Architettura moderna internazionale: su Quattro capanne di Leonardo Caffo

«Qual è il senso della vita umana?», si chiede a un certo punto il filosofo Leonardo Caffo nel suo Quattro capanne, o della semplicità, edito da nottetempo. Essere-nel-mondo o Essere-a-causa-del-mondo? Far valere a tutti i costi la propria esperienza di vita, la propria esistenza libera e incondizionata, o lasciarsi guidare (e un po’ sottomettere) dalle opportunità che la tecnica, l’innovazione e il progresso ci mettono a disposizione? Per rispondere a queste domande, dice Caffo, è necessario ricostruire una filosofia pratica, che è la vera essenza del filosofare. La filosofia va vissuta («se non vivi e resti seduto a leggere e a scrivere hai la stessa possibilità di diventare filosofo di una pietra in fondo al mare», p. 171); non basta saper elaborare discorsi plausibili utili a destreggiarsi nella logica, se poi ciò non serve a migliorare la vita di tutti i giorni, come afferma Wittgenstein (uno dei must read di Caffo). La filosofia, in sostanza, deve tradursi in una vita che fa cose al di là del contesto che ci viene offerto: solo così potremmo recuperare, heideggerianamente, l’autenticità della nostra esistenza.

Che fare, dunque? Ecco Thoreau (altro must read e padre filosofico di Caffo): la saggezza, la phrònesis stoica (l’autore non cita mai lo stoicismo eppure tutto il libro ne sembra intessuto), la sapienza messa in pratica, è «una vita semplice, indipendente, magnanima e fiduciosa» (p. 30), che si traduce nel ritiro. Si tratta di un passo importante da compiere e non scevro di difficoltà perché la complessità del mondo contemporaneo impedisce di fare a meno delle sue strutture: il capitalismo in senso largo, non come mera teoria economica ma come architettura sociale e spirituale, riempie ogni spazio e ogni momento vitale e, come sottolinea Caffo, sceglie per tutti, crea un contesto quasi unico. Il “quasi”, però, è d’obbligo poiché fortunatamente persistono ancora ambienti nel mondo in cui ricavare oasi di semplicità e individualità, dove recuperare il «bosco interiore», un «abitare il mondo da dentro», un «vivere la vita dall’interno e non dall’esterno» (p. 36). L’obiettivo quindi è attuare un cambio radicale di paradigma: dall’antropocentrismo, ovvero da quella «metafisica degli individui» che vede nell’uomo l’ente superiore a tutto, si deve passare a una forma di individualismo nella quale da un lato l’ente umano recupera le sue funzioni essenziali e il suo pensiero libero, dall’altro l’individuo è inteso come qualsiasi ente abiti sulla terra, animali e piante compresi, in modo che non si contempli mai, in nessun luogo, la solitudine per l’uomo. Il bosco interiore è quindi un luogo dell’anima che porta con sé un lavoro filosofico e psicologico su se stessi e sulle proprie priorità; ma tale bosco interiore si accompagna, ieri in modo sicuramente più facile di oggi, ad un bosco esteriore, un bosco fisico, dove approntare l’isolamento e dove sperimentare un lavoro pratico, fatto di ingegnosità e fatica, per arrivare al cuore stesso dell’umanità. Quest’ultima non trova pronto ciò che le serve, ma costruisce da sola il necessario, e solo quello. Da qui nasce l’idea chiave del volume: la capanna, edificio spartano (ma non per questo improvvisato) e per questo simbolo dell’isolamento e del recupero della semplicità.


La semplicità è un mantra che percorre tutte le pagine del volume di Caffo. Essa si pone come parola chiave di un nuovo paradigma ontologico ed ecologico, ma soprattutto esistenziale, essendo il primo gradino di un processo di cura di sé. La semplicità è “un altro modo di vivere” dove “l’altro” sta in relazione al modello dominante, ovvero la complessità, la qualei sta dimostrando sempre più la sua insostenibilità, gravando sulla salute mentale dell’uomo e compromettendo l’integrità del pianeta in tutte le sue componenti.

Ecco dunque che la semplicità si pone alla base della vita filosofica, della pratica filosofica. Ma in cosa consiste? Soprattutto nel ritiro, che costringe l’ente-uomo a rimodellare la propria esistenza sul realmente necessario e soprattutto a cambiare la sua prospettiva, eliminando la «dittatura dei ricordi», l’ansia della programmazione, la ricerca ossessiva del lasciare tracce («Oggi siamo soliti pensare alla vita degna come alla vita dell’uomo in carriera»”, p. 117), quindi vivendo principalmente nel presente; si tratta di «migliorare l’attimo», applicando le sette leggi della semplicità elaborate da Caffo a posteriori, partendo dunque dalla pratica filosofica.

Quando si parla di pratica filosofica della semplicità, Caffo fa dunque riferimento in modo preciso alla capanna. Questa assume il valore di un simbolo tangibile da contrapporre alla complessità e a un modello di vita diffuso. È dunque un nuovo modo di vita applicato da quattro figure storiche ed emblematiche in questo senso: Henry David Thoreau, Theodore Kaczynski, Le Corbusier e Ludwig Wittgenstein. Ognuna di queste avventure viene analizzata nelle sue premesse, nei suoi obiettivi e nei suoi risultati e non mancano riferimenti incrociati; le esperienze di quelle figure storiche sono quattro paradigmi diversi ma simili di affrontare la complessità, ciascuno con i propri strumenti, le proprie convinzioni, le proprie esperienze pregresse.

La capanna per tutti e quattro in qualche modo costringe ad anticipare la semplicità, nel senso che si pone come realizzazione pratica di tre principi di base: l’essenzialità (intesa come recupero del proprio corpo e dell’esistenza per sé), la liberazione dagli obblighi e dalle relazioni (i quali ci incastrano in un meccanismo che Caffo riscrive sotto forma dell’algoritmo “intenzione → obiettivo → risultato”) e la povertà (in cui eliminare il concetto di “mancanza di qualcosa”, considerandola piuttosto come sottrazione e quindi come un allontanamento da qualcosa). Questi tre principi costituiscono quella che Caffo, a proposito della capanna di Wittgenstein, chiama «rassegnazione attiva», ovvero una presa di coscienza che è necessario concentrarsi solo su ciò che è plausibile, concreto e utile. La capanna è quindi una sfida filosofica, un esercizio fisico e spirituale, e lo spazio della capanna è lo «spazio dell’assoluto» (p. 190), intendendo con questo appunto lo spazio del presente sciolto, liberato, allontanato da qualsiasi sovrastruttura. Diventa quindi necessario rivedere le proprie priorità e valutare con attenzione gli enti, fino a destrutturarli, come indica l’esempio di Kaczynski: se poniamo attenzione agli oggetti che la società ci mette attorno, con cui ci costringe ad avere a che fare e che addirittura ci obbligano a determinate scelte, noteremo che essi non sono altro che mezzi, non fini. In questo consiste l’inganno della contemporaneità. È necessario quindi rivedere le loro condizioni ontologiche: ora come ora gli oggetti sono a noi indipendenti e quindi possiedono una sorta di forza attrattiva, mentre il cambio di prospettiva della semplicità ci porta a depotenziarli, a considerarli come qualcosa di dipendente da noi e quindi di inessenziale. La filosofia della semplicità, la vita nella capanna, ci conduce a vedere negli enti che ci stanno attorno non più degli epifenomeni, cioè come involucri che ci stringono, ma dei fenomeni, esterni a noi, presenti ma superflui: se questi «pesano o complicano l’unica vita che abbiamo, dobbiamo capire se e quanto sia necessario continuare ad averci a che fare» (p. 68).

In sostanza, afferma Caffo, «la vera sfida delle capanne, della semplicità, infine di una filosofia matura, è davvero questa: la salvezza dalla dannazione di una vita mentale complessa» (p. 207). E continua: «la semplicità […] altro non è che il punto zero delle cose» (p. 205).

Il saggio di Leonardo Caffo è godibilissimo, fruibile da ogni angolazione provenga il lettore, perché non è specialistico ma nemmeno banale, non rifiuta la dialettica filosofica ma la porta al livello dell’esperienza del vivere comune. La necessità di aggiustare il tiro delle nostre esistenze è da sempre un obiettivo della Filosofia e a maggior ragione oggi, in un momento storico in cui il senso dell’individuo, inteso nella maniera più ampia introdotta sopra, si fa precario, sommerso da un mondo in cui la socialità si è fatta macchina e in cui l’ecosistema che assume valore è quello virtuale, in cui le transizioni tra individui sono mediate da strumenti che hanno la capacità di condizionare le nostre scelte. Questo saggio si inserisce pertanto in un filone di sicuro interesse e contribuisce ad aumentare il corpus di punti di vista che possono permettere ai lettori di comprendere e soprattutto cambiare il mondo attorno a loro.

 

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Imparare a morire per imparare a vivere

Andrea Muraro ha scritto per Ritiri Filosofici una bella recensione del libro di Umberto Curi Via di qua. Imparare a morire (Bollati Boringhieri, 2011).

«Lo spirito occidentale ha un baco millenario, che risiede nel suo rifiuto della morte. Come se risiedesse al di fuori di ciascun essere vivente che respira su questo mondo, essa si aggira nelle cattedrali dello spirito, abbandonate e lasciate degradare e crollare in nome dell’esaltazione assoluta alla vita, dell’eliminazione di qualsivoglia mistero, della vittoria incontrovertibile della Verità e della Conoscenza.

Ci vuole del coraggio a voler fare della morte un mattone della propria esistenza, un punto fermo quotidiano, come se non si potesse farne a meno. E proprio in questo Umberto Curi si mostra degno combattente, armato della sua carica filosofica ed esistenziale; illustratore e narratore più che mai del demone pestilenziale, questo mysterium tremendum che ognuno rifiuta. Quasi si potesse riuscirci.

Dopo Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, il filosofo torna sul tema della morte  con Via di qua. Imparare a morire, testo forse più profondo e, a parere di chi scrive, più vissuto dall’autore. Sembra infatti, a prima impressione, che Curi trascriva proprie convinzioni prima che una accurata ricerca di fonti e avventure dalla mitologia greca a Derrida. E il lavoro sembra quindi più semplice nella lettura, così come lo sarà stato nella stesura. Via di qua è la citazione principe del testo, mutuata da Kafka, La partenza: si tratta di una affermazione ambigua, per chi chiede dove si abbia intenzione di andare, ma che in realtà è ben chiara nel protagonista (e indirettamente in tutti gli uomini). Essa indica chiaramente che un punto di partenza chiaro ed inequivocabile non sempre corrisponde ad un altrettanto conspevole punto di arrivo: l’esistenza più che mai si configura allora come una semiretta disegnata alla lavagna, con dei trattini ad indicare il limite che non si conoscea di cui si intuisce il prosieguo. Via di qua è espressione che lascia aporeticamente aperte domande, irricevibili per chi pretende di arrivare ad una conocenza ottimistica e globale: “se si tratta della sua propria morte, egli [l’uomo] tende ad ignorarla totalmente, annullandone il significato” (p. 16)».

Qui il testo integrale.