vita rinchiusa esclusivamente in un labirinto concettuale, per quanto architettonicamente valido, oppure ostaggio del nichilismo più radicato, non possono che condurre ad esiti disperanti, e quindi sostanzialmente paralizzanti. Mancini non ha avuto timore a sostenere come ad iniettare i frutti perversi di questa malattia dello spirito siano state le due matrici fondanti l’Occidente, così come da noi conosciuto: la filosofia da un lato, esasperando l’atteggiamento razionalista delle origini, il Cristianesimo dall’altro, privilegiando la lettura “sacrificale” a quella liberante e misericordiosa del suo messaggio.
Mancini ci ha proposto la sfida di far passare invece la Verità dal piano logico a quello del consenso, di avere con essa una relazione che ci impegni, una relazione non ortodossa, che superi la tentazione sempre rinascente (e molto democristiana…) della neutralità. Con un’analisi, ripeto, lucida e priva di orpelli accomodanti e catechistici, ha “smontato” le dinamiche antropologiche che hanno finito per imporsi e marcare un vantaggio, a suo avviso solo temporaneamente vincente: l’identità esclusiva, la difesa ossessiva della proprietà, il desiderio (non la volontà…) di potenza e, appunto, la logica del sacrificio, il tutto passando, ad esempio, per una lettura finalmente (almeno per me) chiara e stringente di autori malamente inflazionati come René Girard e Hannah Arendt. Per non dire dei riferimenti, per me anche affettivamente suggestivi, all’uomo planetario di Ernesto Balducci, che con Maurizio abbiamo conosciuto, percorso e assimilato all’alba della nostra genesi intellettuale. E proprio forse come non mi succedeva dai tempi di Balducci, ho per la prima volta (ri)sentito e (ri)conosciuto in Mancini l’eco di un afflato distante ormai anni luce dalla mia sensibilità filosofica, ma credibile, direi quasi fondato, capace di reggersi, senza arroganza o fastidiosi sensi di superiorità, sulle sue sole “gambe”.
Insomma, ho fiutato di nuovo un odore e intravisto uno spazio che pensavo davvero morto e sepolto per sempre, inaccessibile, impercorribile: lo spazio e l’odore di un possibile dialogo, considerato nella sua capacità profonda di schiudere davvero le porte a una umanità diversa, plurale, meno intossicata. Il prof. Mancini valeva il prezzo del biglietto.

Faber, la follia e la ragione (note a margine di un concerto)

La follia dei sapienti, la ragionevolezza dei folli.

Il tentativo di tracciare una linea di confine, per magari scoprire che una precisa linea di confine non c’è.

 Senza la Follia, spesso accompagnata da una buona dose di coraggio, non avremmo forse avuto Galilei, la Rivoluzione Copernicana, ma nemmeno i Girasoli di Van Gogh o le Sonate di Beethoven.

Sono trascorsi cinque secoli da quando Erasmo da Rotterdam scrisse uno dei capolavori della storia del pensiero, l’Elogio della Follia, che della follia stessa riuscì a cogliere non solo l’aspetto deteriore e distruttivo, ma anche e soprattutto quello etico, quel lato della follia che, in nome di una incondizionata affermazione dei valori umani, spinge a innalzarsi al di sopra del conformismo ottuso e dei parametri rigidi imposti dalla tradizione, meritando perciò un giusto elogio.

Pensavo, sabato notte, sdraiato su un prato della periferia perugina, a quanto di quella follia sorridente, di cui Erasmo tesseva l’elogio, avremmo fortemente bisogno ancora oggi, non solo per l’abbondante raccolto di saggezza che essa può offrirci, ma soprattutto perché dell’altra follia, quella della violenza, dell’inquinamento, della discriminazione, dell’ottusità, vediamo fin troppo bene ogni giorno la furia erosiva, potenzialmente capace di cancellare la sopravvivenza stessa della nostra specie e della vita sulla terra.

Ci pensavo, in quella notte di fine estate, ascoltando uno dei tanti tributi al più grande cantastorie italiano del secolo scorso, il genio umano e musicale di Fabrizio De André.

Se è vero, come diceva Ippocrate, padre della Medicina, che il più formidabile dei farmaci, potente più di qualsiasi panacea, è la parola, mi ha quasi trafitto il pensiero di quanto manchi, ai nostri giorni volgari, impoetici, l’eco dei pensieri e dei versi, per non dire delle raffinatissime sonorità, di un artista come Faber.

La  stessa esistenza del musicista genovese fu un vulcano alimentato direttamente dal centro della terra, in possesso di una  materia incandescente che si estese molto lentamente arrivando fino alle strade e alle case della gente,  toccando tutti i nodi e tutte le corde della comunicazione, dell’emozione, delle nostre infinite contraddizioni. Con il loro calore interno, le sue canzoni si sono modellate sulle cose, rimanendovi poi scolpite nel tempo. Nacquero così le sue liriche: non a caso la parola poesia deriva da “poièsis” e significa costruire, modellare.
Nelle sue ballate è possibile ricostruire una intera storia dell’umanità, che  dai Cori della Tragedia greca passa alla Chanson de Roland e agli Chansonniers francesi, suoi legittimi eredi con la “poesia per musica”,  fino a planare, leggero ma anche tagliente, sui cancelli della poesia religiosa, della poesia medievale e barocca, della poesia narrativa di taglio epico, satirico o romantico, della tradizione nordamericana e della “beat generation”, per giungere alla straordinaria summa rappresentata da  Creuza de mä, insuperabile affresco di culture, lingue, dialetti, tradizioni. Ma sono soprattutto le sue storie, le storie di Marinella, di Miché, di Bocca di Rosa, storie di ordinaria follia e di commovente umanità, così simili eppure così distanti dalle miserevoli cronache dei nostri giorni, a spingermi a questo insignificante, ennesimo omaggio. Perché quelle storie, nel profondo, sono le storie di ognuno di noi, quando alla censura dei nostri comportamenti stereotipati e sottilmente ipocriti, dietro cui ci nascondiamo, scegliamo la folle amorevolezza e incomprensibilità del cuore e delle sue ragioni.

“Osservate –scriveva il filosofo olandese nell’Elogio con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia”.

Quanto ci manchi Erasmo. Quanto ci manchi Faber.

Giovanni Marinangeli

Pasano Republic

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Nel ringraziare e sommamente lodare Mauro, creatore di questo spazio finalmente di (apparente) facile utilizzo (ma ciò che appare…si mostra o esiste e basta?…mumble mumble…),
apro subito un post di inclinazione a-filosofica…per ricordare a tutti che il DONO più bello di queste giornate è e sarà sempre l’esperienza umana di incontrare belle facce e belle persone…così davvero rara e preziosa di questi tempi.

Indi per cui direi di aprire una top ten, o five, o quello che vi pare, per cui ricorderemo questa edizione estiva 2009. Io metterei in pole:

  • 6 uomini e un barbecue
  • come andare in overdose di carne
  • il “Giona” biblico riletto e interpretato da Maurizio

Fatevi sotto….