Baudrillard e la metafisica del terrorismo

In Téchne. Le radici della violenza, uno dei suoiscritti più lungimiranti pubblicato nel 1979, Emanuele Severino dedicava al terrorismo il capitolo d’apertura del suo libro. “Il problema fondamentale – scriveva il filosofo bresciano – non è scoprire le basi del terrorismo, ma comprendere la situazione reale che lo rende possibile”.  Si trattava cioè di capire le determinanti storico-politiche che permettevano questo particolare scatenamento della violenza. Molti filosofi, soprattutto a partire dalle guerre del Golfo degli anni novanta dello scorso secolo e gli attentati dell’11 settembre a New York, hanno cercato in vari modi di rispondere alle sfide poste da un fenomeno che appare sempre più su vasta scala. Uno di questi è sicuramente Jean Baudrillard, filosofo francese scomparso nel 2007 all’età di 78 anni, che del fenomeno terrorismo ha fatto uno dei capisaldi più interessanti della sua speculazione. Il fulcro della sua tesi è che l’origine del terrorismo deve essere cercata nel monopolio esercitato dal sistema politico-economico occidentale sul resto del mondo. Ma non solo.

 

La natura del terrorismo per Baudrillard

«È perfettamente logico che la crescita in potenza della potenza esacerbi la volontà di distruggerla. Ma c’è di più: in un certo senso, la potenza è complice della sua stessa distruzione. E questa degenerazione è tanto più forte quanto più il sistema si avvicina alla perfezione e all’onnipotenza» ((J. Baudrillard, Power Inferno, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 13.)). Un’affermazione che per certi versi potrebbe suonare incomprensibile, ma che per altri è una straordinaria fotografia del mondo nel quale viviamo. Questa prima forma di “violenza globale” che «incalza ogni forma di negatività, di singolarità, compresa quella forma ultima della singolarità che è la morte» ((Ivi., p. 61)) costituisce, per Baudrillard, il vulnusal quale, per quelle identità culturali disposte a tutto pur di non lasciarsi ridurre a un pensiero unico, è impossibile non reagire. Tuttavia, lo sviluppo senza pari conosciuto dalla civiltà della tecnica negli ultimi cinquant’anni l’ha resa sostanzialmente invincibile, perciò l’unico modo per sfidarla era quello di cambiare le regole del gioco. È il sistema stesso dunque, ad aver creato le condizioni perché potesse emergere il “transfert terroristico di situazione”, perché si potesse giungere ad una radicalizzazione tanto feroce. A ben vedere infatti, il trionfo del modello globale è tanto netto, che non ha alcun senso parlare di uno scontro nel significato abituale del termine, perché in sostanza non c’è nessuna Alterità a che gli si contrappone; ciò a cui stiamo assistendo è piuttosto “la mondializzazione trionfante alle prese con se stessa”.

Posizione questa che ritiene imprescindibile il ruolo del sistema occidentale per la genesi del terrorismo, condivisa e forse in parte anche anticipata, anche da Habermas e Derrida ((A tal proposito risulta molto interessante il lavoro di Giovanna Borradori, Filosofia del terrore – Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida, Roma-Bari, Laterza, 2003.)), seppure con delle rispettive differenze. Mentre per il filosofo tedesco infatti, il terrorismo non è che il frutto di una crisi comunicativa e in quanto tale un male curabile attraverso un utilizzo più adeguato della razionalità; per il francese l’emersione di tale fenomeno sancisce l’avvio di un processo autodistruttivo che potrà essere superato solo con l’oltrepassamento dello stesso mondo occidentale e del suo modo di fare politica. Entrambi però, cogliendo nella promessa mancata della modernità, ossia nel suo non essere riuscita a fare della razionalità il vero linguaggio universale, la causa principale delle derive globalizzanti assunte dal modello occidentale, sono sostanzialmente concordi con il nostro autore nel valutare la situazione attuale come una specie di guerra civile del tutto inimmaginabile prima dell’11 settembre. Baudrillard la chiama la “Quarta Guerra Mondiale”, dopo che la prima ha posto fine all’egemonia europea, la seconda al nazismo e la terza (la Guerra Fredda) al comunismo, eccoci giunti nel bel mezzo del più frattale dei conflitti, quello per cui sono le stesse individualità di cui il mondo si costituisce a resistere all’ordine unico: «È il mondo stesso che resiste alla mondializzazione» ((J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina, Milano, 2002, p. 18.)).

D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Nel diffondere la propria idea di Bene, il sistema globale rivela tutta la propria superbia, non solo perché assolutizza la propria prospettiva, ma anche e soprattutto perché viola le regola fondamentale dello scambio simbolico. In base a quest’ultima infatti, ogni volta che si riceve qualcosa si deve essere in grado di contraccambiare con qualcosa di valore superiore, innescando una sorta di gioco a rialzo che genera una tensione dialettica e mantiene un equilibrio fra le parti. Al cospetto di un sistema che ha fatto dell’appagamento di ogni desiderio la chiave della propria onnipotenza, non esiste alcun “contro-dono” possibile e si resta perennemente in una condizione di sudditanza. In effetti: «La base di ogni dominio è l’assenza di ogni contropartita – sempre secondo la regola fondamentale. Il dono unilaterale è un atto di potere. E l’Impero del Bene, la violenza del Bene, consiste proprio nel donare senza contropartita possibile. Nell’occupare la posizione di Dio. O del Padrone, che lascia allo schiavo la vita in cambio del suo lavoro» ((J. Baudrillard, Op. cit., p. 67.)). Gli stessi membri della società globale vivono sotto il peso di questo debito inestinguibile, in quanto tutto è virtualmente già concesso, e venuta meno la possibilità di sdebitarsi attraverso il sacrificio, poiché la morte è diventato il grande nemico, il Male per eccellenza, l’unica libertà possibile è quella di sottomettersi alla legge dell’equivalenza e disprezzare la propria condizione. Senonché, questa “saturazione dell’esistenza” ha fatto emergere anche un’altra forma di reazione, quella del rifiuto violento tipico dell’evento terroristico. «Oltre che sulla disperazione degli umiliati e degli offesi, il terrorismo si fonda così sulla disperazione invisibile dei privilegiati nella globalizzazione, sulla nostra stessa sottomissione a una tecnologia integrale […] che delinea forse il profilo involutivo dell’intera specie, della specie umana divenuta “globale” […]. E questa disperazione invisibile – la nostra – è senza appello, perché deriva dalla realizzazione di tutti i desideri» ((Ivi, pp. 69-70.)). Per rendere visibile il proprio rifiuto dunque, i terroristi si scagliano contro quell’unico valore rimasto tale all’interno del sistema occidentale: la vita, riempiendo con la morte la quotidianità anestetizzata dentro cui viviamo. E nel farlo evidenziano, non solo il carattere tutt’altro che onnipotente del sistema – nell’istante in cui sono crollate le Torri Gemelle è stato l’intero modello globalizzante a crollare con esse, mostrando le sue debolezze -, ma anche è proprio attraverso i suoi stessi mezzi che può essere tenuto sotto scacco; perché è proprio della libertà concessa agli individui che il terrorismo si serve per colpirlo.  Tutto questo però, come si traduce quando proviamo a portarlo su di un piano più puramente filosofico? Qual è la vera questione di fronte alla quale ci pone il fenomeno del terrorismo?

La “metafisica dell’evento” e il nulla

Nella sua essenza più intima, il problema del terrorismo è un problema relativo alla percezione della temporalità. Questo infatti, trova la propria forza a seguito della spettacolarizzazione che ne danno i social media; e il suo porsi come evento – dove col termine evento s’intende il sopraggiungere di un fenomeno irrazionale che buca le trame del quotidiano per la sua portata distruttiva e in qualche modo rivoluzionaria – affonda le radici proprio nel fatto che solo dopo essersi realizzato esso viene pensato come possibile.

Di per sé, ogni evento in quanto tale, risulta del tutto impossibile prima di concretizzarsi nel mondo reale, perché è proprio questa imprevedibilità a identificarlo come “evento”. Perciò l’attentato diventa possibile solo dopo essersi attuato, perché allo stato potenziale esso è talmente sfuggente ed estraneo all’ordine di pensieri cui siamo abituati, che risulta perfino inimmaginabile. Al suo darsi però, ogni percezione muta. Al suo darsi, immediatamente subentra la consapevolezza della sua possibilità, ma non solo, anche quella della semplicità con cui un evento analogo potrebbe accadere. Così emerge la paura, che ben presto si tramuta in psicosi, il terrore appunto; ed è proprio nelle misure che il sistema adotta per cautelarsi che il terrorismo matura la sua vittoria. Questa logica da “caccia alle streghe” tuttavia, oltre che inefficace si rivela parimenti fallace, poiché si basa su quella che Baudrillard, ma prima di lui anche Bergson ((Si veda: H. Bergson, Il possibile e il reale in Pensiero e movimento, Bompiani, 2000.)) pensa come una “temporalità invertita”. Ossia come una temporalità non più legata alla scala ascendente: impossibile, possibile, reale, ma nella quale possibile e reale emergono nel medesimo istante e lo stesso processo immaginativo è solo una conseguenza, una giustificazione di quanto accaduto. Per Baudrillard in particolare, questa “metafisica dell’evento” nasce come unica risposta possibile alla tensione insita nel mondo contemporaneo, il mondo della “realtà Virtuale”, per cui ogni possibile è già virtualmente realizzato e conseguentemente cessa di essere tale.

Lo scenario che viene delineandosi perciò, è quello di una contrapposizione eterna fra il tempo del non-evento e l’istante in cui invece l’evento irrompe, imprevisto e imprevedibile, rispetto al quale nessun perfezionamento della tecnica potrà mai costituirsi come risoluzione definitiva. A ben vedere però, se l’evento viene pensato come qualcosa che prima di accadere non era neanche possibile – non esisteva neanche in potenza – allora ci troviamo a tutti gli effetti di fronte ad un ex nihilo. O per meglio dire ad un presunto tale, perché anche se Baudrillard utilizza proprio tale espressione per rendere al meglio la natura irrazionale dell’attentato terroristico, di fatto pensare all’imprevedibile come ad un nulla è un errore. Perché anche se nella mente di chi è destinato a subire l’evento esso è del tutto impossibile, non si può dire altrettanto di quella in cui esso viene progettato, anzi, in quest’ultima esso si mostra in tutta la sua verità. Perciò, anche se per il filosofo francese la “realtà” nel senso di una dimensione oggettiva da tutti condivisa e condivisibile è solo una costruzione mentale dell’uomo – tanto noi quanto lo specchio che ci riflette siamo parti del medesimo Tutto -; il nulla resta parimenti inammissibile. Anzi, nel pensare l’attacco terroristico come fa la “metafisica dell’evento” si commette esattamente l’errore che s’intende scongiurare negando la realtà, ossia si estromette dal contesto dell’esistente quella singolarità che proprio nel progettare e realizzare l’attentato lancia la sua sfida.

In ultima istanza dunque, è difficile non concordare con Baudrillard nel pensare che tentare di combattere il fenomeno del terrorismo fino ad estirparlo come un male oggettivo, non è solo illusorio ma del tutto impossibile, perché esso vive della stessa linfa che alimenta il sistema contro il quale si scaglia. «Il terrorismo» infatti «può essere interpretato come l’espressione della dissociazione interna di una potenza divenuta onnipotente – violenza mondiale immanente allo stesso sistema mondo. Ed è un’illusione volerlo estirpare come un male oggettivo, quando, nella sua stessa assurdità, è l’espressione della condanna che questa potenza pronuncia su se stessa» ((Ivi., p. 139)). È parte integrante del mondo che abbiamo costruito e se le cose stanno così, anche l’invito di Derrida ad andare oltre i confini della politica occidentale rischia di risultare inutile poiché un ulteriore ampliamento degli orizzonti mentali in vista di una conciliazione rischia di venire avvertito come l’ennesimo tentativo di rendere tutto equiparabile, semplificabile, omologato. Forse il terrorismo riuscirà a cambiare il mondo, o forse sarà il mondo a cambiare il terrorismo, solo il tempo potrà rendere visibile la risposta a un simile enigma, solo il tempo potrà svelare ciò che la necessità ha già eternamente destinato ad essere.

 

Socrate, il veleno dell’ottimismo

Durante la sua giovinezza Nietzsche si è interrogato più volte sulla natura e sul significato storico di Socrate che, col suo passaggio, ha modificato in maniera irreversibile l’intera storia del pensiero umano; e a ben vedere quanto compare in proposito all’interno de La nascita della tragedia nel 1872 non è che la conclusione di un percorso cominciato già diversi anni prima. Come dimostrano i frammenti contenuti nei manoscritti risalenti all’autunno del 1869 e la conferenza tenuta nel febbraio del 1870 a Basilea dal titolo Socrate e la tragedia ((in La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e scritti 2870-1973, Adelphi 1991)), infatti, già da tempo Socrate era oggetto degli studi filologici nietzscheani, le cui conclusioni ne stravolgeranno completamente l’immagine tradizionale.

Un approccio filologico

Sin dal 1865, ovvero prima ancora di entrare ufficialmente nell’orbita del maestro Friedrich Ritschl, nei suoi rapporti epistolari Nietzsche non aveva mancato di sollevare qualche perplessità sulla sua totale compatibilità con la metodologia filologica; pensieri che poi culmineranno nella crisi del periodo basileese e rispetto alla quale i suoi stessi studi giocheranno un ruolo decisivo. Come spesso accade però, è proprio nei punti di contatto più critici che si aprono nuove prospettive, e il rapporto conflittuale del giovane Nietzsche con la filologia si cala perfettamente in questi panni. Era grande infatti la sua insoddisfazione nei confronti della logica da “ruminanti” che guidava i filologi del suo tempo, per cui nulla poteva essere sostenuto che non discendesse linearmente dalla tradizione precedente; ma se agli studiosi non restava che iperspecializzarsi in frammenti sempre più minuscoli del sapere, ben presto l’indagine filologica sui testi antichi sarebbe stata dimenticata, soffocata dalla sua stessa vanità. Occorreva dunque riscoprire la capacità di creare una visione d’insieme, perché il dettaglio, se non viene contestualizzato, oltre a risultare fine a se stesso, rischia di rivelarsi addirittura fuorviante rispetto alla realtà dei fatti. Inizia così la sua crociata contro i “filologi per rassegnazione” e la loro logica compilatoria che considera solo la capacità discorsiva del pensiero, ignorando completamente le potenzialità dell’intuizione. Come sostiene Giuliano Campioni nell’introduzione al testo Appunti filosofici 1867-1869 * Omero e la filologia classica però: «Occorre qui prevenire un possibile equivoco – Nietzsche non comincia a sentirsi filosofo in quanto si allontana dalla filologia. Tra il mestiere filologico praticato con sempre maggiore padronanza e la nascita dell’identità filosofica vi è un rapporto assai complesso di interazione e conflittualità» ((Nietzsche F., Appunti filosofici 1867-1869 * Omero e la filologia classica, Adelphi, Milano, 1993, p. 24.)); ma è proprio da questo caos iniziale che emergerà la sua stella danzante. Ancora inebriato dal primo contatto con la riflessione di Schopenhauer e fortemente influenzato dall’approccio materialista di F. A. Lange e dalla visione storica di K. Fischer infatti, egli dà vita ad una straordinaria interazione fra mondi diversi che in un simile contatto si arricchiscono vicendevolmente. È da questo nucleo che prenderà vita La nascita della tragedia insieme alle innumerevoli altre ramificazioni del suo pensiero maturo; e uno degli elementi che rimarranno più a lungo ricorrenti è proprio quello che possiamo definire la “questione socratica”.

La questione socratica
Per il giovane Nietzsche, con la comparsa di Socrate si compie la morte dello spirito greco. Tutto l’eroico pessimismo di questo popolo solutore di enigmi e amante della bellezza tragica, l’unico capace di reagire alle derive nichilistiche insite nelle parole del Sileno, per cui «Il meglio è per te [uomo] assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto»; tutto questo svanì irrimediabilmente sotto i colpi della razionalità socratica. Nell’istinto antiartistico di questo primo “uomo teoretico” infatti, maturò il rifiuto di ogni saggezza istintuale – che in quanto tale costituiva un legame indissolubile con la dimensione naturale dell’esser uomo – a favore di un insaziabile desiderio di disvelamento del mistero della verità, della sua bellezza. Fu Socrate il primo a persuadere la Grecia della capacità del pensiero di giungere: «Fin nei più profondi abissi dell’essere, e che il pensiero sia in grado non solo di conoscere, ma addirittura di correggere l’essere» ((Nietzsche F., La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, pp. 110–101)); un’“illusione metafisica” che è insieme l’atto di nascita della scienza. È nel socratismo dunque che, sotto le sembianze di una nuova forma di “serenità greca”, germogliano i semi dell’ottimismo positivistico, di una beatitudine capace di fronteggiare paura della morte con la forza giustificatrice del pensiero razionale. Così, cogliendo nell’errore il più grande dei mali, il razionalismo scientifico cominciò la sua folle corsa verso il disvelamento del mistero del Tutto. Un sì tracotante ottimismo però, già sul finire dell’Ottocento, era giunto, per Nietzsche, a naufragare sui propri limiti; rivelando d’un sol colpo tutta l’illusorietà dell’esaltazione socratica del logos.

Per il giovane Nietzsche, con la comparsa di Socrate si compie la morte dello spirito greco.

Infatti la circonferenza che chiude il cerchio della scienza ha infiniti punti e, mentre non si può ancora prevedere come sarà mai possibile misurare interamente il cerchio, l’uomo nobile e dotato giunge a toccare inevitabilmente, ancor prima di giungere a metà della sua esistenza, tali punti di confine della circonferenza, dove guarda fissamente l’inesplicabile. Quando egli vede qui con terrore come la logica in questi limiti si torca intorno a se stessa e si morda infine la coda – ecco che irrompe la nuova di conoscenza, la conoscenza tragica, la quale, per poter essere sopportata, ha bisogno dell’arte come protezione e rimedio ((Ivi, p. 103)).

Sconfitti dall’inesauribilità del Tutto, non resta dunque che ritornare all’approccio tragico, che per Nietzsche costituisce l’unica prospettiva rimasta ad un’umanità inevitabilmente destinata a rimanere orfana della propria fede razionalistica. In realtà, anche una simile fiducia nelle potenzialità del momento artistico rappresenta solo una fase passeggera della riflessione nietzscheana, ma l’influenza suscitata sul giovane filologo dall’amicizia con Richard Wagner lascia facilmente immaginare donde si fondasse una tanto forte persuasione. Al tempo de Lanascita della tragedia però, tali dinamiche erano totalmente oscure, quindi il giovane Nietzsche non mancò di imputare allo stesso Socrate anche la responsabilità indiretta della fine non solo dell’arte tragica greca, ma anche di ogni vero istinto artistico. Si scopre così nell’ostilità socratica alla musica il peccato originale sulle cui orme i componimenti euripidei porteranno al soffocamento del fuoco sacro di quella tragedia attica che Eschilo e Sofocle tanto gelosamente avevano custodito. Tale è infatti la portata che Nietzsche riconosce a questo momento artistico, l’unico in grado di coniugare le due anime antitetiche della grecità classica: l’apollineo e il dionisiaco, il sogno e l’ebbrezza, il principium individuationis e lo straniamento orgiastico. In esso tutto ruotava intorno al coro dei Satiri: «Coro di esseri naturali che per così dire vivono incorruttibili dietro ogni civiltà e, nonostante ogni mutamento delle generazioni e della storia dei popoli, rimangono eternamente gli stessi» ((Ivi, p. 54)), eternamente destinati a testimoniare la soverchiante potenza della vita. In questa esperienza artistica l’uomo greco viveva travolto dall’estasi dionisiaca che, annullando ogni barriera esistenziale, veniva separato dalla realtà quotidiana e quando vi rientrava era abbandonato ad un senso di nausea in grado di negare ogni volontà e rispetto al quale solo l’arte poteva presentarsi come speranza di salvezza e risanamento. Il punto è che: «Solo partendo dallo spirito della musica possiamo riuscire a comprendere la gioia per l’annientamento dell’individuo» ((Ivi, p. 110)), perché solo la musica è in grado di porsi come la cosa in sé di ogni apparenza, parafrasando Schopenhauer che, su tale punto, è la principale fonte d’ispirazione nietzscheana. Solo attraverso la musica infatti, può emergere quel sostrato incomunicabile della verità al quale anela ogni istinto dionisiaco. Tuttavia, è proprio contro ogni forma istintiva che si scagliò Socrate, ed è al suo successo che dobbiamo la fine dell’arte come la nascita di una nuova etica che pensava la virtù esclusivamente incentrata sulla conoscenza. Si passa così dall’eroe tragico che coraggioso fronteggia il proprio destino, all’“eroe dialettico” di Euripide che argomenta razionalmente il proprio operato, reprimendo il pathos tragico e con esso ogni forma d’immedesimazione compassionevole. «“La virtù è il sapere; si pecca solo per ignoranza; il virtuoso è felice”; in queste tre forme fondamentali di ottimismo sta la morte della tragedia» ((Ivi, p. 96)); e con essa di un intero mondo che in quella forma artistica aveva trovato il proprio acme.

Con la fine del rapporto con Wagner, ma forse già da qualche mese prima, i contorni della parentesi estetica di Nietzsche si fanno via via più sfocati, e con essi anche l’attenzione nei confronti di Socrate si riduce, a vantaggio delle più pressanti questioni morali e metafisiche. Ciò che però resta di questa fase, è un’immagine del filosofo che può aiutarci molto nel comprendere alcuni concetti cardine del suo pensiero, ma spesso ignorati a causa dello scarso interesse abitualmente rivolto a queste prime fasi della sua formazione. Al di là di ogni evidente ed inevitabile processo evolutivo infatti, Nietzsche rivela sin da ora i primi germi del suo prospettivismo veritativo, calati nel contesto del rifiuto verso l’approccio divulgativo del sapere intrinseco al razionalismo socratico. Cos’altro potrebbe essere la sua strenua difesa della componente istintuale dell’approccio al sapere, se non la ripresa della dimensione sapienziale presocratica che trova nel misticismo eracliteo la sua massima espressione? Lo stesso si dica delle evidenti derive deterministiche che poi emergeranno all’interno della dottrina dell’eterno ritorno, già timidamente caldeggiate nell’appassionata esaltazione delle opere di Eschilo, luogo del supremo imporsi della moira con la sua necessità. Questo e altro, come lo scetticismo nei confronti della portata veritativa della scienza e la natura genealogica dei valori morali, è quanto traspare dalle parole del giovane Nietzsche su Socrate, ma il loro riproporsi a distanza di tempo non ha di che sorprenderci; non è in fondo il tempo un serpente che si morde la coda?

 

L’immortalità dell’anima origine della filosofia

È difficile, per un amante della conoscenza, resistere al fascino dell’Antica Grecia, alle suggestioni legate a quella civiltà che, dando alla luce la filosofia, ha aperto le porte alla razionalità e all’utilizzo sistematico del pensiero. Ma quali sono state le condizioni che hanno favorito l’emersione di un fenomeno tanto straordinario e decisivo per la storia dell’Occidente? Cosa c’era nella civiltà greca prima del pensiero filosofico e qual è il suo rapporto con quest’ultimo? Uno dei tentativi di risposta in assoluto più interessanti a simili quesiti, è quello contenuto in Psiche. Culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci (Laterza, 2006) del filologo tedesco Erwin Rohde, che tra il 1890 e il 1894, calcando l’intuizione dell’amico di giovinezza Friedrich Nietzsche, gettò una nuova luce sulla cultura greca degli albori. Con La nascita della tragedia (1872) infatti, Nietzsche aveva letteralmente sconvolto il mondo filologico europeo del tempo (impietoso fu l’attacco che gli rivolse Wilamowitz), incalzando l’immagine tradizionale di una società votata alla serena e solare compostezza propria della religione olimpica, svelò l’esistenza di una sua dimensione“notturna”, profondamente passionale e irrazionale: lo spirito dionisiaco. Scuotendo la civiltà greca fin nelle sue fondamenta, questa esperienza riuscì ad aprire una breccia nel muro che lo spirito apollineo (il baluardo difensivo del kosmos olimpico dall’infuriare del kaos originario e dalla sua istintualità) aveva eretto fra l’uomo e la divinità, così da riportare nella sfera umana quell’immortalità che aveva perso con la fine delle fedi arcaiche e che renderà indispensabile la nascita della filosofia per trovare un nuovo fondamento capace di resistere ad ogni secolarizzazione.

Continue Reading

XIII Ritiro filosofico

Si è conclusa lo scorso 27 settembre la tre giorni dedicata al XIII Ritiro Filosofico nell’ormai tradizionale sede della Domus Seminario di Nocera Umbra (PG). Il tema dell’incontro era La rivelazione e i suoi usi teologico-politici, brillantemente condotto dal relatore Filippo Mignini (ordinario all’Università degli Studi di Macerata) attraverso quattro intense sessioni di studio, seguite da momenti di dibattito sul modello del simposio (da anni ormai il vero marchio di fabbrica di Ritiri) altrettanto partecipati.

 

RF13

 

Nella prima sessione, Mignini ha ritenuto indispensabile porre una premessa di carattere terminologico all’intero Ritiro, al fine di evitare fraintendimenti sul significato che qui si voleva attribuire alla parola rivelazione. Con questo termine infatti, ci si riferisce all’evento soprannaturale con cui la divinità fa conoscere, direttamente o indirettamente, verità, naturali o soprannaturali, non conoscibili per altra via; al fine di orientare la ragione e l’intelletto umani, di per sé disorientati. Tale approccio conoscitivo di matrice tipicamente religiosa, dalle tre grandi fedi del mondo occidentale (ebraismo, cristianesimo e islam) viene poi fissato per ispirazione divina su un documento scritto, il testo sacro, che diventa a sua volta oggetto di culto. Nulla di più distante dall’approccio conoscitivo proprio del mondo greco contemporaneo a questa fase (siamo intorno al V sec. a.C.), del quale Mignini ha dato testimonianza attraverso il confronto tra alcuni passaggi dell’Odissea con brani dell’Antico Testamento (punto di riferimento scritturale comune a tutti e tre i grandi monoteismi). Oltre ad avere un carattere costantemente indiretto infatti (Atena si presenta sempre sotto mentite spoglie), in Grecia la rivelazione non è fondativa del momento religioso, e tanto meno di quello politico che è appannaggio esclusivo dell’autorità civile. Lo stesso messaggio escatologico in essa contenuto non oltrepassa mai la dimensione del reale: solo con l’avvento del cristianesimo, difatti, l’immortalità delle anime diventa una promessa di vita ultraterrena.

Continue Reading

Fra misticismo e politica. La nascita della filosofia

Com’è nata la filosofia? Forse non esiste domanda più affascinante per gli amanti di questo straordinario fenomeno che non dobbiamo esitare a definire come una delle espressioni più preziose e decisive della vicenda umana. Perché proprio in Grecia poi? Perché non in seno alle millenarie culture orientali piuttosto, alle quali di certo non mancava la capacità riflessiva? In molti hanno tentato di portare la luce all’interno della nebbia che avvolge la genesi della filosofia, ma pochi hanno avuto la forza argomentativa delle riflessioni di Giorgio Colli. Questo filosofo italiano, poco noto se non per aver curato per Adelphi la traduzione in italiano delle opere di Nietzsche, ha dedicato quasi tutta la sua vita allo studio della civiltà greca delle origini – ne è una prova la straordinaria opera, incompiuta a causa della sua morte prematura, La sapienza dei greci (Adelphi) – producendo riflessioni di grandissimo valore. Quanto segue quindi, non è solo un tentativo di analisi dei suoi studi sui primi passi del sapere filosofico, ma anche quello di dare voce ad una delle personalità più preparate e attente a lasciare che sia la Grecia antica a raccontare se stessa, non viceversa, ma ciononostante palesemente ignorata.

 

DSC_0176

La età post-omerica
Come ci aiuta a capire anche il testo di Rohde Psiche ((E. Rohde, Psiche, Laterza, Roma-Bari, 2006.)), più volte menzionato dallo stesso Colli, l’immagine della Grecia che emerge dalla poesia omerica è quella di una civiltà all’interno della quale il ruolo svolto dall’epica nella formazione di una coscienza collettiva – per certi versi potremmo dire di una vera e propria base culturale comune – è stato predominante. Solo l’epica infatti, ha saputo oltrepassare confini e particolarismi e fare breccia nel cuore del mondo ellenico; ed è proprio in questi grandi racconti degli eroi e delle loro imprese che si radicano alcuni degli elementi più preziosi del linguaggio filosofico greco. Grazie all’Iliade e all’Odissea ((Come sostiene lo stesso Rohde nel testo sopracitato, probabilmente questi contenuti potevano essere emersi in seno a fenomeni diversi dalla pura forma poetica, tuttavia Omero è la prima voce dalla quale ne abbiamo testimonianza e sicuramente è colui che ne favorì la diffusione in tutta l’Ellade.)), un’intera civiltà iniziò a leggere il proprio tempo con le categorie di quel mondo poetico; così l’agone eroico della forza vitale primigenia insita nello thymós di Achille e quello dell’orgogliosa superbia celata nella hybris di Agammennone, penetra all’interno della quotidianità, quindi all’interno della polis. Al di là di questa componente individuale però, la poesia omerica favorì la diffusione anche di un altro prezioso concetto: il destino (moira) e la sua accettazione. Quella «coscienza della fatalità incrollabile del divenire cosmico» ((G. Colli, La natura ama nascondersi, Adelphi, Milano,1988, p.23.)) che per Colli rende davvero inebriante il confronto/scontro degli eroi con l’ananke; e sulla loro scia, di tutti gli uomini. Sono soprattutto questi i passaggi in cui viene posto a rigore il carattere individuale dell’approccio alla vita, che in Grecia è stato ulteriormente favorito sia dalla strenua resistenza a qualsiasi forma di unificazione politica, sia dall’assenza di una religione oppressiva intenta a ricondurre tutte le menti ad una medesima dogmatica. A contenere eventuali derive individualistiche però, il mondo omerico aveva innalzato un altro concetto imprescindibile soprattutto all’interno della polis: l’eleutheria, ossia quella “lealtà verso il vincitore” che parimenti testimonia l’imprescindibilità di una vita condivisa; la sola entro cui trovi senso l’agonismo stesso.
A partire dal VI secolo a.C. però, le pressioni esterne e soprattutto il contatto con l’Oriente e le sue ricchezze, portano ad una serie di profondi mutamenti sociali. Con il progressivo inasprirsi della lotta per il potere, lo thymós perde la propria capacità di esprimere omogeneamente la forza vitale degli individui e viene a frammentarsi in una molteplicità di diverse esperienze perennemente in competizione reciproca. Così viene ad imporsi è un progressivo senso d’incertezza intorno alla “via da prendere”, la verità si fa sfuggente perché ognuno è intento ad affermare la propria prospettiva e la potenza interiore si scontra con la propria insufficienza; «il dolore più profondo è scoperto: ogni espressione è inadeguata» ((Ivi, p. 25)).

L’irruzione del dionisiaco
In questa fase di smarrimento e di profonda sfiducia nelle capacità della polis di rispondere all’esigenza di tenere unita una comunità, tanto cara al popolo greco, comincia ad imporsi un nuovo movimento religioso percolato in Grecia dalla Tracia ((Si veda E. Rohde, Op. cit., p. 277 ss.)), il dionisiaco. Questo fenomeno culturale riuscì ad assimilare molto in fretta le forze vitali che l’entrata in crisi del modello apollineo aveva lasciato senza la possibilità di esprimersi, e, in accordo col Nietzsche di La nascita della tragedia, è proprio nel punto di contatto fra questi due momenti che la civiltà greca cominciato a vivere il suo punto più alto. Con l’irruzione dell’ebbrezza dionisiaca, lo thymós viene annegato in un mare di passionalità esasperata che finisce per assorbire ogni delimitazione individuale: è il dominio dell’estasi orgiastica che in un “illusorio stordimento di felicità” offusca i contorni stessi delle cose. In questo vortice di seduzioni, il primo punto d’appiglio la civiltà greca lo trova nella nascita della tragedia, uno straordinario fenomeno capace di convogliare il pessimismo imperante in un’esperienza mistica virile: «La tragedia lascia sussistere l’ananke irriducibile, riproducendo soltanto una realtà data di fatali immagini lottanti e di ineluttabili stragi concatenate, e di contro conquista al thymós una pace espressiva, creando nell’apparenza un mondo di forme ambigue, incoerenti ed incomprensibili, che pure hanno una figura e cantano un dolore sognante» ((G. Colli, Op. cit., p. 27)). Pur nella loro genialità però, queste rappresentazioni della vita umana non riuscirono, da sole, a contenere il dilagare di questo pessimismo dalle tonalità sempre più spiccatamente religiose. La sfiducia verso la vita infatti, riporterà in auge tutta una serie di tematiche come l’immortalità dell’anima, la purificazione, la vita ultraterrena, che poi confluiranno nelle religioni misteriche e soprattutto nell’Orfismo; a discapito dell’istinto filosofico.

I Presocratici
Secondo Colli, è proprio in questo momento, cioè quando il complesso delle doti filosofiche che in modo del tutto naturale erano emerse all’interno del popolo greco rischiava di andare perduto, che tale ricchezza metafisica trova finalmente espressione. Laddove il demos, scosso dall’indeguatezza del suo potersi rapportare con la realtà, cercava di fuggire dalla lotta, degli individui superiori seppero trovare la forza di guardare in faccia il mondo e di svelarne la vera natura fenomenica: esso è un’espressione dell’interiorità ((Tesi, che come testimonia l’opera dello stesso Colli, La filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano, 1969, è assolutamente affine alla parte più speculativa del suo pensiero e con ciò riflette tutto il desiderio di provare a riprendere il discorso filosofico originario, per lui interrottosi subito dopo Platone.)). Così, il filosofo appare come l’eroe che “non ha più nulla fuori di sé”, l’individuo in grado di vivere nella propria interiorità tutto il travaglio del dionisiaco, ma che invece di appagarsi nella conoscenza appena raggiunta, la estrinseca portandola sul piano etico e politico. Proprio in questo risiede la grande peculiarità del misticismo ((Qui con misticismo si vuole delineare l’istinto a oltrepassare con la conoscenza la dimensione umana: si veda in proposito G. Colli, Filosofi sovrumani, Adelphi, Milano, 2009, pp. 23-32.)) dei Presocratici, nel bisogno insopprimibile di esprimere l’elevatezza raggiunta nella loro solitudine (qui è impossibile non cogliere gli echi della Prefazione dello Zarathustra di Nietzsche) facendosi creatori, non solo di un nuovo ethos, ma della verità stessa. Perché sì, «il mondo dell’apparenza è pura rappresentazione, complesso di rapporti, e può essere soggiogato soltanto dalla conoscenza» ((G. Colli, Op. cit., p. 30)), ma proprio in virtù di tale natura rappresentativa esso è ambiguo e solo l’intuizione può permettere di aprirsi un varco in tale mutevolezza. Intuizione che però – questi grandi sapienti lo sapevano bene – è incomunicabile nella sua immediatezza; per questo dànno forma ad una simbologia dei concetti attraverso le parole. Ecco che anche nei primi filosofi, l’impulso politico connaturato al popolo greco si realizza in una nuova legislazione dell’universo, il risultato più fecondo del tentativo di arginare l’arrendevolezza del pessimismo ricercando «il principio del mondo, l’arché, principio buono che dà la felicità, superiore ad ogni passionalità umana, cui ci si accosta indagando se stessi ed abbandonando gli uomini» ((G. Colli, Op. cit., p. 30)). È così che Anassimandro, Eraclito, Parmenide ed Empedocle – i più importanti fra i Presocratici per Colli – rileggono la pluralità delle divinità olimpiche, elevandola ad una molteplicità di essenze individuate, di concetti metafisici.

Un lampo nell’oscurità
«Pochissime ad ogni modo sono le personalità che sopportano questa vita, anche in un’epoca di uomini forti. La filosofia comincia subito ad essere tradita. Nell’Occidente greco, dove la vita troppo rigogliosa più facilmente trabocca in stanchezza religiosa, si presenta con la scuola pitagorica un fenomeno di capitale importanza storica, che segna la dissoluzione vitale di questo mondo miracoloso» ((G. Colli, Op. cit., p. 30)). Con il loro astrattismo dogmatico che soffoca e dimentica l’esperienza dionisiaca, il mondo cade vittima di un gelido dualismo che svuota rapidamente della sua grandezza anche la figura eroica del filosofo. Ciò che segue, è solo il lento affievolirsi della luce più luminosa che abbia mai lampeggiato nel cielo oscuro dell’umanità. Il demos s’impadronisce dell’“arma del filosofo”, la ragione, e l’agonismo infuria, cerebrale e scellerato fra tutte le poleis greche. L’ambizione al potere politico tradita dai Sofisti è l’atto finale del declino del mito del filosofo, però «il declino del mondo antico non è precipitoso, e Socrate contribuisce a ritardarlo; molte forze vitali resistono. Platone ferma per un attimo la ruota dell’ananke, è l’uomo che da solo dà vita ad un crepuscolo splendido. Nelle tenebre che seguono Aristotele salva inconsapevolmente qualche frammento di verità. Poi logica ed etica, cosmopolitismo ed erudizione» ((Ivi, p. 33)). Una volta ricaduto su se stesso, il velo sollevatosi in questo “giorno supremo dell’umanità”, «passarono duemila anni prima che uno solo, Spinoza, lo risollevasse» ((Ivi, p. 24)).

La verità è una sfida a se stessa. Colloquio con Massimo Donà

È un sereno pomeriggio di aprile quello che ci accompagna mentre attraversiamo Piazza della Repubblica a Foligno, con passo deciso; sono passate da qualche minuto le sedici e siamo in leggero ritardo per il nostro appuntamento. In penombra, seduto al tavolo di un bar, già s’intravede il nostro interlocutore, celato da un ampio cappello scuro. Non vuole saperne di formalità Massimo Donà, titolare di una cattedra in filosofia teoretica al San Raffaele di Milano nonché ex allievo di Emanuele Severino; ci invita subito a sederci e a raccontare chi sono questi due giovani con cui sta per prendere un caffè. Ascolta con passione il professore veneziano e lascia venir fuori tutto il suo calore di amante della vita, soprattutto quando si finisce a parlare di musica. Il tempo però è un tiranno, e così, dopo un ultimo tiro al suo mozzicone di sigaretta, la nostra chiacchierata ha inizio.

Continue Reading

Dopo Nietzsche, Giorgio Colli tira le somme

Per fare un bilancio di un’amicizia intellettuale durata tutta una vita, Giorgio Colli in Dopo Nietzsche ((Dopo Nietzsche, Milano, Adelphi, 1979.)), mette in campo tutta la saggezza dell’indagatore della verità. Nella sua proposta di un Nietzsche come voce incompresa dell’approccio misterico alla conoscenza emerge quell’ammissione dei limiti della ragione, propria di chi ha visto l’opacità delle sfumature del mondo e ne è rimasto affascinato. Ammissione che tuttavia è anche l’esaltazione dell’attimo fulmineo in cui l’intuizione si apre un varco, per affacciarsi su «quello che precede la nostra vita, che sta al di là della nostra vita» ((Ivi, p. 68.)). Da dove trarrebbe origine il ragionare filosoficamente, “il tessuto dai molteplici nodi del logos”, se non dal tentativo di disinnescare l’emergere dell’enigma (il prόblema, “l’ostacolo che getta in avanti”) oracolare, che nel suo accennare la via della conoscenza, illumina parimenti la natura inesorabile del destino? Nell’inquietudine di tale condizione, Colli vede “l’oscura sorgente” della dialettica, quella metodologia filosofica che, pur tentando d’imbrigliare il fato fra le trame dell’argomentazione, si rivela come la semplice messa in scena di un rituale, in cui il rispondente non potrà mai sottrarsi al proprio soccombere. Eppure, questo tentativo di razionalizzazione della vita ha aperto la strada all’affermazione della sua più radicale negazione, ossia all’imporsi della necessità; quella “fede nella realtà del tempo” che incatena il mondo attraverso il nesso causale e lo svuota di ogni ricchezza. Solo l’arte si muove in direzione contraria, solo l’arte cerca di retrocedere a quell’attimo dell’intuizione, tanto prezioso per il mondo presocratico, e cerca di  riavvicinarsi ad esso e alla sua ingenuità. È dunque all’insegna del recupero della grecità e della sua antica saggezza che Colli analizza Nietzsche, perché «ben poco di vitale è stato compreso sinora della Grecia, all’infuori di quanto hanno detto Nietzsche e Burckhardt» ((Colli, Giorgio, La natura ama nascondersi, Milano, Adelphi, 1988, p. 14.)).

Foto tratta da www.giorgiocolli.it

Nonostante la sua straordinaria prossimità a questo mondo però, Nietzsche non riuscirà mai a trovare una struttura teoretica in grado di ripristinare l’accettazione serena dell’immediatezza della vita, perché il suo pensare la verità — sulla scia di Schopenhauer — come «intuizione del dolore, della vanità, della nullità della vita» ((Colli, Giorgio, Op. cit., p. 125.)), non gli permette di sottrarre l’umana esistenza al giogo dell’angoscia. Lo stesso ottimismo dionisiaco ed il suo dire di sì alla vita, che sono il fulcro della proposta etica nietzscheana, ne restano contaminati in quanto costretti a farsi affermatori di una realtà di dolore. Quest’ultimo invece, non può che avere un ruolo secondario nel mondo greco, perché:

Quando un pezzo di vita sottratto alla pena controbilancia tutto il resto, il pessimismo è vinto. Questo è l’insegnamento dei Greci. Per essi nobiltà non significava, come afferma Nietzsche, la buona coscienza da parte di chi possiede ed esercita la potenza, bensì l’agire, il pensare senza finalità ((Ivi, p. 154.))

È nel gioco, dunque, che l’uomo scopre la leggerezza della vita; è in questo approccio che manifesta la più totale incuranza per la necessità, mette fra parentesi il principio d’individuazione per ricercare il sostrato che lo precede. Il vero ottimismo greco allora, si configura come un alleggerimento, l’alleggerimento  che l’individuo prova quando si sente parte del Tutto:

Se l’individuo è inessenziale e illusorio, altrettanto lo sarà il suo perire, la morte in generale. Se tutto ciò che appare può intendersi come espressione di qualcos’altro, allora la morte sarà il compimento dell’espressione, l’aspetto concludente dell’apparenza, talora la sua perfezione ((Ivi, p. 105.))

Su questa cessazione dell’orrore verso la morte, derivante dal percepirla non più come una fine, si fonda anche l’eterno ritorno di Nietzsche, che però non riesce a raggiungere la stessa forza perché l’individuo non perderà mai il suo ruolo di soggetto e di protagonista. Cosa che per Colli traspare chiaramente dall’aver preteso di indicare la volontà come l’unico contenuto conoscibile, dopo aver relativizzato ogni elemento conoscitivo.

Ingenui sono stati invece [Nietzsche e Schopenhauer] nel voler dare un precetto positivo riguardo al fondamento ultimo del mondo, nel voler «dire» ciò che non è rappresentazione, non è né conoscenza né errore. Ma tutto ciò che si «dice» è un oggetto rappresentativo! Non si può dire senza conoscere: questo i Greci lo sapevano ((Ivi, p. 86.))

Ci si affaccia così sulla vera trappola che tiene prigioniero Nietzsche e la sua filosofia: come dire la verità, se farlo equivale a peccare contro la vita e induce a rifiutarla? Possibile che l’unica soluzione sia ricorrere alla metafora artistica? In questi termini però per Colli la questione è mal posta, perché non ha senso fare alcuna valutazione morale di fronte alla verità, giacché essa resta tale a prescindere dalla reazione che suscita; così come essendo la verità il sostrato del Tutto, non è in alcun modo possibile un dire che ne sia difforme. Ritorna qui la centralità dell’immediato, di quell’eccedenza della vita che sfugge alla ragione e si cela in una profondità che risulta indicibile non perché “non si deve” dire, ma perché “non si può”, è inafferrabile.

In tale conclusione si concentra il vero lascito di Dopo Nietzsche, nel sottolineare la grandezza di quegli antichi sapienti che, pur riuscendo a scorgere la verità, seppero resistere alla tentazione di offuscarne la bellezza tentando di svelarne il mistero. Tentazione della quale invece è caduto vittima l’intero mondo occidentale della filosofia, rispetto alla quale Nietzsche costituisce un primo tentativo di emendazione. Insufficiente, ma nondimeno capace di riscoprire quel “sentiero interrotto” tanti secoli fa e che oggi, con il suo straordinario lavoro, Colli ha tentato di riportare all’attenzione non solo dei filosofi, ma di tutti gli indagatori della verità.

***

A tal proposito è senz’altro doveroso segnalare il prezioso lavoro svolto dall’Archivio Giorgio Colli , attraverso il quale non solo è possibile consultare on line tutte le opere di Giorgio Colli, ma anche di altre innumerevoli e preziose informazioni per tutti gli studiosi del tema.

Festa di Scienza e Filosofia 2015

Si è conclusa con il tutto esaurito all’Auditorium San Domenico la V edizione della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, confermando l’andamento positivo dei risultati nel corso degli anni passati. Nel contesto di una città che, come al solito, non ha mancato di rispondere prontamente e con entusiasmo all’iniziativa, ottanta studiosi di primo piano hanno riempito i palazzi simbolo della storia folignate di studenti ed appassionati per una quattro giorni all’insegna della cultura di qualità. Ad alternarsi nelle oltre novanta conferenze sono stati fra l’altro Edoardo Boncinelli, Piergiorgio Odifreddi, Gianni Vattimo e Giulio Giorello, i cui interventi sono stati suddivisi in quattro aree tematiche al fine di favorire al massimo i partecipanti nella scelta degli ambiti di maggior interesse. Aree tematiche che sono poi il riflesso dell’ambizioso intento di questa Festa, ossia del suo volersi porre come il punto d’incontro — e di scontro anche — fra i due approcci alla verità più fecondi che la storia umana abbia mai fatto emergere: la scienza e la filosofia. Se della sezione “Cervello e mente” abbiamo già parlato nell’articolo dello scorso 9 aprile 2015, l’ampiezza di respiro della Festa invita a svolgere qualche considerazione ulteriore anche sulle altre tre aree.

 

Due culture o una sola cultura?
Il panel che ha affrontato questo tema, come ha sottolineato anche Valerio Meattini nella sua conferenza dal medesimo titolo, prende le mosse dall’opera di Percy Charles Snow Le Due Culture e la rivoluzione scientifica (Marsilio, 2005). È al suo interno infatti che, nel tentativo di sottolineare la necessità di una cultura all’altezza delle sfide proposte dalla contemporaneità, viene formulata in questi termini la separazione fra ambito umanistico e ambito scientifico del sapere. Distinguendo tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica” però, la questione viene affrontata in modo impreciso, perché parlare di “due culture” equivale a pretendere che una parte del tutto possa sostituirsi ad esso conservando la medesima pervasività. Se per cultura s’intende quell’insieme delle manifestazioni umane che costituisce l’oggetto dell’antropologia culturale infatti, la contrapposizione, al più, può porsi come un conflitto fra diversi “atteggiamenti culturali” o, ancora meglio, fra diverse prospettive sulla medesima realtà. Se il Novecento è stato il secolo che ha celebrato l’ascesa della scienza, sancendo dunque il declassamento della filosofia quale approccio conoscitivo, molto spesso l’atteggiamento che di tale prospettiva è stato l’avanguardia, il neopositivismo logico, non ha saputo cogliere il debito enorme che aveva proprio nei confronti della filosofia. Nel suo delineare “l’impostazione scientifica quale discrimine della sensatezza di ogni discorso però, Carnap — che insieme a Russel fu una dei simboli del neopositivismo —, intenzionato ad affidare alla scienza il controllo di ogni processo conoscitivo, dimentica l’insegnamento di Wittgenstein, per il quale anche se la scienza rispondesse a tutti i quesiti del mondo, non ci avrebbe detto ancora nulla intorno alla vita. In ultima istanza dunque, ciò che emerge è l’importanza di non far sì che la questione metodologica possa finire col prevalere su quella che invece è la radice stessa del porsi di tale questione, ossia dell’indagine intorno alla verità. Di conseguenza è più che mai necessario che scienza e filosofia non solo imparino a coesistere, ma che imparino a collaborare affinché si possa raggiungere un giusto equilibrio fra il piano oggettivo e quello soggettivo del conoscere, anche al fine di evitare il radicalizzarsi di una dicotomia che — oltre a risultare impropria — potrebbe facilmente assumere pericolose derive dogmatiche.
A tale scenario si riallaccia anche — pur con le dovute proporzioni — l’analisi delle vicende biografiche di Giulio Cesare Vanini, filosofo italiano del Seicento la cui sorte fu analoga a quella di Giordano Bruno, e del quale oggi si sta riscoprendo il valore grazie al lavoro di ricerca di Mario Carparelli. Quando il confronto fra due atteggiamenti interni al medesimo orizzonte culturale si radicalizza e diventa scontro infatti, rischia di perdere i caratteri che ne fanno un’espressione del pensiero e precipitare nella violenza; da lì alla persecuzione poi il passo è più breve di quanto non si possa pensare.

Scienza, Pace, Futuro.
Il panel “Scienza, Pace, Futuro”, era quello dedicato in maniera più esplicita al confronto con la contemporaneità e con le aspettative da essa nutrite nei confronti di un futuro, sì, all’insegna del progresso, ma di un progresso capace di opporsi al conflitto anziché alimentarlo. I diversi sostrati culturali all’interno dei quali, in passato, sono maturati i concetti filosofici come tempo, spazio, mondo e che attualmente costituiscono il fulcro dell’indagine scientifica, infatti, troppo spesso sono stati considerati come del tutto irrilevanti a fronte della possibilità di tradurre le parole da una lingua all’altra. In questo atteggiamento però, si cela il germe dell’incomunicabilità; e ne ha offerto un esempio molto interessante Massimo Donà (con il quale RF ha realizzato un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni) nel suo confronto fra mondo greco e mondo ebraico intorno al concetto di tempo. Donà evidenzia come per i primi il principio originario è l’unità del Tutto, dalla quale segue una concezione del tempo circolare perché il distinguersi del particolare è già da sempre compreso nell’interezza della totalità eternamente perfetta (quindi il tempo è manifestazione della sacralità dello spazio); per i secondi è il tempo ad essere sacro, cosicché lo spazio (il mondo) si trova in una sorta d’incompiutezza perenne che — lungi dal porsi come le negazione escludente la perfezione della creazione divina — pone in luce l’eccedenza costituita dalla vita all’interno del cosmos. In tale ottica, il rischio di fraintendimento nel pensare un concetto apparentemente semplice come il tempo non solo è significativa, ma pare quasi inevitabile, giacché negandone la validità, in realtà si negano nuclei semantici del tutto differenti. Pertanto non deve sorprendere, nel dilagare della fede scientista, l’ostilità da parte di intere aree culturali, per cui accettare certi dettami potrebbe portare al sacrificio della propria identità.

Proprio in tale direzione si muove il monito lanciato da Gianni Vattimo, che in un afflato totalmente antiscientista, non ha esitato a puntare il dito contro la scienza quale nuovo strumento di dominio. La sua continua dipendenza da fonti di finanziamento infatti, ne farebbe l’agente ideale per la messa in atto di progetti che lungi da favorire il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità (per lo meno lungi da farne l’aspetto predominante), servono gli interessi economici di “poteri forti”, come il settore farmaceutico o quello bellico, contravvenendo nella maniera più radicale allo spirito che nel Secolo dei Lumi ne aveva sancito l’ascesa, ossia la battaglia in nome della libertà. Certamente l’intervento di Vattimo ha assunto toni molto forti, ma non crediamo che ciò debba essere inteso come un invito a muovere crociate in difesa della scienza o contro di essa. Ciò che questa area ha finito per portare all’attenzione, invece, è stata la necessità di mantenere un atteggiamento nei confronti della verità, anche all’interno della metodologia scientifica, il più aperto possibile tanto verso qualsiasi esito, quanto verso qualsiasi strumentalizzazione, affinché quello che è stato un vento di liberazione non si tramuti in vento di tempesta.

Vero e falso nella scienza e nella comunicazione scientifica.
Quest’ultimo panel, all’interno del quale si è tenuta anche la conferenza conclusiva della Festa, ossia quella di Piergiorgio Odifreddi dal titolo Che cos’è la verità (senza punto interrogativo), affronta senz’altro una delle questioni più spinose dei nostri tempi. Dalla sua affermazione infatti, il metodo scientifico ha iniziato ad avere una presa sempre più forte sull’opinione pubblica che, mobilitata dalle innumerevoli possibilità da essa aperte, il più delle volte finisce per idolatrarla come il nuovo Vitello d’oro. Le cose in realtà stanno ben diversamente, giacché se ai tempi di Galileo la scienza si esprimeva ancora attraverso la formulazione di leggi assolute, da qualche secolo tale posizione è stata ormai superata. Così come si è aperta una voragine fra il punto matematico e il punto fisico, anch’essi pensati come coincidenti all’inizio della storia della scienza. Mutamenti che hanno via via portato ad una iperframmentazione dell’ambito di studio della verità, al punto che Odifreddi ha pensato bene di tenere una conferenza nella quale ha provato a fare chiarezza sulla molteplicità di significati che il termine “verità” assume, a seconda del registro linguistico cui si fa riferimento. Ne è emerso che, almeno secondo il matematico torinese, l’unica verità cui possa inerire il grado d’indubitabilità è quella matematica, ossia quella verità che fa discendere logicamente delle conseguenze dai postulati; per cui solo al suo interno si gode del massimo grado di certezza. Sorvolando sulla legittimità di tale posizione che pur solleva più di un quesito, ben diversa è la situazione della scienza, la quale, nonostante l’esaltazione omnilaterale del suo metodo, proprio in virtù di quest’ultimo è costretta a rinunciare alla pretesa di esprimere giudizi definitivi. Stando alle regole del metodo sperimentale infatti, è sempre possibile immaginare l’emersione di un caso capace di confutare la validità di una legge fino ad allora ritenuta “vera”, pertanto il massimo grado di verità raggiungibile in tal campo sarà quello della probabilità. Un po’ troppo ingenerosa, ma perfettamente in linea con buona parte del pensiero scientista del Novecento, risulta la sua collocazione della verità filosofica all’interno delle “verità di fede”, ossia di quell’approccio alla verità che non potendo dire nulla di certo, inventa la sua verità. Fermo restando che si potrebbe muovere un’obiezione analoga al criterio in base al quale vengono stabiliti i postulati, una simile conclusione ha senz’altro avuto il merito d’infervorare gli animi e di tenere il dibattito intorno alle questioni sollevate dalla Festa decisamente attivo.

C’è di che ritenersi soddisfatti dunque per gli organizzatori di questa manifestazione, che anno dopo anno si conferma sempre di più come un punto di riferimento a livello nazionale per gli amanti di una cultura alta, ma altresì capace di raggiungere ogni tipo di pubblico.

(Ha collaborato Saverio Mariani)

 

Aspettando il superuomo

Era il lontano 1885 quando Nietzsche concluse la sua opera più importante, il Così parlò Zarathustra, con queste parole:

Orsù! Il leone è venuto, i miei figli sono vicini [corsivo mio], Zarathustra si è maturato, la mia ora è venuta: – Questo è il mio mattino, la mia giornata comincia: su, vieni su, grande meriggio! ((Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Il Segno, Adelphi, Milano, 2010, p. 382.))

Il suo appello alla nascita del superuomo aveva raggiunto la sua formulazione più completa, dopo la “dinamite” e la “filosofia con il martello” dei primordi che gli avevano permesso di aprirsi un varco nell’affollato campo della filosofia; finalmente il suo pensiero, la sua creatura, era maturo. Egli stesso era persuaso che se non tutta l’umanità, almeno alcuni eletti al suo interno, seguendo le orme del suo viaggiare sarebbero riusciti ad oltrepassarsi e dare vita ad un essere nuovo, un essere moralmente superiore: il superuomo.

Sono più di cento anni ormai, che la filosofia contemporanea continua ad addentrarsi nel labirinto di aforismi e frammenti in cui si articola la riflessione di Friedrich Nietzsche. Il che si traduce in più di un secolo di letture, riletture, interpretazioni, reinterpretazioni, interpretazioni delle interpretazioni; una letteratura critica vastissima che ha segnato in maniera indissolubile tutto il Novecento. Lo stesso Novecento i cui albori avevano assistito alla sua morte corporale – giacché la malattia mentale da cui era affetto, l’aveva sottratto al mondo già da una decina di anni ((Qui si allude al celebre episodio del 3 gennaio 1889 a Torino, quando Nietzsche abbracciò un cavallo che veniva frustato violentemente dal vetturino, prima di crollare in preda ad una crisi di nervi. Si veda: R. Safranski, Nietzsche. Biografia di un pensiero, TEA Milano 2004, p. 339. )) – e nel quale il filosofo aveva riposto tutte le sue maggiori speranze per la nascita di una nuova umanità.

Quella degli uomini superiori cui è dedicata tutta la quarta parte del Così parlò Zarathustra, dei pochi che sarebbero stati capaci di reggere il peso della morte di Dio, perché:

Da quando egli giace nella tomba, voi siete veramente risorti. Solo ora verrà il grande meriggio, solo ora l’uomo superiore diverrà – padrone!
Avete capito queste parole, fratelli? Voi siete spaventati: il vostro cuore ha le vertigini? Vi si spalanca, qui, l’abisso? Ringhia, qui, contro di voi il cane dell’inferno?
Ebbene! Coraggio! Uomini superiori! Solo ora il monte partorirà il futuro degli uomini. Dio è morto: ora noi vogliamo, – che viva il superuomo. ((Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Dell’uomo superiore, Adelphi, Milano, 2010, p. 333-334.))

Eppure, risulta piuttosto facile immaginare che nonostante il tempo trascorso dalla comparsa delle sue opere, Nietzsche ancora oggi faticherebbe a riconoscere nell’umanità contemporanea il prodotto di quel processo emancipativo ed evolutivo di cui si era fatto profeta per bocca di Zarathustra. In troppi non sono riusciti ad attraversare l’abisso che si è spalancato sotto il loro piedi dopo l’annuncio dell’aforisma 125 di Gaia scienza: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!» ((Friedrich Nietzsche, OFN volume V tomo II, La gaia scienza, Idilli di Messina e Frammenti postumi 1881-1882, Adelphi, Milano, 1991, af. 125. L’uomo folle, p. 150. )) . Il “nichilismo europeo” — come definì lo stesso Nietzsche la tendenza culturale che si sarebbe affermata nel Novecento — non ha avuto la forza di oltrepassarsi in direzione di quel superuomo autodeterminato e autodeterminantesi nel quale il filosofo tedesco aveva riposto le sue speranze migliori. Volendo però fare lo sforzo di immaginare quali potrebbero essere state le cause principali della mancata realizzazione dell’auspicio nietzscheano, sicuramente la nostra attenzione finisce per ricadere su due responsabili in particolare, una “esterna” e una “interna”: l’abbondanza di contributi critici fuorvianti, e la degenerazione dell’umana volontà di potenza nel dominio della tecnica.

La tendenza ad analizzare i contributi precedenti in una data materia, per metterne alla prova i passaggi più incerti con l’intento di proporne una migliore formulazione, o anche un totale stravolgimento, è nella natura stessa della riflessione filosofica. Nel caso delle letture critiche di Nietzsche tuttavia, la questione è ben più complessa: in primo luogo per via della convinzione che la contemporaneità abbia perso la Verità:

La novità nella nostra attuale posizione verso la filosofia è una convinzione che finora non fu propria di nessuna epoca: che cioè non possediamo la verità. ((Friedrich Nietzsche, OFN volume V tomo I, Aurora e Frammenti postumi 1879-1881, Adelphi Milano 1964, fr. 3 [19] p. 306-307.))

Quest’apparente mancanza di punti di riferimento chiari, unita alla scrittura per aforismi che sicuramente complica di molto l’acquisizione di una visione d’insieme esaustiva, ha finito col prestare il fianco a letture che —  laddove non li inventano tout court — pongono al centro nuclei concettuali del tutto secondari ((Ho in mente tutte le varie declinazioni politiche date del pensiero nietzscheano che pretendono di far passare come chiave di lettura dell’intero corpus delle opere di Nietzsche una qualsivoglia corrente politica, sia essa di destra o di sinistra. Ad es. Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico. Bollati Boringhieri Torino 2004.)) . Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare da simili stratagemmi linguistici, perché, pur richiedendo un sacrificio cospicuo in termini di facilità di comprensione, nondimeno, favorendo il connubio tra il concetto filosofico e la metafora poetica, questi si propongono di recuperare un approccio alla verità che ormai è andato perduto: quello della saggezza antica. Una prospettiva quest’ultima, messa sapientemente in luce dall’analisi di Karl Löwith, che nel suo testo Nietzsche e l’eterno ritorno ((Karl Löwith, Nietzsche e l’eterno ritorno, Laterza, Bari-Roma, 1982)) propone di riprendere alla lettera quanto sostiene lo stesso Nietzsche alla fine della prefazione di Aurora:

Un libro del genere, un problema del genere non ha fretta: inoltre, noi siamo entrambi amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta. ((Friedrich Nietzsche,OFN volume V tomo I, Aurora e Frammenti postumi 1879-1881, Adelphi Milano 1964, Prefazione p. 8.))

Lowith sottolinea la necessità di una lettura molto attenta e ponderata di ogni singolo passaggio, perché nella ricchezza di riferimenti impliciti ed espliciti contenuti in ogni aforisma, si nasconde una fitta trama di rimandi interni; e solo comprendendo questa si può pensare di provare ad attingere alle profondità degli abissi nietzscheani. Non si tratta quindi tanto di guardare ai contenuti che le varie letture critiche danno, non perché non siano preziosi, anzi, quanto al rigore metodologico dell’analisi che propongono. Perché la filosofia di Nietzsche non è l’accozzaglia caotica di massime che emerge da certe letture, bensì un percorso ponderato che si propone di mostrare al lettore la via che conduce all’oltrepassamento della propria condizione, un percorso che è contemporaneamente il suo stesso percorso . Al lettore attento non sfuggirà di certo il sottile gioco di richiami che legano indissolubilmente il superamento della morale e la morte di Dio all’affermazione del nichilismo, e di qui alla consapevolezza del potere autodeterminante della volontà di potenza e alla comprensione dell’eterno ritorno quali trampolini verso la nascita del superuomo. Un itinerario filosofico tutt’altro che esente da svolte brusche e contraddizioni, ma che ciononostante non perde la sua forza, anzi, finisce col favorire l’emersione del carattere aporetico di certune posizioni filosofiche, come metterà sapiente in evidenza il filosofo italiano Emanuele Severino ((Si veda Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi Milano 1999.)).

Proprio dal contributo severiniano, prende il via l’analisi di quella che precedentemente è stata definita la causa “interna” al pensiero nietzscheano, del mancato avvento del superuomo. Il passaggio decisivo sta nella comprensione del ruolo dell’umana volontà di potenza, il quale può essere compreso a pieno, solo dopo l’affermazione del nichilismo. Morto Dio infatti, sono venuti meno tutti quei “tu devi” che arginavano il suo pieno esercizio da parte dell’uomo, e si apre l’orizzonte dell’autodeterminazione di sé. L’assenza di punti di riferimento predeterminati rende possibile l’esercizio reale della propria libertà ((Qui è doveroso precisare che il pensiero di Nietzsche incappa in una delle sue più evidenti contraddizioni, giacché egli avanza contemporaneamente la pretesa che l’esercizio della propria volontà di potenza consenta all’uomo di oltrepassare se stesso accettando la verità dell’eterno ritorno dell’identico, però contemporaneamente lo inserisce all’interno di un contesto dominato dalla necessità dell’eterno ritorno stesso, la quale esige che tutto ciò che è, sia già stato almeno una volta. (A tal proposito di veda: Friedrich Nietzsche, Op. cit,, La visione e l’enigma, p. 181.) Un vicolo cieco al quale la formula dell’amor fati quale soluzione conciliatrice pone solo parzialmente rimedio.)), ma proprio in questo punto si apre una doppia via: la prima è quella auspicata dalla proposta nietzscheana per cui l’uomo superiore impari a rovesciare il proprio disprezzo in amore per “l’anello del ritorno”, elevandosi così al grado di superuomo; la seconda è quella messa in luce dall’analisi della contemporaneità proposta da Severino. Su quest’ultima in particolare vorremmo soffermarci, per far notare come non solo, l’ultimo uomo ((Con l’espressione ultimo uomo Nietzsche si riferisce ai suoi contemporanei, alla massa che predica la propria esaltazione dell’uguaglianza di tutti e che si batte per trascinare al suo interno chiunque tenti di elevarsi al di sopra, a positivisti e romantici della propria epoca, accecati da se stessi e dal proprio ruolo di protagonisti del tempo (Si veda: F. Nietzsche, Op. cit., Prologo di Zarathustra, p. 10-12. ). )) che affollava la piazza del mercato in cui vacillò Zarathustra (( Si veda: F. Nietzsche, Op. cit., Prologo di Zarathustra, p. 3-19.)) non sia stato superato, ma anzi, se possibile è ripiombato ancora più  a fondo, sotto il giogo di una nuova dominazione: quella della tecnica. Pur senza averlo colto a pieno, lo stesso Nietzsche aveva compreso il ruolo decisivo della necessità che regola l’eterno divenire in circolo del tempo al fine di costituire un freno al delirio d’onnipotenza dell’uomo. Questo però l’ultimo uomo non l’ha saputo cogliere, e probabilmente non sarà mai in grado di farlo, accecato com’è dalla propria volontà di potenza – inconsapevole e quindi incapace di orientare l’agire oltre l’uomo stesso – e dal desiderio di essere l’unico arbitro del reale; ora che Dio non c’è più, è la tecnica ad averne preso il posto. Questa è il nuovo idolo di fronte al quale l’umanità ha deciso di inginocchiarsi in vece delle vecchie morali, un idolo in grado di dare la percezione della prossimità di un rimedio universale a qualsiasi male particolare; in altre parole quello che un tempo veniva richiesto alla divinità come miracolo, oggi lo si chiede alla scienza. Dell’amor fati e del superuomo sembra non esserci più traccia nemmeno quale auspicio futuro ormai.

Se il continuo studio dei testi nietzscheani potrà portare un giorno alla concretizzazione del suo pensiero, questo ancora non possiamo saperlo, quello che però possiamo fare nel frattempo, è mantenere vivo lo spirito critico del quale questo illustre filosofo è stato una delle massime espressioni. Esercitare con la massima onestà l’arte del pensiero, sempre in linea con l’input di Zarathustra:

Il vostro nemico voi dovete cercare, e fare la vostra guerra, per i vostri pensieri! E se il vostro pensiero soccombe, la vostra onestà deve giubilarne!
Dovete amare la pace come mezzo per nuove guerre. E la pace breve più della lunga. ((Friedrich Nietzsche, Op. cit., Della guerra e dei guerrieri, p. 49. ))

 

 

ABSTRACT
It was the 1885 when Friedrich Nietzsche ended his principal work: Thus spoke Zarathustra, sure that was the time in which his philosophical son: the overman, could born also in the reality. More than one-hundred years later this wish seems to be still prophecy. Nor the great number of studies made upon his writings, neither tha human nature have been able to understeand what kind of devolution fot human acting could represent the coming of a generation of overmans. Without giving up with the target of a better comprehension of Nietzsche’s fascinating philosophy, the most important thing we can do to facilitate his understanding, is studing it attentively and honestly.

L’Orestea di Eschilo secondo Severino

Il 15 luglio 2014 è stata organizzata all’Anfiteatro Romano di Arezzo una rappresentazione filosofico-teatrale sull’ Orestea di Eschilo, basata sulla traduzione fattane dal professor Emanuele Severino e poi messa in scena nel 1985 dal regista aretino Franco Parenti. L’evento s’inseriva all’interno della rassegna culturale di carattere internazionale Icastica, giunta alla sua seconda edizione. La raffinata lectio magistralis del filosofo bresciano è iniziata dopo l’altrettanto notevole lettura teatrale di alcuni passaggi scelti. Agammennone : “Inno a Zeus” e “la riflessione del coro intorno a dike”; Le Eumenidi: “la riflessione delle Erinni intorno alla possibile assoluzione di Oreste” e “”il corteo finale delle Erinni” – ad opera proprio di quel Maurizio Schmidt che fu uno degli attori scelti da Franco Parenti per la prima messa in scena.

L’incontro verteva intorno all’originale lettura data da Severino al pensiero di Eschilo — tradizionalmente visto “solo” come una delle vette della tragedia greca — quale elemento di sviluppo della riflessione filosofica del mondo classico.

Un primo apparente ostacolo ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 77-78.)) a tale lettura  potrebbe essere costituito dalla forma teatrale, che appare piuttosto inusuale per esprimere contenuti filosofici. Non va tuttavia dimenticato che agli inizi la filosofia si è sempre espressa in forme linguistiche molto originali: la prosa di Eraclito e Aristotele, i versi di Parmenide e Empedocle, i dialoghi di Platone. Una sostanziale parte dell’incontro è stata dedicata all’aspetto più squisitamente semiologico della proposta severiniana, che intende porre l’accento in maniera marcata sulla necessità di fare riferimento alle radici etimologiche dei singoli termini durante il processo di traduzione. Così, una volta aver accantonato la stessa definizione di philosophia come “amore per il sapere”, formula dal retrogusto dolciastro che non tiene conto di come, invece, «se si accetta l’ipotesi che in sophós, “sapiente” (su cui si costruisce il termine astratto sophía), risuona come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”), il senso di pháos, la “luce”, allora “filosofia” significa […] “l’aver cura della verità”» ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 22.)), Severino è passato ad analizzare il brano più significativo fra quelli letti in precedenza: l’Inno a Zeus.

Zeus, chiunque egli sia, a lui mi rivolgo con questo come, se gli è caro esser chiamato così. Se il dolore, che getta nella follia, deve essere cacciato dall’animo con verità, allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus. Uranos, infatti, che pur fu in passato potente e traboccante di di audacia spavalda, è come se non fosse mai stato. Ed è svanito chi poi venne ad esistere, Cronos, che si imbatté in Zeus, il vincitore per sempre. Chi ha la mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria, perviene al culmine della sapienza. Guidando il pensiero dei mortali, Zeus ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquisti potenza. Quando, nel sonno, goccia davanti al cuore l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza la volontà dei mortali, sopraggiunge in essi un sapere che salva. Questo è un dono dei démoni che siedono potenti sul carro del saggio Zeus. (( E. Severino,  Interpretazione e traduzione dell’Orestea di Eschilo, Rizzoli Milano 1985 , pp. 22-23. ))

Il quadro che ne emerge parla di un Eschilo che non solo coglie nel sapere dell’epistéme “un sapere che salva” dal dolore, ma soprattutto parla di Zeus non intendendo un dio mitico, bensì il Principio di tutte le cose. Proprio qui risiede il cuore della sua ricchezza filosofica: nell’aver compreso come solo attraverso la sapienza l’essere umano può essere in grado di dominare il dolore, perché conosce la Verità del senso del Tutto. Solo il conoscere con verità infatti, cioè in maniera incontrovertibile, può costituire un rimedio reale all’angoscia e al dolore, e quindi permette di oltrepassare la dimensione del mito. Ma qual è questa “dimensione del mito”? La pregnanza del passaggio è decisiva: sebbene anche in campo mitico ci si muova alla ricerca di un rimedio al dolore, il senso essenziale e complessivo del mondo che esso rivela fa sempre capo alla divinità, cioè ad una forza suprema che l’uomo deve sconfiggere per poter affermare se stesso. Finché si è nel mito quindi, ci si muove nel campo della volontà, nel campo di rimedio al dolore illusorio perché non risolutivo, solo la conoscenza della verità inatti lo può salvare, solo questa può metterlo al riparo dall’annientamento. D’altronde, che le arti e le tecniche umane non possono costituirsi come veri rimedi, è ben visibile anche in Il Prometeo incatenato sempre dello stesso Eschilo, dove emerge come il vero carattere eroico di Prometeo, non stia tanto nel fatto di aver sottratto il fuoco, quindi la téchne, agli dei per donarlo agli uomini, quanto nell’aver compreso  la potenza invincibile della necessità e quindi il carattere illusorio delle promesse della tecnica: «L’arte [téchne] è troppo più debole del fato [anánche]» ((EschiloIl Prometeo incatenato, BUR 2012, p. 43, v. 514.)). Questo ruolo centrale della verità non può non ripercuotersi poi sulla dimensione politica, perché chi “conosce con verità”, è anche capace di giudicare con verità, come emerge più chiaramente nelle Eumenidi, dove anche il potere di queste ultime viene sottoposto al giudizio di un tribunale di umani che, rimanendo fedeli alla verità, possono pronunciare un verdetto valido in eterno. Niente meglio delle tribolate vicende proposte nella trilogia dell’Orestea di Eschilo (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi) potrebbe mostrare l’evidenza di come: «Per vincere il terrore, l’uomo deve sottoporsi al “giogo” della verità, cioè a un timore più alto di quello da cui egli intende liberarsi (le religioni lo chiamano “timor di Dio”). Il giogo della verità sta a guardia della mente e allontana la follia provocata dal dolore» ((E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010 p. 80.)).

Il risultato finale di questa ricca e sostanziosa riflessione  — qui riportata solo nei suoi passaggi principali — pur non discostandosi dal tradizionale impianto argomentativo severiniano, soprattutto per quanto riguarda le conclusioni che ne vengono tratte, permette senz’altro di rivalutare la figura di Eschilo, non solo sul piano della ricchezza contenutistica in ambito teatrale, ma anche e soprattutto sul piano filosofico. La scoperta di una tale dimestichezza tanto con il lessico quanto con i concetti stessi del linguaggio dei filosofi, sapientemente messa in luce da Severino, infatti, è soprattutto un invito ad oltrepassare i vecchi schemi di lettura della classicità all’insegna di uno sguardo nuovo, quello di chi, avendo cura della verità, vuole imparare anche a giudica con verità.

 

Abstract.
On July 15th 2014 has been held in Arezzo a conference about the interpretation and translation of the Eschilo’s Orestea, made by the italian philosopher Emanuele Severino. The event has been sponsorised by the cultural festival Icastica, and included also a little theatrical performance by Maurizio Schmidt who red some chosen part of the trilogy. The conference showed a deep filosofical vein in Eschilo’s production, even though he wrote theatrical pieces. Beyond the specific meaning of the filosofical concepts underlined, emerged the importance of an observant etymological analysis above each word during the translation.